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CELEBRAZIONE EUCARISTICA CON I
DIPENDENTI DELLE VILLE PONTIFICIE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Castel Gandolfo - Domenica, 21 luglio 1991

 

Dio ci ha parlato un tempo attraverso i Profeti del Vecchio Testamento. Dio ci parla ancora oggi attraverso i Profeti. Abbiamo ascoltato la parola del Profeta. Poi ci ha parlato attraverso il suo Figlio Gesù. Ci ha parlato con le parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Ci ha parlato attraverso il suo apostolo nella Lettera agli Efesini. La parola di Gesù è il culmine della parola che Dio ha indirizzato a noi, a tutto il suo popolo. Con questa parola del Dio vivente ogni volta che ci raduniamo, Dio ci costituisce come suo popolo.

Così si faceva dall’inizio, ai tempi dei Patriarchi, di Mosè e dei Profeti e, soprattutto, ai tempi di Gesù e degli Apostoli.

Così fa anche la Chiesa. Riflettere su questa parola di Dio che la Chiesa ci offre oggi in questa XVI Domenica del Tempo Ordinario dell’anno liturgico vuol dire ritornare a questi brani del Profeta, dell’Apostolo e di Gesù non per sorvolare solamente la Parola di Dio ma per aprirsi a questa Parola. Noi siamo come la terra che deve aprirsi alla Parola di Dio seminata da Lui stesso attraverso i Profeti, gli Apostoli e la Chiesa e, soprattutto, attraverso Gesù.

È questa la prima parte della nostra partecipazione all’Eucaristia che dovrebbe prolungarsi. e soprattutto approfondirsi con la nostra riflessione, con la nostra attività di fede.

Ora, ci prepariamo alla parte essenziale dell’Eucaristia che è anche Parola di Dio ma, soprattutto, è quello che segue la Parola di Dio: il Verbo che si è fatto Figlio. Iddio ci ha parlato attraverso il suo Servo, attraverso il suo Figlio. Adesso questa Parola è Figlio. Il Figlio ci ha parlato con le sue parole. I Vangeli hanno notato queste sue parole, gli Apostoli hanno commentato queste parole, ma Gesù ci ha parlato soprattutto con il suo Sacrificio. Ci ha parlato dando se stesso. Questa offerta, questo autodonarsi del Figlio non si esaurisce mai, è rimasta. Lui stesso ha voluto che rimanesse.

Noi tutti sappiamo bene che cosa ha detto ai Dodici durante l’Ultima Cena prima della sua morte in Croce, del suo sacrificio cruento. Noi, in questa assemblea liturgica, eucaristica stiamo per rinnovare, per rifare quello che Lui ha detto e quello che Lui ha fatto: il dono che Lui ha fatto di sé, della sua persona del suo corpo e del suo sangue. Noi dobbiamo rinnovare questo dono in modo sacramentale, nello stesso modo in cui Lui stesso ha previsto e deciso. È una cosa tremenda per noi tutti. È una cosa tremenda per ogni sacerdote quando deve pronunciare, ripetere le stesse parole di Cristo, parole della sua consacrazione, consacrazione nel Cenacolo ma anche consacrazione nella Croce.

Il Cenacolo è il luogo del Sacramento e la Croce è il luogo del Sacrificio che Lui ha compiuto una volta per sempre in modo irrevocabile. Un sacrificio che si può sacramentalmente ripetere perché dura, è permanente, ma si può ripetere solo secondo la sua volontà. Noi ci prepariamo a questo. Ci prepariamo entrando ciascuno di noi nel clima del dono, di una offerta che si esprime anche con i gesti liturgici portando il pane e il vino che sono anche i segni di una nostra donazione umana. Portiamo infatti il frutto del nostro lavoro come preghiamo presentando al Padre il pane e il vino dell’offerta. Portiamo anche tutto quello che costituisce ciascuno di noi come una offerta molto personale, intimamente personale. Vi chiedo questa intimità delle vostre offerte. Dovete portare dal profondo dei vostri cuori e delle nostre esistenze tutto questo; non c’è altro posto a cui indirizzare questa nostra esistenza. Solamente qui dove siamo possiamo e dobbiamo indirizzare la nostra esistenza. Solo Lui, Gesù Cristo può ricevere questo nostro dono esistenziale; solamente Lui, Dio Padre attraverso il suo Figlio. Così con l’offertorio ci prepariamo al sacrificio, alla transustanziazione, ci prepariamo ad essere “partecipi” di quel Sacrificio unico che Gesù ha compiuto e che ci ha lasciato per sempre e per tutti. Con questo Sacrificio noi diventiamo pienamente Chiesa, assemblea del Popolo di Dio creato, battezzato, redento e santificato.

Così Gesù è nostro Pastore. Oggi le Letture liturgiche parlano del Pastore e dei pastori. Gesù è il nostro Pastore, il Pastore unico, insostituibile, ma nello stesso tempo Lui ci chiama ad essere pastori. Non chiama solamente i vescovi ad essere pastori della Chiesa gerarchica, successori degli Apostoli e i sacerdoti per essere i loro collaboratori; ci chiama tutti ad essere pastori: padri di famiglia, madri di famiglia, lavoratori, impiegati, intellettuali, tutti, perché la nostra professione è diversa, ma cristianamente è una. Questa nostra professione è cristiana. Dobbiamo sollecitare il bene, la grazia e la salvezza interiore di noi. stessi e degli altri, di noi stessi per gli altri.

Riflettiamo un po’ su questi profondissimi temi della Liturgia domenicale di oggi. Con la professione di fede entreremo nella profondità del Mistero che ci ha donato l’Eucaristia.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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