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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA E UNGHERI
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Piazza antistante la Basilica
cattedrale di Esztergom - Venerdì, 16 agosto 1991
1. “Il Signore è il mio pastore” (Sal 23, 1).
Non doveva Simon Pietro pensare proprio a questo presso il lago di Genesaret?
Non doveva pensare così, quando per ordine di Cristo “prese il largo e calò le
reti per la pesca”?
Dopo aver faticato l’intera notte sul lago senza prendere nulla, pescò una
così grande quantità di pesci che le reti quasi si rompevano (cf. Lc 5,
4-6). Non dovette, allora, Simon Pietro pensare: “Il Signore è il mio pastore;
non manco di nulla”? (Sal 23, 1).
Sì! Tutti furono presi da grande stupore: c’erano, infatti, anche altri
pescatori, compagni di Simone; c’erano Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che
sarebbero presto diventati apostoli.
In quel momento Pietro udì - e con lui anche gli altri udirono - le parole
del Signore: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc
5, 10).
2. Misteriose parole! Essendo pescatori, erano abituati a pescare: gettavano
le reti, prendevano ciò che vive nell’acqua e, tiratolo in barca, ne facevano
alimento per gli uomini. questo è il lavoro dei pescatori: un po’ diverso da
quello dell’agricoltore, che trae il nutrimento dalla terra. Diverso anche da
quello dei pastori, che pascolano le greggi nei campi.
Cristo disse: “Sarai pescatore di uomini”! Faceva appello al mestiere
di Pietro, allo stesso modo che in altre occasioni si era riferito ad altre
professioni e ad altri lavori. E sempre aveva in mente il Regno di Dio.
“Essere pescatore di uomini” - abbracciarli con la realtà di questo
Regno come con una misteriosa rete. Abbracciarli con la parola del Vangelo
di Cristo. Alimentarli con la sua Carne e il suo Sangue nell’Eucaristia.
Introdurli nella dimensione della nuova Vita per mezzo dell’acqua del Battesimo,
affinché diventino “nuova creatura” (2 Cor 5, 17), affinché possano
portare frutti per la vita eterna.
3. Carissimi fratelli e sorelle della illustre ed antica Chiesa di Esztergom!
Conosco le difficoltà che, nel corso di questi quarant’anni, avete dovuto
affrontare. Mi sono note le prove a cui è stata sottoposta, in particolare,
l’unità del Popolo di Dio in questo Paese e so che alcune ferite ancora
permangono, con grande disagio dell’intero Corpo di Cristo.
È tempo ormai che la carità vinca residue tensioni, riserve, sospetti e il
vincolo della comunione rinsaldi fra loro tutte le componenti dell’unica
Famiglia di Dio. Tutti infatti formiamo un solo Corpo in Cristo e, nell’unità
di questo Corpo, tutti siano “membra gli uni degli altri”.
4. In questa prospettiva, cari fratelli e sorelle chiamati al sacerdozio
o alla vita di speciale consacrazione, anche la vostra esistenza assume
pieno senso e incalcolabile valore.
Voi siete stati pescati in un modo del tutto particolare dalla rete di
Cristo, il quale vi ha attratti a sé con sapienza, tenerezza e forza. Ciascuno
potrebbe narrare la storia della propria vocazione, storie diverse l’una
dall’altra, poiché il divino Pescatore è venuto incontro alle caratteristiche
personali di ciascuno e alla sua concreta esistenza per fare di lui, di lei,
servitori a tempo pieno del suo popolo.
Egli ha sostenuto voi, cari Sacerdoti negli anni duri della prova,
allorché vi si impediva di esercitare il ministero pastorale e di riunire la
comunità dei fedeli. Ha sorretto con amore voi, care Religiose, quando espulse
dalle Case e dagli Istituti, non avevate neppure il minimo indispensabile per
venire incontro alle necessità vostre e delle Consorelle anziane e malate.
Quanti Sacerdoti, quante Religiose potrebbero enumerare con San Paolo “le
fatiche e i travagli, veglie senza numero, fame e sete, freddo e nudità” (2
Cor 11, 27), che hanno saputo sopportare per il nome di Cristo!
Ora che la libertà è tornata, resta il problema della scarsità delle forze
disponibili. Occorre un maggior numero di “operai della messe” - Sacerdoti,
Religiosi e Religiose - che s’assumano il compito della nuova evangelizzazione
in un momento tanto promettente della vostra storia. Non abbiate dubbi! Anche
oggi non mancano giovani generosi, disposti ad accogliere la voce di Dio che li
chiama al lavoro nella sua “vigna”. Se voi saprete “mediare” tale voce con la
vivezza della vostra testimonianza di totale dedizione a Cristo e al suo
Vangelo, se con voi l’intero Popolo di Dio saprà implorare senza posa il
“padrone della messe”, la Chiesa che è in Ungheria tornerà ad avere in numero
sufficiente uomini e donne impegnati senza riserve nell’annuncio del Vangelo
alle generazioni del nuovo millennio, che è ormai alle porte.
5. E poi i laici! Anche fra loro non sono mancate prove generose di coraggio
e di coerenza nell’adempimento dei doveri derivanti dalla professione della
fede.
Quanti cristiani, consapevoli di essere stati innestati col Battesimo nel
Corpo di Cristo e di aver ricevuto nella Confermazione lo Spirito Santo per
rendere davanti al mondo la loro testimonianza, non si sono piegati né davanti
alle lusinghe né davanti alle minacce, ma hanno proseguito senza tentennamenti
sulla strada intrapresa!
Perseverate in quella comunione di pensieri e di sentimenti che la
partecipazione alla mensa del Signore ravviva e rinsalda. È stata un’insigne
grazia del Signore che questa unità di intenti di fatto non sia mai venuta meno
durante il tempo della persecuzione. Anche oggi essa deve perdurare e
rafforzarsi col contributo di tutti, giacché ogni battezzato ha la sua parte di
responsabilità nell’edificazione del Corpo di Cristo.
Il Signore è stato allora accanto a voi, carissimi fratelli e sorelle, per
sostenervi in mezzo alle prove. Egli vi ha guidati e consolati “non soltanto per
mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo” (1 Ts 1,
5). Vi siete fatti, così, imitatori degli Apostoli e del Signore, “avendo
accolto la parola con la gioia dello Spirito, anche in mezzo a grande
tribolazione” (1 Ts 1, 6). Per questo oggi ben a ragione i credenti del
mondo intero vedono in voi un esempio e ne traggono incoraggiamento per
la loro vita. Infatti, “la fama della vostra fede in Dio si è diffusa
dappertutto, di modo che non abbiamo più bisogno di parlarne” (1 Ts 1,
8).
Con quale gioia, fratelli e sorelle venuti dall’antica Arcidiocesi primaziale
di Esztergom, vi vedo oggi radunati intorno a me. Sono grato a Dio che mi ha
concesso di ringraziarlo per voi ed insieme a voi, in questo luogo, santuario
centrale della vostra Nazione, che ben a ragione chiamate “Sion ungherese”. Vi
abbraccio e saluto nel nome del Signore. Rivolgo un deferente pensiero in
particolare al vostro Pastore, il venerato fratello Cardinale László Paskai, e
lo ringrazio per le parole che a nome vostro mi ha rivolto. Saluto i Presuli
presenti, i Sacerdoti, le persone consacrate e i laici. Ad ognuno va la mia
sincera gratitudine per la calda accoglienza e l’impegno Profuso nel preparare
questa mia visita pastorale veramente storica dopo tanti anni di trepida e
sofferta attesa. Vi rinnovo con tutto il cuore l’espressione del mio affetto
sincero e profondo.
In questo incontro a Esztergom, all’inizio della mia visita in Ungheria,
desidero rendere un cordiale omaggio alla cara e venerata memoria del compianto
Cardinale Jozef Mindszenty che ha lasciato una luminosa testimonianza di fedeltà
a Cristo e alla Chiesa e di amore alla patria. Il suo nome e il suo ricordo
rimarranno sempre in benedizione.
A questo punto vorrei salutare di cuore anche i pellegrini slovacchi e gli
ungheresi provenienti dalla Slovacchia.
Saluto cordialmente Mons. Ján Sokol, Arcivescovo di Trnava, Mons. Eduard
Kojnok, Vescovo di Roznava e gli Ausiliari: Mons. Dominik Tóth e Vladimir Filo,
nonché i pellegrini slovacchi che si sono riuniti con i loro fratelli ungheresi
qui a Esztergom. Carissimi, la vostra presenza qui all’antico centro della
Chiesa in Ungheria è un segno visibile della vostra unità di cristiani e della
vicinanza pacifica dei popoli. Pregate uniti perché la carità verso l’altro e
verso gli altri superi tutti gli ostacoli del passato.
Un saluto particolare rivolgo ai fedeli ungheresi provenienti dalla
Slovacchia.
Uniti ai vostri fratelli di questo Paese e ai fratelli slovacchi ringraziamo
assieme in questo centro della fede di Esztergom per la libertà ricuperata
durante gli ultimi anni. La libertà religiosa dia a tutti noi la forza di vivere
un cristianesimo autentico e di ispirare così le società intere affinché esse si
basino su valori cristiani e umani. Dio vi benedica!
6. Cristo vi ha scelti e mandati ad annunciare la sua parola, testimoniando
la fede cristiana tramandata dalla Chiesa.
Vi invia, come agnelli tra i lupi, a rendere presente il mistero della Croce
negli ambienti in cui vivete. Imitate l’entusiasmo missionario di san Gerardo e
Sant’Adalberto!
Chi non resterebbe attonito e quasi smarrito di fronte ad un tale compito?
Chi potrebbe rispettare con coerenza e totale disponibilità ogni esigenza
derivante dal proprio Battesimo? Chi non si scoraggerebbe di fronte a difficoltà
oggettive, quali la scarsità del personale, la vecchiaia, la malattia, la
mancanza di strutture organizzative e delle stesse risorse finanziarie? Chi non
avvertirebbe il disagio di incertezze e perplessità, presenti a volte anche
all’interno delle Chiese, oltre che della società?
Nonostante ciò, io vi dico: non perdetevi d’animo! La constatazione
dei vostri limiti e delle vostre debolezze può diventare un’occasione per
sperimentare la forza di Dio e la straordinaria ricchezza della sua grazia.
Ecco: il Risorto è accanto a voi e rinnova la sua promessa “Non temete!”
(Mt 28, 10). “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro
cuore? Sono proprio io!” (Lc 24, 38-39). Proprio perché Colui che ci
manda è forte e sta con noi possiamo dire con San Paolo. “Quando siamo deboli, è
allora che siamo forti” (cf. 2 Cor 12, 10). Anzi la potenza di Cristo
trionfa nella nostra debolezza (cf. 2 Cor 12, 9).
7. Nei momenti della prova vi sostenga il ricordo degli Apostoli, che
uscirono dal Cenacolo per convertire il mondo! Vi stia dinanzi l’esempio della
prima generazione cristiana! Pietro e Paolo, quando giunsero a Roma, Città
ricca, potente e orgogliosa della propria cultura, non si sentirono forse poveri
ed incapaci di compiere la loro missione? Il loro progetto di instaurarvi il
Regno di Cristo non era forse una pazzia secondo la sapienza di questo mondo? E
che dire dei primi missionari dell’Ungheria, san Gerardo e sant’Adalberto? Non
fu anche la loro un’impresa alla quale s’opponevano difficoltà apparentemente
insuperabili? Eppure, fidando in Dio, essi intrapresero, or sono mille anni,
l’evangelizzazione di questo Paese. Noi siamo ora sulla soglia del terzo
millennio cristiano: a voi la responsabilità e l’onore di essere i missionari di
una Nazione che vuole rinascere per un futuro più felice e più sicuro. Guardate
ai vostri grandi Patroni e, seguendone l’esempio, alzate sui vostri connazionali
la fiaccola della Parola di Dio!
8. “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5,
8).
Ritorniamo ai bordi del lago di Genesaret. Queste parole - inaspettate parole
di Simon Pietro - sono ricche di una grande verità. Esprimono la stessa
convinzione che mosse il centurione romano a pronunciare la frase che ripetiamo
ricevendo la comunione eucaristica: “Signore, io non sono degno che tu entri
sotto il mio tetto” (Mt 8, 8). Esprimono la stessa convinzione, ma in
maniera ancor più commovente, perché Simon Pietro sapeva di non essere degno di
questa comunione, di questo stare accanto al Signore, di questa chiamata.
Cari fratelli e sorelle! Simon Pietro sapeva, aveva consapevolezza. Questa
stessa consapevolezza ci è necessaria per ricevere il dono e la vocazione
che Cristo ci offre: la vocazione cristiana, la vocazione sacerdotale, la
vocazione della totale consacrazione.
Questa consapevolezza - questo “io non sono degno” - è indispensabile,
perché il Signore possa continuare la sua opera di salvezza in noi e attraverso
di noi.
Perché si realizzi la pesca miracolosa. Perché ci abbracci il Mistero del
Regno di Dio. Perché lo Spirito Santo operi in noi con la forza della Croce e
della risurrezione di Cristo.
Questa consapevolezza è necessaria alle persone, ai genitori, alle comunità e
alla società. Essa è necessaria alla antica corona di Santo Stefano, che oggi il
vescovo di Roma saluta con venerazione e gratitudine.
“Il Signore è il mio pastore”.
Amen.
Al termine della Santa Messa celebrata a Esztergom, Giovanni Paolo II,
prima della Benedizione finale, pronuncia il seguente discorso. Ecco le parole
del Papa.
Prima di concludere con la benedizione, vorrei aggiungere che per me è una
grande commozione questa prima visita a Esztergom. E lo voglio esprimere a tutti
i presenti. Vengo in Ungheria, e prima di tutto a Esztergom, da Cracovia, che
era la capitale della Polonia, della mia patria, e là sono rimasti fino ad oggi
e resteranno per sempre i segni di questi legami storici: re Ludovico il Grande
era re di Ungheria e di Polonia, e sua figlia Edwige è venerata come beata e ha
dato veramente un nuovo impulso alla vita del popolo, anzi dei popoli, e alla
vita della Chiesa. Mi rendo conto che venendo qui per la prima volta incontro a
questa realtà che, nonostante sia lontana di sei secoli, è sempre attuale,
sempre viva.
Abbiamo pregato in questa Concelebrazione eucaristica per le vocazioni,
vocazioni nel senso largo, vocazione cristiana di tutti i battezzati, vocazione
sacerdotale e poi vocazione alla vita consacrata dei fratelli e delle sorelle. È
per me una grande gioia vedere nella prima fila nuovi sacerdoti ordinati
quest’anno e auguro queste vocazioni e queste nuove vocazioni sacerdotali alla
vostra Chiesa e alla vostra società cristiana ungherese.
E per ultima cosa, voglio congratularmi con voi per il bel canto che avete
fatto ascoltare durante questa Concelebrazione eucaristica: “qui cantata, bis
ora”.
© Copyright 1991 - Libreria
Editrice Vaticana
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