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VIAGGIO APOSTOLICO IN BRASILE

MESSA PER I FEDELI DELL'ARCIDIOCESI DI CUIABA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Spianata del «Bairro Morada do Ouro» (Cuiaba) - Martedì, 16 ottobre 1991

 

1. “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?”.

Sforziamoci di tenere a mente questa domanda. È molto importante, è decisiva. Appartiene alla parabola del Giudizio Finale, secondo il Vangelo di San Matteo, che abbiamo letto qualche istante fa.

In questa immagine del Giudizio che Cristo, il Figlio dell’uomo, renderà alla fine del mondo (poiché il Padre Gli ha dato la potestà di giudicarlo, in quanto Redentore del mondo), si trova confermata tutta la Buona Novella. Perché “Buona”? Poiché vi si trova espresso il disegno eterno di salvezza dell’uomo. “Dio infatti ha amato in tal modo il mondo da dargli il suo unico Figlio, affinché tutti coloro che credono in lui non periscano ma abbiano la vita eterna” (Gv 3, 16).

Quale è il prezzo della vita eterna? Infinito.

Ma come può l’uomo, essere finito, pagare questo prezzo? Come può salvarsi?

Nella parabola del Giudizio Finale, Cristo dà una risposta: Il prezzo dell’eterna salvezza, che ogni uomo deve pagare, è uno solo: il prezzo dell’amore.

“Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?”, chiedono coloro che durante il giudizio staranno a destra. Il Figlio dell’uomo risponde: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto così a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

2. Il giudizio finale riguarda la fine della storia dell’uomo sulla terra. Al tempo stesso, riflettendo sul Vangelo di Matteo, dobbiamo affermare che tale giudizio si svolge costantemente. Esso continua sempre e dappertutto. Gli uomini, infatti, continuano a fare del bene agli altri, salvando gli altri dalla fame, dando ospitalità, rivestendo, prendendosi cura dei malati e dei carcerati . . . oppure, non fanno nessuna di queste cose: si chiudono in se stessi, nel loro egoismo, nella ricerca della comodità, rimanendo insensibili agli altri e ai loro bisogni.

In un modo o nell’altro, questa divisione fra la “destra” e la “sinistra” evangeliche ed escatologiche si ripete negli uomini, nei vari ambiti e nelle società.

Perciò, la verità sul Giudizio è sempre presente, sempre attuale. Non può essere rimandata a un futuro sconosciuto. Dobbiamo vederla “qui ed ora”. “Qui ed ora” nella vita di tutta la società, “qui ed ora” dal nord al sud del Brasile. Ma anche “qui ed ora” nella vita di ognuno di noi, senza eccezioni. In quella di colui che ora vi parla . . . e in quella di tutti coloro che ascoltano queste parole: questa verità riguarda ognuno di noi!

Al tempo stesso, essa è la condizione essenziale dell’evangelizzazione, vale a dire della Buona Novella della salvezza.

3. Varie volte ho avuto sotto gli occhi, durante i viaggi su questo immenso territorio brasiliano, la bontà di Dio che gli ha donato ricchezze incommensurabili, affinché, utilizzandole, l’uomo e la sua famiglia possano dare gloria al Creatore.

Questi pensieri mi danno ora lo spunto per un’attenta riflessione sui problemi che affliggono tutti, specialmente gli uomini del Mato Grosso: il problema delle migrazioni e quello ecologico.

Qui come in altre regioni del Brasile, il problema del migrante è anzitutto, quello dell’uomo che giunge dagli altri Stati della Federazione o dall’estero, in cerca di migliori condizioni di vita e di lavoro per sé e per la sua famiglia. In genere sogna un pezzo di terra dove stabilirsi, sia in campagna, sia in città. Solo raramente lo troverà. In alcuni casi perché il migrante non possiede le risorse tecniche o finanziarie per iniziare una nuova vita; in altri perché i grandi latifondi, talvolta improduttivi, non gli consentono di ottenere terra da lavorare. In questo modo l’immigrante entra in un circolo vizioso la cui soluzione è difficile.

Non nascondo tutta la mia preoccupazione per le famiglie brasiliane, strappate al loro ambiente, alle loro tradizioni, alla loro vita religiosa comunitaria, esposte alle traversie di viaggi lunghi e difficili. Si sentono insicure nella ricerca del lavoro e impossibilitate a trovare un alloggio, anche modesto, che le protegga. Poiché è ancora agli inizi, l’industria nello Stato non è in grado di assorbire la manodopera, in generale poco o niente affatto qualificata, e si accresce dolorosamente il numero dei disoccupati e di coloro che sono sottoccupati. I bambini sono le grandi vittime di una migrazione incontrollata e crescente, e, assieme alla miseria, proliferano la delinquenza, l’abbandono e il malcostume... Cuiabá, porta dell’Amazzonia, è considerata la meta da tanti emigranti che giungono qui con la speranza di una vita migliore. Ma finiscono per far parte di questo scenario di dolore di fratelli che soffrono, di bambini affamati e sofferenti, vittime di un’immigrazione incontrollata. Tocca agli organismi pubblici e alle organizzazioni comunitarie prendere coscienza di questo serio problema, e adottare misure politiche e sociali sensate, con grande sensibilità umana e generosità.

Il Papa benedice con gioia e con profonda riconoscenza coloro che, superando le barriere del consumismo e dell’indifferenza, si dedicano ad accogliere colui che, in verità, è Cristo stesso pellegrino che passa e chiede un aiuto efficace. Come potrei quindi dimenticare il Centro di Pastorale per i Migranti sostenuto dai Padri Scalabriniani di Cuiabá, che contribuisce, nella misura delle scarse risorse, ad alleviare tanta sofferenza?

Ma, fratelli miei, non posso dimenticare qui un altro tipo di migrante: colui che con risorse proprie giunge al Mato Grosso per sviluppare le sue attività commerciali, industriali, di allevamento e di agricoltura o di servizi in uno Stato che ha, nei fatti, un futuro promettente. Questi migranti sono in qualche maniera le molle del progresso, ma possono esserne anche le vittime, poiché, dedicandosi interamente al lavoro, aspirando a un rapido successo delle loro imprese, senza il conforto e l’appoggio delle loro comunità ecclesiali, abbandonano quella vita religiosa che vivevano nelle loro città natale. Trionfano nella vita d’impresa, ma possono naufragare in quella religiosa, dimenticando i loro doveri verso Dio, che, nella terra di origine, indicavano loro il cammino per la gioia del bene realizzato, di una famiglia ben costituita e fedele, dei figli che crescevano nell’amore verso Dio e i propri genitori.

Indubbiamente, il problema delle migrazioni non è soltanto socioeconomico o politico, ma è anzitutto una sfida alla carità e alla giustizia nel mondo. “Quale che sia la situazione di ciascuno”, come ho detto nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni, “tutti si sentono oggi impegnati in una vasta corrente di partecipazione, riflesso ed esigenza dell’acquisita consapevolezza della propria dignità” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale dell'emigrazione, 5 agosto 1987: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X, 3 (1987) 176). La Chiesa, che conosce la complessità dei vostri problemi, vuole rimanere al vostro fianco affinché la “fede in Cristo abiti nei vostri cuori” (Ef 3, 17). Essa si sforza di alleviare le vostre sofferenze, fatte di umiliazioni e di povertà. Vuole dare alla famiglia cristiana il vero volto della “chiesa domestica”, dove nascono la vita corporea e quella della fede. Perciò ha il dovere di lavorare con impegno e intelligenza, per prevenire e neutralizzare l’azione aggressiva e insidiosa delle sette che, nel loro proselitismo, fanno presa soprattutto sui migranti.

4. L’altro grande problema che coinvolge la società del nostro tempo è la questione ambientale, detta anche ecologica. Tutti conosciamo le cause di questo problema. In occasione della recente pubblicazione dell’Enciclica Centesimus annus, il tema è stato affrontato per mettere in rilievo che “l’uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse della Terra e la sua stessa vita” (Ioannis Pauli PP. II, Centesimus annus, 37). In quell’occasione, ho voluto ricordare che non si “può disporre arbitrariamente della Terra, assoggettandola senza riserve... come se essa non avesse una propria forma e una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire” (Ivi).

Quando si entra in contatto con i problemi ambientali, sia nel bacino amazzonico, sia nel Pantanal del Mato Grosso, si trova conferma di quelle osservazioni, che, purtroppo, non riguardano solo il Brasile, bensì anche altre regioni del pianeta, persino nei paesi sviluppati. Seguo con interesse i preparativi per la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e sullo sviluppo, che si terrà a Rio de Janeiro a giugno dell’anno prossimo. Auspico che, sia nella sua fase preparatoria, sia nel corso dei lavori, le Nazioni lì riunite sappiano “salvaguardare le condizioni morali di un’autentica “ecologia umana”” (Ioannis Pauli PP. II, Centesimus annus, 38). Per il Brasile la protezione ambientale è anzitutto il diritto alla protezione alla vita. Se prendiamo in considerazione gli enormi problemi infrastrutturali dei grandi centri urbani, avremo un’idea delle sfide che si presenteranno al Paese in questo scorcio di secolo.

5. Cari fratelli e sorelle!

“Saluto i 9 sacerdoti di questa terra che lavorano in questo Stato del Mato Grosso e li ringrazio per il loro impegno pastorale verso il Popolo di Dio. Saluto e ringrazio anche il Signor Governatore e le altre Autorità civili e militari. Saluto tutti i presenti e anche tutti coloro che non sono potuti venire e non hanno potuto partecipare di persona a questa Celebrazione Eucaristica”.

È con grande soddisfazione che mi trovo qui a Cuiabá. Il Papa non è venuto, come i pionieri (bandeirantes) del passato e i cercatori di pietre preziose (garimpeiros) di oggi, a cercare dell’oro. Egli si trova in questa città, cuore geografico dell’America Meridionale, per conoscere, benedire e portare la sua parola al popolo buono di questa terra, a coloro che qui sono nati o che, tanto numerosi, vi sono arrivati negli ultimi anni. Ringrazio dell’accoglienza fraterna l’Arcivescovo Mons. Bonifácio Piccinini e i fratelli dell’episcopato del Mato Grosso. Il loro lavoro apostolico prolunga l’opera dei predecessori e dei missionari, venuti da tante parti, che hanno impiantato la Chiesa nelle pianure e nelle foreste di questa regione affascinante, dopo che qui giunse, nel 1801, il primo Vescovo-prelato di Cuiabá, Mons. Luiz de Castro.

6. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8, 32).

San Paolo rivolge questa domanda ai primi cristiani, a uomini che spesso si trovavano a soffrire in mezzo ai più svariati pericoli e alle persecuzioni, giungendo persino a perdere la propria vita.

Tuttavia, risponde l’Apostolo, nulla di tutto ciò può separarci dall’amore di Cristo. Al contrario: “In tutte queste cose usciamo vincitori con la forza di colui che ci ha amati” (Rm 8, 37).

Si tratta veramente di una Buona Novella, anche per quegli uomini di oggi che subiscono ingiustizie, inganni e minacce di morte nella difesa delle cause giuste.

Cosa ci può dividere dall’amore di Dio? Soltanto la nostra mancanza di amore ce ne potrà separare, l’egoismo, l’indifferenza, la mancanza di sensibilità, la cupidigia. Questi sono i nemici della nostra salvezza. Saranno loro a giudicarci davanti al tribunale del Figlio dell’Uomo, e a pronunciare la sentenza contro di noi. Forse in questo momento la stanno pronunciando nella voce interiore della coscienza. Cosa dobbiamo fare davanti a una coscienza sorda e insensibile? Verrà un giorno in cui si farà sentire, quando non potrà più tacere, quando si troverà faccia a faccia con la maestà del Figlio dell’Uomo, del Redentore del mondo, crocifisso e risuscitato.

7. “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8, 31), chiede ancora l’Apostolo. Dio è con noi. Dio vuole la nostra salvezza. Infatti: “non risparmiò il suo stesso Figlio, ma lo consegnò per tutti noi” (Rm 8, 32). In Lui siamo stati scelti. Per suo mezzo siamo stati giustificati, per Gesù Cristo, “che è morto, anzi, risorto, che sta alla destra del Padre e intercede per noi”! (Rm 8, 34).

Quindi . . . chi potrà separarci dall’amore di Cristo, da quell’amore che è Dio? Solo noi. Soltanto la nostra stessa mancanza di amore.

Miei cari fratelli e sorelle!

Che l’amore abbia la meglio in noi. Che esca vittorioso nella nostra vita sociale in tutte le sue dimensioni. Che ciascuno di noi possa udire almeno una volta queste parole del Figlio dell’Uomo: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto così a uno di quei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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