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INAUGURAZIONE DELL'ANNO ACCADEMICO
DELLE UNIVERSITÀ ECCLESIASTICHE ROMANE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica Vaticana  - Venerdì, 25 ottobre 1991

 

1. “Noverim te, noverim me, Domine!” (cf. S. Augustini, Soliloquiorum Liber II, I,1: PL 32,885).

Cerchiamo di riassumere con queste parole di Sant’Agostino ciò che ci suggeriscono le letture dell’odierna liturgia. “Noverim te”!

Quanto siamo sensibili a tutto ciò con cui ci parla il mondo! L’Evangelista mette in evidenza questa sensibilità ai fenomeni della natura: alle nuvole e alla pioggia, al vento e al caldo; all’intero ambiente naturale nel quale l’uomo è immerso. Così è stato nei tempi di San Luca e così è oggi; così era e così sarà, finché esisterà il mondo e l’uomo nel mondo. Aggiungiamo che oggi sul mondo dei fenomeni della natura s’impone il mondo dei prodotti dell’uomo. Nello stesso modo ed insieme diversamente, il mondo prodotto dall’uomo condiziona il “noverim te”.

Ringrazio tutti voi per la partecipazione a questa Eucaristia. Saluto i Cardinali Prefetti delle Congregazioni interessate, i Gran Cancellieri e i Rettori delle Università Ecclesiastiche, degli Atenei e dei Seminari Pontifici. Saluto i Docenti, gli Studenti, i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose e i Laici che prendono parte a questa concelebrazione.

Auguro a tutti voi di iniziare questo nuovo anno con entusiasmo e slancio, che vi permettano di procedere con grande impegno negli studi e di giungere alla piena maturazione nella vostra formazione teologica e spirituale.

2. Nelle parole dell’evangelista Luca Cristo rimprovera gli ascoltatori che sanno giudicare l’aspetto della terra e del cielo e non sanno giudicare questo tempo (Lc 12, 56). Manca loro il discernimento della mente e del cuore per scoprire dietro i fenomeni, dietro la sovrabbondanza dei fenomeni la realtà divina. Questa realtà va oltre i fenomeni, è sopratemporale, è una trascendenza assoluta, eppure attraversa il tempo delle creature, entra nel tempo dell’uomo. Il tempo dell’uomo implica in sé il “kairósdivino: il “noverim te”!

È, questo, un invito sempre attuale. Lo sia soprattutto alla soglia del nuovo anno accademico di fronte al quale si trovano tutti gli Atenei di Roma e anche di tanti altri luoghi del mondo.

Noverim te”!

Si comunichi e si dilati, cari Professori e Studenti, il fervore interiore di questa invocazione agostiniana. Non c’è stata, non c’è e non ci sarà mai un’aspirazione dello spirito umano più alta di questa. Attraverso il mondo, conosciuto sempre meglio dall’uomo, parla l’Eterna Sapienza che è una sola cosa con l’Onnipotenza. Questa Sapienza si manifesta nelle creature, nell’universo. Le creature rivolgono l’intelletto umano verso il Creatore, purché l’uomo non manchi del discernimento di cui parla Cristo.

Oggi chiediamo a Dio tale discernimento per saper cogliere i segni di Dio nel creato. Anzi, preghiamo per avere l’apertura della mente e del cuore alla parola di Dio: a questo Verbo che “è presso Dio”, al Verbo che è Dio (cf. Gv 1, 2.1), al “Verbo che si è fatto carne” (Gv 1, 14) per introdurci nel mistero imperscrutabile del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, di Dio che è Amore. Preghiamo affinché il nuovo anno fruttifichi con una tale conoscenza, che è partecipazione alla parola di Dio; che è, perciò, “teologia”.

3. “Noverim me”!

“In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo... Cristo, che è il nuovo Adamo . . . svela . . . pienamente l’uomo all’uomo e gli fa conoscere la sua altissima vocazione” (Gaudium et spes, 22).

L’uomo comprende se stesso nello specchio delle opere e delle parole di Cristo, nello specchio della croce e della risurrezione. L’uomo comprende se stesso nella vocazione, di cui è diventato partecipe in Cristo.

Occorre che si risvegli in noi, continuamente, una particolare passione per questa conoscenza, per l’autoconoscenza in Cristo.

A tale passione rende testimonianza l’apostolo Paolo nelle parole della Lettera ai Romani che leggiamo oggi: “Io so, infatti, che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato” (Rm 7, 8.22-23).

Tale è il “noverim me” di Paolo nel momento in cui rientra nella profondità del proprio spirito. Se questa diagnosi del proprio intimo non sfocia nella disperazione è perché l’Apostolo non si ferma alla psicanalisi. Il “noverim me è, nello stesso tempo, una scoperta di Cristo, Redentore dell’uomo. In Lui la profonda liberazione dal peccato è unita alla vocazione, all’adozione a figli nello Spirito Santo. Questo è il tema su cui si sono incentrati i giovani di tutto il mondo durante il loro incontro mondiale di quest’anno a Czestochowa.

4. La nostra odierna preghiera affonda le sue radici nella liturgia. Ci siamo riuniti qui per invocare: “Veni, Creator Spiritus”!

Il “luogo”, in cui questo grido diventa più pieno, è l’Eucaristia.

Lo Spirito Santo viene sempre nella potenza del sacrificio redentore di Cristo. Lo Spirito di Verità.

È necessario che Egli penetri costantemente il “noverim” di Sant’Agostino.

“Noverim te - noverim me, Domine”!

È necessario che Egli sia la Guida delle nostre anime e dei nostri cuori, dei nostri studi, delle nostre lotte, nonostante la nostra debolezza, per conseguire la forma divina della nostra umanità:

“mentes tuorum visita,
imple superna gratia,
quae tu creasti pectora”.
Amen!

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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