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SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI
APOSTOLI PIETRO E PAOLO
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Lunedì, 29 giugno 1992
1. “Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza” (2 Tm 4,
17). Così scrive Paolo di Tarso a Timoteo, suo discepolo. Vicino ormai alla
fine della sua vita, l’Apostolo fa questa confidenza che risale al lontano
passato. Quando il Signore gli è stato vicino? Come è avvenuto questo? Tutti
ricordiamo - soprattutto oggi - l’evento che ebbe luogo presso le mura di
Damasco. Giustamente Saulo di Tarso - quello di un tempo - si definiva come
“il più piccolo” e l’“infimo” tra i chiamati da Cristo. Giustamente dichiarava
che non era degno neppure di essere qualificato apostolo, perché aveva
perseguitato la Chiesa di Dio (cf. 1 Cor 15, 9). Umanamente parlando,
era uno che aveva voluto distruggere l’opera di Cristo. Tuttavia, il Signore
stesso l’aveva distolto da questo proposito, e l’aveva trasformato; Egli
stesso aveva trasformato il persecutore in un Apostolo, nell’Apostolo, in
certo senso, “più grande”, dal punto di vista dello zelo per il Vangelo e
dell’ampiezza dell’opera di evangelizzazione compiuta: “Il Signore . . . mi ha
dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e
potessero sentirlo tutti i Gentili” (2 Tm 4, 17). In queste parole vive
la Chiesa universale, cioè “cattolica”, secondo il mandato di Cristo: “Andate
dunque e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28, 19).
2. “Il Signore però mi è stato vicino”. Nel momento in cui era vicino a
Saulo sulla via verso Damasco, Cristo era già assiso “alla destra del Padre”:
era il Signore risorto. Era lì per intervenire a favore della Chiesa, che è il
suo Corpo. Diceva, appunto, a Saulo: “perché mi perseguiti?” (At 9, 4).
Saulo pensava di perseguitare Pietro e i discepoli di Gesù, che - secondo lui
- erano apostati dalla Legge e, oltre a seguire una strada sbagliata,
cercavano di portare all’errore anche gli altri. In realtà, in loro egli
perseguitava Cristo stesso. Pensava di perseguitare persone che forse
conosceva per nome, così come Stefano, che era stato condannato alla
lapidazione con l’accusa di bestemmia. Saulo aveva approvato la sua crudele
condanna e aveva partecipato all’esecuzione del Diacono, che era morto
dicendo: “Ecco io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla
destra di Dio . . . Signore, non imputar loro questo peccato!” (At 7,
56. 60). Poteva Saulo intuire in quel momento che le parole pronunciate da
Stefano sarebbero valse anche per lui? Poteva prevedere che era vicino ormai
il giorno in cui egli stesso avrebbe contemplato Gesù risorto per la potenza
di Dio, lo avrebbe contemplato con gli occhi abbagliati dalla forza della luce
promanante da Lui.
3. “Il Signore mi è stato vicino”. Queste parole ci conducono nel cuore
della storia di entrambi gli Apostoli: Pietro e Paolo, che la Chiesa venera
oggi a Roma e in tutto il mondo. Molte volte ancora, più tardi, il Signore si
sarebbe avvicinato a Paolo sulle sue strade, prima del giorno in cui anch’egli
avrebbe dato la vita sotto la spada: la spada, non la croce, essendo egli
cittadino romano. Molte volte il Signore si sarebbe avvicinato a Pietro sulle
sue strade, a quel Pietro che prima si chiamava Simone ed era pescatore,
figlio di Giona di Galilea e fratello di Andrea. Era stato Andrea a condurlo
per la prima volta a Gesù (dopo il battesimo nel fiume Giordano), e già
durante quel primo incontro Cristo gli aveva cambiato il nome: “Ti chiamerai
Cefa (che vuol dire Pietro)” (Gv 1, 42). E da quel momento il Maestro
lo aveva chiamato così, ma il significato di quel nuovo nome si sarebbe
chiarito più tardi, nei dintorni di Cesarea di Filippo, quando Gesù gli disse:
“Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,
18). Questa Chiesa cresce appunto dalla fede nel Vangelo portato prima dagli
Apostoli, poi dai loro discepoli - e in seguito dalle generazioni dei loro
successori - a nazioni e popoli sempre più lontani, fino ai confini della
terra. Questa Chiesa ha oltrepassato le frontiere d’Israele e le frontiere
dell’Antica Alleanza. È stata questa, appunto, l’opera pionieristica di Paolo,
Apostolo dei Gentili. Ma il primo passo in questa direzione fu fatto da
Pietro, che battezzò il centurione romano di nome Cornelio.
4. “Il Signore mi è stato vicino . . .”. Quante volte il Signore stette
vicino a Pietro da quel momento in cui lo chiamò e gli cambiò il nome! In
varie occasioni Gesù lo pose in evidenza tra gli altri Apostoli, ma al tempo
stesso lo ammonì e lo rimproverò severamente. Tutti ricordiamo entrambi gli
atteggiamenti. Ricordiamo anzitutto il rinnegamento di Pietro e lo sguardo di
Cristo, che suscitò nell’Apostolo lacrime amare di contrizione. E poi quel
colloquio sulla riva del lago di Tiberiade, quando il Risorto concesse a
Pietro di professare per tre volte il suo amore, confermandogli anche per tre
volte il mandato apostolico. Il Buon Pastore disse all’Apostolo convertito:
“Pasci i miei agnelli . . . Pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 15-17). E
aggiunse: “Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove
volevi; ma quando sarai vecchio . . . un altro ti cingerà la veste e ti
porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli
avrebbe glorificato Dio” (Gv 21, 18-19). Quel momento non era ancora
arrivato, quando Pietro fu imprigionato da Erode in Gerusalemme, quando si
stava preparando per lui la sentenza di morte. Allora ancora una volta “il
Signore gli fu vicino” e lo strappò dalle mani di Erode e da tutto ciò che si
attendeva il popolo (cf. At 12, 11). Quel momento doveva giungere molti
anni più tardi, e non in Gerusalemme, ma a Roma sotto l’imperatore Nerone.
Proprio oggi è il giorno in cui la Chiesa celebra la memoria annuale del suo
martirio, del martirio di entrambi gli Apostoli: Pietro e Paolo.
5. “Il Signore è stato vicino a loro . . . e ha dato loro la forza, li ha
accolti nel suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli” (cf. 2
Tm 4, 17. 18). Come è stato vicino a Pietro e a Paolo conducendoli con la
sua forza fino al martirio, così il Signore guida anche oggi la sua Chiesa sui
sentieri della santità e dell’apostolato. Consci di tale perdurante vicinanza,
quanti siamo oggi raccolti in questa Patriarcale Basilica invochiamo dal
Maestro divino rinnovato vigore spirituale e fedeltà soprattutto per voi,
venerati Arcivescovi Metropoliti recentemente nominati, che riceverete
nell’odierna solennità il sacro Pallio. L’antico rito del conferimento del
Pallio presso la Tomba del Principe degli Apostoli sottolinea, oltre che la
giurisdizione, il vincolo di stretta comunione che lega ciascuno di voi al
Successore di Pietro, principio e fondamento visibile dell’unità di tutta la
Chiesa.
Auspico, venerati fratelli nell’Episcopato, che così espressivo segno di
unità e di amore renda in ciascuno più viva l’adesione a Cristo, il quale
chiama i suoi discepoli a proclamare il Vangelo a tutte le genti. Possa
l’amore di Dio alimentare la vostra dedizione apostolica, sostenendo il vostro
quotidiano impegno a servizio del gregge che vi è affidato. Sono poi lieto, in
questo clima di spirituale comunione, di rivolgere il mio affettuoso saluto ai
membri della Delegazione inviata dal Patriarca ecumenico, Sua Santità
Bartolomeo I, e guidata dal Metropolita del Nord e Sud America, Sua Eminenza
Iakovos. Prego il Signore perché il rinnovarsi di questi incontri fraterni
accresca la reciproca fiducia e stima tra la Chiesa di Roma e il Patriarcato
ecumenico di Costantinopoli e affretti il compimento della piena comunione,
secondo l’ardente desiderio del Redentore.
6. Si realizzi presto la piena unità dei Cristiani, affinché nel mondo
risplenda in tutto il suo fulgore la testimonianza della Chiesa nata dalla
morte di Cristo sulla Croce. Della Chiesa che dura nei secoli e che è nata in
qualche modo anche dalla morte di Pietro e di Paolo, quando i due Apostoli
furono chiamati a completare quello che mancava ai patimenti di Cristo nella
loro carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa: sì, proprio la Chiesa (cf.
Col 1, 24). La Chiesa è rimasta ed esiste. Esiste e vive di ciò che ha
rivelato il Padre: “Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre
mio che sta nei cieli” (Mt 16, 17). La Chiesa, contro la quale gli
inferi non prevarranno (cf. Mt 16, 18). La Chiesa, che ha le chiavi del
Regno dei cieli: Tutto ciò che essa legherà sulla terra sarà legato nei cieli,
e tutto ciò che scioglierà sulla terra sarà sciolto nei cieli (cf. Mt
16, 19). Nel giorno in cui la liturgia rende presente la morte degli Apostoli
Pietro e Paolo - rivolgiamo il nostro sguardo di fede alla Chiesa.
E ringraziamo per la Vita che è diventata la luce degli uomini. Questa luce
splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta (cf. Gv 1, 4-5).
© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana
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