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MESSA «IN NOCTE
SANCTA»
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Basilica
Vaticana - Giovedì, 24 dicembre 1992
1. “Gloria a Dio nel più alto dei cieli / e pace in terra agli uomini che
egli ama” (Lc 2, 14).
Ecco la notte che abbiamo atteso tutto l’anno. In questa notte si compiono le
parole del Profeta Isaia sulle tenebre e sulla luce: “Su coloro che abitavano
in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9, 1).
Quella luce
squarciò la notte che era calata su Betlemme di Giudea. Grazie alla luce di
quella notte, gli uomini si trovarono immersi in uno straordinario chiarore:
furono innanzitutto degli uomini semplici, i pastori che facevano la guardia
al loro gregge. Nel loro animo rifulse la luce. Non solo intorno a loro c’era
la luce, ma anche dentro di loro. La luce annunciata da Isaia era entrata
nei loro cuori. In quella luce era presente Dio stesso. Era una luce di
Teofania. Come una volta Abramo, Mosè e i Profeti, così ora anch’essi si
trovavano entro il raggio della luce di Dio, che li aveva svegliati nella notte
- e li aveva spinti a mettersi in cammino verso Betlemme: “Oggi vi è nato
nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc
2, 11).
2. Non dentro la città, ma fuori di essa. Il luogo della nascita del Salvatore
era avvolto nelle tenebre di quella notte. I pastori erano stati preavvisati:
“Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc
2, 12). È possibile? Perché il Salvatore del mondo viene ai suoi in un simile
modo? Perché, pur avendo fatto capire ai suoi fin dall’inizio che sarebbe
venuto, i suoi non l’hanno accolto? Così è stato, infatti, già in Betlemme.
I pastori furono avvolti da una luce dall’alto. Quando si trovarono di fronte al
bambino appena nato, capirono di essere arrivati al centro di una Teofania.
La stessa certezza dimostreranno più tardi anche i Re Magi venuti dall’Oriente,
quando si troveranno alla soglia della capanna. Anch’essi, come i pastori,
entrano nel raggio della luce divina che è venuta nel mondo. Su quella
luce le tenebre non hanno prevalso (cf. Gv 1, 5). E non prevarranno. Come
nella notte di Betlemme, né le tenebre dell’indigenza, né lo squallore
dell’abbandono e dell’umiliazione hanno potuto soffocare la Luce del Mistero
Divino. Ecco, il Verbo si è fatto carne.
3. Come più tardi i Magi dell’Oriente, così in quella notte i pastori di
Betlemme attuano in sé le parole del Profeta sul popolo - sul popolo dell’Antica
Alleanza, da cui doveva nascere il Messia, il Salvatore del mondo:
Ecco,
“il popolo che camminava nelle tenebre / vide una grande luce” (Is 9,
1). La salvezza del mondo ha la sua fonte in Dio stesso, e il suo inizio
temporale proprio qui, in mezzo a questo popolo eletto. Da qui essa deve
diffondersi su tutta la terra. Ecco, “il popolo che camminava nelle tenebre”
vedrà una grande luce. Tra tante nazioni e popoli in tutto il globo
terrestre, un unico popolo di Dio. Lo spazio della Nascita di Dio, che
all’inizio ha avvolto di luce i campi di Betlemme, oggi si trova in innumerevoli
luoghi della terra. Dovunque si celebra, a mezzanotte, questa liturgia piena
di gioia, si rinnova e si fa presente il Mistero di cui, quella notte, i pastori
divennero partecipi, presso Betlemme, città di Davide: “Hai moltiplicato la
gioia / hai aumentato la letizia” (Is 9, 2).
4. Questa letizia è più forte della povertà e della miseria. La conoscono
anche i “poveri in spirito”. Come allora i pastori di Betlemme così, attraverso
i secoli e le generazioni, tanti e tanti uomini di “buona volontà”. Da dove
scaturisce questa letizia? Non scaturisce forse dal fatto che la nascita “da una
donna” (Gal 4, 4) del Figlio consustanziale al Padre dà a tutti la
certezza dell’amore di Dio? Può esservi forse una dimostrazione più
convincente del fatto che Dio ama l’uomo, che ha trovato negli uomini la sua
compiacenza? Può esservi una verifica ancora più evidente? Ecco qui, colui che
è.
Ecco, colui che è - non nel roveto ardente, non nei tuoni e nei fulmini, come
sul monte Sinai. Ecco, colui che è come uno di noi: come Uomo . . . come
un Bambino appena nato dalla Vergine Madre. Affidato alla premura di Maria e di
Giuseppe. Ecco, Egli è colui che è.
5. “Natus est nobis . . .”.
Lo spazio della Teofania di Betlemme si compie fino ai confini della creazione.
Anzi, li oltrepassa. Abbraccia la terra e, al tempo stesso, sale a quelle
altezze che sono colme della gloria di Dio.
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli” (Lc 2, 14).
Quel Dio che ha amato il mondo - lo ha amato fino a dare il proprio Figlio per
la salvezza dell’uomo - rivela agli uomini la pace: “Vi lascio la pace, vi do
la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14, 27).
Come è difficile per il mondo assicurare la pace all’uomo - agli uomini, alle
nazioni, alle epoche storiche!
“Io la do a voi . . .”: pace sulla terra agli uomini di buona volontà!
Ma può veramente prevalere la pace sulla terra, quando manca la buona volontà,
quando agli uomini non importa se Dio li ama?
Questa notte, la Chiesa guarda a Te, Gesù Cristo, che sei il Dio Forte e
il principe della Pace - e Ti domanda la pace per tutta l’umanità
redenta. Questa pace è il tuo Nome.
Erit Iste Pax!
© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana
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