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CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di San Pietro - Domenica, 12 giugno 1994

 

1. La Basilica di S. Pietro accoglie voi, carissimi giovani, che tra poco sarete sposi novelli. Siete giunti da Paesi di diversi Continenti. In voi la Chiesa vede tutti gli sposi novelli che nell’Anno della Famiglia hanno già celebrato, o celebreranno, il sacramento del matrimonio. Il Vescovo di Roma, benedicendo le vostre unioni, desidera farsi spiritualmente vicino a ciascuna delle coppie che, in qualunque parte del mondo, si promettono amore e fedeltà coniugale fino alla morte. Questo è un grande sacramento, un “grande mistero” in Cristo e nella Chiesa, come afferma l’apostolo Paolo (cf. Ef 5, 32). Voi stessi lo celebrate. Voi ne siete i ministri.

La partecipazione al sacerdozio di Cristo, che vi è propria per mezzo del Battesimo, in questo sacramento si esprime in modo particolare. Dopo aver pronunciato le parole del consenso matrimoniale, vi scambierete le fedi che il Celebrante ha benedetto. Esse sono il simbolo del legame che da oggi vi unirà. È un legame gioioso, perché proviene dal reciproco amore; è, al tempo stesso, un legame impegnativo, perché vi assumete una mutua responsabilità: lo sposo per la sposa, la sposa per lo sposo e, insieme, la responsabilità per i figli che dalla vostra unione nasceranno.

2. Abbiamo ascoltato poc’anzi il brano del libro della Genesi. Fin dall’inizio la Sacra Scrittura parla dell’istituzione del matrimonio da parte del Creatore. Dio creò l’uomo a propria immagine e somiglianza, lo creò maschio e femmina (cf. Gen 1, 27), conferendo così ad entrambi la dignità di persona, e contemporaneamente indicando loro la via alla comunione ed all’unione. Per questa originaria comunione l’uomo lascia suo padre e sua madre e si unisce alla propria moglie così strettamente, da formare con lei una sola carne (cf. Gen 2, 24).

Nel matrimonio l’uomo e la donna trovano la loro comune vocazione: ciascuno di essi vi si può realizzare. L’uomo infatti non può ritrovarsi pienamente, se non mediante il dono sincero di sé (cf. Gaudium et spes, 24). Ho ricordato questa fondamentale verità nella Lettera alle famiglie (cf. n. 11), ed oggi la ricordo a voi, carissimi, che state per diventare l’uno per l’altra un dono del Signore, mediante il sacramento del matrimonio. Lo diventerete nella specifica forma dell’unione coniugale, all’interno della quale sgorga la vita di nuovi esseri umani. Il donare la vita rende l’uomo - maschio e femmina - simile al Creatore, poiché realizza una sua vera partecipazione alla potenza creatrice di Dio.

3. Oggi, il Signore vi ha parlato anche mediante la Lettera di San Paolo agli Efesini: “Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi: offrendosi a Dio in sacrificio” (Ef 5, 2). Che cosa vuol dire camminare nella carità? Vuol dire tenere davanti agli occhi il mistero di Cristo, nel quale Dio ha amato ciascuno di noi: ci ha amato fino alla morte. Con il suo sacrificio ci ha rivelato l’amore perfetto, dal quale possiamo incessantemente attingere energie nuove per alimentare il nostro amore.

E che cosa è questo cammino dell’amore sul quale ci chiama l’Apostolo? Esso si manifesta nel timore di Dio. E ciò è ben comprensibile. Vi trovate infatti davanti al vostro futuro, di fronte ad un grande compito, al cospetto della santità di Dio stesso, Creatore e Padre. Vi presentate davanti a Lui con tutta la debolezza umana, ma anche ricolmi di una grande buona volontà. Che il timore di Dio vi aiuti ad essere sottomessi reciprocamente, servendovi a vicenda e insieme servendo i figli. In un tale servizio infatti si esprime la dignità dell’uomo: servire vuol dire regnare (cf. Lumen gentium, 36).

L’Apostolo rivolge la maggior parte della sua esortazione ai mariti. Sono essi per primi a dover amare le proprie mogli, a dover essere premurosi verso di loro, amandole come se stessi. Anche questo si comprende bene, poiché nel matrimonio la donna si assume la peculiare fatica della maternità. Perciò il marito dovrebbe essere particolarmente sensibile ai bisogni del cuore di lei, premuroso per la sua anima e per il suo corpo: è lei infatti la madre dei suoi figli. Non può essere abbandonata nella sua maternità. Il marito deve sottolineare costantemente: questo è “nostro figlio”. Come potrebbe non nutrire gratitudine verso la moglie che gli ha concesso la grazia della paternità?

4. Nel Vangelo sono risuonate alcune espressioni del Signore nel “discorso della montagna”, che meritano di essere meditate. Gesù vi ha parlato dell’edificazione di una casa e della necessità che questa casa sia costruita su solide fondamenta; se edificata sulla sabbia, infatti, non reggerebbe alla prova del tempo. Oggi, voi, cari fidanzati, state ponendo il giusto fondamento per l’edificio della vostra vita comune. Tale fondamento è il sacramento del matrimonio, che, progettato dal Creatore fin dal principio della storia dell’uomo, è stato istituito da Cristo, con gli altri sacramenti della Nuova Alleanza, mediante il sacrificio pasquale.

Con la grazia del matrimonio cristiano, i coniugi possono edificare con fiducia e speranza la casa della loro vita insieme, possono introdurvi i loro figli, perché essi apprendano dai genitori che cosa vuol dire essere uomini e donne ed imparino a vivere pienamente la loro dignità umana e cristiana.

La famiglia è chiamata, per sua natura, ad essere il primo ambiente educativo del bambino. I doveri dell’educazione sono prioritari e preminenti. Ad educare sono i genitori, e per loro mezzo è Cristo stesso che educa. Educando i figli, in realtà essi educano anche se stessi. Imparano che cosa è l’amore responsabile. Coltivando il terreno dei giovani cuori dei figli, approfondiscono al tempo stesso la formazione dei loro propri cuori. Anche per questo oggi la Chiesa invoca lo Spirito Santo con le Parole: “Veni Creator Spiritus”, affinché Egli, artefice di ogni bene e fonte di ogni santità, visiti i vostri cuori e vi aiuti a formare la Chiesa domestica, frutto del sacramento del matrimonio.

5. In questo giorno di festa, carissimi, la Chiesa vi augura la felicità; quella felicità che viene dalla famiglia, dal reciproco amore, dalla paternità e maternità, e dall’educazione dei figli. È una felicità esigente, ma quando si affrontano con fede e con amore le fatiche della vita in famiglia, è veramente una grande felicità. La Chiesa prega Iddio affinché vi venga concessa tale felicità lungo il cammino della vostra vocazione, così che possiate anche irradiarla sugli altri, diventando apostoli del “vangelo della famiglia”. La Chiesa vi augura infine quella felicità che l’uomo trova definitivamente in Dio stesso. Possano l’amore e l’onestà coniugale portare voi e i vostri figli all’unione con Dio che è amore. Amen!

 

© Copyright 1994 - Libreria Editrice Vaticana

 

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