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OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Prato di Sant'Orso a Cogne (Valle d'Aosta) - Domenica, 21 agosto 1994

 

1. “Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode” (Sal 33, 2).

Le parole del Salmista ben esprimono il nostro stupore e la nostra lode al Creatore di fronte al magnifico scenario delle montagne che ci circondano. La celebrazione dell’Eucarestia in una località così suggestiva parla della maestà e della bontà del Signore. Essa costituisce per tutti un pressante invito ad accogliere la Parola di Dio poc’anzi proclamata per conformare ad essa la nostra quotidiana esistenza.

San Giovanni, nell’odierno brano evangelico, al termine del discorso di Gesù sul “pane della vita” (cf. Gv 6, 35), così prosegue: “molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?””. E aggiunge con una nota di tristezza: “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6, 60.66). In realtà il Vangelo è esigente ed impegnativo. Di fronte al rifiuto Gesù, però, non scende a compromessi. Richiama ciascuno alle proprie responsabilità chiedendo: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita” (Gv 6, 61-63). Queste parole mettono in risalto il carattere soprannaturale della Rivelazione di Cristo: mediante la fede e l’ascolto della sua parola, gli uomini sono esortati ad incontrarsi personalmente con il Verbo incarnato, con il Messia atteso, l’unico mediatore fra Dio e l’umanità.

2. L’accoglienza della fede porta con sé riflessi immediati nel comportamento morale del credente: non v’è dubbio che seguire Cristo non è impresa facile. L’etica cristiana indica infatti una strada ardua, invita ad entrare per la porta stretta, l’unica però che conduce alla vera vita.

Il testo della lettera agli Efesini, proposto dalla liturgia di questa ventunesima domenica del tempo ordinario, illustra, ad esempio, quale deve essere il modo di comportarsi dei cristiani nel campo specifico della famiglia. L’apostolo Paolo sottolinea l’amore reciproco fra marito e moglie, uniti non da una semplice promessa di fedeltà, ma da un vincolo indissolubile elevato a sacramento, segno dell’unione di Cristo con la sua Chiesa. Addita poi come ideale della vita familiare la ricerca della propria reciproca edificazione spirituale e la santificazione, sì che la famiglia possa risplendere come “chiesa domestica”. Si tratta certo di un ideale alto e difficile che richiede una continua risposta di fede illuminata, profonda e convinta. Uno sforzo da rinnovare ogni giorno.

3. “Anche noi vogliamo servire il Signore, perché Egli è il nostro Dio” (Gs 24, 18).

La prima lettura ci ha ricordato poco fa come gli Ebrei, al momento di entrare nella terra promessa, professarono con fermezza la loro fede nel Signore. Con altrettanta convinzione, anche noi siamo chiamati a dare testimonianza della nostra fede di fronte al mondo.

Viene spontaneo sottolineare quest’esigente vocazione cristiana a seguire il Vangelo, considerando la vita di Sant’Orso, patrono della chiesa parrocchiale di Cogne. Zelante e mansueto sacerdote di Aosta, Sant’Orso visse nell’ottavo secolo e perfezionò l’opera di evangelizzazione intrapresa in queste valli da San Besso, soldato della legione Tebea, martirizzato sui monti circostanti.

Il culto di Sant’Orso, già molto diffuso alla fine del secolo undecimo, è stato sempre particolarmente vivo in Valle d’Aosta ed in diverse località del Piemonte, del Vallese e della Savoia, onorato da varie cappelle e collegato a numerosi prodigi. I vostri antenati furono suoi fedeli devoti. Ed anche voi, carissimi Fratelli e Sorelle, dovete essere i continuatori dell’opera evangelizzatrice da lui intrapresa. Sappiate, pertanto, come lui incarnare il Vangelo nella vostra vita. Siate come lui ardenti di carità ed artefici di pace. Siate testimoni di Cristo.

E si dovrebbe forse aggiungere ancora un’altra persona collegata con la Valle d’Aosta, con Aosta stessa, con la città d’Aosta. È Sant’Anselmo. Sant’Anselmo grande teologo, grande Dottore della Chiesa. Rimane sempre memorabile la sua opera in cui egli si chiede: “Cur Deus homo?” (Perché Iddio si è fatto uomo?). Così abbiamo da un soldato romano, San Besso, attraverso un missionario, Sant’Orso, un grande teologo e Dottore della Chiesa, Sant’Anselmo: quasi tre gradi, quasi tre tappe che ci dicono tanto in questa giornata splendida, quando ci incontriamo qui sulla porta del Gran Paradiso. Tutti loro ci hanno veramente, in modo diverso, mostrato la porta del Paradiso, hanno saputo attraversare questa porta. Non solamente, essi hanno saputo portare con sé i valdostani dei vari secoli”.

4. Da quest’ampio spiazzo, comunemente chiamato “Prato Sant’Orso”, lo sguardo si allarga sullo stupendo panorama delle montagne circostanti, ed il pensiero va a tutti gli abitanti di Cogne e dei centri vicini, che ringrazio per la loro squisita accoglienza.

Ringrazio anzitutto il Vescovo di Aosta, Mons. Ovidio Lari, e gli altri Presuli della Regione; ringrazio il Vescovo d’Aosta per avermi ricordato un’altra montagna, quella del Carmelo, su cui ho studiato e meditato molto negli anni passati, ma anche sempre durante tutta la vita; saluto il Parroco di Cogne, i sacerdoti, i religiosi e le religiose qui presenti. Saluto il Signor Sindaco e le Autorità amministrative, politiche e militari che non hanno voluto mancare alla nostra solenne liturgia; rivolgo poi un caloroso pensiero ai villeggianti, ai turisti ed a quanti sono ospiti di queste meravigliose località. E ringrazio la Provvidenza, ringrazio voi tutti per avermi accolto anche nella vostra comunità valdostana e turistica. E poi i villeggianti che passano qui le ferie e le vacanze tra questi monti, tra questa bellezza stupenda, straordinaria, che ci fa pensare a Dio.

Dinanzi a noi si staglia il maestoso ghiacciaio della “Tribolazione” che, facendo parte del Gran Paradiso, richiama spontaneamente l’immagine evangelica della strada aspra e stretta che bisogna percorrere per raggiungere l’eterna felicità (cf. Mt 7, 13-14).

La fatica e l’impegno del salire in alto, ecco la salita del monte Carmelo, le ardue conquiste della vetta sono, come si esprimeva il mio grande predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, “una formidabile scuola di maturazione di forti personalità umane” ed anche un “valido sussidio per una vera e autentica formazione cristiana”. Infatti, scrive il Papa, “nel silenzio immenso della montagna, davanti alla maestà possente di quelle vallate che via via si inseguono e s’innalzano fino ai picchi aerei e solitari [...] l’uomo si sente piccolo, umile, buono, si abilita a valutarsi quale realmente è, creatura minuscola davanti alla onnipotenza di Dio, santo e tremendo, ma Padre buono e provvidente, che si è chinato su di noi per farne i suoi figli” (Insegnamenti di Paolo VI, XI [1973] 94). E così ci insegna Paolo VI che la montagna ci ispira la visione di Dio creatore, ed anche ci ispira la conoscenza più profonda della creatura, di tutte le creature, e soprattutto di questa creatura che è l’uomo. Sì, noi arriviamo qui per acquistare una più profonda conoscenza di noi stessi. Questa altezza dei monti ci parla anche della profondità dell’essere umano, ci permette di scoprire le profondità del nostro essere uomini e donne.

5. Questo luogo incantevole conserva poi il ricordo di un giovane credente del nostro secolo, Pier Giorgio Frassati, che ho avuto la gioia di proclamare “Beato” il 20 maggio 1990. Egli era solito frequentare la cittadina di Cogne. Esplorava con ardimento le vette che le fanno corona, ed aveva fatto di ogni scalata sulle montagne un itinerario che accompagnava quello ascetico e spirituale, una scuola di preghiera e di adorazione, un impegno di disciplina ed elevazione. Confessava agli amici: “ogni giorno che passa mi innamoro perdutamente della montagna”. E continuava: “Desidero sempre più scalare i monti, guadagnare le punte più ardite, provare quella gioia pura che solo in montagna si ha” (F. Antonioli-R. Falciola-A. Labanca, Pier Giorgio Frassati, Roma 1985, pp. 118-119).

6. Carissimi Fratelli e Sorelle, come San Besso e Sant’Orso, il beato Pier Giorgio ha saputo unire al generoso servizio al Signore ed ai fratelli l’ammirazione per l’armonia del creato. E ci è tanto necessaria questa ammirazione del Creato, ammirazione dell’opera di Dio. Attraverso questa ammirazione del Creato, l’ammirazione di Dio stesso; attraverso l’ammirazione del visibile, l’ammirazione dell’invisibile. Sia questo nostro coetaneo, quasi, Pier Giorgio, sia egli di esempio a quanti vi abitano e a coloro che si recano in montagna per un periodo di meritato riposo specialmente per i giovani, giovane per i giovani. Davanti a così straordinario spettacolo della natura viene spontaneo elevare il cuore verso il cielo, come il giovane Frassati amava spesso fare.

E ritornano sulle labbra le parole del Salmo “Benedirò il Signore in ogni tempo”. Sì, Signore, ti benediciamo in ogni tempo, ti lodiamo per tutte le tue creature, esaltiamo insieme il tuo nome. Gloria a te per sempre.

Gloria a te per sempre, Dio onnipotente, Dio misericordioso, Dio creatore, Dio redentore, Dio Spirito Santo che ci vivifichi, Dio presente in ogni tua creatura, Dio trascendente, così lontano e così vicino nella tua creatura, nei cuori di tutti noi. Amen. Sia lodato Gesù Cristo!

 

© Copyright 1994 - Libreria Editrice Vaticana

 

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