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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SANTA GIOVANNA ANTIDA THOURET

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 12 marzo 1995

 

1. “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” (Mt 17, 9).

Con queste parole termina il Vangelo della Trasfigurazione del Signore, che si legge nella seconda domenica di Quaresima. La trasfigurazione è un evento singolare nella vita di Gesù. Proprio durante la preghiera sul Monte Tabor Cristo viene glorificato dal Padre. È uno dei pochi momenti del Vangelo in cui parla il Padre stesso. Di solito Gesù parla al Padre, oppure a Lui si rivolge; invece in questo caso è il Padre stesso a parlare, come era avvenuto in occasione del battesimo presso il Giordano: “E dalla nube uscì una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo»” (Lc 9, 35).

Nel brano evangelico, poc’anzi proclamato, contemporaneamente alla voce del Padre avviene una singolare trasformazione esteriore, quasi un’“estasi” del tutto particolare: il volto di Gesù cambia d’aspetto e la sua veste diventa candida e sfolgorante. In tal modo il Signore è avvolto anche esteriormente dalla luce e dalla potenza stessa di Dio. A tutto ciò si accompagna l’apparizione gloriosa di Mosè e di Elia, i quali parlano della dipartita di Cristo, che si compirà a Gerusalemme. Si tratta qui certamente della sua dipartita mediante la passione e la croce, a cui seguiranno la resurrezione e l’ascensione al cielo. La Trasfigurazione sul monte Tabor è, in un certo senso, l’anticipazione di tale gloriosa dipartita.

Gesù viene glorificato davanti agli occhi di Pietro, Giacomo e Giovanni, che partecipano così al carattere beatifico della Trasfigurazione del Signore. È quanto esprimono le parole di Pietro: “Maestro, è bello per noi stare qui”; e le successive: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Lc 9, 33). La presenza di entrambi questi importanti personaggi della storia sacra indica indirettamente che Gesù è il compimento delle attese da essi testimoniate nell’Antica Alleanza.

2. Perché la Chiesa ci propone il Vangelo sulla Trasfigurazione del Signore all’inizio della Quaresima? Si può rispondere ricordando che il periodo penitenziale dei quaranta giorni per la Comunità cristiana è un tempo di preparazione alla celebrazione della risurrezione di Gesù. La Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor costituì come una preparazione alla sua risurrezione. Poco dopo, infatti, Gesù doveva recarsi, insieme con gli Apostoli, a Gerusalemme per affrontarvi la passione e la croce. La Pasqua doveva diventare per gli Apostoli l’esperienza fondamentale. Cristo si trasfigura davanti ai loro occhi quasi per anticipare tale esperienza. Parlando della passione e della croce, Gesù aggiungeva sempre: e il terzo giorno il Figlio dell’uomo risorgerà (cf. Lc 9, 22). Nella Trasfigurazione questo annuncio si trasforma nella visione di ciò che sarà il corpo di Cristo dopo la risurrezione: sarà un corpo glorioso. Il Padre, nella sua provvidenza, prepara così gli Apostoli alla dolorosa esperienza della Settimana Santa. È come se volesse dire: sarete testimoni delle terribili sofferenze del Figlio, testimoni della sua morte in croce. Non perdetevi d’animo, però! Tutto questo conduce alla risurrezione.

La Trasfigurazione del Signore costituisce uno speciale segno dell’economia salvifica di Dio, rivelatasi in tutta la vita, nella morte e nella risurrezione di Cristo. In questo spirito san Paolo, scrivendo ai Filippesi, può esortare a comportarsi seguendo il modello di Cristo, a vincere, cioè, in se stessi, guardando a lui, l’ostilità verso la croce, per essere disposti ad accettarla, sapendo per fede che proprio in essa si trovano la speranza della risurrezione e l’annuncio della salvezza. Paolo termina questa esortazione con incoraggianti parole: “Fratelli miei carissimi... rimanete saldi nel Signore così come avete imparato”! (Fil 4, 1).

3. Nella Lettera ai Filippesi l’Apostolo ha delle affermazioni che costituiscono quasi un commento bello e completo al mistero della Trasfigurazione del Signore. Tale mistero ha indubbiamente avvicinato agli occhi degli Apostoli la dimensione definitiva della vocazione evangelica, che è vocazione a vivere in Dio: “La nostra patria invece è nei cieli” – scrive l’Apostolo. Ed aggiunge: “E di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3, 20-21). La Trasfigurazione del Signore è segno proprio di questa divina potenza, entrata nella storia dell’uomo insieme con la venuta di Cristo. Essa ha il potere di trasformare l’umanità a somiglianza di Dio stesso, il potere di divinizzare l’uomo. La trasfigurazione del Signore è segno e simbolo di questo potere di Dio.

Il Vangelo non è soltanto la parola della verità divina, è la potenza di Dio che si manifesta nella santificazione dell’uomo e di tutto il suo essere, cioè dell’anima e del corpo, mediante la grazia di Cristo. Il primo giorno di Quaresima, ricevendo le ceneri sul capo, abbiamo ascoltato le parole: “Ricordati che sei polvere ed in polvere tornerai” (cf. Gen 3, 1).

Ecco una verità ovvia sul corpo umano, soggetto alla morte e alla corruzione. Di fronte all’immediatezza di questa verità, Cristo testimonia la realtà della risurrezione. Cristo risorge, rivelando così che anche i nostri corpi mortali sono chiamati alla partecipazione a quella gloria che si manifestò nel suo corpo.

Il Vangelo della Trasfigurazione del Signore, proclamato all’inizio della Quaresima, indica che ogni sforzo ascetico, legato a questo tempo, è ordinato alla trasfigurazione della nostra umanità, alla sua elevazione in Dio. Certo con la futura risurrezione il nostro corpo mortale sarà ammesso a partecipare alla risurrezione e alla gloria di Cristo. Bisogna aggiungere, in questo momento, che il mistero della Trasfigurazione del Signore è vissuto con particolare intensità nella tradizione della Chiesa Orientale, mediante significative espressioni presenti sia nella liturgia che nella teologia.

4. Carissimi Fratelli e Sorelle della Parrocchia di Santa Giovanna Antida Thouret! Sono molto lieto di celebrare insieme con voi questa seconda domenica di Quaresima. Ringrazio il Signore che mi ha donato l’opportunità di compiere l’odierna Visita pastorale alla vostra dinamica Comunità parrocchiale. Saluto ciascuno di voi, insieme con il Cardinale Vicario, con Monsignor Riva, Vescovo del vostro Settore. Saluto specialmente il vostro zelante Parroco, insieme ai Viceparroci ed ai Diaconi che collaborano con lui nel servizio pastorale. Il mio cordiale saluto va, inoltre, alle Comunità religiose presenti nella vostra Parrocchia: alle Suore della Carità, alla cui Fondatrice, Santa Giovanna Antida Thouret, è dedicata questa Chiesa, e alle Suore Oblate di Santa Francesca Romana, che, pur non svolgendo apostolato attivo, arricchiscono la vostra Comunità con l’offerta della preghiera e la testimonianza della vita consacrata.

Saluto con speciale affetto i giovani e le famiglie, come pure gli anziani ed i sofferenti. So che nella vostra Parrocchia è presente ed attivo un bel numero di Gruppi, Associazioni e Movimenti, a cui partecipano numerosi fedeli, giovani e adulti. Incoraggio tutti a proseguire con generosità nel cammino di vita evangelica intrapreso, accogliendo docilmente le indicazioni dei pastori, affinché la Parrocchia cresca armonicamente in ogni sua componente, offrendo al quartiere una testimonianza coerente e gioiosa di verità e di carità.

La vostra Parrocchia, carissimi, è giovane! Non solo perché vi sono tanti giovani, ma anche perché è sorta recentemente, in una zona di nuovi insediamenti alla periferia di Roma. Vi auguro di poter crescere non solo nell’organizzazione e nelle strutture pastorali, sempre necessarie, ma soprattutto nella vita spirituale e nella preghiera. Potrete così operare efficacemente nei vari ambienti e trasmettere quei fondamentali valori, in primo luogo la fede, di cui la società ha un radicale bisogno per vincere il senso di smarrimento ed affrontare i non pochi drammi personali o familiari che il benessere materiale non può risolvere.

5. “Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi” (Sal 27, 13).

Carissimi Fratelli e Sorelle! La prospettiva salvifica indicata dal Vangelo della Trasfigurazione trova una viva eco nel Salmo responsoriale dell’odierna domenica. Il Salmo parla dei beni che ci provengono dal Cristo glorificato. “La terra dei viventi” è proprio il contemplare Dio faccia a faccia, indirettamente menzionato dal Salmista. Non lo evidenziano forse le parole: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?... Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto»” (Sal 27, 1. 8-9)? Il profondo convincimento che la vocazione umana è l’eterna contemplazione di Dio, la vita in Lui e il vedere la sua gloria faccia a faccia, permette all’uomo di superare la naturale paura della morte e della distruzione che essa comporta. Dice il Salmista: “Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?” (Sal 27, 1). Nel contesto dell’intera odierna liturgia si potrebbe spiegare questo nel modo seguente: non ci sono reali motivi perché l’uomo tema la distruzione della propria umanità con la morte del corpo. Ecco, Dio stesso in Cristo difende la vita che ha dato all’uomo e desidera per lui la partecipazione alla propria vita divina. Da qui deriva l’esortazione definitiva: “Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore” (Sal 27, 14).

Così, dunque, l’odierna liturgia quaresimale contiene in sé un particolare messaggio di speranza: esorta alla fortezza nella nostra esistenza. Nella sua Trasfigurazione Cristo ci dà un segno: ci chiama alla speranza della risurrezione e della vita eterna, il cui annuncio è costituito da tutto il suo mistero pasquale.

“Il Signore è mia luce e mia salvezza”.

La nostra patria sta in Cielo.

Amen!

 

© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana

 

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