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CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA
DOMENICA «IN ALBIS»
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Domenica, 23 aprile 1995
1. “Pace a voi!” (Gv 20, 19).
Gesù risorto pronunziò per due volte queste parole apparendo agli Undici nel
cenacolo, la sera del giorno stesso in cui risuscitò dai morti. Il Signore, come
attesta l’evangelista Giovanni, mostrò loro le mani e il costato, per
confermare davanti ad essi l’identità del suo corpo, quasi a dire:
Questo è lo stesso corpo che due giorni fa venne inchiodato alla croce e poi
deposto nel sepolcro; il corpo che porta le ferite della crocifissione e del
colpo di lancia; esso costituisce la prova diretta che io sono risorto e vivo.
Quella fu, dal punto di vista umano, una constatazione difficile da
accettare, come dimostra la reazione di Tommaso. La sera della prima
apparizione nel cenacolo, Tommaso era assente. E quando gli altri Apostoli gli
raccontarono di aver visto il Signore, egli con fermezza si rifiutò di credere:
“Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto
dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò” (Gv 20,
25). Da queste parole si può capire quanto sia stata importante per la verità
della resurrezione l’identità fisica del corpo di Cristo.
Quando il Signore Gesù, l’ottavo giorno – come oggi – venne nuovamente nel
cenacolo, si rivolse direttamente a Tommaso, quasi ad esaudire la sua richiesta:
“Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel
mio costato; e non essere più incredulo ma credente!” (Gv 20, 27). Di
fronte a tale prova l’Apostolo non solo credette, ma trasse l’estrema
conclusione di quanto aveva visto e sperimentato, e la manifestò con
un’altissima quanto concisa professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv
20, 28). Alla presenza del Risorto divenne evidente per Tommaso sia la verità
della sua umanità sia quella della sua divinità. Colui che è risuscitato con
la propria potenza è il Signore: “Non conosce la morte il Signore della vita”
(da un canto pasquale polacco).
La confessione di Tommaso chiude il ciclo delle testimonianze sulla
resurrezione di Cristo, che la Chiesa ripropone durante l’Ottava di Pasqua.
“Mio Signore e mio Dio!”. Replicando a tali parole, Gesù in un certo
senso schiude la realtà della sua resurrezione al futuro dell’intera storia
umana. Dice infatti a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto; beati
quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29). Pensa a
coloro che non Lo vedranno risorto alla maniera degli Apostoli, né mangeranno e
berranno con Lui (cf. At 10, 41), eppure crederanno sulla base delle
affermazioni dei testimoni oculari. Sono costoro, in modo particolare, ad essere
chiamati da Cristo “beati”.
2. “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente” (Ap
1, 17).
Esiste una certa analogia tra l’apparizione nel cenacolo –
specialmente quella dell’ottavo giorno, in presenza di Tommaso – e la visione
escatologica di cui parla San Giovanni nella seconda lettura tratta
dall’Apocalisse. Nel cenacolo Cristo mostra agli Apostoli, e specialmente a
Tommaso, le ferite delle mani, dei piedi e del costato, per confermare
l’identità del suo corpo risorto e glorioso con quello crocifisso e deposto
nella tomba. Nell’Apocalisse il Signore si presenta come il Primo e l’Ultimo,
come Colui da cui inizia e con cui termina la storia del cosmo, Colui che è
“generato prima di ogni creatura” (Col 1, 15), “il primogenito di coloro
che risuscitano dai morti” (Col 1, 18), principio e fine della storia
dell’uomo.
Questa sua identità, che pervade perennemente la storia degli uomini,
viene formulata con le parole “Io ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap
1, 18). Ed è come se dicesse: Ero morto nel tempo; ho accettato la morte per
rimanere fedele fino alla fine all’incarnazione, per la quale, restando Figlio
di Dio consostanziale al Padre, sono diventato vero uomo in tutto, fuorché nel
peccato (cf. Eb 4, 15). I tre giorni della passione e morte, necessari
all’opera della redenzione, rimangono in me e in voi. Ed ora io vivo in eterno e
manifesto con la mia risurrezione la volontà di Dio che chiama ogni uomo a
partecipare alla mia stessa vita immortale. Ho le chiavi della morte con le
quali devo aprire i sepolcri terreni e mutare i cimiteri, da luoghi in cui regna
la morte, a vasti spazi per la resurrezione.
3. “Non temere!”. Quando, nell’isola di Patmos, Gesù rivolge a Giovanni
questa esortazione, rivela la sua vittoria sui molti timori che accompagnano
l’uomo nella sua esistenza terrena, prima di tutto di fronte alla sofferenza
e alla morte. Il timore per la morte concerne anche la grande incognita
che essa rappresenta: si tratta forse di un totale annientamento dell’essere
umano? Le severe parole: “Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai”
(cf. Gen 3, 19) non esprimono pienamente la dura realtà della morte?
L’uomo, dunque, ha seri motivi per provare timore di fronte al mistero della
morte.
La civiltà contemporanea fa di tutto per distogliere la coscienza umana
dall’ineluttabile realtà del morire, tentando di indurre l’uomo a vivere
come se la morte non esistesse. E ciò s’esprime praticamente nel tentativo
di distogliere la coscienza dell’uomo da Dio: farlo vivere come se Dio
non esistesse! La realtà della morte però è evidente. Non è possibile farla
tacere; non è possibile dissipare la paura che ad essa è legata.
L’uomo teme la morte così come teme ciò che viene dopo la morte. Teme il
giudizio e la punizione, e questo timore ha un valore salvifico: esso non va
cancellato nell’uomo. Quando Cristo dice: “Non temere!”, vuol dare risposta a
ciò che costituisce la fonte più profonda delle paure esistenziali
dell’essere umano. Egli intende dire: Non temere il male, poiché nella mia
risurrezione il bene si è dimostrato più potente del male. Il mio Vangelo è
verità vittoriosa. La morte e la vita si sono affrontate sul Calvario in un
mirabile duello e la vita ne è uscita vittoriosa: “Dux vitae mortuus regnat
vivus!”, “Io ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap 1, 18).
4. “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo” (Sal
118, 22). Il versetto del Salmo responsoriale dell’odierna liturgia ci aiuta a
comprendere la verità sulla risurrezione di Cristo. Esprime anche la verità
sulla Divina Misericordia rivelatasi nella resurrezione: l’amore ha riportato la
vittoria sul peccato, e la vita sulla morte. Questa verità costituisce in un
certo senso l’essenza stessa della Buona Novella. Cristo pertanto può dire: “Non
temere!”. E ripete tali parole ad ogni uomo, specialmente a chi è sofferente nel
fisico o nello spirito. Può ripeterle con tutta fondatezza.
Intuì questo in modo particolare suor Faustina Kowalska, che ho avuto
la gioia di beatificare due anni fa. Le sue esperienze mistiche si sono
focalizzate tutte intorno al mistero di Cristo Misericordioso e
costituiscono quasi un singolare commento alla parola di Dio presentataci
dall’odierna liturgia domenicale. Suor Faustina non soltanto le ha annotate, ma
ha cercato un artista capace di dipingere l’immagine di Cristo Misericordioso,
così come ella lo vedeva. Immagine che insieme alla figura della Beata Faustina
rappresenta una testimonianza eloquente di ciò che i teologi chiamano
“condescendentia divina”. Dio si rende comprensibile ai suoi interlocutori
umani. La Sacra Scrittura, e specialmente il Vangelo, ne sono la conferma.
Carissimi Fratelli e Sorelle! Su tale linea si colloca il messaggio di suor
Faustina. Ma era soltanto di suor Faustina o, piuttosto, non si trattava allo
stesso tempo di una testimonianza resa da parte di tutti coloro ai quali tale
messaggio ha infuso coraggio nelle dure esperienze della seconda guerra
mondiale, nei campi di concentramento, nello sterminio e nei bombardamenti?
L’esperienza mistica della Beata Kowalska ed il richiamo a Cristo Misericordioso
si inscrivono nel duro contesto della storia del nostro secolo. Noi, come uomini
di questo secolo, che volge ormai al termine, desideriamo ringraziare il
Signore per il messaggio della Divina Misericordia.
5. Oggi, in particolare, sono lieto di poter rendere grazie a Dio in questa
Chiesa di Santo Spirito in Sassia, annessa all’omonimo ospedale e
divenuta Centro specializzato per la pastorale degli infermi come pure per la
promozione della spiritualità della Divina Misericordia. È molto
significativo ed opportuno che proprio qui, accanto all’antichissimo ospedale,
si preghi e si operi con costante sollecitudine per la salute del corpo e dello
spirito. Mentre per questo esprimo rinnovato compiacimento al Cardinale Vicario,
il mio grato pensiero va anche al Cardinale titolare Fiorenzo Angelini. Saluto
il Vescovo del Settore Ovest, il Rettore e gli altri Sacerdoti, le Religiose e
tutti voi, cari fedeli qui presenti. Vorrei, inoltre, inviare un fraterno
pensiero ai degenti dell’Ospedale Santo Spirito, insieme pure ai medici, agli
infermieri, alle Suore, ed a quanti quotidianamente li assistono. A tutti vorrei
dire: Abbiate fiducia nel Signore! Siate apostoli della Divina Misericordia e,
secondo l’invito e l’esempio della Beata Faustina, prendete cura di chi soffre
nel corpo e specialmente nello spirito. Ad ognuno fate sperimentare l’amore
misericordioso del Signore che consola e infonde gioia.
Sia Gesù la vostra pace!
“Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8).
Contemplandolo nel mistero della croce e della resurrezione, ripetiamo insieme
alla liturgia dell’odierna domenica: “Celebrate il Signore, perché è buono!”
Celebrate il Signore, perché è misericordioso!
© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana
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