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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI

CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA CAPPELLA DEL SEMINARIO MAGGIORE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Yonkers (USA) - Venerdì, 6 ottobre 1995

 

“O Sapienza che esci dall’Altissimo e tutto disponi con forza e dolcezza: vieni a insegnarci la via della vita” (Antifona d’Avvento, 17 dicembre).  

Cari Fratelli, Cardinali, Vescovi,
Cari fratelli e sorelle in Cristo,

1. Queste parole delle ferie d’Avvento vengono in mente ascoltando la lettura dei Vespri di oggi, in questa bellissima cappella del Seminario di San Giuseppe a Dunwoodie. Nella sua prima lettera ai Corinti San Paolo scrive della sapienza: “Parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria” (1 Cor 2, 7). Ma che tipo di sapienza è questa? San Paolo sta parlando del piano di Dio per la nostra salvezza, il piano portato a compimento dalla Parola eterna, essa stessa Sapienza divina, il Figlio che forma un solo essere con il Padre, la Santa Parola di Dio di cui si parla nelle Ferie dell’Avvento. Questa è sicuramente la parola di cui San Giovanni parla nel prologo del suo Vangelo: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1, 1-14).

2. Cari membri della comunità di questo seminario, e voi che venite da altri seminari, come anche le molte persone che sono fuori da questa cappella e che si sono unite a noi: la Sapienza eterna si è fatta carne, nata dalla Vergine Maria. Questo è il motivo per cui preghiamo Maria in quanto “Sede della Sapienza”, Sedes Sapientiae. La Sapienza, la persona del Figlio, fu concepita nel suo grembo dal potere dello Spirito Santo: nato dalla sua carne, Gesù è Sapienza eterna, il Figlio di Dio, la cui gloria si rivela nel passaggio dalla Croce alla Risurrezione. È di importanza vitale che voi seminaristi comprendiate ciò perché, come dice San Paolo, i “dominatori di questo mondo” non compresero la sapienza di Dio a quel tempo in quanto, scrive, “se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1 Cor 2, 8). E molti non la comprendono neanche oggi.

Perfino alcuni che si dicono cristiani non riconoscono che Cristo è il Figlio eterno del Padre che porta la vera sapienza nel mondo. Per questo motivo non comprendono e non accettano gli insegnamenti della Chiesa. Forse lo avete già costatato. In quanto sacerdoti dovrete affrontarlo sicuramente. Se dovete diventare sacerdoti, sarà con il proposito, superiore a tutti gli altri, di proclamare il Verbo di Dio e di nutrire il popolo di Dio con il Corpo e con il Sangue di Cristo. Se lo farete fedelmente, insegnando la sapienza che viene dall’alto, sarete spesso ignorati come lo fu Cristo, e perfino respinti come Cristo fu respinto. Noi predichiamo Cristo crocifisso, dice San Paolo (cf. 1 Cor 1, 23).

3. Perché il Papa è venuto a Dunwoodie per portarvi un messaggio così serio? Perché siamo amici in Cristo (cf. Gv 15, 15), e gli amici possono parlare di questioni serie. Se c’è una sfida che si presenta alla Chiesa e a suoi sacerdoti oggi, questa è la sfida di trasmettere il messaggio cristiano nella sua totalità e interezza, senza consentire che venga svuotato della sua sostanza. Il Vangelo non può essere ridotto a mera sapienza umana. La salvezza non consiste in argute parole o schemi umani, ma nella Croce e nella Risurrezione del Nostro Signore Gesù Cristo. La sapienza della Croce è al centro della vita e del ministero di ogni sacerdote. Questa è la “scienza” sublime che, al di sopra di tutti gli altri insegnamenti, il Seminario intende trasmettervi: “non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio... parliamo... non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito” (1 Cor 2, 12-13).

Questa è anche l’immagine del servizio che ho cercato di offrire alle Nazioni Unite in questi giorni. Se il Papa facesse qualcosa di diverso da quel che San Paolo chiama “esprimere cose spirituali in termini spirituali” (1 Cor 2, 13), quale messaggio potrebbe predicare? Come potrei giustificare la mia presenza e il mio discorso a quella Assemblea? Il mio compito non è parlare in termini puramente umani di valori meramente umani, ma in termini spirituali di valori spirituali, che sono quello che in definitiva ci rende pienamente umani.

4. Sulle magnifiche porte di questa cappella leggo parole che hanno un significato molto particolare per me: “Aperite portas Redemptori”. Queste sono le parole che dissi ai popoli del mondo proprio all’inizio del mio Pontificato: “Aiutate il Papa” dissi “e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera. Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I [1978] 38)

Non abbiate paura, dico, perché è necessario molto coraggio per aprire le porte a Cristo, per far entrare Cristo nei nostri cuori così pienamente da poter dire, insieme a San Paolo “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). Vincere la paura è il primo e indispensabile passo del sacerdote se vuole aprire le porte, prima del suo cuore, poi dei cuori delle persone che serve, a Cristo il Redentore. Avete bisogno di coraggio per seguire Cristo, in particolare quando vi rendete conto che tanta parte della nostra cultura dominante è una cultura di fuga da Dio, una cultura che mostra un disprezzo abbastanza evidente per la vita umana, a cominciare dalla vita dei nascituri, e che si estende ai deboli e agli anziani. Alcuni dicono che il Papa parla troppo della “cultura della morte”. Ma questi sono tempi in cui, come ho scritto nella mia Enciclica Evangelium Vitae, “scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate dal comune senso morale, diventano poco a poco socialmente rispettabili” (Evangelium Vitae, 4). La Chiesa non può ignorare quanto sta avvenendo.

5. Questo tuttavia è solo un aspetto del quadro generale che si completa con quanto ho scritto all’inizio della stessa Enciclica: “Il Vangelo della vita sta al cuore del messaggio di Gesù. Accolto dalla Chiesa ogni giorno con amore, esso va annunciato con coraggiosa fedeltà come buona novella agli uomini di ogni epoca e cultura” (Evangelium Vitae, 1). Per questo, cari seminaristi, non dovete avere paura di confrontarvi con la “sapienza di questo mondo”, forti della certezza degli insegnamenti di Cristo su cui vi basate, ma soprattutto con l’amore di Cristo, con la compassione e la misericordia di Cristo che, come il Padre, desidera che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (cf. 1 Tm 2, 4). Il discepolo non può essere da più del maestro (cf. Mt 10, 24). Non diventerete sacerdoti per essere serviti, o per dominare sugli altri, ma per servire gli altri (cf. Mt 20, 28), specialmente i più poveri fra i poveri, i poveri dal punto di vista materiale e i poveri dal punto di vista spirituale.

Aprite le porte dei vostri cuori perché Cristo possa entrare e portarvi la sua gioia. La Chiesa ha bisogno di sacerdoti gioiosi, capaci di portare la vera gioia al popolo di Dio, che è la buona novella in tutta la sua verità e in tutto il suo potere trasformatore.

6. La lettura di questa sera, tratta da San Paolo, è particolarmente adatta alla comunità del seminario. Perché siete qui come seminaristi? Perché siete qui, voi, membri della facoltà, e voi, che aiutate a preparare i seminaristi al sacerdozio? Non è forse per “conoscere la mente del Signore”? Voi seminaristi vi dovete chiedere: Cristo mi sta chiamando? Desidera che io sia suo sacerdote? Se rispondete “sì”, allora il grande lavoro del seminario consiste nell’aiutarvi a liberarvi “dell’uomo naturale”, a lasciarvi alle spalle “l’uomo vecchio”, vale a dire l’uomo non spirituale che eravate, per vivere l’azione dello Spirito Santo e per comprendere le cose dello Spirito di Dio. Dovete entrare in un rapporto intimo con lo Spirito Santo e con tutti i suoi doni, in modo che le intenzioni del Signore nei vostri confronti possano risultarvi chiare. Questo è un altro modo per esprimere la necessità di sapienza. In verità, il seminario deve essere una scuola di sapienza. Qui dovete vivere con il vostro patrono, San Giuseppe, e con Maria, la Madre di Gesù; e nel silenzio di questa intimità apprenderete quella sapienza di cui parla San Luca: “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52).

Desidero esprimere una parola di apprezzamento al Rettore e ai suoi collaboratori per aver inserito di recente, nel programma del seminario, un intero anno dedicato esclusivamente alla formazione spirituale. Sarà un periodo prezioso per progredire in sapienza e santità, quella sapienza e quella santità che sono essenziali per il sacerdozio.

7. L’anno prossimo il Seminario di San Giuseppe celebrerà il suo centesimo anniversario. È provvidenziale che quello stesso anno, il 1996, sarà un anno di evangelizzazione nella Chiesa in New York. Ci aiuterà a ricordare le innumerevoli anime redente dal Sangue di Cristo, che sono state aiutate nel cammino verso la salvezza dalle migliaia di sacerdoti formatisi in questo Seminario. Sacerdoti, come l’alunno più illustre di questo Seminario, l’umile pio Cardinale Terence Cooke la cui morte, avvenuta dodici anni fa, commemoriamo oggi con devozione. Vi unirete a loro nella prosecuzione dell’opera di salvezza, che non finirà finché, come ha predicato Gesù, tutti saranno una cosa sola in Lui, come Lui è una cosa sola con il Padre (cf. Gv 17, 21-23).

Ringrazio il Cardinale O’Connor, il vostro Rettore, Monsignor O’Brien, la Facoltà e il personale, e tutti coloro che mi hanno invitato qui concedendomi questo particolare privilegio di pregare con voi. Soprattutto, incoraggio voi, seminaristi, a essere generosi nel rispondere alla chiamata di Cristo e nell’offrire la vostra vita alla sua Chiesa. Non abbiate paura! Se iniziate a perdere coraggio, rivolgetevi a Maria, Sede della Sapienza; con lei al vostro fianco, non avrete mai paura.

Amen.

 

© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana

 

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