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SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì Santo, 4 aprile 1996
     

 

1. "Pange, lingua, gloriosi corporis mysterium, sanguinisque pretiosi . . .".

San Tommaso d’Aquino, il Dottore angelico, descrive e commenta con parole di teologo, di mistico e di poeta i gesti misteriosi e commoventi compiuti da Gesù alla vigilia della sua Passione nell’Ultima Cena e trasmessi nel racconto degli Evangelisti.

Attraverso gli accenti di questo inno latino, che da tanti secoli accompagna la fede della Chiesa, a noi è dato di rivivere quanto Gesù compì in quella notte. Ci è dato di contemplare il Sacramento che Egli istituì per "perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il Sacrificio della Croce e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua Morte e della sua Risurrezione" (Sacrosanctum Concilium, 47).

Gli occhi della fede contemplano, la mente accoglie, il cuore esulta, la lingua canta: "Canta, o lingua, il gran mistero!". Canta, perché? Perché si tratta del mistero di "quel Corpo glorioso e del Sangue prezioso che il Re delle genti sparse in riscatto per il mondo": "in mundi pretium". Canta per lodare il supremo atto d’amore di Cristo, che nel Sacramento eucaristico s’è fatto cibo e bevanda dell’uomo, unica sorgente di vita vera per la Chiesa e per il mondo.

"Nobis datus, nobis natus, ex intacta Virgine . . . - Dato a noi da madre pura, per noi tutti s’incarnò...". Contemplando il mistero eucaristico la mente è portata a ripercorrere le tappe attraverso le quali il Verbo di Dio giunse a coronare la sua missione salvifica: l’incarnazione, la nascita, il ministero pubblico, la predicazione e infine, alla vigilia della sua Passione, il dono di sé sotto le specie del pane e del vino: "miro clausit ordine".

2. L’apostolo Paolo descrive come questo si compì: nella notte in cui veniva tradito, Gesù "prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è offerto per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue: fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me"" (1 Cor 11, 23-25).

San Tommaso d’Aquino commenta: "In supremae nocte cenae recumbens cum fratribus . . . - Nella notte della Cena coi fratelli si trovò. Del pasquale sacro rito ogni regola compì e agli Apostoli ammirati come cibo si donò". Donò se stesso con le proprie mani: "Se dat suis manibus"!

Donò il Corpo e il Sangue che dovevano diventare offerta della Vittima nel sacrificio cruento della Croce, per la Redenzione del mondo.

Si donò alla Chiesa sotto le specie del pane e del vino per l’incruento sacrificio eucaristico, mediante il quale è reso sacramentalmente presente l’unico sacrificio della Croce.

Si donò come cibo e bevanda sacramentale per il popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, popolo in cammino.

3. Ci è ben noto il racconto degli Evangelisti: "Prese il pane... prese il calice, e disse: "Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue..."". San Tommaso canta: "La parola del Signore pane e vino trasformò: pane in carne, vino in sangue, in memoria consacrò".

Ed aggiunge: "Non i sensi, ma la fede prova questa verità". Abbi fede, dunque! Fede è guardare: spalanca gli occhi del cuore!

In ciò che accadde durante l’Ultima Cena non vi è una logica che stupisce? Ma non è proprio questa la logica di tutto il Vangelo? In quale altro modo, se non così, poteva confermare la sua missione Colui che "dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13, 1)?

Quella che adesso viviamo è un’ora decisiva, l’ora della fede, l’ora in cui siamo invitati ad accettare nella sua integrità la parola di Gesù, anche se va al di là dell’umana comprensione; l’ora in cui celebriamo il "mistero della fede"; l’ora in cui ripetiamo e scopriamo con Pietro: "Signore, da chi andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna" (Gv 6, 68).

4. "Tantum ergo Sacramentum veneremur cernui . . . ".

"Adoriamo il Sacramento che Dio Padre ci donò" - oh, quanto è grande questo Sacramento! - "et antiquum documentum novo cedat ritui . . .".

L’antico rito voluto da Mosè prevedeva la celebrazione della cena pasquale nel ricordo della liberazione d’Israele dall’Egitto per opera del sangue dell’agnello sparso sulla porta di ogni casa (cf. Es 12, 1-8.11-14). Ce lo ha opportunamente richiamato la prima lettura. Nel nuovo rito del Cenacolo, il sangue dell’Alleanza è il sangue del Salvatore. Questa è la vera vittima liberatrice, che subentra alla "figura" dell’Antico Testamento e inaugura il Nuovo Testamento, definitivo e perenne, in cui la schiavitù del peccato è definitivamente abolita.

Da quel momento, da quella istituzione innumerevoli labbra sacerdotali hanno ripetuto e ripetono le parole pronunziate dalle labbra di Gesù durante l’Ultima Cena: "Hoc est Corpus meum . . . - Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi". "Hic est calix Sanguinis mei . . . - Questo è il calice del mio Sangue per la Nuova ed Eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati".

"Fate questo in memoria di me... - Hoc facite in meam commemorationem"! Oggetto di incancellabile ricordo: "In memoria di me". Il prodigio della sua presenza viva e reale è proprio ciò che il Signore ci ha detto di ricordare, anzi di rinnovare: "Fate questo"! In virtù dell’atto consacratorio, sta sull’altare la Vittima per la salvezza del mondo: "In mundi pretium".

"Tu ci hai redenti
con la tua Croce e la tua Risurrezione.
Salvaci, o Salvatore del mondo!".

Amen!

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

     

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