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CELEBRAZIONE DEL MOLEBEN IN ONORE DELLA VERGINE MARIA
IN OCCASIONE DEL IV CENTENARIO DELL'UNIONE DI BREST

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Cappella Gregoriana della Basilica di San Pietro
Sabato, 6 luglio 1996

 

Sia lodato Gesù Cristo!

1. "E beata colei che ha creduto" (Lc 1, 45).

Con queste parole, che Elisabetta disse a Maria, venuta a farle visita, mi rivolgo oggi alla Rus’ di Kiev: Beata te, terra di santa Olga e di san Vladimiro, che hai creduto in Cristo, ricevendo il Battesimo mille anni fa, sulle rive del Dnepr. Nel 1988 abbiamo celebrato solennemente, qui a Roma, il millennio del Battesimo; fu l’occasione di un grande Te Deum per la vostra Nazione, come lo fu per la Nazione polacca il 1966, anno millenario del suo Battesimo. Beata colei che ha creduto ed ha ricevuto il Battesimo nello Spirito Santo, che rigenera in Cristo per una vita nuova (cf. Tt 3, 5). Beata te, Rus’ di Kiev, madre di tante generazioni di credenti.

Oggi desideriamo tornare a quell’evento, perché in esso si radica il quarto Centenario dell’Unione di Brest, che stiamo celebrando. E mentre ricordiamo quel Battesimo, il pensiero non può non andare ai due santi fratelli di Salonicco, Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi, nella cui lingua essi hanno annunziato il Vangelo. Slavorum Apostoli: con l’Enciclica del 1985 ho voluto rendere omaggio, a perpetua memoria, alla loro grande missione.

2. "Euntes in mundum universum" (Mc 16, 15). Andando nel mondo intero, "ammaestrate tutte le nazioni" (Mt 28, 19). Ci siamo riferiti a queste parole nel celebrare il millennio del Battesimo della Rus’: quel Battesimo costituisce non soltanto l’inizio della Chiesa nelle vostre terre, bensì l’inizio della storia della vostra Nazione. Così, del resto, è accaduto anche altre volte, come nel già citato caso del Battesimo della Polonia, o in quello della Slovenia milleduecentocinquanta anni fa.

Le parole pronunciate da Cristo risorto indicano che gli Apostoli devono ammaestrare le nazioni. L’esperienza storica mostra anzi che, non di rado, è l’evangelizzazione apostolica che si trova all’origine delle nazioni stesse: insieme col Battesimo inizia la storia della cultura nazionale, e la cultura è sempre il fondamento della vita di un popolo. Grazie ad essa, si forgia la sua identità e si esprime il suo caratteristico "genio".

L’odierna celebrazione ci porta a ricordare la storia della cultura slava, che affonda le radici nel battesimo di Vladimiro a Kiev. Tale evento segna l’inizio di quella grande cultura che, valorizzando gli elementi preesistenti e ricollegandosi alla tradizione bizantina, acquistò carattere orientale con riferimento sia alla cultura rutena, sia a quella bielorussa, sia all’ucraina. Ciò riguarda la liturgia e tutta la tradizione religiosa dell’arte sacra, dello stile della pietà, dei canti, della letteratura e dell’arte. Per poter comprendere fino in fondo la specificità e la peculiarità della vostra cultura, occorre andare a quelle fonti bizantine che l’esperienza storica dei vostri avi ha tradotto nella propria lingua e ha consolidato nei tanti monumenti del vostro ricco patrimonio storico e spirituale. Attraverso queste opere traspare costantemente quell’Orientale Lumen, di cui tratta la Lettera Apostolica che ho pubblicato lo scorso anno al fine di promuovere l’avvicinamento e il dialogo ecumenico tra l’Occidente e l’Oriente cristiani.

3. "Ut unum sint": perché siano una cosa sola (cf. Gv 17, 21). Al momento in cui la Rus’ di Kiev ricevette il Battesimo, nel 988, i cristiani conservavano tra loro tale unità. Tra l’Oriente bizantino e l’Occidente c’era ormai una chiara differenza di tradizione liturgica e culturale, ma non c’era divisione. Questa sopraggiunse solo in seguito. Da allora le vicende dei popoli cristiani in Oriente e in Occidente cominciarono a svolgersi separatamente. Quando si parla di scisma d’Oriente, si deve anche notare che a coloro che nell’undicesimo secolo vivevano nei territori della Rus’, gli effetti di tale scisma non erano ancora giunti. Essi rimasero convinti di appartenere alla Chiesa di Cristo una ed indivisa.

Tuttavia, il processo di separazione, che inizialmente riguardò Bisanzio e Roma, progressivamente si estese ad altre parti della Chiesa in Oriente. Si rese, così, ben presto chiaro che occorreva compiere dei passi miranti al superamento dell’avvenuta divisione. E parecchi ne furono fatti, in molte occasioni. La questione della ricostruzione dell’unità tra i cristiani dell’Oriente e dell’Occidente non ha cessato di essere un programma costante della Sede Apostolica. In modo particolare furono dedicati a questo problema alcuni Concili: il Concilio di Lione nel secolo tredicesimo (1274) e, successivamente, quello di Firenze, nel quindicesimo secolo (1439). Non sono mancati neppure uomini che hanno consacrato tutta la vita alla causa della ricostruzione dell’unità, secondo le parole della preghiera di Cristo: ut unum sint.

4. Il quarto centenario dell’Unione di Brest si spiega su questo ampio sfondo delle aspirazioni all’unità, che mettono in evidenza la ferma volontà della Chiesa di essere fedele al testamento spirituale di Cristo nel Cenacolo: Padre, fa’ che siano una cosa sola (cf. Gv 17, 11.21-22).L’Unione di Brest riguardò soltanto una specifica area geografica. L’aspirazione della Chiesa, rilanciata con forza nel programma ecumenico del Concilio Vaticano II, è che si giunga all’unità piena tra tutti i cristiani. Al tempo stesso, però, non si può non apprezzare ciò che accadde nel 1596. Se l’Unione di Brest sul fiume Bug non portò alla piena unità con l’Oriente cristiano nel suo insieme, tuttavia essa rivelò, al di là di ogni dubbio, una precisa realtà: che cioè lo Spirito Santo operava negli uomini, destando in essi la sana inquietudine a motivo della divisione e spingendoli a cercare le vie dell’unità. Non possiamo negare che questo grande desiderio ispirò quanti, quattrocento anni fa, divennero gli artefici dell’Unione di Brest.

5. Oggi, mentre rendiamo grazie alla Divina Provvidenza per questa sua opera, non cessiamo di pregare affinché la salvifica inquietudine, che allora produsse frutti preziosi, anche se parziali, continui ad agire nella presente generazione dei cristiani in Oriente e in Occidente. Non ci dobbiamo dar pace finché le divisioni, esistenti tra noi da tanti secoli, non abbiano ceduto il posto all’unità di tutti i battezzati, per la quale Cristo prega incessantemente: Padre, fa’ che "tutti siano una sola cosa" (Gv 17, 21). Non dobbiamo abbandonare la speranza che la preghiera del nostro Redentore e Maestro produca pieni frutti. Non dobbiamo abbandonare la speranza che gli ultimi anni del secondo millennio possano portare nuovi avvicinamenti, così da permetterci di entrare nel terzo, se non pienamente uniti, almeno non così divisi come prima. Per questo preghiamo lo Spirito Santo. Preghiamo Maria, Madre dell’unità; gli Apostoli Pietro e Paolo, Andrea, Cirillo e Metodio; i Santi e i Martiri, che nell’arco di questi quattro secoli non hanno risparmiato sforzi, sacrifici e perfino la propria vita per la causa dell’unità. Invochiamo in modo particolare l’intercessione del Vescovo san Giosafat, apostolo e martire della comunione, le cui spoglie mortali riposano in questa Basilica Vaticana, e che, al termine della celebrazione, ci recheremo a venerare.

In questo spirito cantiamo le parole del Magnificat, che abbiamo sentito proclamare nell’odierno Vangelo: "L’anima mia magnifica il Signore . . . perché ha guardato l’umiltà della sua serva... tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome" (Lc 1, 46-49).

Amen.


Conclusa la celebrazione del Moleben il Santo Padre ha conferito il Pallio all’Arcivescovo Metropolita di Przemysl S.E. Mons. Ivan Martyniak accompagnando la consegna del Pallio con le seguenti espressioni augurali:

Sono lieto di conferire ora il Pallio a Mons. Ivan Martyniak, nuovo Arcivescovo di Przemysl.

Auguro al neo-Metropolita un ministero ricco di frutti e di cuore lo benedico insieme con tutti i fedeli affidati alle sue cure pastorali.

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

     

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