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CELEBRAZIONE DEI VESPRI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Aula Paolo VI  - Giovedì, 7 novembre 1996

 

1. Cum clamore valido . . . Il Cristo “nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime . . .” (Eb 5, 7). Il breve passaggio della Lettera agli Ebrei, poc’anzi ascoltato, presenta una stupenda sintesi sul tema del sacerdozio; anzitutto del sacerdozio di Cristo e, in Lui, del nostro sacerdozio.

L’oggi eterno di Cristo Sacerdote Cristo, il Figlio unigenito del Padre, è il Sommo ed Eterno Sacerdote a cui il Padre celeste dice: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato” (Eb 5, 5). Questo oggi è eterno. Non recitiamo forse nel Credo: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre . . .? Il Padre ha chiamato al sacerdozio il suo Figlio eterno: “Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchisedek” (Eb 5, 6). E perché questo potesse compiersi, il Figlio consustanziale al Padre si è fatto uomo ed è nato dalla Vergine per opera dello Spirito Santo.

Così, dunque, “egli, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui [al Padre] che poteva liberarlo da morte” (Eb 5, 7). Come non vedere in questo passo un’allusione alla preghiera nel Getsemani: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice” (Mt 26, 39)? Anche se il calice non gli fu risparmiato, leggiamo tuttavia che egli “fu esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5, 7-8).

Giudicato, condannato a morte, flagellato, coronato di spine, compì la sua missione messianica sul legno della croce. Si fece “obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8). E “reso perfetto” proprio mediante la morte, “divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5, 9).

L’Eucaristia perpetua nella vita della Chiesa questo sacrificio. “La mia carne è vero cibo - dice Gesù - e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6, 55). Il suo sacrificio cruento si compie in modo incruento sotto le specie del pane e del vino, in adempimento dell’antichissima figura del re di Salem Melchisedek, “sacerdote del Dio altissimo”, il quale, dopo aver benedetto Abramo vittorioso sulla coalizione nemica, “offrì pane e vino” (Gen 14, 18).

Il clima del Cenacolo

2. In questi giorni, ricordando il cinquantesimo della mia Ordinazione presbiterale, risento in fondo all’animo le parole dell’Ecce Sacerdos magnus, che ben pongono in luce “il dono e il mistero” del sacerdozio ministeriale.

Carissimi Fratelli nel sacerdozio, ordinati come me cinquant’anni or sono! Il dono che abbiamo ricevuto con l’imposizione delle mani episcopali è mistero di comunione che genera comunione; ecco perché ho voluto avervi accanto in questa ricorrenza piena di gioia e di commozione.

Vorrei che questi giorni, nei quali meditiamo insieme sul nostro sacerdozio, riproducessero il clima del Cenacolo, nell’intensa preghiera vicendevole attorno a Cristo, sorgente del nostro essere sacerdotale. Siete venuti anche da regioni molto lontane: grazie per la vostra presenza.

Benefica e irradiante presenza

3. A cinquant’anni dall’Ordinazione, scorre davanti ai miei occhi, sull’onda dei sentimenti più intimi, il ricordo di quel giorno benedetto. Rivedo il venerato Arcivescovo di Cracovia, Cardinale Sapieha, mio predecessore sulla Cattedra metropolitana e vero Padre, che con l’imposizione delle mani mi rese partecipe del mistero sacerdotale di Cristo. In Lui ho sempre avuto un esempio nobilissimo di salde virtù umane e di generosa dedizione ai compiti propri del ministero episcopale.

Ho presenti al mio affetto e alla mia gratitudine quanti hanno contribuito a condurmi all’altare: dalla mia famiglia alla mia parrocchia natale, dall’ambiente della fabbrica al seminario clandestino, dai miei confessori ai tanti altri sacerdoti amici. Ricordo con animo grato quanti mi hanno aiutato a scoprire il tesoro dell’eredità di Gesù Crocifisso, che disse: “Ecco tua Madre” e mi hanno incoraggiato a ricevere Maria nella mia casa interiore. Tante persone a me care: uomini e donne, dotti e semplici! I più sono ormai nell’eternità. Confido che, nella luce divina, continuino a seguirmi con una ancor più benefica e irradiante presenza.

“Eccomi” è la risposta alla domanda di significato che sale dal cuore delle persone

4. Sono trascorsi cinquant’anni, cari Confratelli giubilari. A noi tutti si riferiscono le parole della Lettera agli Ebrei: il “sacerdote, scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Eb 5, 1).

A tale chiamata abbiamo risposto: “Eccomi”! Abbiamo risposto con convinzione e gioia, racchiudendo in una così breve espressione la proclamazione pubblica e solenne di un precedente “Eccomi”: quello fiorito nelle profondità del nostro io sotto i raggi d’azione dello Spirito Santo quando, in una storia analoga e pur diversa per ciascuno, abbiamo preso coscienza della chiamata a prolungare l’unica opera redentrice di Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote.

Il nostro “Eccomi” esprime la disponibilità, consegnata nelle mani del Vescovo che ci ha ordinati, a vivere la preziosità del celibato per il Regno come dono di noi stessi “in” e “con” Cristo.

“Eccomi” manifesta il “sì” del servizio ai fratelli, fra le difficoltà e le gioie apostoliche, in atteggiamento di distacco e di umiltà.

“Eccomi” è la parola che sgorga ogni giorno dal profondo del nostro io, quando celebrando la Santa Messa presentiamo al Padre l’unico sacrificio della Croce per il bene dell’intera umanità.

“Eccomi” è la risposta alla domanda di significato che sale dal cuore di tante persone. La forza per rinnovare questo dono senza riserve proviene dalla quotidiana sosta davanti al Tabernacolo, dove è realmente presente Colui che è la nostra forza ed il nostro sostegno. È il Tabernacolo la nostra perenne scuola di autentico aggiornamento, scuola d’amore oblativo e di dinamismo pastorale.

Ci troviamo in questi giorni insieme per ripetere al Signore il nostro “Eccomi”

5. Con l’imposizione delle mani da parte del Vescovo e la preghiera consacratoria siamo stati, cinquant’anni fa, configurati ontologicamente a Cristo Sacerdote e Maestro, Santificatore e Pastore del suo Popolo (cf. Lumen Gentium, 18-31; Presbyterorum Ordinis, 2; Codex Iuris Canonici, can. 1008; Congregazione per il clero, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 6).

Ci ritroviamo in questi giorni insieme per ripetere al Signore il nostro: “Eccomi”! Ogni giorno che passa, questa volontà deve in noi rafforzarsi, come espressione dell’interiore perdurante giovinezza: “Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat iuventutem meam . . .” (Sal 42, 4).

Per il tempo che Dio vorrà, ci attende ancora un compito formidabile

Col passare degli anni le forze corporali vanno via via affievolendosi. La forza interiore però non segue le leggi fisiche. Il sacerdozio, in effetti, non può essere ridotto ai soli aspetti funzionali. Siamo ministri di Cristo e della sua Sposa (cf. Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 44) e, per il tempo che Dio vorrà, ci attende ancora un compito formidabile. Le difficoltà e le prove non ci scoraggino mai, né ci colga la tentazione di ripetere il lamento di Geremia: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono vecchio”. Il Signore ci sprona: “Non dire: sono vecchio, ma va’ da coloro ai quali ti manderò e annuncia ciò che ti ordinerò. Non temerli: Io sono con te per fronteggiarli. Ecco: ti metto le mie parole sulla bocca” (cf. Ger 1, 6-9).

Di giorno in giorno mettiamo a disposizione di Cristo le nostre labbra e le nostre mani

6. Cari Fratelli nel sacerdozio! Il nostro grazie a Cristo, in questo giorno significativo, si unisce a sentimenti di umiltà e di invocazione della misericordia di Dio. Ci sentiamo solidali con tutti coloro che vivono nell’ignoranza e nell’errore, perché anche noi siamo soggetti alle umane debolezze (cf. Eb 5, 2). Per questo ciascuno di noi deve “offrire anche per se stesso sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo” (Eb 5, 3).Quando celebriamo l’Eucaristia, confessiamo all’inizio i nostri peccati insieme ai fedeli e chiediamo a Dio di perdonarci: Misereatur nostri omnipotens Deus et dimissis peccatis nostris perducat nos ad vitam aeternam.

E così, di giorno in giorno, si compie il nostro ministero sacerdotale. Di giorno in giorno, in un certo senso, mettiamo a disposizione di Cristo le nostre labbra e le nostre mani per l’amministrazione dei vari sacramenti, a cominciare dal Sacrificio eucaristico “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium, 11).

Ci può essere una vocazione più grande e sublime di questa?

7. Ci può essere una vocazione più grande e sublime di questa? Ecco perché per me è motivo di intima gioia rendere grazie a Dio insieme a voi, cari Fratelli, in modo così solenne, per l’ineffabile dono del sacerdozio. Era giusto che io, Vescovo di Roma, offrissi questo ringraziamento prima con la Comunità diocesana di Roma - e questo ha avuto luogo il giorno di Tutti i Santi - e poi con tutti voi, che rappresentate la Chiesa universale.

Cum clamore valido - con forti grida innalziamo fervide preghiere e suppliche (cf. Eb 5, 7) a Dio Padre e Creatore, affinché per il mistero pasquale di Cristo protegga da ogni male il mondo e l’umanità. Iddio conceda, altresì, a tutti noi di affrettare la realizzazione del suo Regno, rivelatoci mediante l’Unigenito suo Figlio.

Con questi sentimenti, cantiamo ora il “Magnificat”, invocando la materna intercessione di Maria ed il suo costante patrocinio: “Sub tuum praesidium confugimus, sancta Dei Genitrix”.

La grazia divina ci aiuti a far sì che ogni istante della nostra vita segni una crescita in quell’amore che, nel tempo, si riconosce dalla fedeltà!

Voglio ancora ringraziare per questa celebrazione solenne dei Vespri e per tutto il programma liturgico e paraliturgico. A tutti voglio offrire una Benedizione a conclusione di questo indimenticabile incontro. Buona continuazione!

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

 

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