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MESSA CRISMALE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Giovedì Santo, 12 aprile 1990

 

"Grazia a voi e pace da Gesù Cristo".

Venerabili e cari fratelli nella vocazione episcopale e sacerdotale!
E voi tutti, amati fratelli e sorelle!

1. Partecipando alla liturgia mattutina del Giovedì santo, rivolgiamo gli occhi della nostra fede verso il Mistero pasquale di Cristo, che ha la propria espressione liturgica nei prossimi giorni del triduo sacro. Volgiamo gli occhi della nostra fede verso Gesù Cristo, "il testimone fedele". Ecco: lui, l'Unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, ha reso testimonianza a quel Dio che nessuno ha mai visto, né può vedere: a Dio che è Amore. Il "testimone fedele" ha reso testimonianza al Padre, come Figlio che conosce il Padre. E l'ultima parola di questa testimonianza è il triduo sacro: l'evento pasquale. In quest'evento lui stesso, Gesù Cristo, si è rivelato come "il primogenito dei morti e il principe dei re della terra" (Ap 1, 5).

2. Noi tutti, cari fratelli nel ministero episcopale e in quello sacerdotale, noi che riceviamo in eredità dagli apostoli il sacramento del servizio salvifico, fissiamo in questi giorni, in modo speciale, i nostri occhi su Cristo Signore. Infatti egli è "il testimone fedele" del nostro sacerdozio. E' per sua volontà e per sua grazia che siamo "amministratori dei misteri di Dio". Tutto il nostro sacerdozio deriva da lui. In lui è il sacerdozio. Egli, con il sangue della sua croce, ha riconciliato il mondo con Dio. Il testimone dell'infinita maestà del Padre, il testimone della creaturalità dell'uomo e di tutto il cosmo. Lui solo "conosce il Padre" e lui solo sa come ogni cosa debba essere sottomessa al Padre e Creatore, "perché egli sia tutto in tutti". E lui soltanto ha il potere di rimettere e restituire tutto questo e noi, uomini, a Dio, perché l'uomo vivente sia la gloria di Dio. In lui soltanto è la sapienza del sacerdozio. E ciò che noi, cari fratelli, ereditiamo dagli apostoli - il sacerdozio sacramentale del servizio gerarchico - deriva tutto da lui. Oggi veniamo a ringraziare, in modo particolare, per aver concesso, a noi indegni, di partecipare al suo sacerdozio. Nello stesso tempo, veniamo a chiedere perdono per tutta la nostra indegnità e peccaminosità. E questa nostra espiazione è piena di fiducia.

3. Celebriamo la liturgia del Crisma, la liturgia degli oli sacri. Essi ci ricordano la nostra unzione sacerdotale: l'effusione dello Spirito Santo dall'illimitata abbondanza della redenzione di Cristo, di cui siamo stati fatti partecipi. La liturgia, mentre ci ricorda il dono ricevuto il giorno della nostra ordinazione sacerdotale, nello stesso tempo ci parla della nostra particolare vocazione a donarci agli altri. A tale scopo è stato istituito nella Chiesa il ministero dei vescovi e dei presbiteri, oltre a quello dei diaconi. Ravvivando oggi la grazia del sacramento del sacerdozio e riconfermando la nostra totale dedizione a Cristo nel celibato, preghiamo, a un tempo, per tutti coloro che ci sono stati affidati da lui, il buon pastore. Ad essi, a nostra volta, chiediamo preghiere - ai nostri amati fratelli e sorelle - perché ci sia dato di servirli degnamente e fruttuosamente, portando i pesi gli uni degli altri.

4. Ecco Cristo, il testimone fedele. Colui che ci ama, che ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre. Egli, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

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