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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA (5-17 GIUGNO 1999)

ATTO DI DEVOZIONE AL SACRO CUORE DI GES

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Aeroclub di Elbląg - Domenica, 6 giugno 1999

    

1. “Al tuo Cuore rendiamo onore, o Gesù nostro, o Gesù. . .”.

Rendo grazie alla Divina Provvidenza, di poter insieme a voi, qui presenti, rendere lode e gloria al Sacratissimo Cuore di Gesù, in cui si è manifestato nel modo più perfetto l’amore paterno di Dio. Sono lieto perché la pia pratica, di recitare o di cantare ogni giorno nel mese di giugno le Litanie al Sacro Cuore di Gesù, è in Polonia così viva e sempre persevera.

Saluto tutti i presenti oggi a questa funzione, in un pomeriggio domenicale. In modo speciale saluto il vescovo Andrzej, Pastore di questa diocesi, il vescovo ausiliare e i rappresentanti dell’Episcopato polacco, i sacerdoti, le persone consacrate e tutto il Popolo di Dio. Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini della Russia, del distretto di Kaliningrad, presenti qui con il loro arcivescovo, Tadeusz. Saluto anche i fedeli della Chiesa greco-cattolica. Saluto tutta la giovane Chiesa di Elblag, particolarmente unita alla figura di Sant’Adalberto. Non lontano da qui - secondo la tradizione - egli diede la vita per Cristo. Nel corso della storia, la morte di tale martire ha prodotto in questa terra frutti abbondanti di santità. In questo luogo voglio ricordare la beata Dorota di Matowy, moglie e madre di nove figli, ed anche la Serva di Dio Regina Protmann, fondatrice della Congregazione delle Suore di Santa Caterina, che - se Dio vorrà - la Chiesa eleverà alla gloria degli altari, durante questo pellegrinaggio, tramite il mio ministero a Varsavia. Verrà annoverato nell’albo dei beati anche un figlio di questa terra, don Wladyslaw Demski, che diede la vita nel campo di concentramento di Sachsenhausen, difendendo pubblicamente la croce oltraggiata in modo sacrilego dai carnefici. Voi vi siete assunti questa magnifica eredità spirituale e bisogna che la tuteliate, la sviluppiate e costruiate il futuro di questa terra e della Chiesa di Elblag, sul solido fondamento della fede e della vita religiosa.

2. “Cuor di Gesù, sorgente di vita e di santità, abbi pietà di noi”.

Così lo invochiamo nelle Litanie. Tutto ciò che Dio voleva dire a noi di sé e del suo amore, lo ha deposto nel Cuore di Gesù e mediante questo Cuore l’ha espresso. Ci troviamo di fronte ad un mistero inscrutabile. Attraverso il Cuore di Gesù leggiamo l’eterno piano divino della salvezza del mondo. Ed è un progetto d’amore.

Siamo venuti oggi qui per contemplare l’amore del Signore Gesù, la sua bontà che compatisce ogni uomo; per contemplare il suo Cuore ardente d’amore per il Padre, nella pienezza dello Spirito Santo. Cristo che ci ama, ci mostra il suo Cuore come fonte di vita e di santità, come sorgente della nostra redenzione. Per comprendere in modo più profondo questa invocazione, bisogna tornare all’incontro di Gesù con la Samaritana, nella piccola città di Sicar, presso il pozzo, che si trovava lì sin dai tempi del patriarca Giacobbe. Era venuta per attingere l’acqua. Allora Gesù le disse: “Dammi da bere”, e lei si rivolse a lui: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna Samaritana?”. Ricevette allora la risposta da Gesù: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva (...) L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (cfr Gv 4, 1-14).

Gesù è sorgente; da lui prende inizio la vita divina nell’uomo. Bisogna soltanto avvicinarsi a lui, rimanere in lui, per avere questa vita. E che cosa è questa vita se non l’inizio della santità dell’uomo? Della santità che è in Dio e che l’uomo può raggiungere con l’aiuto della grazia? Tutti desideriamo bere dal divin Cuore, che è sorgente di vita e di santità.

3. “Beati coloro che agiscono con giustizia e praticano il diritto in ogni tempo” (Sal 105[106], 3).

Fratelli e Sorelle, la meditazione dell’amore di Dio, rivelatosi nel Cuore del suo Figlio, esige dall’uomo una risposta coerente. Non siamo stati chiamati soltanto a contemplare il mistero dell’amore di Cristo, ma a partecipare ad esso. Cristo dice: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14, 15). In questo modo pone dinanzi a noi una grande chiamata e allo stesso tempo una condizione: se vuoi amarmi, osserva i miei comandi, osserva la santa legge di Dio, pratica i sentieri che io ti ho indicati.

La volontà di Dio è che noi osserviamo i comandamenti, cioè la legge di Dio data sul Monte Sinai a Israele, per mezzo di Mosè. Data a tutti gli uomini. Conosciamo questi comandamenti. Molti di voi li ripetono ogni giorno nella preghiera. E’ un’usanza molto bella e devota. Ripetiamoli, come sono scritti nel Libro dell’Esodo, per confermare e per rinnovare ciò che ricordiamo.

“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù:
Non avrai altri dei di fronte a me!
Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio.
Ricordati del giorno di sabato per santificarlo.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.
Non uccidere.
Non commettere adulterio.
Non rubare.
Non pronunziare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa del tuo prossimo.
Non desiderare la moglie del tuo prossimo” (cfr. Es 20, 2-17).

Ecco il fondamento della morale dato all’uomo dal Creatore: il Decalogo, le dieci parole di Dio pronunciate con fermezza sul Sinai e confermate da Cristo nel discorso della montagna, nel contesto delle otto beatitudini. Il Creatore, che allo stesso tempo è il supremo legislatore, ha iscritto nel cuore dell’uomo tutto l’ordine della verità. Tale ordine condiziona il bene e l’ordine morale e costituisce la base della dignità dell’uomo creato ad immagine di Dio. I comandamenti sono stati dati per il bene dell’uomo, per il suo bene personale, familiare e sociale. Sono veramente per l’uomo la via. Il solo ordine materiale non basta. Occorre che sia completato ed arricchito da quello soprannaturale. Grazie ad esso, la vita acquista un nuovo senso e l’uomo diventa migliore. La vita infatti ha bisogno di forze e di valori divini, soprannaturali, soltanto allora acquista il pieno splendore.

Cristo confermò questa legge dell’Antica Alleanza. Nel discorso della montagna parlava con chiarezza a coloro che lo stavano ascoltando: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento” (Mt 5, 17). Cristo è venuto per dare compimento alla legge, prima di tutto per colmarla nel suo contenuto e nel suo significato, e per mostrarne così il pieno senso e tutta la profondità: la legge è perfetta quando è pervasa dall’amore di Dio e del prossimo. L’amore è ciò che decide della perfezione morale dell’uomo, della sua somiglianza con Dio. “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, - dice Cristo - questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21). L’odierna funzione liturgica dedicata al Sacratissimo Cuore di Gesù ci ricorda questo amore di Dio, desiderato dall’uomo intensamente, e indica che una concreta risposta a questo amore è l’osservanza nella vita quotidiana dei comandamenti di Dio. Dio ha voluto che essi non si offuschino nella memoria, ma rimangano impressi per sempre nelle coscienze degli uomini, affinché l’uomo conoscendo e osservando i comandamenti, “abbia la vita eterna”.

4. “Beato chi pratica il diritto”.

Il Salmista chiama così colui che cammina sulla via dei comandamenti e li osserva fino alla fine (cfr. Sal 118[119], 32-33). L’osservanza della legge divina, infatti, è il fondamento per ottenere il dono della vita eterna, cioè della felicità che non termina mai. Alla domanda del giovane ricco: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? (Mt 19,16), Gesù rispose: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Mt 19. 17). Questa chiamata da parte di Cristo è particolarmente attuale nella realtà di oggi, nella quale molti vivono come se Dio non ci fosse. La tentazione di organizzare il mondo e la propria vita senza Dio oppure contro Dio, senza i suoi comandamenti e senza il Vangelo, esiste e minaccia anche noi. E la vita umana e il mondo costruiti senza Dio, alla fine si volgeranno contro l’uomo. Trasgredire i comandamenti divini, abbandonare il cammino tracciato da Dio, significa cadere nella schiavitù del peccato, e “il salario del peccato è la morte” (Rm 6, 23).

Ci troviamo di fronte alla realtà del peccato. Esso è offesa a Dio, è una disubbidienza a Dio, alla sua legge, alla norma morale, che Dio diede all’uomo, inscrivendola nel cuore umano, confermandola e perfezionandola mediante la Rivelazione. Il peccato si contrappone all’amore di Dio per noi e distoglie da lui i nostri cuori. Il peccato è “l’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio”, come dice S. Agostino (De Civitate Dei, 14, 28). Il peccato è un grande male in tutta la sua molteplice dimensione. Cominciando da quello originale, attraverso tutti i peccati personali di ogni uomo, attraverso i peccati sociali, i peccati che gravano sulla storia dell’intera umanità.

Dobbiamo essere costantemente consapevoli di questo grande male, dobbiamo costantemente acquisire la sottile sensibilità e la chiara conoscenza del fomite di morte contenuto nel peccato. Si tratta qui di ciò che si è soliti chiamare il senso del peccato. Esso ha la sua fonte nella coscienza morale dell’uomo, è legato con la conoscenza di Dio, con il senso dell’unione con il Creatore, Signore e Padre. Più profonda è questa coscienza di unione con Dio, rafforzata dalla vita sacramentale dell’uomo e dalla sincera preghiera, più chiaro é il senso del peccato. La realtà di Dio svela e illumina il mistero dell’uomo. Facciamo di tutto, per rendere sensibili le nostre coscienze, e custodirle contro la deformazione o l’insensibilità.

Vediamo quali grandi compiti Dio ci pone davanti. Dobbiamo formare in noi un vero uomo ad immagine e somiglianza di Dio. Un uomo che ama la legge di Dio e vuole vivere secondo essa. Il Salmista che grida: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato” (Sal 50[51], 3-4), non è per noi un toccante esempio di un uomo, che si presenta pentito davanti a Dio? Vuole la metanoia del proprio cuore, per diventare una nuova creatura, diversa, trasformata dalla potenza di Dio.

Si presenta davanti a noi Sant’Adalberto. Sentiamo qui la sua presenza, perché in questa terra egli diede la sua vita per Cristo. Da mille anni egli ci dice, con la testimonianza del martirio, che la santità si consegue mediante il sacrificio, che qui non c’è spazio per alcun compromesso, che bisogna essere fedeli fino alla fine, che bisogna avere il coraggio di proteggere l’immagine di Dio nella propria anima, fino al prezzo supremo. La sua morte da martire richiama gli uomini affinché, morendo al male e al peccato, lascino che nasca in loro un uomo nuovo, un uomo di Dio, che osserva i comandamenti del Signore.

5. Cari Fratelli e Sorelle, contempliamo il Sacro Cuore di Gesù, che è sorgente di vita, poiché per suo mezzo si è compiuta la vittoria sulla morte. Esso è anche sorgente di santità, poiché in esso viene sconfitto il peccato, che è il nemico dello sviluppo spirituale dell’uomo. Dal Cuore del Signore Gesù, prende inizio la santità di ciascuno di noi. Impariamo da questo Cuore l’amore per Dio e la comprensione del mistero del peccato - mysterium iniquitatis.

Facciamo atti di riparazione al Divin Cuore per i peccati commessi da noi e dai nostri prossimi. Ripariamo per il rifiuto della bontà e dell’amore di Dio.

Accostiamoci ogni giorno a questa fonte da cui sgorgano le sorgenti d’acqua viva. Invochiamo con la donna samaritana “dacci quest’acqua”, poiché essa dà la vita eterna.

Cuore di Gesù, fornace ardente di carità,
Cuore di Gesù, sorgente di vita e di santità,
Cuore di Gesù, propiziazione per i nostri peccati
- abbi pietà di noi. Amen.

 

Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana

  

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