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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA (5-17 GIUGNO 1999)

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

«Błonia Siedleckie» (Siedlce) - Giovedě, 10 giugno 1999

     

1. “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo” (Rm 8, 35).

Abbiamo appena udito le parole di San Paolo, rivolte ai cristiani di Roma. E’ un grande inno di gratitudine a Dio per il suo amore e per la sua bontà. Quest’amore ha trovato il suo apice e la sua più perfetta espressione in Gesù Cristo. Dio infatti, non ha risparmiato nemmeno il proprio Figlio, ma l’ha dato per noi, perché avessimo la vita eterna (cfr Rm 8, 32). Inseriti in Cristo mediante il battesimo, siamo figli eletti ed amati di Dio. Questa certezza dovrebbe essere per noi un incoraggiamento a perseverare nella fedeltà a Cristo. San Paolo intende tale fedeltà come unione con Cristo nell’amore.

Cari Fratelli e Sorelle, con quanta eloquenza suonano queste parole dell’Apostolo delle Nazioni in terra di Podlasia, che ha dato intrepidi testimoni del Vangelo di Cristo. Il popolo di questa terra per secoli ha offerto innumerevoli prove della propria fede in Cristo e di attaccamento alla sua Chiesa, specialmente di fronte alle molteplici esperienze, alle cruenti persecuzioni e alle dure prove della storia.

Saluto tutti i presenti a questa S. Messa, tutto il Popolo di Dio della Podlasia unito al proprio Pastore, il Vescovo Jan Wiktor, ai Vescovi emeriti Jan e Waclaw e al Vescovo ausiliare Henryk. Mi rallegro per la presenza dei Vescovi della Bielorussia, del Kazakhstan, della Russia e dell’Ucraina. Saluto anche i Vescovi di rito bizantino-ucraino della Polonia e dell’Ucraina. In modo particolare, saluto l’Arcivescovo Metropolita di Warszawa-Przemysl, Jan Martyniak, il Vescovo di Wroclaw-Gdansk e il Vescovo Lubomyr Huzar di Leopoli, come pure i pellegrini giunti insieme con lui. Saluto i sacerdoti, le persone consacrate, gli studenti del Seminario Maggiore di Siedlce, ed i rappresentanti dei movimenti cattolici, delle associazioni di preghiera e di quelle apostoliche. Saluto i pellegrini di varie parti della Polonia, e quelli della vicina Bielorussia, della Lituania, dell’Ucraina e della Russia.

In questo istante si ravvivano nel mio cuore i ricordi dei precedenti incontri con la Chiesa di Siedlce, specialmente la commemorazione del millennio del Battesimo della Polonia, nel 1966, e del giubileo del 150° della diocesi, quando mi fu dato di celebrare l’Eucaristia a Koden dei Sapieha, ai piedi della Madonna Regina della Podlasia. Oggi con gioia mi presento tra voi e rendo grazie alla divina Provvidenza perché mi è dato di onorare le reliquie dei Martiri della Podlasia. Su di essi si sono adempiute in modo particolare le parole di San Paolo dell’odierna liturgia: “né morte, né vita (. . .) né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 38-39).

2. “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17, 11).

Cristo pronunziò queste parole il giorno prima della sua passione e morte. In un certo senso sono il suo testamento. Da duemila anni la Chiesa procede lungo la storia con questo testamento, con questa preghiera per l’unità. Ci sono tuttavia alcuni periodi della storia in cui tale preghiera diventa particolarmente attuale. Noi stiamo vivendo proprio in uno di questi periodi. Se il primo millennio della storia della Chiesa fu segnato essenzialmente dall’unità, sin dall’inizio del secondo millennio giunsero le divisioni, avvenute prima in Oriente, più tardi in Occidente. Da quasi dieci secoli il cristianesimo vive disunito.

Ciò ha trovato e trova espressione nella Chiesa che da mille anni svolge la propria missione in terra polacca. Nel periodo della prima Repubblica gli estesi territori polacco-lituano-ruteni costituivano una regione dove entrambe le tradizioni, quella occidentale e quella orientale, coesistevano. Vennero però a manifestarsi gradualmente gli effetti della divisione che, come si sa, avvenne tra Roma e Bisanzio a metà dell’XI· secolo. Gradualmente andava anche maturando la comprensione della necessità di ricostruire l’unità, specialmente in seguito al Concilio di Firenze, nel XV° secolo. L’anno 1596 è collegato all'avvenimento storico della cosiddetta Unione di Brest. Da quel tempo nei territori della I Repubblica, e in modo particolare in quelli orientali, aumentò il numero delle diocesi e delle parrocchie della Chiesa greco-cattolica. Pur conservando la tradizione orientale nell’ambito della liturgia, della disciplina e della lingua, quei cristiani rimasero in unione con la Sede Apostolica.

La diocesi di Siedlce, dove ci troviamo oggi, e in modo particolare la località di Pratulin, è il luogo di una particolare testimonianza di quel processo storico. Qui, infatti, furono martirizzati i confessori di Cristo appartenenti alla Chiesa greco-cattolica, il beato Wincenty Lewoniuk e i suoi dodici compagni.

Tre anni fa, durante la loro beatificazione in Piazza San Pietro, a Roma, dissi che essi: “hanno dato testimonianza di incrollabile fedeltà al Padrone della vigna. Non lo hanno deluso, ma rimanendo uniti a Cristo come i tralci alla vite hanno portato i frutti sperati di conversione e di santità. Hanno perseverato, anche a costo del sacrificio supremo. Quali “servi” fedeli del Signore essi, fidando nella sua grazia, testimoniarono la propria appartenenza alla Chiesa cattolica nella fedeltà alla loro tradizione orientale. Con tale generoso gesto i martiri di Pratulin difesero non solo il tempio sacro davanti al quale furono trucidati ma anche la Chiesa da Cristo affidata all’apostolo Pietro, della quale essi si sentivano pietre vive” (Giovanni Paolo II, Omelia, 6.10.1996: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX, 2 (1996) 539 s.).

I Martiri di Pratulin difesero la Chiesa, che è la vigna del Signore. Vi rimasero fedeli fino alla fine e non cedettero alle pressioni del mondo di allora, che proprio per questo li ha odiati. Nella loro vita e nella loro morte si è compiuta la domanda di Cristo della preghiera sacerdotale: “Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati (...) Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. (. . .) Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 14-15. 17-19). Hanno dato testimonianza della loro fedeltà a Cristo nella sua santa Chiesa. Nel mondo in cui vivevano cercarono con coraggio di sconfiggere, mediante la verità ed il bene, il male che dilagava, e con l'amore vollero debellare l’odio che infuriava. Come Cristo, che per loro offrì se stesso in sacrificio, per consacrarli nella verità - così anch’essi per la fedeltà alla verità di Cristo e per la difesa dell’unità della Chiesa, offrirono la loro vita . Questa gente semplice, padri di famiglia, al momento critico preferirono subire la morte piuttosto che cedere a pressioni in disaccordo con la loro coscienza. “Come è dolce morire per la fede” - furono le loro ultime parole.

Li ringraziamo per questa testimonianza che dovrebbe diventare il patrimonio di tutta la Chiesa in Polonia per il terzo millennio che va approssimandosi. Hanno dato il loro grande contributo alla costruzione dell’unità. Il grido di Cristo rivolto al Padre: “custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” essi l’hanno compiuto fino alla fine, tramite il generoso sacrificio della vita. Con la loro morte hanno confermato la dedizione a Cristo nella Chiesa cattolica di tradizione orientale. Lo stesso spirito ha animato le moltitudini dei fedeli di rito bizantino-ucraino, vescovi, sacerdoti e laici che durante i quarantacinque anni di persecuzioni hanno mantenuto la fedeltà a Cristo, conservando la loro identità ecclesiale. In questa testimonianza la fedeltà a Cristo si intreccia con la fedeltà alla Chiesa e diventa servizio di unità.

3 “Come tu, Padre, mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo” (cfr Gv 17, 18).

I Martiri di Pratulin davanti al mondo danno la testimonianza della loro fede, ricordando a noi che Cristo chiamò ed inviò tutti i suoi discepoli, affinché attraverso i secoli, fino alla fine dei giorni fossero annunciatori della venuta del suo regno. Questa chiamata universale a testimoniare Cristo ce l’ha ricordata con molta chiarezza il Concilio Vaticano II, nel Decreto sull’apostolato dei laici: “E’ il Signore stesso (. . .) che ancora una volta (. . .) invita tutti i laici ad unirsi sempre più intimamente a Lui e, sentendo come proprio tutto ciò che è di Lui, si associno alla sua missione salvifica” (n. 33). Quest’invito da parte del Concilio è particolarmente attuale proprio ora all’avvicinarsi del terzo millennio. E’ Cristo a rivolgerlo, verso il termine del XX° secolo, tramite la bocca dei Padri Conciliari non solo ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ma a tutti suoi discepoli. Oggi, indicando l’esempio dei tredici uomini di Pratulin, lo rivolge in modo particolare a noi.

Oggi c'è, più che mai, bisogno di un’autentica testimonianza di fede, resa visibile attraverso la vita dei discepoli laici di Cristo: delle donne e degli uomini, dei giovani e degli anziani. C’è bisogno di una decisa testimonianza di fedeltà alla Chiesa e di responsabilità verso la Chiesa, che da venti secoli reca ad ogni popolo e ad ogni nazione la salvezza, annunziando l’immutabile insegnamento del Vangelo. L’umanità si trova dinanzi a difficoltà di vario genere, a problemi ed a violente trasformazioni; molte volte sperimenta drammatici sussulti e lacerazioni. In un simile mondo, molti, specialmente i giovani, si sentono smarrire e restano feriti. Alcuni cadono vittime delle sette e di deformazioni religiose, oppure di manipolazioni della verità. Altri soccombono ad altre forme di schiavitù. Si diffondono atteggiamenti di egoismo, d’ingiustizia e di mancanza di sensibilità nei riguardi delle necessità altrui.

La Chiesa si trova di fronte a queste e a tante altre sfide dei nostri tempi. Vuole portare agli uomini un aiuto efficace e perciò ha bisogno dell’impegno dei fedeli laici i quali, sotto la guida dei loro Pastori, devono prendere parte attiva alla sua missione salvifica.

Cari Fratelli e Sorelle, mediante il santo Battesimo siete stati innestati in Cristo. Formate la Chiesa, suo Corpo mistico. Per vostro mezzo Cristo vuole agire con la potenza del suo Spirito. Tramite voi, Egli vuole ”annunziare ai poveri il lieto messaggio, proclamare ai prigionieri la liberazione, e ai ciechi la vista”. Attraverso di voi, vuole “rimettere in libertà gli oppressi e proclamare un anno di grazia del Signore” (cfr Lc 4, 18-19). Come laici, fedeli alla vostra identità, vivendo nel mondo potete in modo attivo ed efficace trasformarlo nello spirito del Vangelo. Siate il sale che conferisce alla vita il sapore cristiano. Siate la luce, che risplende nelle tenebre dell’indifferenza e dell’egoismo.

Nella Lettera a Diogneto leggiamo: “Ciò che l’anima è per il corpo, questo sono per il mondo i cristiani. L’anima è diffusa in tutte le membra del corpo, così i cristiani sono disseminati in tutte le città del mondo” (2, 6). La nuova evangelizzazione ci pone davanti a delle grandi sfide. Il mio predecessore, il Papa Paolo VI, scrisse nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi: “Il campo proprio della loro [dei laici] attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale; ed anche di altre realtà particolarmente aperte all’evangelizzazione, quali l’amore, la famiglia, l’educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza” (n. 69).

Con grande gioia constato che in Polonia si sta sviluppando in modo vivace l’Azione Cattolica, vari tipi di organizzazioni, associazioni e i movimenti cattolici, e tra essi movimenti giovanili, con a capo l’Associazione Cattolica dei Giovani e il movimento Luce-Vita. E’ un nuovo soffio dello Spirito Santo sulla nostra Patria. Siano rese grazie a Dio per questo. Siate fedeli alla vostra vocazione cristiana. Siate fedeli a Dio e a Cristo vivente nella Chiesa.

4. Oggi veneriamo le reliquie dei martiri della Podlasia e adoriamo la Croce di Pratulin che fu muta testimone della loro eroica fedeltà. Essi tenevano questa Croce nelle mani e la portavano nel profondo del cuore, come segno dell’amore del Padre e dell’unità della Chiesa di Cristo. La Croce diede loro la forza per testimoniare Cristo e la sua Chiesa. Su di essi si sono avverate le parole di Paolo dell’odierna liturgia: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8, 32). Mediante la loro morte, furono inseriti in modo speciale nel grande patrimonio della fede, a cominciare da Sant’Adalberto, da San Stanislao e da San Giosafat, sino ai tempi nostri.

E’ incalcolabile il numero di coloro che in terra polacca soffrirono per la Croce di Cristo e subirono per essa i più grandi sacrifici. Più volte nella sua storia la nostra nazione dovette difendere la propria fede e sopportare l’oppressione e la persecuzione per la fedeltà alla Chiesa. Specialmente il lungo periodo del dopoguerra si è caratterizzato come il tempo di una lotta particolarmente intensa contro la Chiesa, condotta dal sistema totalitario. Si cercava allora di proibire l’insegnamento della religione nella scuola; si ostacolava la pubblica professione di fede, come pure la costruzione di chiese e di cappelle. Quanti sacrifici si dovevano affrontare, quanto coraggio è servito per conservare l’identità cristiana. Tuttavia non si riuscì ad eliminare la Croce, questo segno di fede e d’amore, dalla vita personale e sociale, perché era radicata profondamente nella terra dei cuori e delle coscienze. Essa divenne per la nazione e per la Chiesa fonte di forza e segno di unità tra gli uomini.

La nuova evangelizzazione ha bisogno di autentici testimoni della fede. Di persone radicate nella croce di Cristo e pronte per essa ad affrontare sacrifici. La vera testimonianza infatti riguardo alla vivificante potenza della Croce la dà colui che, nel suo nome, sconfigge in sé il peccato, l’egoismo e ogni male, e desidera imitare l’amore di Cristo fino alla fine.

Bisogna che, come nel passato, la Croce continui ad essere presente nella nostra esistenza come un chiaro indicatore della via da seguire e come la luce che rischiara tutta la nostra vita. La Croce, che con le sue braccia unisce il cielo alla terra e gli uomini tra di loro, cresca sulla nostra terra e formi un grande albero carico di frutti di salvezza. Generi nuovi e coraggiosi annunciatori del Vangelo, che amano la Chiesa e sono di essa responsabili, veri araldi della fede, stirpe di uomini nuovi. Siano essi ad accendere la fiaccola della fede ed a portarla accesa oltre la soglia del terzo millennio.

Croce di Cristo, sii lodata,
Ti salutiamo in ogni tempo,
da te scaturisce forza e fortezza,
In te la nostra vittoria!

 

© Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana

  

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