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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
A MADRE TERESA DI CALCUTTA

 

Alla diletta figlia Suor Teresa di Calcutta

Ho appreso con vivo compiacimento che, in occasione del XX anniversario dell’inaugurazione della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, le Autorità accademiche hanno unanimemente deciso di conferirle la Laurea “honoris causa” in Medicina e Chirurgia, quale riconoscimento degli eccezionali meriti, da lei acquisiti nel recare il sollievo della medicina applicata e dell’assistenza alle varie forme di umano dolore.

L’iniziativa appare particolarmente felice. Essa assurge, infatti, al valore di un gesto emblematico, mediante il quale la Facoltà di Medicina e Chirurgia intende indicare il senso ultimo del proprio sforzo di studio e di ricerca nei diversi campi della scienza: il senso cioè di un servizio all’uomo, che animato dall’amore non si ferma al corpo, ma raggiunge lo spirito, per suscitarvi la fiamma della speranza nel mondo trascendente dei valori cristiani.

Con questa finalità fu fondata, vent’anni or sono, codesta Facoltà. Si volle, allora, creare un Centro, nel quale chi si sentiva chiamato alla nobile arte della Medicina potesse ricevere non soltanto una sicura preparazione scientifica, ma anche una solida formazione cristiana, che lo rendesse capace di testimoniare Cristo nell’esercizio stesso della professione sanitaria. Si volle, allora, dar vita ad un’Istituzione nella quale, per usare le parole del Fondatore stesso dell’Università Cattolica, il giovane fosse orientato ad “imprimere alla propria attività una fisionomia ben caratteristica, quella del credente che ogni cosa ed ogni avvenimento giudica e valuta dal punto di vista cristiano” (cf. Vita e Pensiero, XLI, 1958, n. 1).

Alla luce di questi ideali la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica ha cercato di camminare con costante impegno e dedizione in questi 20 anni di vita. E la ricorrenza odierna mi è propizia per esprimere – mentre mi unisco di cuore alla celebrazione di questa data – vivo compiacimento per i traguardi raggiunti e sinceri voti augurali di crescente sviluppo nell’irradiazione della sua opera, ispirata e sostenuta da amore fraterno e da profonda fede.

La fede cristiana, del resto – ella, carissima sorella, ne offre ampia testimonianza con la sua vita – non altera né mortifica, ma anzi illumina di superiori riflessi quel servizio alla vita umana, che è compito specifico della Medicina. Come non riconoscere, infatti, la nuova ricchezza di motivazioni, che a tale servizio arreca la capacità di scoprire, nella fede, il fulgore dell’immagine divina, impressa sul volto di ogni uomo, che da essa trae l’intangibilità del proprio essere e la dignità trasfigurata delle proprie infermità?

So bene come tale consapevolezza abbia costantemente animato il suo impegno e quello delle persone generose che, in numero crescente, si sono via via unite a lei, condividendo l’ideale di donazione totale ad ogni categoria di malati, di poveri, di emarginati, di persone recanti nel corpo e nello spirito il marchio bruciante della sofferenza. Col suo esempio ella dimostra come le parole evangeliche: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35s) valgono ad aprire dinanzi al cuore del credente orizzonti nuovi, nei quali la realtà dell’umana sofferenza si pone
quale “sacramento” della trascendente presenza di Cristo.

Rinnovo, pertanto, l’espressione del mio apprezzamento per l’opportuna iniziativa accademica, che la vede oggi meritatamente premiata e, mentre invoco su di lei e sulla sua attività copiose effusioni di favori celesti, le imparto di cuore la propiziatrice benedizione apostolica, che volentieri estendo ai Professori ed agli Alunni della cara Università Cattolica ed a quanti sono intervenuti alla significativa cerimonia.

Dal Vaticano, 12 dicembre 1981

GIOVANNI PAOLO II

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