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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO
II A PADRE GEORGE V. COYNE, DIRETTORE DELLA SPECOLA VATICANA
Al reverendo padre George V. Coyne, S. J. direttore della Specola vaticana.
“Grazia a te e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo” (Ef
1, 2).
Mentre stai preparando la pubblicazione degli Atti della settimana di studio
tenutasi a Castel Gandolfo dal 21 al 26 settembre 1987, colgo l’occasione per
esprimere la mia gratitudine a te e attraverso te a tutti coloro che hanno
contribuito a questa importante iniziativa. Ho fiducia che la pubblicazione di
questi Atti renderà ancora più fecondi i frutti di questa impresa.
Il trecentesimo anniversario della pubblicazione dei “Philosaphiae Naturalis
Principia Mathematica” ha offerto alla Santa Sede l’opportunità di promuovere
una settimana di studio per riflettere sui molteplici rapporti esistenti tra
teologia, filosofia e scienze naturali. Già sir Isaac Newton, l’uomo che viene
così onorato, aveva dedicato gran parte della sua vita a questi argomenti, e
nelle sue opere principali, nei manoscritti incompiuti e nella vasta
corrispondenza è possibile trovare le sue riflessioni su essi. La pubblicazione
degli Atti di questa settimana di studi, riprendendo alcune delle grandi
questioni esplorate da questo grande genio, mi dà l’opportunità di ringraziarti
per gli sforzi da te dedicati ad un argomento così importante. Il tema della
vostra conferenza, “La nostra conoscenza di Dio e della natura: fisica,
filosofia e teologia” è senza dubbio cruciale nel mondo contemporaneo. Proprio
per la sua importanza ritengo di dover trattare alcuni argomenti che, a causa
dei rapporti scambievoli tra scienza naturale, filosofia e teologia presentano
particolare interesse per la Chiesa e la società umana in generale.
La Chiesa e le istituzioni accademiche, in quanto rappresentano due
istituzioni molto differenti ma anche importanti, sono reciprocamente coinvolte
nell’ambito della civiltà umana e della cultura mondiale. Noi portiamo, davanti
a Dio, enormi responsabilità verso la condizione umana poiché storicamente
abbiamo avuto e continuiamo ad avere un’influenza determinante sullo sviluppo
delle idee e dei valori e sul corso delle azioni umane. Ambedue abbiamo storie
che risalgono a migliaia di anni: la comunità accademica, colta, che risale alle
origini della cultura, alla città, alle biblioteche e alla scuola, e la Chiesa
con le sue radici storiche nell’antico Israele. Spesso, nel corso di questi
secoli siamo entrati in contatto, talvolta per aiutarci a vicenda e altre volte
in occasione di quegli inutili conflitti che hanno offuscato ambedue le nostre
storie. In questa conferenza ci siamo incontrati ancora una volta, ed è stato
quanto mai opportuno, avvicinandoci al termine del millennio, aver iniziato
insieme una serie di riflessioni sul mondo così come noi lo sperimentiamo e come
esso modella e provoca le nostre azioni.
Tanta parte di questo nostro mondo sembra frammentato, come diviso in parti
separate. Tanta parte della vita umana viene trascorsa in condizione di
isolamento o di ostilità. La divisione tra paesi ricchi e paesi poveri continua
a crescere; il contrasto tra Nord e Sud si fa sempre più accentuato ed
intollerabile. L’antagonismo tra razze e religioni divide le nazioni in campi di
battaglia; antiche tensioni non danno segno di affievolimento. Anche in seno
alla comunità accademica, persiste la separazione tra verità e valori, e
l’isolamento delle sue varie culture - scientifica, umanistica e religiosa -,
rende difficile, a volte impossibile, il dialogo comune.
Ma allo stesso tempo vediamo in ampi settori della comunità umana una
crescente apertura critica verso persone di cultura, formazione, competenze e
punti di vista differenti. Con sempre maggiore frequenza le persone cercano
coerenza intellettuale e collaborazione e scoprono, pur nello loro differenze,
valori ed esperienze che hanno in comune. Questa apertura, questo interscambio
dinamico, è una caratteristica saliente delle stesse comunità scientifiche
internazionali e si basa su interessi comuni, su fini comuni e su un’azione
comune unitamente ad una profonda consapevolezza che le intuizioni e le
conquiste di uno sono spesso importanti per il progresso dell’altro. Ciò si è
verificato e continua a verificarsi in un modo simile ma più sottile tra gruppi
anche più diversi - tra le comunità che formano la Chiesa e anche tra la
comunità scientifica e la Chiesa stessa. Questa spinta è essenzialmente un
movimento verso quella specie di unità che si oppone alla omogeneizzazione e
apprezza la diversità. Una tale comunità viene determinata da un significato
comune e da un’intesa condivisa che porta ad un comune coinvolgimento. Due
gruppi che inizialmente sembrano non avere nulla in comune, possono cominciare
ad entrare in comunione reciproca con lo scoprire un fine comune, e ciò a sua
volta può condurre ad aree ancora più ampie di partecipazione di intese e di
interessi.
Come non mai prima nella sua storia, la Chiesa è entrata nel movimento per
l’unione di tutti i cristiani, favorendo studio comune, preghiera e discussioni
perché “tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 20). Essa si è sforzata di
liberarsi da ogni avanzo di antisemitismo e di mettere l’accento sulle sue
origini nel giudaismo e sul suo debito religioso verso lo stesso. Nella
riflessione e nella preghiera essa ha rivolto la sua attenzione alle grandi
religioni del mondo, riconoscendo i valori che tutti abbiamo in comune e la
nostra universale e totale dipendenza da Dio.
All’interno della Chiesa stessa, c’è un senso crescente della sua mondialità,
già apparso così evidente nell’ultimo Concilio ecumenico nel quale Vescovi
originari di tutti i continenti - e non più prevalentemente europei o
occidentali - assunsero per la prima volta la loro comune responsabilità per la
Chiesa intera. I documenti del Concilio e del magistero riflettono questa nuova
coscienza di mondialità sia nel loro contenuto sia nel tentativo di indirizzarsi
a tutte le persone di buona volontà. Nel corso di questo secolo siamo stati
testimoni di una tendenza dinamica verso la riconciliazione e l’unità che ha
preso molte forme in seno alla Chiesa.
Né questo sviluppo deve apparire sorprendente. La comunità cristiana,
muovendosi così chiaramente in questa direzione, avverte con maggiore intensità
l’azione di Cristo in se stessa: “Poiché era Dio che in Cristo riconciliava a sé
il mondo” (2 Cor 5, 19). Noi stessi poi siamo chiamati ad essere una
continuazione di questa riconciliazione degli esseri umani, gli uni con gli
altri e tutti con Dio. È la nostra vera natura dato che la Chiesa implica questo
impegno all’unità.
Passando a considerare il rapporto tra religione e scienza, c’è stato un
movimento ben definito, anche se fragile e provvisorio, verso un nuovo e più
variato interscambio. Abbiamo cominciato a parlarci l’un l’altro a livelli più
profondi che in passato, e con maggiore apertura verso i punti di vista
reciproci. Abbiamo cominciato a cercare insieme una comprensione più profonda
delle rispettive discipline, con le loro competenze e con i loro limiti, e
soprattutto abbiamo cercato aree su cui poggiare basi comuni. Nel far questo
abbiamo scoperto importanti domande che ci riguardano ambedue, e che sono di
importanza vitale per la più ampia comunità umana della quale siamo al servizio.
È d’importanza cruciale che questa ricerca comune, basata su una apertura ed un
interscambio critici, debba non solo continuare ma anche crescere ed
approfondirsi in qualità e in ampiezza di obiettivi.
Infatti l’influsso che ambedue queste istituzioni hanno sul corso della
civiltà e sul mondo stesso, non sarà mai valutato abbastanza, ed è moltissimo
ciò che ciascuna può offrire all’altra. C’è, naturalmente, la visione dell’unità
di tutte le cose e di tutti i popoli in Cristo, sempre attivo e presente in
mezzo a noi nella vita di tutti i giorni - con le sue lotte, sofferenze, gioie e
ricerche - che è il centro della vita e della testimonianza della Chiesa. Questa
visione porta con sé nella comunità più ampia un profondo rispetto per tutto ciò
che è, una speranza e una certezza che la fragile bontà, la bellezza e la vita
che vediamo nell’universo vanno verso un completamento e un perfezionamento
destinato a trionfare sulle forze di dissoluzione e di morte. Questa visione
fornisce anche un forte appoggio ai valori che emergono dalla conoscenza e dalla
comprensione sia della creazione, sia di noi stessi in quanto prodotti,
conoscitori e custodi della creazione.
Anche le discipline scientifiche, com’è ovvio, ci forniscono una conoscenza e
una comprensione sia del nostro universo nella sua globalità, sia della varietà
incredibilmente ricca degli intricati processi e delle complesse strutture che
sono alla base dei suoi componenti animati e inanimati. Questa conoscenza ci ha
dato una più profonda comprensione di noi stessi e del nostro umile ma tuttavia
unico ruolo all’interno della creazione. Grazie alla tecnologia questa
conoscenza ci ha anche dato la capacità di viaggiare, comunicare, costruire,
guarire e investigare in modi che sarebbero stati quasi inimmaginabili per i
nostri antenati. Una tale conoscenza e un tale potere, come abbiamo scoperto,
possono essere usati nobilmente per favorire e migliorare la vita o possono
essere sfruttati per peggiorare o distruggere la vita umana e l’ambiente anche
su scala globale.
L’unità che percepiamo nella creazione sulla base della nostra fede in Gesù
Cristo come Signore dell’universo, unitamente alla corrispondente unità che ci
sforziamo di ottenere nelle nostre comunità umane, sembra avere un riflesso e
anche un rafforzamento in ciò che ci rivela la scienza contemporanea. Basta
guardare allo sviluppo incredibile della ricerca scientifica, per scoprire un
movimento soggiacente verso la scoperta di livelli di una legge e di un processo
che unificano la realtà creata, pur avendo allo stesso tempo suscitato la vasta
diversità di strutture e di organismi che compongono sia il mondo fisico e
biologico sia quello psicologico e sociologico.
La fisica contemporanea ci dà un esempio singolare. La ricerca sulla
unificazione di tutte e quattro le forze fisiche fondamentali - gravitazione,
elettromagnetismo, interazioni forti e deboli - ha ottenuto crescenti successi.
Questa unificazione è in grado di mettere in relazione tra loro scoperte del
campo subatomico con quelle del campo cosmologico in modo da gettar luce sia
sull’origine dell’universo sia, possibilmente, sull’origine delle leggi e delle
costanti che governano la sua evoluzione. I fisici hanno una conoscenza
dettagliata, benché incompleta e provvisoria, delle particelle elementari e
delle forze fondamentali con cui esse interagiscono a basse e medie energie.
Essi ora hanno una teoria accettabile che unifica la forza elettromagnetica e la
forza nucleare debole, come pure hanno teorie dei campi, dette di grande
unificazione, molto meno soddisfacenti ma promettenti, con cui tentano di
unificare anche la forza nucleare forte. Ancora nella linea di questo stesso
sviluppo, ci sono già diverse proposte dettagliate per la tappa finale, la
superunificazione, quella cioè che include anche la gravità. Non è forse
importante notare che in un mondo così dettagliatamente specializzato come
quello della fisica contemporanea esista questa spinta verso la convergenza?
Anche nelle scienze della vita è accaduto qualcosa di simile. I biologi
molecolari hanno studiato la struttura della materia vivente, le sue funzioni e
i suoi processi di moltiplicazione. Essi hanno scoperto che tutti gli organismi
della terra hanno alla base gli stessi costituenti i quali compongono sia i geni
sia le proteine da essi codificate. È un’altra impressionante manifestazione
dell’unità della natura.
Con l’incoraggiare l’apertura tra la Chiesa e le comunità scientifiche, non
ci proponiamo un’unità di contenuti tra teologia e scienza come quella che
esiste nell’ambito di un dato campo scientifico o della teologia vera e propria.
Col crescere del dialogo e della ricerca comune, ci sarà un progresso verso la
mutua comprensione e una graduale scoperta di interessi comuni che forniranno le
basi per ulteriori ricerche e discussioni. Sta al futuro stabilire in quale
forma questo avverrà. Ciò che è importante, come abbiamo già sottolineato, è che
il dialogo deve continuare e progredire in profondità e in ampiezza. In questo
processo dobbiamo superare ogni tendenza regressiva che porti verso forme di
riduzionismo unilaterale, di paura e di autoisolamento. Ciò che è assolutamente
importante è che ciascuna disciplina continui ad arricchire, nutrire e provocare
l’altra ad essere più pienamente ciò che deve essere e a contribuire alla nostra
visione di ciò che siamo e di dove stiamo andando.
Potremmo chiederci se siamo pronti per questo sforzo cruciale. È pronta la
comunità delle religioni del mondo, la Chiesa inclusa, ad entrare in un dialogo
sempre più approfondito con la comunità scientifica, un dialogo che,
salvaguardando l’integrità sia della religione sia della scienza, promuova allo
stesso tempo il progresso di entrambe? È preparata ora la comunità scientifica
ad aprirsi al cristianesimo e anzi a tutte le grandi religioni del mondo, per
lavorare insieme a costruire una cultura che sia più umana e in questo modo più
divina? Abbiamo l’ardire di rischiare con l’onestà e col coraggio che tale
compito richiede? Dobbiamo chiederci se scienza e religione contribuiranno
all’integrazione della cultura umana più che alla sua frammentazione. È una
scelta obbligata che ci riguarda tutti.
Infatti una posizione di semplice neutralità non è più accettabile. I popoli,
dovendo crescere e maturare, non possono continuare a vivere in compartimenti
separati, per perseguire interessi totalmente divergenti dai quali valutare e
giudicare il loro mondo. Una comunità divisa favorisce una visione del mondo
frammentata; una comunità di interscambio incoraggia i suoi membri ad allargare
le loro prospettive parziali verso una visione unificata nuova.
Tuttavia l’unità che cerchiamo, come abbiamo già sottolineato, non è
l’identità. La Chiesa non propone che la scienza diventi religione o la
religione diventi scienza. Al contrario, l’unità presuppone sempre la diversità
e l’integrità dei suoi elementi. Nell’interscambio dinamico ciascuno di questi
membri dovrebbe tendere a diventare più se stesso e non meno se stesso, poiché
l’unità in cui uno degli elementi viene assorbito dall’altro è falsa nelle sue
promesse di armonia e distruttiva dell’integrità dei suoi componenti. Ci viene
chiesto di fonderci nell’unità, non di trasformarci gli uni negli altri.
Per essere più chiari, sia la religione, sia la scienza devono conservare la
loro autonomia e la loro distinzione. La religione non si fonda sulla scienza né
la scienza è un’estensione della religione. Ciascuna ha i suoi principi, il suo
modo di procedere, le sue differenti interpretazioni e le proprie conclusioni.
Il cristianesimo ha in se stesso la sorgente della propria giustificazione e non
pretende di fare la sua apologia appoggiandosi primariamente sulla scienza. La
scienza deve dare testimonianza a se stessa. Mentre religione e scienza possono
e debbono ciascuna appoggiare l’altra come dimensioni distinte della comune
cultura umana, nessuna delle due dovrebbe pretendere di essere il necessario
presupposto per l’altra. Oggi abbiamo un’opportunità senza precedenti di
stabilire un rapporto interattivo comune in cui ogni disciplina conserva la
propria integrità pur rimanendo radicalmente aperta alle scoperte e intuizioni
dell’altra.
Ma perché l’apertura critica e lo scambio reciproco sono un valore per
entrambi? L’unità ha alla sua origine la spinta della mente umana verso la
comprensione e il desiderio di amore dello spirito dell’uomo. Quando gli esseri
umani cercano di capire le molteplici realtà che li circondano, quando cercano
di trovare il senso dell’esperienza, essi lo fanno raccogliendo diversi fattori
in una visione comune. La comprensione si realizza quando molti dati vengono
unificati in una struttura comune. L’uno illumina i molti e dà significato al
tutto. La molteplicità pura e semplice è caos; un’intuizione, un singolo modello
possono dare una struttura a questo caos e renderlo intelligibile. Ci muoviamo
verso l’unità ogni volta che cerchiamo il significato della nostra vita. L’unità
è anche conseguenza dell’amore. L’amore genuino non va verso l’assimilazione
dell’altro ma verso l’unione con l’altro. La comunità umana ha inizio nel
desiderio quando questa unione non è stata realizzata, e si compie nella gioia
quando quelli che prima erano separati ora si ritrovano uniti.
Nei primi documenti della Chiesa, la realizzazione della comunità, intesa nel
senso radicale del termine, era vista come promessa e termine del Vangelo:
“Quello che abbiamo visto e udito lo annunziamo anche a voi, perché voi pure
siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con suo
Figlio Gesù Cristo. E noi vi scriviamo queste cose, affinché il vostro gaudio
sia perfetto” (1 Gv 1, 3). Più tardi la Chiesa si rivolse alle scienze e
alle arti, fondando grandi università e costruendo monumenti di straordinaria
bellezza così che tutte le realtà fossero riunite in Cristo (cf. Ef 1,
10).
Che cosa è allora che la Chiesa incoraggia in questo rapporto di unità tra
scienza e religione? Anzitutto che esse debbono cercare di comprendersi a
vicenda. Per troppo tempo si sono tenute a distanza. La teologia, come “fides
quaerens intellectum”, è stata definita come lo sforzo della fede per portare a
compimento l’intelligenza. Come tale, essa deve oggi attuare uno scambio vitale
con la scienza proprio come ha sempre fatto con la filosofia e altre forme di
cultura. La teologia, dato il suo interesse primario per argomenti come la
persona umana, le capacità della libertà e la possibilità della comunità
cristiana, la natura della fede e l’intelligibilità della natura e della storia,
dovrà sempre fare appello in qualche grado ai risultati della scienza. Essa sarà
tanto più vitale e significativa per l’umanità quanto più saprà fare suoi in
profondità questi risultati.
Tocchiamo ora un punto molto importante e delicato che richiede di essere
precisato con cura. Non si dice che la teologia debba assimilare
indiscriminatamente ogni nuova teoria filosofica o scientifica. Tuttavia, dal
momento in cui questi risultati diventano patrimonio della cultura intellettuale
del tempo, i teologi devono comprenderli e metterne alla prova il valore coll’esplicitare
alcune virtualità della fede cristiana che non sono state ancora espresse. Per
esempio, l’ilemorfismo della filosofia naturale di Aristotele, fu adottato dai
teologi medievali perché li aiutava ad esplorare la natura dei sacramenti e
l’unione ipostatica. Questo non significava che la Chiesa ritenesse vera o falsa
l’intuizione di Aristotele, trattandosi di materia fuori del suo interesse.
Significava solo che questa era una delle ricche intuizioni offerte dalla
cultura greca, che essa aveva bisogno di essere capita, presa sul serio e messa
alla prova per la sua capacità di gettar luce in vari campi della teologia. I
teologi in rapporto alla scienza di oggi, alla filosofia e ad altri campi del
conoscere, possono ben chiedersi se, anche essi, così come fecero questi maestri
medievali, hanno saputo compiere un simile, così difficile processo.
Come le antiche cosmologie del vicino Oriente poterono essere purificate e
assimilate nei primi capitoli del Genesi, non potrebbe la cosmologia
contemporanea avere qualcosa da offrire alle nostre riflessioni sulla creazione?
Può una prospettiva evoluzionistica contribuire a far luce sulla teologia
antropologica, sul significato della persona umana come “imago Dei”, sul
problema della cristologia - e anche sullo sviluppo della dottrina stessa? Quali
sono, se ve ne sono, le implicazioni escatologiche della cosmologia
contemporanea, specialmente alla luce dell’immenso futuro del nostro universo?
Può il metodo teologico avvantaggiarsi facendo proprie le intuizioni della
metodologia scientifica e della filosofia della scienza?
Si potrebbero fare molte altre domande di questo tipo. Ma per continuare a
proporne si richiederebbe quella specie di intenso dialogo con la scienza
contemporanea che, generalmente parlando, è mancato nei teologi impegnati nella
ricerca e nell’insegnamento. Ciò comporterebbe che almeno alcuni teologi fossero
sufficientemente competenti nelle scienze per poter fare un uso genuino e
creativo delle risorse offerte loro dalle teorie meglio affermate. Una tale
conoscenza li difenderebbe dalla tentazione di fare, a scopo apologetico, un uso
poco critico ed affrettato delle nuove teorie cosmologiche come quella del “Big
Bang”. Così pure li tratterrebbe dal non prendere affatto in considerazione il
contributo che tali teorie possono dare all’approfondimento della conoscenza nei
campi tradizionali della ricerca teologica.
Un contributo chiave a questo processo di mutuo apprendimento può essere dato
da quei membri della Chiesa che sono scienziati attivi o, in casi particolari,
scienziati e teologi allo stesso tempo. Essi inoltre possono fornire un grande
aiuto a tutti gli altri che lottano per integrare nella loro vita intellettuale
e spirituale i mondi della scienza e della religione, come pure a coloro che si
trovano a dover affrontare difficili decisioni morali nei campi della ricerca e
delle applicazioni tecnologiche. Servizi di mediazione come questi devono essere
favoriti e incoraggiati. La Chiesa da lungo tempo ne ha riconosciuto
l’importanza fondando la Pontificia Accademia delle Scienze, nella quale
scienziati di fama mondiale si incontrano regolarmente per discutere sulle loro
ricerche e per comunicare alla comunità più ampia in quali direzioni vanno le
ricerche. Ma si richiede molto di più.
Il problema è urgente. Gli sviluppi odierni della scienza provocano la
teologia molto più profondamente di quanto fece nel XIII secolo l’introduzione
di Aristotele nell’Europa occidentale. Inoltre questi sviluppi offrono alla
teologia una risorsa potenziale importante. Proprio come la filosofia
aristotelica, per il tramite di eminenti studiosi come san Tommaso d’Aquino,
riuscì finalmente a dar forma ad alcune delle più profonde espressioni della
dottrina teologica, perché non potremmo sperare che le scienze di oggi,
unitamente a tutte le forme del sapere umano, possano corroborare e dar forma a
quelle parti della teologia riguardanti i rapporti tra natura, umanità e Dio?
Può anche la scienza trarre vantaggio da questo interscambio? Sembrerebbe di
sì. La scienza infatti si sviluppa al meglio quando i suoi concetti e le sue
conclusioni vengono integrati nella più ampia cultura umana e nei suoi interessi
per la scoperta del senso e del valore ultimo della realtà. Gli scienziati non
possono perciò disinteressarsi del tutto di certi argomenti di cui si occupano
filosofi e teologi. Col dedicare a questi argomenti un po’ dell’energia e
dell’interesse che essi mettono nelle loro ricerche scientifiche, possono
aiutare altri a scoprire più pienamente le potenzialità umane delle loro
scoperte. Essi inoltre possono valutare da loro stessi che queste scoperte non
possono mai costituire un sostituto valido per quanto riguarda la conoscenza
delle verità ultime. La scienza può purificare la religione dall’errore e dalla
superstizione; Ia religione può purificare la scienza dall’idolatria e dai falsi
assoluti. Ciascuna può aiutare l’altra ad entrare in un mondo più ampio, un
mondo in cui possono prosperare entrambe.
La verità è che la Chiesa e la comunità scientifica verranno a contatto
inevitabilmente; le loro opzioni non comportano isolamento. I cristiani non
potranno non assimilare le idee prevalenti riguardanti il mondo, idee che oggi
vengono influenzate profondamente dalla scienza. Il solo problema è se essi lo
faranno con senso critico o senza riflettervi, con profondità ed equilibrio o
con la superficialità che avvilisce il Vangelo e ci fa vergognare di fronte alla
storia. Gli scienziati, come tutti gli esseri umani, dovranno prendere decisioni
su ciò che in definitiva dà senso e valore alla loro vita e al loro lavoro;
faranno questo bene o male, con quella profondità di riflessione che si acquista
con l’aiuto della sapienza teologica, o con una sconsiderata assolutizzazione
delle loro conquiste al di là dei loro giusti e ragionevoli limiti.
Chiesa e comunità scientifica si trovano entrambe di fronte a questa
inevitabile alternativa. Faremo le nostre scelte molto meglio se sapremo attuare
in collaborazione quell’interscambio nel quale siamo continuamente chiamati ad
essere di più. Solo un rapporto dinamico tra teologia e scienza può rivelare
quei limiti che salvaguardano l’integrità delle due discipline in modo che la
teologia non sconfini in una pseudoscienza e la scienza non diventi
inconsciamente teologia. La conoscenza reciproca porta ciascuna di esse ad
essere più autenticamente se stessa. Non si può leggere la storia del secolo
scorso senza accorgersi che la responsabilità della crisi ricade su ambedue le
comunità. L’uso della scienza si è dimostrato in più di un’occasione largamente
distruttivo, e le riflessioni sulla religione sono state troppo spesso sterili.
Abbiamo ambedue bisogno di essere quello che dobbiamo essere, quello che siamo
stati chiamati ad essere.
Così in questa occasione del terzo centenario di Newton, la Chiesa, parlando
tramite il mio ministero, fa appello a se stessa e alla comunità scientifica
perché si uniscano intensificando i loro scambievoli rapporti costruttivi. Siete
ambedue chiamate ad imparare l’una dall’altra, a rinnovare il contesto in cui si
fa la scienza e a far progredire l’inculturazione che una teologia vitale
richiede. Ciascuna di voi ha tutto da guadagnare da un tale scambio e la
comunità umana che entrambe serviamo ha diritto di aspettarselo da noi.
Su tutti coloro che hanno partecipato alla settimana di studio voluta dalla
Santa Sede e su coloro che leggeranno e studieranno i lavori pubblicati invoco
sapienza e pace nel nostro Signore Gesù Cristo e imparto di cuore la mia
benedizione apostolica.
Dal Vaticano, 1° giugno 1988.
IOANNES PAULUS PP. II
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Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana
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