Messaggio per la XXVI Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 1992 - Giovanni Paolo II, Messaggi-Comunicazioni Sociali
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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
PER LA XXVI GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

"La proclamazione del messaggio di Cristo nei mezzi di comunicazione"

[Domenica, 31 maggio 1992]

 

Cari fratelli e sorelle,

Come ogni anno da ventisei anni, secondo quanto è stato stabilito dal Concilio Vaticano Secondo, la Chiesa celebra una Giornata Mondiale dedicata alle comunicazioni sociali. Che cosa celebra questa Giornata? Essa è un modo di apprezzare con gratitudine uno specifico dono di Dio, un dono che ha enorme significato per il periodo della storia umana che stiamo vivendo, il dono di tutti quei mezzi tecnologici che facilitano, intensificano e arricchiscono le comunicazioni fra gli esseri umani.

In questo giorno, noi celebriamo i doni divini della parola, dell'udito e della vista, che ci permettono di emergere dal nostro isolamento e dalla nostra solitudine per scambiare con quelli che ci circondano i pensieri e i sentimenti che sorgono nei nostri cuori. Noi celebriamo i doni della scrittura e della lettura attraverso i quali la sapienza dei nostri avi è messa a nostra disposizione e la nostra esperienza e le nostre riflessioni vengono trasmesse alle generazioni future. Poi, come se questi prodigi non bastassero, noi riconosciamo il valore di «meraviglie» sempre più prodigiose: «le meravigliose invenzioni tecniche che l'ingegno umano è riuscito, con l'aiuto di Dio, a trarre dalle cose create» (Inter Mirifica, 1), invenzioni che nel nostro tempo hanno aumentato ed esteso incommensurabilmente il raggio di azione sul quale le nostre comunicazioni possono viaggiare e hanno amplificato il volume della nostra voce così, che essa può arrivare simultaneamente alle orecchie di moltitudini incalcolabili.

I mezzi di comunicazione - e noi non ne escludiamo alcuno dalla nostra celebrazione - sono il biglietto di ingresso di ogni uomo e di ogni donna alla moderna piazza di mercato dove si esprimono pubblicamente i pensieri, dove si scambiano le idee, vengono fatte circolare le notizie e vengono trasmesse e ricevute le informazioni di ogni genere (cfr. Redemptoris Missio, 37). Per tutti questi doni noi lodiamo il nostro Padre Celeste dal quale provengono «ogni buon regalo e ogni dono perfetto» (Gc 1, 17). La nostra celebrazione, che è essenzialmente di gioia e di ringraziamento, è necessariamente temperata da tristezza e da rammarico. Proprio i media che noi stiamo celebrando ci ricordano costantemente le limitazioni della nostra umana condizione, la presenza del male negli individui e nella società, della violenza insensata e dell'ingiustizia che gli esseri umani esercitano l'uno contro l'altro con innumerevoli pretesti. Di fronte ai media noi spesso ci troviamo nella posizione di spettatori indifesi che assistono ad atrocità commesse in tutto il mondo, a causa di rivalità storiche, di pregiudizi razziali, di desiderio di vendetta, di sete di potere, di avidità di possesso, di egoismo, di mancanza di rispetto per la vita umana e per i diritti umani. I cristiani deplorano questi fatti e le loro motivazioni. Ma essi sono chiamati a fare molto di più; essi devono sforzarsi di vincere il male con il bene (cfr. Rm 12, 21).

La risposta cristiana al male è, innanzitutto, ascoltare attentamente la Buona Novella e rendere sempre più presente il messaggio di salvezza di Dio in Gesù Cristo. I cristiani hanno la «buona novella» da annunciare, il messaggio di Cristo; e la loro gioia è di condividerlo, questo messaggio, con ogni uomo o donna di buona volontà che sia preparato ad ascoltare. Un messaggio che dobbiamo annunciare prima di tutto con la testimonianza delle nostre vite, perché, come Papa Paolo VI ha detto saggiamente, «l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (Evangelii Nuntiandi, 41). Siamo chiamati ad essere come una città collocata su un monte, come una lampada sopra un lucerniere, visibile da tutti, in modo che la nostra luce splenda come un faro che segnala il cammino sicuro verso un porto sereno (cfr. Mt 5, 13-14).

La testimonianza che diamo con la nostra vita, come individui e come comunità, esprimendo i principi e i valori che professiamo in quanto cristiani, portata all'attenzione del mondo da tutti i mezzi di comunicazione in grado di riflettere veramente la realtà dei fatti, è già una forma di proclamazione del messaggio di Cristo capace di fare un gran bene. Come sarebbe efficace tale testimonianza universale da parte dei membri della Chiesa! Ma dai seguaci di Cristo ci si attende una proclamazione ancora più esplicita. Noi abbiamo il dovere di proclamare i nostri principi, senza paura e senza compromessi «in piena luce» e «sui tetti», (cfr. Mt 10, 27; Lc 12, 3), adattando il messaggio divino, naturalmente, «al modo di parlare degli uomini del nostro tempo e alla loro mentalità» (Cfr. Communio et Progressio, 11), e sempre con quella sensibilità verso le loro reali convinzioni che ci aspettiamo da loro per le nostre. Una proclamazione attuata nel duplice rispetto, sul quale la Chiesa insiste, verso tutti gli esseri umani senza eccezioni, nella loro ricerca di risposte ai più profondi problemi esistenziali, da un lato e, dall'altro, verso l'azione dello Spirito, misteriosamente presente in ogni cuore umano (cfr. Redemptoris Missio, 29).

Cristo, lo ricordiamo, non ha costretto nessuno ad accettare i suoi insegnamenti; li ha presentati a tutti senza eccezioni, ma ha lasciato ognuno libero di rispondere al suo invito. E' questo l'esempio che noi, suoi discepoli, seguiamo. Noi affermiamo che tutti gli uomini e tutte le donne hanno il diritto di ascoltare il messaggio di salvezza che Egli ci ha lasciato; e affermiamo per loro il diritto di accoglierlo se li convince. Lungi dal sentirci in qualche modo obbligati a scusarci per voler mettere il messaggio di Cristo a disposizione di tutti, noi affermiamo con piena convinzione che questo è un nostro preciso diritto e dovere. Da ciò consegue il parallelo diritto-dovere per i cristiani di usare a questo scopo tutti i nuovi mezzi di comunicazione che caratterizzano il nostro tempo. In verità «la Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi che l'intelligenza umana rende ogni giorno più perfezionati» (Evangelii Nuntiandi, 45). E' facile comprendere che questi «potenti mezzi» richiedono specifiche abilità e capacità da parte di coloro che li usano, e che per comunicare in modo intelligibile attraverso questi «nuovi linguaggi» c'è bisogno sia di una speciale attitudine, sia di uno speciale addestramento.

A questo proposito, in occasione della Giornata Mondiale delle comunicazioni, io ricordo le attività dei cattolici, compiute a titolo individuale e in una miriade di istituzioni ed organizzazioni, in questo settore. In particolare io menziono le tre grandi Organizzazioni Cattoliche dei Media: l'Ufficio Cattolico Internazionale per il Cinema (OCIC), l'Unione Cattolica Internazionale della Stampa (UCIP) e l'Associazione Cattolica Internazionale per la Radio e la Televisione (UNDA). A loro in particolare e alle ampie risorse di conoscenza professionale, di abilità e di impegno dei loro associati in ogni nazione, la Chiesa si rivolge con speranza e con fiducia per la ricerca del modo migliore di proclamare il messaggio di Cristo, in una forma adatta agli strumenti ora a sua disposizione e con un linguaggio che sia intelligibile a quelle culture, condizionate dai media, alle quali deve essere rivolto. Alla numerosa schiera dei professionisti cattolici dei media, uomini e donne, laici per la maggior parte, deve essere ricordata in questo giorno particolare l'enorme responsabilità che pesa su di loro, ma deve anche essere fatto sentire il sostegno spirituale e la ferma solidarietà della quale godono da parte dell'intera comunità dei fedeli. Io vorrei incoraggiarli a sempre più grandi e tempestivi sforzi, sia nel comunicare il messaggio attraverso i Media, sia nell'indurre gli altri a farlo.

Mi appello a tutte le organizzazioni cattoliche, alle congregazioni religiose e ai movimenti ecclesiali, ma in special modo alle Conferenze Episcopali, sia nazionali che continentali, perché si impegnino a promuovere la presenza della Chiesa nei media e a realizzare un maggiore coordinamento delle realtà cattoliche che operano in questo settore. Nell'adempimento della sua missione la Chiesa ha bisogno di poter contare su un più vasto ed efficace uso dei mezzi della comunicazione sociale. Possa Dio essere la forza e il sostegno di tutti i cattolici operanti nel mondo della comunicazione mentre rinnovano il loro impegno nel lavoro al quale Egli chiaramente li ha indirizzati.

Come segno della Sua Divina Presenza e del Suo aiuto onnipotente per la loro opera, con gioia impartisco loro la mia Apostolica Benedizione

Dal Vaticano, 24 gennaio 1992, Festa di San Francesco di Sales.

IOANNES PAULUS PP. II

 

© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana

 

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