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 DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II 
AI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE 
DEL
CANADA IN VISITA 
"AD LIMINA APOSTOLORUM"


Venerdì, 17 novembre 1978

   

Cari Fratelli in Cristo. 

È ricca fonte di energia pastorale raccoglierci insieme, nel nome di Gesù e nell’unità della sua Chiesa. Per me, personalmente, è gran gioia abbracciarvi come Fratelli nell’Episcopato, partecipi dello stesso Vangelo e pastori, in Canada, di una grande porzione del Popolo di Dio. Le vostre diocesi sono assai importanti per la Chiesa universale, e per me che un insondabile disegno di Dio ha ora posto sulla Sede di Pietro perché io sia il Servo di tutti. 

Nei testi del Concilio Vaticano II si dà anche una genuina nozione di diocesi: “una porzione del Popolo di Dio affidata alla guida di un Vescovo assistito dal suo clero; in modo che, aderendo al suo Pastore e da lui, mediante il Vangelo e l’Eucaristia, trasformata in comunità nello Spirito Santo, costituisca una Chiesa locale in cui sia davvero presente e operante la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica” (Christus Dominus, 11). È mistero dell’amore di Dio questo su cui oggi stiamo riflettendo: il Vescovo come pastore di una Chiesa locale in cui vive l’unità cattolica. 

Questa unità viene causata e assicurata dal Vangelo e dall’Eucaristia; infatti il Concilio ci ricorda: “Tra i principali doveri del Vescovo spicca la predicazione del Vangelo” (Lumen Gentium, 25). Il Vescovo trova la sua identità nell’evangelizzare, nell’essere araldo di quel Vangelo che, secondo San Paolo, è “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1,16). Alla vetta del nostro ministero di evangelizzazione si trova l’Eucaristia, che noi espressamente riconosciamo, insieme al Concilio, “come la fonte e il culmine di tutta l’evangelizzazione” (Presbyterorum Ordinis, 5). 

Dalla Parola di Dio e dalla sua più alta realizzazione nell’Eucaristia noi attingiamo gioia e forza per essere padri, fratelli e amici dei nostri preti, che hanno il compito vitale di collaborare con noi a comunicare il mistero di Cristo. Possa la felicità che il Vangelo fa scaturire nella nostra vita esser contagio per i nostri sacerdoti nel loro ministero e aiutarli a rendersi conto di quanto Cristo abbia bisogno di loro per la sua missione di salvezza. Presso la tomba di Pietro noi domandiamo umilmente anche la grazia di soddisfare alla responsabilità verso il nostro intero gregge con rinnovata fortezza e con sempre più profondo amore. È con la potenza del Vangelo di Cristo che affrontiamo tante situazioni e problemi pastorali inerenti al nostro ministero: solo su tale fondamento riusciamo a costruire la Chiesa, che è germe, inizio del Regno di Dio sulla terra e fermento di ogni società. Nella potenza della Parola di Dio troviamo energia per promuovere la giustizia, dare testimonianza all’amore, sostenere la sacralità della vita e proclamare la dignità della persona umana e il suo trascendente destino. In breve, con la potenza del Vangelo ci presentiamo a proclamare con serenità e fiducia le imperscrutabili ricchezze di Cristo” (Ef 3,8). 

A motivo della centralità della Parola di Dio siamo chiamati a dare assoluta priorità pastorale a una sempre più vigorosa difesa e insegnamento del deposito della fede. Su tale punto San Paolo ci esorta sempre ad apostolica vigilanza: “Davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, in nome della sua manifestazione e del suo regno, ti scongiuro: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna o no. Confuta il falso, correggi l’errore, richiama all’obbedienza ma fa tutto ciò con pazienza e con intento di insegnare” (2Tm 4,1-3). 

Allo stesso tempo, in quanto vescovi, siamo esortati a profondo interesse pastorale e premura per la disciplina comune a tutta la Chiesa (cf. Lumen Gentium, 23). Questo esige sensibilità per la delicata azione dello Spirito Santo nella vita del nostro popolo; e insieme comporta umile presa di coscienza che tale azione viene compiuta particolarmente attraverso il ministero dei vescovi: a loro, in unione con l’intero Collegio Episcopale e il suo Capo, Pietro, è promessa l’assistenza dello Spirito Santo, perché possano efficacemente guidare i fedeli a salvezza. 

In questo momento, nella vita della Chiesa ci sono due particolari aspetti della disciplina sacramentale degni della speciale attenzione della Chiesa universale: desidero ricordarli per essere accanto a tutti i vescovi, ovunque si trovino. Sono temi che fanno parte di quella disciplina generale della quale la Santa Sede ha primaria responsabilità: e il Papa desidera star vicino ai suoi Fratelli nell’Episcopato e offrir loro una parola di incoraggiamento e di orientamento pastorale per il bene dei fedeli. Si tratta della pratica della prima Confessione in vista della prima Comunione; e, ancora, della questione relativa alla assoluzione generale. 

Dopo una iniziale sperimentazione, nel 1973 Paolo VI riaffermò la disciplina della Chiesa Latina circa la prima Confessione. Con spirito di esemplare fedeltà numerosi vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, professori e catechisti si dedicarono a spiegare l’importanza di una disciplina che l’autorità suprema della Chiesa aveva confermato; e la tradussero in pratica a vantaggio dei fedeli. E per le comunità ecclesiali fu di conforto sapere che la Chiesa universale dava rinnovata assicurazione circa un tema pastorale su cui, in precedenza, vigeva una leale divergenza di opinioni. Sono grato a voi per la vostra personale vigilanza in tale campo, e vi prego di continuare a spiegare l’ansia della Chiesa che venga conservata questa disciplina universale, così ricca di fondamento dottrinale e confermata dall’esperienza di tante Chiese locali. Circa i bambini che hanno raggiunto l’età della ragione la Chiesa è lieta di garantire il valore pastorale del fatto che essi abbiano già sperimentato la manifestazione sacramentale della conversione prima di venir ammessi a partecipare al Mistero Pasquale nell’Eucaristia. 

Come Supremo Pastore, Paolo VI manifestò uguale profonda cura per il grande tema della conversione nel suo aspetto di Confessione individuale. All’inizio di quest’anno, durante una visita “ad limina” (Paolo VI, Allocutio ad Sacros Praesules districtus Neo-Eboracensis, in Foederatis Americae Septentrionalis Civitatibus, oblata occasione eorum visitationis “ad limina”, 20 aprile 1978: AAS LXX [1978] 328) egli accennò con una certa insistenza alle Norme Pastorali che regolano l’uso dell’assoluzione generale; e mostrò che esse sono effettivamente collegate all’insegnamento solenne del Concilio di Trento circa il precetto divino della confessione individuale. Ancora una volta egli sottolineò il carattere del tutto eccezionale dell’assoluzione generale; e, insieme, chiese che i Vescovi aiutassero i loro sacerdoti a “ritenere il loro ministero di Confessori come uno dei più importanti... Altre attività dovrebbero venir proposte o tralasciate: ma non il confessionale”. 

Vi ringrazio per quanto avete fatto e ancora farete per illustrare l’importanza della sapiente disciplina della Chiesa in un settore così intimamente collegato all’opera della riconciliazione. In nome del Signore Gesù e insieme all’intera Chiesa, assicuriamo tutti i nostri sacerdoti della grande efficacia soprannaturale di un perseverante ministero della Confessione auricolare esercitato nella fedeltà al comando del Signore e all’insegnamento della sua Chiesa. E ancora una volta cerchiamo di sottolineare davanti ai nostri fedeli i grandi vantaggi che vengono da una confessione frequente. Io sono ben convinto delle parole del mio predecessore Pio XII: “Non senza ispirazione dello Spirito Santo, venne introdotta questa pratica nella Chiesa” (AAS 35 [1943] 235). 

Lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo ha insistito sulla naturale indissolubilità del matrimonio; e la sua Chiesa non deve permettere che il suo pensiero su tal punto venga offuscato. Sarebbe infedele al suo Maestro se non insistesse, come lui, che chiunque rimanda sua moglie o suo marito e crea una nuova unione commette adulterio (cf. Mc 10,11-12). L’inscindibile unione di marito e moglie è un grande mistero, un segno sacramentale in rapporto con Cristo e la Chiesa; salvando la trasparenza di tale segno manifesteremo in maniera ottimale quell’amore che esso simboleggia, cioè l’amore che unisce Cristo e la Chiesa e che lega insieme Salvatore e salvati. 

E, in tutte le vostre attività pastorali, contate sul mio amore fraterno: resto unito a voi e al vostro clero – per il quale prego ogni giorno – e con voi rendo grazie a Dio per i grandi favori accordati ai fedeli delle vostre diocesi: per il loro rinnovato sentimento di solidarietà con la missione della Chiesa, per i vividi segni di risveglio spirituale, per l’accresciuta devozione alla Parola di Dio, per la più profonda comprensione della responsabilità sociale e per la fortezza dei giovani nel rispondere alla chiamata di Cristo. Possa l’auspicato rinnovamento includere anche continuazione e sviluppo della splendida eredità Canadese di servizio al Vangelo: in particolare fornendo a tutta la Chiesa gran numero di missionari che diffondano la Parola di Cristo. 

Che la gioia e la pace di Cristo Gesù sia potentemente comunicata dal ministero pastorale vostro e dei vostri amati sacerdoti. E che tutti noi troviamo coraggio e perseveranza dal constatare appieno che “la nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (1Gv 1,3). 

Cari Fratelli, seguendo l’esempio dei vostri Predecessori siete venuti ad inginocchiarvi sulla tomba dell’Apostolo Pietro; così ho fatto anch’io tante volte, venendo da Cracovia. 

Questo atto personale e comunitario, sempre commovente, esprime un senso molto profondo, un impegno assai rigoroso. Tutti sappiamo che l’umile pescatore di Galilea – pur in dipendenza dal Cristo, che è l’unica pietra angolare – tuttavia è stato da Gesù stesso chiamato la Roccia della Chiesa. È questa Roccia che permette al Popolo di Dio di crescere nel tempo e nello spazio su solide fondamenta, cioè sull’indispensabile fede; solo grazie a questa Roccia tale popolo rimane in unione profonda e stabile col Cristo, Fonte di vita; solo così conserva e ricostruisce l’unità tra i discepoli e resiste all’usura del tempo e alle correnti esterne – e talora interne – di dissoluzione e disgregazione. Oh! certo, lo Spirito Santo è sempre in attività, e con voi io godo degli inattesi rinnovamenti, dei veri approfondimenti che constatate nelle vostre comunità: sono frutti dello Spirito. E tuttavia, noi pastori dobbiamo essere vigili e accorti, nella speranza e nell’umiltà: le forze della dissoluzione e disgregazione sono anch’esse attive, e sempre attuale è la parabola del buon grano e della zizzania. È per questo che noi pastori, per primi, dobbiamo professare ben chiara la fede, la dottrina della Chiesa, tutta la dottrina della Chiesa. È per questo che dobbiamo aderire e sollecitare francamente l’adesione dei fedeli alla disciplina sacramentale della Chiesa, garante della continuità e dell’autenticità dell’azione salvatrice di Cristo, garante della dignità e dell’unità del culto cristiano, e finalmente garante della genuina vitalità del Popolo di Dio. Ecco quanto esige la nostra comune missione di servire la salvezza delle anime. Ecco quanto implica, soprattutto, la visita “ad limina Apostolorum”. 

Che il Signore Gesù vi aiuti lui stesso a diventare, con Pietro, la roccia su cui si edifichino le vostre comunità; quanto a me, mio compito è contribuire a rendervi forti: vi accompagnerò nel vostro lavoro con la preghiera. Pregate anche voi per me. 

E benediciamo, tutti insieme, le vostre care comunità diocesane. 

  

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