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 DISCORSO DEL SANTO PADRE 
AL CORPO DIPLOMATICO 
ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE*

Venerdì, 12 gennaio 1979

 

Eccellenze, Signore, Signori. 

1. Il vostro Decano ha interpretato i vostri sentimenti e i vostri voti, all’inizio del nuovo anno, in un modo che mi commuove profondamente. Io lo ringrazio, e vi ringrazio tutti, di questa testimonianza confortante. Siate assicurati, in cambio, dei miei auguri ferventi per ognuno di voi, per tutti i membri delle vostre Ambasciate, per le vostre famiglie, per i paesi che rappresentate. È innanzi a Dio che formulo questi auguri, domandandogli di rischiarare la vostra strada, come quella dei Magi del Vangelo, e di darvi, giorno per giorno, il coraggio e le gioie che vi sono necessarie per affrontare tutti i vostri doveri. Io lo prego di benedirvi, cioè di colmarvi dei suoi beni. È normale, in questa circostanza solenne che riunisce intorno al Papa tutte le Missioni diplomatiche accreditate presso la Santa Sede, aggiungere a tali voti cordiali qualche considerazione sulla vostra nobile funzione e sul quadro nel quale essa si inscrive: la Chiesa e il mondo. 

Comincerò col guardare con voi il passato recente, rinnovando la gratitudine della Sede Apostolica per le numerose Delegazioni che hanno onorato le esequie del Papa Paolo VI e del Papa Giovanni Paolo I di venerata memoria, come pure le cerimonie inaugurali del pontificato del mio predecessore e del mio. 

Cerchiamo di coglierne il significato: la partecipazione agli avvenimenti più importanti della vita della Chiesa dei rappresentanti di coloro che hanno in mano le responsabilità politiche, non è una maniera di sottolineare la presenza della Chiesa in seno al mondo contemporaneo, e di riconoscere in particolare l’importanza della sua missione – e specialmente la missione della Sede apostolica – la quale, pur essendo strettamente religiosa, si inscrive anche nel quadro dei principi della morale che le sono congiunte in maniera indissolubile? Questo ci riporta all’ordine al quale aspira talmente il mondo contemporaneo, ordine basato sulla giustizia e sulla pace; la Chiesa, seguendo l’ispirazione del Concilio Vaticano II e conformandosi alla tradizione costante della dottrina cristiana, si adopera a contribuirvi con i mezzi che le sono accessibili. 

Il primato dello spirituale 

2. Naturalmente, tali mezzi sono dei “mezzi poveri” che il Cristo stesso ci ha insegnato a mettere in opera e che sono propri alla missione evangelica della Chiesa. Tuttavia, in questa epoca di enorme progresso dei “mezzi ricchi” di cui dispongono le attuali strutture politiche, economiche, civili, questi mezzi propri alla Chiesa conservano ogni loro senso, conservano la loro finalità e acquistano anche un nuovo risalto. I “mezzi poveri” sono strettamente congiunti al primato dello spirituale. Sono segni certi della presenza dello Spirito nella storia dell’umanità. Molti contemporanei sembrano manifestare una comprensione particolare per tale scala di valori: che basta evocare, per non parlare dei non cattolici, il mahatma Ghandi, il Signor Dag Hammarskjöld, il pastore Martin Luther King. Il Cristo rimane per sempre l’espressione più alta di questa povertà di mezzi in cui si rivela il primato dello Spirito: la pienezza della spiritualità di cui è capace l’uomo con la grazia di Dio alla quale è chiamato. 

Che mi sia permesso di apprezzare, in una tale prospettiva, tutti gli atti di benevolenza manifestati all’inizio del mio pontificato, come pure quest’incontro di oggi. Sì, consideriamo il fatto della presenza presso la Sede Apostolica dei rappresentanti di tanti Stati, così diversi sotto il loro profilo storico, modo d’organizzazione, il loro carattere confessionale, di coloro che rappresentano popoli d’Europa e d’Asia conosciuti sin dalla antichità, o degli Stati più giovani come la maggior parte di quelli d’America la cui storia risale a qualche secolo, e infine gli Stati più recenti, nati nel corso di questo secolo: una tale presenza corrisponde in profondità alla visione che il Signore Gesù ci ha un giorno rivelata, parlando di “tutte le nazioni” del mondo, al momento in cui affidava agli Apostoli il mandato di portare la buona novella nel mondo intero (cf. Mt 28, 10; Mc 16, 15). Corrisponde anche alle splendide analisi fatte dal Concilio Vaticano II (cf. Lumen Gentium, 13-17; Gaudium et Spes, 2, 41, 89, ecc.). 

Prendendo contatto – fra gli altri, per mezzo di rappresentanti diplomatici – con tanti Stati dal profilo così diverso, la Sede Apostolica desidera prima di tutto esprimere la sua profonda stima per ogni nazione e ogni popolo, per la sua tradizione, la sua cultura, il suo progresso in ogni campo, come ho già detto nelle lettere rivolte ai Capi di Stato in occasione della mia elezione alla Sede di Pietro. Lo Stato, come espressione dell’autodeterminazione sovrana dei popoli e delle nazioni, costituisce una realizzazione normale dell’ordine sociale. In questo consiste la sua autorità morale. 

Figlio d’un popolo dalla cultura millenaria che è stata privata durante un tempo considerevole della sua indipendenza come Stato, io so, per esperienza, l’alto significato d’un tale principio. 

La Sede Apostolica accoglie con gioia tutti i rappresentanti diplomatici, non solo come portavoce dei loro propri governi, regimi e strutture politiche, ma anche e soprattutto come rappresentanti dei popoli e delle nazioni che, attraverso tali strutture politiche, manifestano la loro sovranità, indipendenza politica e la possibilità di decidere del loro destino in maniera autonoma. E lo fa senza alcun pregiudizio riguardo all’importanza numerica della popolazione: qui, non è il fattore numerico che è decisivo. 

Sviluppo dell’ecumenismo 

3. La Sede apostolica si compiace della presenza di così numerosi rappresentanti; sarebbe anche felice di vederne molti altri, specialmente delle nazioni e popolazioni che avevano una volta a questo riguardo una tradizione secolare. Qui penso soprattutto alle nazioni che si possono ritenere cattoliche. Ma anche ad altre. Perché, attualmente, come si sviluppa l’ecumenismo tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese cristiane, come si tende a riannodare contatti con tutti gli uomini facendo appello alla buona volontà, così questo cerchio si allarga, come testimonia la presenza qui di numerosi rappresentanti di paesi non cattolici, e trova continuamente un motivo di estensione nella coscienza che ha la Chiesa della sua missione, così bene espressa dal mio venerato predecessore Paolo VI nell’Enciclica Ecclesiam Suam. Da ogni parte – l’ho notato specialmente nei Messaggi provenienti dai paesi dell’“Est” – sono pervenuti degli auguri affinché il nuovo pontificato possa servire la pace e il riavvicinamento delle nazioni. La Sede Apostolica vuole essere, conformemente alla missione della Chiesa, al centro di questa intesa fraterna. Essa desidera servire la causa della pace non attraverso un’attività politica, ma servendo i valori e i principi che condizionano la pace e l’intesa, e che sono alla base del bene comune internazionale. 

Vi è infatti un bene comune dell’umanità con interessi molto gravi in gioco che richiedono l’azione concertata dei governi e di tutti gli uomini di buona volontà: i diritti umani da garantire, i problemi dell’alimentazione, della salute, della cultura, la cooperazione economica internazionale, la riduzione degli armamenti, l’eliminazione del razzismo... Il bene comune dell’umanità! Una “utopia”, che il pensiero cristiano persegue senza stancarsi e che consiste nella ricerca incessante di soluzioni giuste e umane, che tengono conto via via del bene delle persone e del bene degli Stati, dei diritti di ciascuno e dei diritti degli altri, degli interessi particolari e delle necessità generali. 

Libano, Medio Oriente, Irlanda del Nord 

4. È al bene comune che s’ispirano, non solamente l’insegnamento sociale della Sede Apostolica, ma anche le iniziative che sono possibili, nel quadro del campo che le è proprio. È il caso, molto attuale, del Libano. In un paese sconvolto da odi e da distruzioni, con vittime innumerevoli, quale possibilità resta di riannodare ancora rapporti di vita comune tra cristiani di varie tendenze e musulmani, tra libanesi e palestinesi, se non in uno sforzo leale e generoso che rispetti l’identità e le esigenze vitali di tutti, senza vessazione dell’uno e dell’altro? E se si osserva l’insieme del Medio Oriente, mentre alcuni uomini di Stato cercano con tenacia di arrivare ad un accordo e altri esitano ad impegnarvisi, chi non vede che il problema di fondo sia, oltre la sicurezza militare e territoriale, quello di una fiducia reciproca effettiva, che è la sola che potrebbe aiutare ad armonizzare i diritti di tutti, bilanciando in maniera realistica i vantaggi e i sacrifici? E la stessa cosa avviene nell’Irlanda del Nord: i Vescovi e i responsabili di confessioni non cattoliche esortano da anni a vincere il virus della violenza che si manifesta con terrorismo e rappresaglie: essi invitano a ripudiare l’odio, a rispettare completamente i diritti umani, ad impegnarsi in uno sforzo di comprensione e d’incontro. Non vi è qui un bene comune in cui la giustizia e il realismo s’incontrano? 

La mediazione tra Argentina e Cile 

5. La diplomazia e i negoziati sono pure per la Santa Sede un mezzo qualificato di accordare fiducia alle risorse morali dei popoli. È in questo spirito che, accogliendo l’appello dell’Argentina e del Cile, ho inviato in quei due paesi il Cardinale Samorè, affinché, come diplomatico di grande esperienza, si faccia l’avvocato di soluzioni accettabili per i due popoli che sono cristiani e vicini. Sono felice di costatare che quest’opera paziente ha già raggiunto un primo risultato positivo e prezioso. 

Il dramma dell’Iran 

6. Il mio pensiero e la mia preghiera si rivolgono pure verso tanti altri problemi che agitano gravemente la vita del mondo, particolarmente in questi giorni, e che causano di nuovo tanti morti, distruzioni, rancori, in paesi che comportano pochi cattolici ma che sono ugualmente cari alla Sede Apostolica: seguiamo i drammatici avvenimenti dell’Iran e siamo molto preoccupati delle notizie che ci pervengono dal paese dei Khmer e di tutte quelle popolazioni del sud-est asiatico. 

I diritti dell’uomo 

7. Vediamo bene che l’umanità è molto divisa. Si tratta pure, e forse al di sopra di tutto, di divisioni ideologiche legate ai diversi sistemi di Stato. La ricerca di soluzioni, che permetta alle società umane di compiere le loro proprie mansioni, di vivere nella giustizia, è forse il principale segno del nostro tempo. Bisogna rispettare tutto quanto può servire a questa grande causa, qualunque sia il suo regime. Bisogna servirsi delle esperienze reciproche. Al contrario, non si potrebbe trasformare una tale ricerca multiforme di soluzioni in un programma di lotta per assicurarsi il potere sul mondo qualunque sia l’imperialismo che nasconde una tale lotta. È solamente in questa linea che possiamo evitare la minaccia delle armi moderne, specialmente dell’armamento nucleare, che resta così preoccupante per il mondo moderno. 

La Sede Apostolica, che ne ha già dato la prova, è sempre pronta a manifestare la sua apertura nei confronti di ogni paese o regime, cercando il bene essenziale che è il vero bene dell’uomo. Un buon numero di esigenze che sono in correlazione con questo bene sono state espresse nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” e nei Patti internazionali che ne permettono concretamente l’applicazione. Su questo punto, si può grandemente lodare l’Organizzazione delle Nazioni Unite come piattaforma politica sulla quale la ricerca della pace e della distensione, del riavvicinamento e dell’intesa reciproca trovano una base, un appoggio, una garanzia. 

Libertà religiosa e libertà di coscienza 

8. La missione della Chiesa è, per sua natura, religiosa e per conseguenza il terreno d’incontro della Chiesa o della Sede Apostolica con la vita multiforme e differenziata delle comunità politiche del mondo contemporaneo è caratterizzato in maniera particolare dal principio, universalmente riconosciuto, della libertà religiosa e della libertà di coscienza. Questo principio non rientra solamente nella lista dei diritti dell’uomo da tutti ammessi, ma vi occupa un posto chiave. Si tratta, in effetti, del rispetto di un diritto fondamentale dello spirito umano, nel quale l’uomo si esprime forse con più profondità come uomo. 

Il Concilio Vaticano II ha elaborato la dichiarazione sulla libertà religiosa; essa comprende sia la motivazione di questo diritto sia le principali applicazioni pratiche, detto in altri termini l’insieme dei dati che confermano il reale funzionamento del principio della libertà religiosa nella vita sociale e pubblica. 

Rispettando i diritti analoghi di tutte le altre comunità religiose nel mondo, la Sede Apostolica si sente sollecitata ad intraprendere in questo campo dei passi in favore di tutte le Chiese, riunite a lei in piena comunione. Essa cerca di farlo in unione con gli Episcopati rispettivi, con il clero e le comunità dei fedeli. 

Tali iniziative danno in maggioranza risultati soddisfacenti. Ma è difficile non ricordare certe Chiese locali, certi riti, la cui situazione, per quel che concerne la libertà religiosa, lascia tanto a desiderare quando essa non è del tutto deplorevole. Vi sono delle grida commoventi che domandano aiuto o soccorso, che la Sede Apostolica non può non ascoltare. Essa deve per conseguenza presentarle in tutta chiarezza alla coscienza degli Stati, dei regimi, di tutta l’umanità. Qui si tratta di un semplice dovere che coincide con le aspirazioni alla pace e alla giustizia nel mondo. 

È in tal senso che la Delegazione della Santa Sede ha fatto sentire la sua voce alla riunione di Belgrado nell’ottobre del 1977 (cf. “L’Osservatore Romano”, 8 ottobre 1977, p. 2), riferendosi alle dichiarazioni approvate alla Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, in particolare sul tema della libertà religiosa. 

D’altra parte, la Sede Apostolica è sempre pronta a tener conto delle trasformazioni della realtà e della mentalità sociale che sopravvengono nei differenti Stati; essa è pronta, per esempio, ad accettare di rivedere i Patti solenni che erano stati conclusi in altre epoche, in altre circostanze. 

Il viaggio in Messico 

9. Molto presto mi recherò a Puebla per incontrare i rappresentanti di tutti gli Episcopati latino-americani, e inaugurare con loro una riunione molto importante. Questo fa parte della mia missione di Vescovo di Roma e di Capo del Collegio dei Vescovi. Mi è gradito esprimere pubblicamente la mia gioia per la comprensione, l’attitudine benevolente delle autorità messicane in ciò che concerne questo viaggio. Il Papa spera di poter realizzare una tale missione ugualmente in altre nazioni, tanto più che molti inviti mi sono già stati presentati. 

Ancora una volta rinnovo i miei voti cordiali di pace, di progresso per il mondo intero, per quel progresso che corrisponde pienamente alla volontà del Creatore: “Sottomettete la terra e dominatela” (Gen 1, 28). Questo comandamento deve intendersi come padronanza morale, e non di sola dominazione economica. Sì, io auguro all’umanità ogni sorta di bene, affinché tutti vivano di una vera libertà, nella verità, nella giustizia e nell’amore. 


*Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol.II, 1 pp. 53-58.

 

© Copyright 1979 - Libreria Editrice Vaticana

           

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