The Holy See
back up
Search
riga

 VIAGGIO APOSTOLICO
NELLA REPUBBLICA DOMINICANA,
MESSICO E BAHAMAS

III CONFERENZA GENERALE 
DELL'EPISCOPATO LATINOAMERICANO

DISCORSO DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II

Puebla, Messico
Domenica 28 gennaio 1979

 

Amati Fratelli nell’Episcopato! 

Quest’ora che ho la gioia di vivere con voi, è certamente storica per la Chiesa in America Latina. Di ciò è cosciente l’opinione pubblica mondiale, sono coscienti i fedeli delle vostre Chiese locali, siete coscienti specialmente voi, che sarete protagonisti e responsabili di quest’ora. 

È anche un’ora di grazia, segnata dal passaggio del Signore, da una specialissima presenza e azione dello Spirito di Dio. Perciò abbiamo invocato con fiducia questo Spirito, all’inizio dei lavori. Per questo anche voglio ora supplicarvi come un fratello a fratelli molto amati: tutti i giorni di questa Conferenza e in ciascuno dei suoi atti, lasciatevi condurre dallo Spirito, apritevi alle sue ispirazioni e al suo impulso; sia egli e nessun altro spirito che vi guidi e conforti. 

Con questo Spirito, per la terza volta negli ultimi venticinque anni, Vescovi di tutti i Paesi, in rappresentanza dell’Episcopato di tutto il Continente latinoamericano, vi riunite per approfondire insieme il senso della vostra missione di fronte alle esigenze nuove dei vostri popoli. 

La Conferenza che oggi si apre, convocata dal venerato Paolo VI, confermata dal mio indimenticabile predecessore Giovanni Paolo I e riconfermata da me come uno dei primi atti del mio pontificato, si collega con quella, ormai lontana, di Rio de Janeiro, che ebbe come suo frutto più notevole la nascita del CELAM. Ma si collega ancor più strettamente con la II Conferenza di Medellín, e ne commemora il decimo anniversario. 

In questi dieci anni, quanto cammino ha fatto l’umanità e con l’umanità e al suo servizio, quanto cammino ha fatto la Chiesa. Questa III Conferenza non può disconoscere tale realtà. Dovrà, infatti, prendere come punto di partenza le conclusioni di Medellín, con tutto quanto hanno di positivo, ma senza ignorare che a volte hanno avuto errate interpretazioni e che esigono sereno discernimento, opportuna critica e chiare prese di posizione. 

Vi servirà di guida nelle vostre discussioni il Documento di Lavoro preparato con tanta cura, perché costituisca sempre il punto di riferimento. 

Ma avrete anche tra le mani l’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI. Con quali sentimenti di compiacimento il grande Pontefice approvò come tema della Conferenza: “Il presente e il futuro dell’Evangelizzazione nell’America Latina”! 

Lo possono affermare quanti furono vicini a lui nei mesi di preparazione dell’Assemblea. Essi potranno testimoniare anche della gratitudine, con cui egli si rese conto che il filo conduttore di tutta la Conferenza sarebbe stato questo testo, nel quale pose tutta la sua anima di Pastore, al tramonto della sua vita. Ora che egli “ha chiuso gli occhi alla scena di questo mondo” (cf. Testamento di Paolo VI) tale Documento si trasforma in un testamento spirituale, che la Conferenza dovrà scrutare con amore e diligenza, per farne un altro punto di riferimento obbligatorio e vedere come tradurlo in pratica. Tutta la Chiesa vi è grata per l’esempio che date, per quello che fate, e che forse altre Chiese locali faranno a loro volta. 

Il Papa desidera stare con voi all’inizio dei Vostri lavori, grato al “Padre dei lumi dal quale viene ogni dono perfetto” (Gc 1,17), per avervi potuto accompagnare nella solenne Messa di ieri, sotto lo sguardo materno della Vergine di Guadalupe, così come nella Messa di questa mattina. Con molto piacere resterei con voi in preghiera, riflessione e lavoro: resterò, siatene sicuri, in ispirito, mentre mi reclama altrove la “sollicitudo omnium ecclesiarum” (2Cor 11,28). Desidero almeno, prima di ritornare a Roma, lasciarvi come pegno della mia presenza spirituale alcune parole, che pronuncio con ansia di Pastore e affetto di Padre, eco delle principali preoccupazioni mie circa il tema che dovete trattare e circa la vita della Chiesa in questi cari Paesi. 

I. Maestri della Verità. 

È un gran sollievo per il Pastore universale constatare che vi riunite qui, non come un simposio di esperti, non come un parlamento di politici, non come un congresso di scienziati o tecnici, per quanto importanti possano essere tali riunioni, ma come un fraterno incontro di Pastori della Chiesa. E come Pastori avete la piena consapevolezza che il vostro principale dovere è quello di essere Maestri della Verità. Non di una verità umana e razionale, ma della Verità che viene da Dio; che porta con sé il principio dell’autentica liberazione dell’uomo: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32); quella verità che è l’unica ad offrire una base solida per una “prassi” adeguata. 

1. Vigilare per la purezza della dottrina, base nell’edificazione della comunità cristiana, è, infatti, insieme con l’annunzio del Vangelo, il primo e insostituibile dovere del Pastore, del Maestro della fede. Con quanta frequenza lo metteva in rilievo San Paolo, convinto della gravità nel compimento di tale dovere (1Tm 1,3-7.18-20; 11.16; 2Tm 1,4-14). Oltre l’unità nella carità, ci preme sempre l’unità nella verità. L’amatissimo Papa Paolo VI nell’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi, affermava: “Il Vangelo che ci è stato affidato è anche parola di verità. Una verità che rende liberi e che sola può donare la pace del cuore: questo cercano gli uomini quando annunziamo loro la buona novella. La verità su Dio, la verità sull’uomo e sul suo misterioso destino, la verità sul mondo... Il predicatore del Vangelo sarà colui il quale, anche a costo di rinunce e sacrifici, cerca sempre la verità che deve trasmettere agli altri. Egli non tradisce né dissimula mai la verità per piacere agli uomini, per stupire o sbalordire, né per originalità o desiderio di mettersi in mostra... In quanto Pastori del Popolo di Dio, il nostro servizio pastorale ci sprona a custodire, difendere e comunicare la verità senza badare a sacrifici” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 78). 

2. Da voi, Pastori, i fedeli dei vostri Paesi sperano e reclamano anzitutto un’assidua e zelante trasmissione della verità su Gesù Cristo. Questa si trova al centro dell’evangelizzazione e ne costituisce il contenuto essenziale: “Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio, non siano proclamati” (Ivi, 22). 

Dalla conoscenza viva di questa verità dipenderà il vigore della fede di milioni di uomini. Dipenderà altresì il coraggio della loro adesione alla Chiesa e della loro attiva presenza di cristiani nel mondo. Da questa conoscenza derivano opzioni, valori, attitudini e comportamenti capaci di orientare e di definire la nostra vita cristiana e di creare uomini nuovi e quindi, mediante la conversione della coscienza individuale e sociale, un’umanità nuova (cf. Ivi, 18). 

La luce su tanti temi e questioni dottrinali e pastorali, che vi proponete di esaminare in questi giorni, deve provenire da una solida cristologia. 

3. Dobbiamo quindi confessare Cristo davanti alla storia e al mondo con convinzione profonda, sentita, viva, come lo confessò Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). 

Questa è la buona novella in un certo senso unica: la Chiesa vive mediante essa e per essa, così come ne trae tutto ciò che ha da offrire agli uomini, senza distinzione alcuna di nazionalità, cultura, razza, tempo, età o condizione. Per questo “da tale confessione (di Pietro), la storia sacra della salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione...” (Giovanni Paolo II, Homilia ob initium ministerii Summi catholicae Ecclesiae Pastoris habita, 22 ottobre 1978: AAS 70 [1978] 944). 

È questo l’unico Vangelo, e “anche se noi stessi o un angelo del cielo ve ne annunciassimo un altro diverso... sia anatema!”, come scriveva l’Apostolo con chiare parole (Gal 1,6). 

4. Ebbene, esistono oggi da molte parti – il fenomeno non è nuovo – “riletture” del Vangelo, che sono risultato di speculazioni teoriche ben più che di autentica meditazione della parola di Dio e di un vero impegno evangelico. Esse causano confusione, se si allontanano dai criteri centrali della fede della Chiesa e si cade nella temerarietà di comunicarle, come catechesi, alle comunità cristiane. 

In alcuni casi, o si tace la divinità di Cristo, o si incorre di fatto in forme di interpretazione contrarie alla fede della Chiesa. Cristo sarebbe solamente un “profeta”, un annunciatore del Regno e dell’amore di Dio, ma non il vero Figlio di Dio, e non sarebbe pertanto il centro e l’oggetto dello stesso messaggio evangelico. 

In altri casi, si pretende di mostrare Gesù come impegnato politicamente, come uno che combatte contro la dominazione romana e contro i potenti, anzi implicato in una lotta di classe. Questa concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa. Confondendo l’insidioso pretesto degli accusatori di Gesù con l’atteggiamento – ben diverso – dello stesso Gesù, si adduce come causa della sua morte la soluzione di un conflitto politico e si passa sotto silenzio la sua volontà di consegnarsi e perfino la coscienza della sua missione redentrice. I Vangeli indicano chiaramente come per Gesù si trattò di una tentazione, che avrebbe alterato la sua missione di Servo di Jahvè (Mt 4,8; Lc 4,5). Egli non accetta la posizione di quanti mescolavano le cose di Dio con atteggiamenti meramente politici (Mt 22,21; Mc 12,17; Gv 18,36). Rifiuta inequivocabilmente il ricorso alla violenza. Offre il suo messaggio di conversione a tutti, senza escludere gli stessi pubblicani. La prospettiva della sua missione è assai più profonda. Consiste nella salvezza integrale per mezzo di un amore trasformante, pacificatore, di perdono e di riconciliazione. Nessun dubbio, d’altronde, che tutto ciò è assai esigente per l’atteggiamento del cristiano, che desidera servire veramente i fratelli più piccoli, i poveri, i bisognosi, gli emarginati in una parola, tutti coloro che riflettono nei propri il volto sofferente del Signore (Lumen Gentium, 8). 

5. In opposizione a tali “riletture” e alle ipotesi, brillanti forse, ma fragili e inconsistenti, che ne derivano, “l’evangelizzazione nel presente e nel futuro dell’America Latina” non può cessare di affermare la fede della Chiesa: Gesù Cristo, Verbo e Figlio di Dio, si fece uomo per avvicinarsi all’uomo e offrirgli, con la forza del suo mistero, la salvezza, grande dono di Dio (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 19 e 27). 

È questa la fede che ha informato la vostra storia e ha plasmato i valori migliori dei vostri popoli e dovrà seguire ad animare, con tutte le energie, il dinamismo del suo futuro. È questa la fede, che rivela la vocazione alla concordia e all’unità e che deve allontanare i pericoli di guerre in questo continente della speranza, nel quale la Chiesa e stata così potente elemento di integrazione. È questa la fede, infine, che con tanta vitalità e in modi così vari esprimono i fedeli dell’America Latina attraverso la religiosità o pietà popolare. 

Da questa fede in Cristo, dal seno della Chiesa, traiamo la capacità di servire l’uomo, i nostri popoli, di penetrare con il Vangelo la loro cultura, di trasformare i cuori, di umanizzare sistemi e strutture. 

Qualunque silenzio, dimenticanza, mutilazione o inadeguata accentuazione dell’integrità del mistero di Gesù Cristo, che si allontani dalla fede della Chiesa, non può costituire valido contenuto dell’evangelizzazione. “Oggi sotto il pretesto di una pietà che è falsa, sotto l’apparenza ingannevole di una predicazione evangelica, si tenta di negare il Signore Gesù”, scriveva un grande vescovo in mezzo alle aspre crisi del secolo IV. E aggiungeva: “Dico la verità, perché sia a tutti nota la causa del disorientamento che soffriamo. Non posso tacere” (S. Ilario, Ad Ausentium, 1,4). Neppure voi, Vescovi di oggi, quando vi sono confusioni come quelle accennate, potete tacere. 

È la raccomandazione fatta da Paolo VI nel discorso di apertura della Conferenza di Medellín: “Parlate, parlate, predicate, scrivete, prendete posizioni, come si dice, in armonia coi propositi e le intenzioni, circa le verità della fede, difendendole e illustrandole, circa l’attualità del Vangelo, le questioni che interessano la vita dei fedeli e la tutela dei costumi cristiani...” (Paolo VI, Allocutio ad Exc.mos Praesules ex Americae Latinae regionibus, secundo Generali Coetui Medellii interfuturos, 24 agosto 1968: AAS 60 [1968] 643). 

Non mi stancherò neppure io di ripetere, adempiendo il mio compito di evangelizzare tutta l’umanità: “Non abbiate paura! Aprite ancora di più, aprite completamente le porte a Cristo! Aprite alla sua potenza salvifica le porte degli Stati, i sistemi economici e politici, i vasti campi della cultura, della civiltà e dello sviluppo” (Giovanni Paolo II, Homilia ob initium ministerii Summi Catholicae Ecclesiae Pastoris habita, 22 ottobre 1978: AAS 70 [1978] 947). 

6. Maestri di Verità, si spera da voi che proclamiate senza sosta, e con speciale vigore in questa circostanza, la verità circa la missione della Chiesa, oggetto del Credo che professiamo, e campo imprescindibile e fondamentale della nostra fedeltà. 

Il Signore l’ha istituita come comunità di vita, di carità, di verità (Lumen Gentium, 9) e come corpo, “pléroma” e sacramento di Cristo, nel quale abita la pienezza della divinità (Ivi, 7). 

La Chiesa nasce dalla risposta di fede che diamo a Cristo. Infatti, è mediante l’accoglienza sincera della buona novella che riuniamo i credenti nel nome di Gesù per cercare insieme il Regno, costruirlo, viverlo (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 13). La Chiesa è costituita “da coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace” (Lumen Gentium, 9). 

D’altra parte, però, noi nasciamo dalla Chiesa: essa ci comunica la ricchezza della vita e della grazia della quale è depositaria, ci genera mediante il battesimo, ci nutre con i sacramenti e la parola di Dio, ci prepara per la missione, ci guida a compiere il disegno di Dio, ragione della nostra esistenza in quanto cristiani. Siamo suoi figli. La chiamiamo con legittimo orgoglio nostra Madre, ripetendo un titolo che proviene dai primi tempi e attraversa i secoli (cf. Henri de Lubac, Meditazione sulla Chiesa). 

Oltre che chiamarla, bisogna rispettarla, servirla, perché “non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre” (S. Cipriano, De unitate Ecclesiae, 6,8), “non è possibile amare Cristo senza amare la Chiesa che Cristo ama” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 16), e “nella misura in cui si ama la Chiesa di Cristo, si possiede lo Spirito Santo” (S. Agostino, In Ioannem tract., 32,8). 

L’amore alla Chiesa deve essere atto di fedeltà e di confidenza. Nel primo Discorso del mio pontificato, sottolineando il proposito di fedeltà al Concilio Vaticano II e la volontà di dedicare le cure maggiori al settore dell’ecclesiologia, invitai a riprendere in mano la Costituzione dogmatica Lumen Gentium, per meditare “con rinnovato sforzo sulla natura e sulla missione della Chiesa, sul suo modo di esistere e di agire... Non solo per conseguire quella comunione di vita in Cristo di tutti coloro che in lui credono e sperano, ma al fine di contribuire a rendere più ampia e stretta l’unità dell’intera famiglia umana” (Giovanni Paolo II, Sermo in universum terrarum orbem diffusus, 17 ottobre 1978; AAS 70 [1978] 921). 

Ripeto ora l’invito, in questo momento straordinario dell’evangelizzazione in America Latina: “l’adesione a questo documento del Concilio, così come risulta illuminato dalla Tradizione e che contiene le formule dogmatiche date ormai un secolo fa dal Concilio Vaticano I, sarà per noi, Pastori e fedeli, il cammino sicuro e lo stimolo costante – diciamolo di nuovo – per procedere sui sentieri della vita e della storia” (Ivi, 922). 

7. Non c’è garanzia di un’azione evangelizzatrice seria e vigorosa, se manca un’ecclesiologia ben fondata. 

Innanzitutto perché evangelizzare è la missione essenziale, la vocazione propria, l’identità più profonda della Chiesa, a sua volta evangelizzata (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 14-15; Lumen Gentium, 5). Inviata dal Signore, essa invia a sua volta gli evangelizzatori a predicare “non le proprie persone o idee personali, bensì un Vangelo di cui, né, essi, né la Chiesa sono padroni e proprietari assoluti per disporne a loro arbitrio” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 15). Poi, perché “evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma profondamente ecclesiale, un atto della Chiesa” (Ivi, 60), che non è soggetto al potere discrezionale di criteri e prospettive individualistiche, ma alla comunione con la Chiesa e con i suoi Pastori (Ivi). Una visione corretta della Chiesa è dunque base indispensabile per una giusta visione dell’evangelizzazione. 

Come potrebbe esserci un’evangelizzazione autentica, se mancasse un’adesione pronta e sincera al sacro Magistero, con la chiara coscienza che sottomettendosi ad esso il Popolo di Dio accoglie non una parola di uomini, ma la vera parola di Dio (cf. 1Ts 2,13; Lumen Gentium, 12)? “Bisogna tener conto dell’importanza “oggettiva” di questo Magistero e inoltre difenderlo dalle insidie che, qua e là, si tendono contro alcune ferme verità della nostra fede cattolica” (Giovanni Paolo II, Sermo in universum terrarum orbem diffusus, 17 ottobre 1978; AAS 70 [1978] 924). 

Conosco bene la vostra adesione e disponibilità verso la Cattedra di Pietro e l’amore che sempre le avete dimostrato. Vi ringrazio di cuore, nel nome del Signore, per la profonda attitudine ecclesiale che ciò implica, e desidero che voi pure abbiate la consolazione che meritate con l’adesione leale dei vostri fedeli. 

8. Nell’ampia documentazione, con la quale avete preparato questa Conferenza, particolarmente nei contributi di numerose Chiese, si avverte talvolta un certo malessere rispetto all’interpretazione stessa della natura e della missione della Chiesa. Si allude per esempio alla separazione, che alcuni stabiliscono, fra Chiesa e Regno di Dio. Questo, svuotato del suo contenuto totale, viene inteso in senso assai secolarizzato: al Regno non si arriverebbe mediante la fede e l’appartenenza alla Chiesa, ma attraverso un mero cambio strutturale e l’impegno socio-politico. Laddove vi è un certo tipo di impegno e di prassi per la giustizia, qui sarebbe presente il Regno. Si dimentica in tal modo che “la Chiesa... riceve la missione di annunziare e di instaurare in tutte le genti il Regno di Cristo e di Dio, e di questo Regno costituisce in terra il germe e l’inizio” (Lumen Gentium, 5). 

In una delle sue belle Catechesi, il Papa Giovanni Paolo I, parlando della virtù della speranza, avvertiva: “è un errore affermare che la liberazione politica, economica e sociale coincide con la salvezza in Gesù Cristo; che il “Regnum Dei” si identifica con il “Regnum hominis””. 

Si ingenera, in alcuni casi, un atteggiamento di sfiducia verso la Chiesa “istituzionale” o “ufficiale”, qualificata come alienante, e alla quale si opporrebbe un’altra Chiesa “popolare”, “che nasce dal popolo” e si concreta nei poveri. Queste posizioni potrebbero implicare in gradi differenti non sempre facili da precisare, noti condizionamenti ideologici. Il Concilio ha fatto presente quale è la natura e la missione della Chiesa, e come si contribuisce alla sua unità profonda e alla sua costruzione permanente da parte di coloro, che sono incaricati dei ministeri della comunità e devono contare sulla collaborazione di tutto il Popolo di Dio. Infatti, “se il Vangelo che proclamiamo appare lacerato da discussioni dottrinali, da polarizzazioni ideologiche o da condanne reciproche tra cristiani in balìa delle loro diverse teorie su Cristo e sulla Chiesa, e anche a causa delle loro diverse concezioni sulla società e le istituzioni umane, come potrebbero coloro cui è rivolta la nostra predicazione non sentirsene turbati, disorientati, se non addirittura scandalizzati?” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 77). 

9. La Verità, che dobbiamo all’uomo è, anzitutto, una verità sull’uomo stesso. In quanto testimoni di Gesù Cristo siamo araldi, portavoce, servi di questa verità, che non possiamo ridurre ai principi di un sistema filosofico o a una pura attività politica; non possiamo dimenticarla o tradirla. 

Forse una delle debolezze più vistose dell’attuale civiltà consiste nella visione inadeguata dell’uomo. La nostra è, senza dubbio, l’epoca nella quale molto si è scritto e parlato intorno all’uomo, l’epoca degli umanismi e dell’antropocentrismo. Tuttavia, paradossalmente, è anche l’epoca delle angosce più profonde dell’uomo circa la propria identità e il proprio destino, della retrocessione dell’uomo a livelli prima insospettati, l’epoca di valori umani conculcati come mai in precedenza. 

Come si spiega questo paradosso? Possiamo dire che si tratta del paradosso inesorabile dell’umanesimo ateo. È il dramma dell’uomo amputato di una dimensione essenziale del proprio essere – la sua ricerca dell’infinito – e posto così di fronte alla peggiore riduzione del medesimo essere. La Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, 22, tocca il fondo del problema, quando afferma: “Solamente nel mistero del Verbo Incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (Gaudium et Spes, 22). 

La Chiesa possiede, grazie al Vangelo, la verità sull’uomo. Questa si incontra in un’antropologia, che la Chiesa non cessa di approfondire e di comunicare. L’affermazione primordiale di tale antropologia è quella dell’uomo come immagine di Dio, irriducibile ad una semplice particella della natura o ad un elemento anonimo della città umana (cf. Ivi, 12 § 3, 14 § 2). In questo senso, Sant’Ireneo scriveva: “La gloria dell’uomo è Dio, ma il ricettacolo di ogni azione di Dio, della sua sapienza, del suo potere è l’uomo” (S. Ireneo, Adversus haereses, III, 20,2-3). 

A quest’insostituibile fondamento della concezione cristiana dell’uomo, mi sono riferito in particolare nel Messaggio Natalizio: “Natale è la festa dell’uomo... L’uomo, oggetto di calcolo, considerato in base alla categoria di quantità... e nella stesso tempo uno, unico e irripetibile... qualcuno eternamente ideato ed eternamente eletto: qualcuno chiamato e denominato dal suo nome” (Giovanni Paolo II, Nuntius radiotelevisificus in sollemnitate Nativitatis Domini Nostri Iesu Christi, 25 dicembre 1978: AAS 71 [1979] 66). 

Di fronte a tanti altri umanesimi, spesso rinchiusi in una visione dell’uomo strettamente economica, biologica e psichica, la Chiesa ha il diritto e il dovere di proclamare la Verità sull’uomo, verità che ha ricevuto dal suo stesso maestro Gesù Cristo. Voglia Iddio che nessuna coazione esterna lo impedisca. Ma, soprattutto, voglia Dio che non tralasci essa di farlo per timore o per dubbio, per essersi lasciata contaminare da altri umanesimi, per mancanza di fiducia nel proprio messaggio originale. Quando perciò un Pastore della Chiesa annuncia con chiarezza e senza ambiguità la Verità sull’uomo, rivelata da colui che “sapeva quello che c’è nell’uomo” (Gv 2,25), deve animarlo la certezza di star prestando all’essere umano il servizio migliore. 

Questa verità completa sull’essere umano costituisce il fondamento della dottrina sociale della Chiesa, così com’è la base della vera liberazione. Alla luce di tale verità, l’uomo non è un essere sottomesso ai processi economici e politici, ma questi stessi processi sono ordinati all’uomo e sottoposti a lui. 

Da quest’incontro di Pastori uscirà senza dubbio fortificata la verità sull’uomo insegnata dalla Chiesa. 

II. Segni e costruttori dell’unità 

Il vostro servizio pastorale alla verità si completa con un uguale servizio all’unità. 

Quest’unità deve essere anzitutto tra voi stessi, in quanto Vescovi. “Dobbiamo salvaguardare e conservare tale unità – scriveva San Cipriano in un momento di gravi minacce alla comunione dei Vescovi nel suo Paese – soprattutto noi, i Vescovi, che abbiamo il compito di presiedere nella Chiesa, al fine di dare testimonianza che l’Episcopato è uno e invisibile. Che nessuno alteri la verità né inganni i fedeli. L’Episcopato è uno...” (S. Cipriano, De unitate Ecclesiae, 6-8). 

Questa unità dei Vescovi proviene non da calcoli e manovre umane, bensì dall’alto: dal servizio all’unico Signore, dall’animazione che proviene da un solo Spirito, dall’amore a una sola ed unica Chiesa. È l’unità risultante dalla Missione, che Cristo ci ha affidato, che nel Continente latinoamericano si attua da quasi mezzo millennio e che voi continuate ad attuare con animo generoso in tempi di profonde trasformazioni, mentre ci avviciniamo alla fine del secondo millennio della redenzione e dell’azione della Chiesa. È l’unità del Vangelo, del Corpo e Sangue dell’Agnello, di Pietro vivo nei suoi Successori: tutti segni diversi tra loro, ma tanto importanti della presenza di Gesù tra noi. 

Come dovete viverla, Fratelli, questa unità di Pastori, in questa Conferenza, che di per se stessa è un segno e frutto di tale unità che già esiste, e in pari tempo anticipazione e principio di un’unità che deve essere ancora più stretta e solida. Cominciate questi lavori in un clima di fraterna unità: sia questa unità un elemento di evangelizzazione. 

L’unità dei Vescovi tra loro si prolunga nell’unità con i sacerdoti, religiosi e fedeli. I Sacerdoti sono i collaboratori immediati dei Vescovi nella missione pastorale, la quale risulterebbe compromessa, se non regnasse tra loro e i Vescovi tale stretta unione. 

Soggetti assai importanti di questa unità, saranno parimenti i religiosi e le religiose. Ben so come è stato e continua ad essere importante il contributo degli stessi all’evangelizzazione in America Latina. Qui essi giunsero agli albori della scoperta e accompagnarono i primi passi di quasi tutti i Paesi. Qui hanno lavorato senza sosta a fianco del clero diocesano. In diversi Paesi più della metà, in altri la maggior parte del Presbiterio è composta da religiosi. Sarebbe sufficiente questo per comprendere quanto importa, qui più che in altre parti del mondo, che i religiosi non solo accettino, ma che mirino lealmente a un’unione indissolubile di intenti e di azioni con i Vescovi. A questi il Signore ha affidato la missione di pascere il gregge. A questi compete il compito di tracciare il cammino dell’evangelizzazione. Non può, non deve loro mancare la collaborazione, in pari tempo responsabile e attiva, ma anche docile e fidente dei religiosi, il cui carisma ne fa dei ministri assai più atti al servizio del Vangelo. 

Tale linea impone a tutti, nella comunità ecclesiale, il dovere di evitare magisteri paralleli, ecclesiasticamente inaccettabili e pastoralmente sterili. 

Soggetto di tale unità sono anche i laici, impegnati individualmente o associati in organismi di apostolato per la diffusione del Regno di Dio. Sono essi che devono consacrare il mondo a Cristo in mezzo alle preoccupazioni quotidiane e nelle diverse funzioni familiari e professionali, in intima unione ed obbedienza con i legittimi pastori. 

Questo dono prezioso dell’unità ecclesiale deve essere salvaguardato tra tutti coloro che fanno parte del Popolo pellegrino di Dio, in conformità a quanto asserito dalla Lumen Gentium

III. Difensori e promotori della dignità 

1. Quelli che hanno familiarità con la storia della Chiesa sanno che in tutti i tempi vi sono state ammirevoli figure di Vescovi profondamente impegnati nella promozione e nella coraggiosa difesa della dignità umana di coloro, che il Signore aveva loro affidato. Lo hanno sempre fatto in forza dell’imperativo della loro missione episcopale, perché per essi la dignità umana rappresenta un valore evangelico, che non può essere disprezzato senza grave offesa del Creatore. 

Questa dignità viene conculcata, a livello individuale, quando non sono tenuti nel dovuto conto valori come la libertà, il diritto di professare la religione, l’integrità fisica e psichica, il diritto ai beni essenziali, alla vita. È calpestata, a livello sociale e politico, quando l’uomo non può esercitare il suo diritto di partecipazione, o viene sottoposta ad ingiuste e illegittime coercizioni o a torture fisiche o psichiche, ecc. 

Non ignoro quanti problemi di questo genere si dibattano oggi in America Latina. Come Vescovi non potete disinteressarvi di essi. So che vi proponete di compiere una riflessione seria sulle relazioni e connessioni esistenti tra evangelizzazione e promozione umana o liberazione, prendendo in considerazione, in un campo così ampio e importante, la specifica presenza della Chiesa. 

È qui che ritroviamo, nella pratica concreta, i temi che abbiamo abbordato parlando della verità su Cristo, sulla Chiesa e sull’uomo. 

2. Se la Chiesa si rende presente nella difesa o nella promozione della dignità dell’uomo, lo fa in conformità con la sua missione, che, pur essendo di carattere religioso e non sociale o politico, non può fare a meno di considerare l’uomo nel suo essere integrale. 

Il Signore ha delineato nella parabola del Buon Samaritano il modello delle preoccupazioni per tutte le necessità umane (Lc 10,29ss.), e ha dichiarato che si identificherà con i diseredati, gli infermi, i carcerati, gli affamati e i derelitti, ai quali si sia tesa la mano (Mt 25,31ss.). La Chiesa ha appreso in questa e in altre pagine del Vangelo (cf. Mc 6,35-44), che la sua missione evangelizzatrice ha come parte indispensabile l’impegno per la giustizia e l’opera della promozione dell’uomo (cf. Sinodo dei Vescovi, De iustitia in mundo: AAS 63 [1971] 923-942) e che tra evangelizzazione e promozione umana vi sono legami molto forti di ordine antropologico, teologico e caritativo (cf. Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 31); di modo che “l’evangelizzazione non sarebbe completa, se non tenesse in conto la connessione reciproca, che nel corso dei tempi si stabilisce tra il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale dell’uomo” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 29). 

Teniamo presente, d’altra parte, che l’azione della Chiesa in campi come quello della promozione umana, dello sviluppo, della giustizia, dei diritti della persona, vuole rimanere sempre al servizio dell’uomo, e dell’uomo così come lo vede nella visione cristiana della sua antropologia. Essa, infatti, non ha bisogno di ricorrere a sistemi e ideologie per amare, difendere e collaborare alla liberazione dell’uomo: è al centro del messaggio, del quale essa è depositaria e banditrice, che trova ispirazione per operare in favore della fraternità, della giustizia, della pace, contro tutte le dominazioni, schiavitù, discriminazioni, violenze, attentati alla libertà religiosa, aggressioni all’uomo, e quanto attenta alla vita (cf. Gaudium et Spes, 26, 27, 29). 

3. Non è quindi per opportunismo e per desiderio di novità che la Chiesa, “esperta in umanità” (Paolo VI, Allocutio in Consilio Nationum Unitarum, 5 ottobre 1965: AAS 57 [1965] 878), si erge a difesa dei diritti umani. È per un autentico impegno evangelico, il quale, come è stato per Cristo, riguarda coloro che sono in maggiore necessità. 

Fedele a questo impegno, la Chiesa vuole mantenersi libera di fronte agli opposti sistemi, così da optare solo per l’uomo, quali che siano le miserie o le sofferenze che lo affliggono; e questo non per mezzo della violenza, dei giochi di potere, dei sistemi politici, ma bensì per mezzo della verità sull’uomo, in cammino verso un futuro migliore. 

4. Nasce di qui la costante preoccupazione della Chiesa per la delicata questione della proprietà. Una prova ne sono gli scritti dei Padri della Chiesa, nel corso del primo millennio del cristianesimo (S. Ambrogio, De Nabuthae, 12,53: PL 14,747). Lo dimostra chiaramente la vigorosa dottrina di San Tommaso d’Aquino, tante volte riaffermata. Nei nostri tempi, la Chiesa ha fatto appello agli stessi principi in documenti di larghissima diffusione, come le Encicliche sociali degli ultimi Papi. Di questo tema parlò, con forza e profondità particolari, il Papa Paolo VI nella sua Enciclica Populorum Progressio (Paolo VI, Populorum Progressio, 23-24; cf. anche Giovanni XXIII, Mater et Magistra, 106). 

Questa voce della Chiesa, eco di quella della coscienza umana, non ha cessato di risuonare nel corso dei secoli in mezzo ai più vari sistemi e condizioni socio-culturali, e merita, anzi necessita di essere ascoltata anche nella nostra epoca, quando alla ricchezza crescente dei pochi corrisponde parallelamente la miseria crescente delle masse. 

E in questo caso che acquista carattere urgente l’insegnamento della Chiesa, secondo cui su tutta la proprietà privata grava un’ipoteca sociale. 

In relazione a tale insegnamento, la Chiesa ha una missione da compiere: deve predicare, educare le persone e le collettività, formare l’opinione pubblica, orientare i responsabili dei popoli. In questa maniera lavorerà in favore della società, nella quale vuole inserire questo principio cristiano ed evangelico, per dare il frutto di una distribuzione più giusta ed equa dei beni, non solo all’interno di ciascuna Nazione, ma anche nel mondo internazionale in generale, evitando che i paesi più forti usino il proprio potere a detrimento di quelli più deboli. 

Coloro, sui quali ricade la responsabilità della vita pubblica degli Stati e delle Nazioni, dovranno comprendere che la pace interna e internazionale sarà assicurata, solo se vige un sistema sociale ed economico fondato sulla giustizia. 

Cristo non rimase indifferente di fronte a questo ampio ed esigente imperativo della morale sociale. E neppure la Chiesa potrebbe rimanerlo. Nello spirito della Chiesa, che è lo Spirito di Cristo, ed appoggiati sulla sua vasta e solida dottrina, mettiamoci al lavoro in questo campo. 

Bisogna qui sottolineare nuovamente che la sollecitudine della Chiesa è diretta all’uomo nella sua integrità. 

Per questa ragione, condizione indispensabile perché un sistema economico sia giusto è che favorisca lo sviluppo e la diffusione dell’istruzione pubblica e della cultura. Quanto più giusta è l’economia tanto più profonda sarà la coscienza della cultura. Ciò si trova sulla linea di quanto affermava il Concilio: per conseguire una vita degna dell’uomo, non è possibile limitarsi ad avere di più, ma occorre aspirare ad essere di più (Gaudium et Spes, 35). 

Attingete, dunque, Fratelli, a queste fonti autentiche. Parlate con il linguaggio del Concilio, di Giovanni XXIII, di Paolo VI: è il linguaggio dell’esperienza, del dolore, della speranza dell’umanità contemporanea. 

Quando Paolo VI dichiarava che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace” (Paolo VI, Populorum Progressio, 76), aveva presenti anche i vincoli di interdipendenza che esistono non solo all’interno delle Nazioni, ma anche al loro esterno, a livello mondiale. Egli prendeva in considerazione i meccanismi che, per essere impregnati non di autentico umanesimo, ma di materialismo, producono a livello internazionale ricchi sempre più ricchi accanto a poveri sempre più poveri. 

Non esiste una regola economica, in grado di cambiare di per sé tali meccanismi. Occorre fare appello nella vita internazionale ai principi dell’etica, alle esigenze della giustizia, al primo dei comandamenti quello dell’amore. Bisogna dare il primato al morale, allo spirituale, a ciò che nasce dalla piena verità sull’uomo. 

Ho desiderato manifestarvi queste riflessioni, che ritengo molto importanti, sebbene non debbano distrarvi dal tema centrale della Conferenza: all’uomo, alla giustizia, arriveremo mediante l’evangelizzazione. 

5. Di fronte a quanto detto, la Chiesa vede con profondo dolore “la crescita, talvolta massiccia, della violazione dei diritti umani in ogni parte della società e del mondo... Chi può negare che oggi singole persone e autorità civili violano i diritti fondamentali della persona umana con impunità, diritti quali quello di nascere, il diritto alla vita, il diritto alla procreazione responsabile, al lavoro, alla pace, alla libertà e alla giustizia sociale, il diritto a partecipare alle decisioni che concernono popoli e nazioni? 

E che cosa si può dire quando ci troviamo di fronte alle varie forme di violenza collettiva, quali la discriminazione razziale contro individui e gruppi, l’uso di torture fisiche e psicologiche, perpetrate contro prigionieri o dissidenti politici? La lista cresce quando volgiamo la nostra attenzione agli esempi di sequestro di persona per ragioni politiche e agli atti di rapimento per guadagno materiale, che colpiscono così drammaticamente la vita familiare e l’edificio sociale” (Giovanni Paolo II, Epistula ad Conradum Waldheim, Consilii Nationum Unitarum Virum a Secretis, XXX expleto anno a “Declaratione Universali Iurium Hominis, 2 dicembre 1978; AAS 71 [1979] 122). 

Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l’uomo. Egli è l’immagine di Dio! Evangelizzate, perché ciò diventi una realtà. Affinché il Signore trasformi i cuori e umanizzi i sistemi politici ed economici, partendo dall’impegno responsabile dell’uomo. 

6. Gli impegni pastorali in questo campo devono essere animati da una retta concezione cristiana della liberazione. La Chiesa ha il dovere di annunziare la liberazione di milioni di esseri umani, il dovere di aiutare affinché si consolidi questa liberazione (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 30); però ha anche il dovere corrispondente di proclamare la liberazione nel suo significato integrale, profondo, come lo ha annunziato e realizzato Gesù (Ivi, 31). “Liberazione da tutto ciò che opprime l’uomo, che è però, innanzitutto, salvezza dal peccato e dal maligno, nella gioia di conoscere Dio e di essere conosciuto da lui” (Ivi, 9). Liberazione fatta di riconciliazione e di perdono. Liberazione che erompe dalla realtà di essere figli di Dio, che possiamo chiamare “Abba, Padre” (Rm 8,15), in forza della quale riconosciamo in ogni uomo un nostro fratello, il cui cuore può essere trasformato dalla misericordia di Dio. Liberazione che ci spinge, con la forza della carità, alla comunione, la cui sommità e pienezza troviamo nel Signore. Liberazione come superamento delle diverse schiavitù e idoli, che l’uomo si forgia, e come crescita dell’uomo nuovo. Liberazione che nella missione propria della Chiesa non si riduce alla pura e semplice dimensione economica, politica, sociale o culturale, che non si sacrifica alle esigenze di una qualsiasi strategia, di una prassi o di un risultato a breve termine (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 33). 

Per salvaguardare l’originalità della liberazione cristiana e le energie che è capace di sviluppare, è necessario ad ogni costo, come chiedeva il Papa Paolo VI, evitare riduzioni e ambiguità: “La Chiesa perderebbe la sua significazione fondamentale. Il suo messaggio di liberazione non avrebbe più alcuna originalità e finirebbe facilmente per essere accaparrato e manipolato da sistemi ideologici e da partiti politici” (Ivi, 32). Vi sono molti segni, che aiutano a discernere se si tratta di una liberazione cristiana e se, invece, si nutre piuttosto di ideologie che le sottraggono la coerenza con una visione evangelica dell’uomo, delle cose, degli avvenimenti (Ivi, 35). Sono segni che derivano dai contenuti, che annunziano, o dagli atteggiamenti concreti che assumono, gli evangelizzatori. A livello di contenuti, è doveroso osservare qual è la fedeltà alla Parola di Dio, alla Tradizione viva della Chiesa, al suo Magistero. Quanto agli atteggiamenti, occorre ponderare qual è il loro senso di comunione con i Vescovi in primo luogo, e con gli altri settori del Popolo di Dio; qual è il contributo che si dà alla costruzione reale della comunità e con quale forma di amore si orienta la propria sollecitudine verso i poveri, gli infermi, i diseredati, gli indifesi, gli oppressi, e come, scoprendo in essi l’immagine di Gesù “povero e paziente, ci si sforza di liberarli e di servire in essi Cristo” (Lumen Gentium, 8). Non illudiamoci: i fedeli umili e semplici, quasi per istinto evangelico, captano spontaneamente quando nella Chiesa si serve il Vangelo e quando lo si svuota e lo si soffoca con altri interessi. 

Come vedete, conserva tutta la sua validità l’insieme di osservazioni che sul tema della liberazione ha fatto la Evangelii Nuntiandi

7. Quanto abbiamo ricordato sopra costituisce un ricco e complesso patrimonio, che la Evangelii Nuntiandi denomina Dottrina Sociale o Insegnamento Sociale della Chiesa (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 38). Questa nasce alla luce della Parola di Dio e del Magistero autentico, della presenza dei cristiani in seno alle situazioni mutevoli del mondo, a contatto con le sfide che da esse provengono. Tale dottrina sociale comporta pertanto principi di riflessione, ma anche norme di giudizio e direttive di azione (cf. Paolo VI, Octogesima Adveniens, 4). 

Confidare responsabilmente in tale dottrina sociale, anche se alcuni cercano di seminare dubbi e sfiducia su di essa, studiarla con serietà, cercare di applicarla, insegnarla, esserle fedele è, in un figlio della Chiesa, garanzia dell’autenticità del suo impegno nei delicati ed esigenti doveri sociali, e dei suoi sforzi a favore della liberazione o della promozione dei suoi fratelli. 

Permettete, dunque, che raccomandi alla vostra speciale attenzione pastorale l’urgenza di sensibilizzare i vostri fedeli su questa dottrina sociale della Chiesa. 

Occorre porre particolare attenzione nella formazione di una coscienza sociale a tutti i livelli e in tutti i settori. Quando aumentano le ingiustizie e cresce dolorosamente la distanza tra poveri e ricchi, la dottrina sociale, in forma creativa e aperta ai vasti campi della presenza della Chiesa, deve essere prezioso strumento di formazione e di azione. Ciò vale particolarmente in relazione ai laici: “competono propriamente ai laici, sebbene non esclusivamente, i doveri e il dinamismo secolari” (Gaudium et Spes, 43). È necessario evitare inganni e studiare seriamente quando certe forme di supplenza hanno la loro ragion d’essere. Non sono i laici i chiamati, in virtù della loro vocazione nella Chiesa, a dare il loro apporto nelle dimensioni politiche, economiche, e ad essere efficacemente presenti nella tutela e promozione dei diritti umani? 

IV. Alcuni compiti prioritari 

1. Molti temi pastorali, di grande rilievo, vi accingete a considerare. Il tempo mi impedisce di accennarvi. Ad alcuni mi sono riferito o mi riferirò negli incontri con i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi, i laici. 

I temi che qui vi segnalo hanno, per diversi motivi, una grande importanza. Non tralascerete di considerarli, tra tanti altri che la vostra perspicacia pastorale vi indicherà. 

a) La famiglia. Fate ogni sforzo affinché vi sia una pastorale della famiglia. Dedicatevi a un settore così prioritario, con la certezza che l’evangelizzazione nel futuro dipende in gran parte dalla “Chiesa domestica”. È la scuola dell’amore, della conoscenza di Dio, del rispetto alla vita, alla dignità dell’uomo. Tale pastorale è tanto più importante, in quanto la famiglia è oggetto di tante minacce. Pensate alle campagne favorevoli al divorzio, all’uso di pratiche anticoncezionali, all’aborto, che distruggono la società. 

b) Le vocazioni sacerdotali e religiose. Nella maggior parte dei vostri paesi, nonostante uno speranzoso risveglio di vocazioni, la loro mancanza è un problema grave e cronico. La sproporzione tra il numero crescente di abitanti e quello degli evangelizzatori è immensa. Ciò importa oltremodo alla comunità cristiana. Ogni comunità deve procurare le sue vocazioni, anche come segno della sua vitalità e maturità. Bisogna riattivare un’intensa azione pastorale che, partendo dalla vocazione cristiana in generale, da una pastorale giovanile entusiasta, dia alla Chiesa i servitori di cui ha bisogno. Le vocazioni laicali, così indispensabili, non possono essere una compensazione. Più ancora, una delle prove dell’impegno del laico è la fecondità delle vocazioni alla vita consacrata. 

c) La gioventù. Quanta speranza pone in essa la Chiesa! Quante energie circolano nella gioventù dell’America Latina, che hanno bisogno della Chiesa! Quanto noi, Pastori, dobbiamo stare vicino ad essa, perché Cristo e la Chiesa, perché l’amore del fratello penetrino profondamente nel suo cuore! 

2. Al termine di questo messaggio non posso fare a meno di invocare ancora una volta la protezione della Madre di Dio sulle vostre persone e sul vostro lavoro in questi giorni. Il fatto che il nostro incontro abbia luogo alla presenza spirituale di Nostra Signora di Guadalupe, venerata in Messico e in tutti gli altri Paesi come Madre della Chiesa in America Latina, è per me un motivo di gioia e una fonte di speranza. “Stella dell’evangelizzazione”, sia lei la vostra guida nelle riflessioni che farete e nelle decisioni che prenderete. Che lei ottenga dal suo Divin Figlio per voi: 

– audacia di profeti e prudenza evangelica di Pastori. 
– perspicacia di maestri e sicurezza di guide e orientatori. 
– forza d’animo come testimoni, e serenità, pazienza e mansuetudine di padri. 

Il Signore benedica i vostri lavori. Siete accompagnati da rappresentanti scelti: presbiteri, diaconi, religiosi, religiose, laici, esperti, osservatori, la cui collaborazione vi sarà molto utile. Tutta la Chiesa ha fissi gli occhi su di voi con fiducia e speranza. Vogliate rispondere a tali aspettative con piena fedeltà a Cristo, alla Chiesa, all’uomo. Il futuro sta nelle mani di Dio, ma in un certo qual modo, il futuro di un nuovo impulso evangelizzatore, Dio lo pone anche nelle vostre. “Andate, dunque, insegnate a tutte le genti” (Mt 28,19). 

       

top