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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN BRASILE

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL BRASILE

Fortaleza (Brasile), 10 luglio 1980


Signor presidente,
eminentissimi Cardinali,
cari confratelli.

1. Nella gioiosa aspettativa della visita che ora faccio al vostro paese, in questi ultimi mesi ho pensato spesso ai vari incontri che avrei avuto. Ognuno di essi mi sembrava molto importante, ma posso dirvi con sincerità di fratello: nessuno è più importante di questo con voi, Vescovi del Brasile.

Oggi voi siete il corpo episcopale più numeroso del mondo; e al numero corrisponde l’intensa attività pastorale per questa Chiesa giovane e dinamica. Per questo e per le promettenti prospettive del vostro paese, l’episcopato di cui fate parte assume un prestigio e una responsabilità che vanno ben oltre le frontiere delle vostre diocesi e della stessa nazione: una responsabilità davanti a tutta la Chiesa.

Pertanto, nel piano di questo pellegrinaggio apostolico, il mio più grande desiderio era di stare personalmente in mezzo a voi, salutarvi “in osculo sancto” (Rm 16,16; 1Cor 16,20) e “in vinculo pacis” (Ef 4,3), esprimervi a viva voce i miei sentimenti di pastore della Chiesa universale. Il Signore Gesù sa perché vi dico in questa circostanza le parole che egli stesso pronunciò in un momento cruciale della sua vita: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi” (Lc 22,15). In effetti, questo incontro è una pasqua, un passaggio del Signore in mezzo a noi. Sia lodato Dio che mi offre questa occasione e ci assista in questa ora, perché questo incontro sia per voi fonte di rinnovata fecondità pastorale come è per me fonte di gioia e di conforto.

 

La conferenza nazionale dei Vescovi del Brasile

2. Le mie prime parole vogliono essere un fraterno saluto alla conferenza nazionale dei Vescovi del Brasile.

Non posso dimenticare il carattere quasi pionieristico di questa conferenza. Nata con questo nome di conferenza di Vescovi nel lontano 1952, fu una delle prime del mondo a formarsi, molto prima che il Concilio Vaticano II ponesse in nuova luce la dottrina della collegialità episcopale e promuovesse giustamente le conferenze episcopali come peculiare espressione e organo particolarmente appropriato di questa collegialità.

In questi 28 anni - tutti lo riconoscono - ha cercato di compiere una missione e di realizzare un’opera conforme alla sua natura: rendere possibile l’incontro e il dialogo dei Vescovi sempre più numerosi nel paese: agevolare la convergenza dell’azione pastorale, grazie soprattutto a un piano e a una pastorale di insieme che fin dall’inizio sono stati la preoccupazione dominante della conferenza nazionale dei Vescovi del Brasile; rappresentare nel modo più autentico l’episcopato brasiliano presso le altre istituzioni, comprese quelle civili.

Certamente la conferenza, lungi dal fermarsi nell’autosoddisfazione per quello che ha fatto, dovrà continuamente sforzarsi di essere sempre più fedele alla propria missione. Tale fedeltà alla vocazione originaria, agli obiettivi che la sapienza della Chiesa le indica e alle vie che essa stessa ha tracciato, è condizione di efficacia della sua azione. Per essa, dunque, come per ogni organismo vivente, soprattutto se è un organismo a servizio di Cristo, perfezionarsi è segno di interiore sanità, è un’esigenza, è un dovere.

In quali aspetti perfezionarsi e crescere? Il documento di Puebla ci suggerisce la risposta: nella comunione, nella partecipazione, nella evangelizzazione.

 

La comunione in seno alla conferenza nazionale dei Vescovi del Brasile

3. Anzitutto nella comunione. Perché questa è la ragion d’essere e la prima finalità di ogni conferenza episcopale: creare e mantenere sempre viva la comunione tra i Vescovi che la compongono. Questi sono necessariamente uomini molto diversi tra loro, come diversi erano i primi dodici scelti dallo stesso Signore Gesù. Più sono numerosi, più aumenta questa differenza. Tuttavia il loro servizio pastorale esige una comunione il più possibile profonda e solida. Cemento di questa comunione - ben più forte di quanto potrebbe dividerla o spezzarla - è l’unico Signore che ha chiamato i Vescovi e li ha fatti suoi ministri: l’unica verità della quale sono nello stesso tempo maestri e servitori; l’unica salvezza in Cristo che essi annunciano e attualizzano: la carità fraterna che li “raduna nell’unità” (cf. Hymnus Ubi Caritas).

Pastori di una Chiesa che, secondo la teologia del Concilio Vaticano II, ama definirsi “sacramento di unità” (Lumen Gentium, 1), i Vescovi sono chiamati a dare per primi la testimonianza viva dell’unità. Non illudiamoci: la migliore predicazione che possano fare i Vescovi di una nazione, il servizio più fruttuoso che possano prestare al proprio popolo, il gesto più efficace che possano compiere sarà certamente la dimostrazione verace e visibile della loro comunione. Al contrario, senza questa comunione, tutto il resto si rivela pericolosamente precario. Nella propria conferenza i Vescovi·vogliono e hanno il diritto di trovare uno strumento e uno stimolo di unità.

Se mi fosse permesso ispirarmi alla mia personale esperienza di Vescovo, e anche di membro di una conferenza nazionale, non esiterei a dire che qualsiasi manifestazione di una conferenza episcopale produce un impatto tanto maggiore (parlo di impatto reale, profondo, durevole, non necessariamente clamoroso) quanto più in esso si riflette l’unità, intesa come l’anima della collegialità episcopale che concretamente si incarna in questo gruppo di Vescovi. Considerate, fratelli: la testimonianza della collegialità effettiva sarà tanto facilitata, nella misura che l’accompagna la collegialità affettiva. Questa suppone un dialogo autentico tra tutte le sue componenti, che, come sapete, va da una sempre coltivata povertà nello spirito fino a una costante apertura alla grazia divina che è la sua perfezione. Occorre un’attenzione verso gli altri, nei piccoli gesti della vita quotidiana. Così si crea il clima che fa crescere la vicendevole fiducia. Questa fiducia che mai va limitata a semplice cordialità nel tratto vicendevole, ma deve giungere a quel sentimento profondo che ci permette di accettare con semplicità, nell’area dell’opinabile, opinioni o posizioni diverse dalle proprie, purché sia salvaguardato il bene comune della Chiesa sul piano locale e nella sua dimensione universale. È appunto con una coscienza viva della collegialità episcopale e con un atteggiamento di fiducia fraterna che sono venuto qui fino a voi, e che mi trovo come fratello tra fratelli per parlarvi e ascoltarvi, entro i limiti del tempo.

Vorrei aggiungere - ma forse è superfluo - che la crescita nella comunione richiede la conoscenza reciproca sempre più approfondita, la comprensione dell’altro, il rispetto della sua coscienza, la franchezza e la lealtà. Tutto ciò è frutto di una carità che, su questo piano, si chiama amore fraterno e comunione, che porta a superare particolarismi, partitismi, o dispute tra gruppi e conduce ad integrarsi, entro un certo sano pluralismo, le comprensibili diversità. Una conferenza non può non ringraziare Dio quando è immune da questi problemi, e deve umilmente e fervorosamente supplicarlo perché così sia sempre; e voglia Dio che nei documenti e pronunciamenti di questa conferenza episcopale si manifesti sempre tale consonanza perché “da questo conosceranno gli uomini che siete miei discepoli”, dice il Signore, “se vi amate gli uni gli altri”.

 

La partecipazione della conferenza nazionale dei Vescovi del Brasile

4. Crescere nella partecipazione è la seconda meta. Una conferenza episcopale è un’opera comune: spiritualmente ricca se in essa tutti i Vescovi si sentono pienamente membri e stanno presenti con piacere e senza imbarazzi; impoverita ogni qualvolta per qualsiasi motivo qualcuno si senta, si dica o si ponga ai margini.

La crescita nella partecipazione si attua in alcuni fatti, forse umili, ma non per questo meno degni di considerazione. La partecipazione cresce nella misura in cui si fanno sforzi sinceri per percepire e ponderare le prese di posizione in nome di tutta la conferenza, il sentimento profondo e le convinzioni delle singole parti del tutto, quando sono consistenti, anche se non maggioritarie.

In una conferenza episcopale numerosa, la partecipazione è tanto più grande, quanto maggiore è la rappresentatività dei Vescovi membri, negli organi decisionali. La partecipazione cresce, quando i Vescovi, nella pratica, sentono la propria conferenza come lo spazio nel quale possono incontrarsi nell’esercizio della loro condizione di chiamati in modo particolare a partecipare della missione di Cristo profeta. In virtù di tale congiunzione con lo stesso Cristo, i Vescovi servono la verità divina nella Chiesa. Contribuiscono a plasmare la vita della stessa Chiesa, quanto alla sua dimensione fondamentale, e vengono costituiti maestri di fede del Popolo di Dio, in continuità con l’unico maestro divino (cf. Mt 23,8). Essi hanno una irrinunciabile responsabilità individuale e collegiale dinanzi allo stesso Cristo e dinanzi a tutta la Chiesa. Tuttavia chi potrebbe dubitare del valore di una collaborazione competente che, in vari settori, sacerdoti, laici, religiosi e religiose prestano ai Vescovi in seno alla conferenza episcopale? Essi meritano lode per questo loro contributo.

Naturalmente, sono i Vescovi che conservano la responsabilità delle decisioni, dei pronunciamenti e dei documenti della conferenza come tale, e perciò ne devono rispondere dinanzi alla propria coscienza e dinanzi a Dio. Il circondarsi di collaboratori potrà essere una maniera di appoggiare lo sforzo di fedeltà alla verità divina e di maggior servizio al Popolo di Dio. Tuttavia non dovrebbe sorprendere nessuno il fatto che nelle assemblee e nelle loro conferenze i Vescovi cerchino di disporre di periodi sufficientemente lunghi per incontrarsi e dialogare tra loro senza la presenza di altri, per rinforzare la propria unità come maestri della fede, per condividere la comune responsabilità di essere, ogni volta di più, forza e sicurezza dell’unità fondamentale della Chiesa.

Tutti noi che guardiamo con simpatia e ammirazione alla vostra conferenza auguriamo e preghiamo perché progredisca sempre nella partecipazione. Che nessuno rifiuti la sua presenza non solo fisica, ma anche attiva ed efficiente. Questa partecipazione sarà la più grande grazia della conferenza.

 

La conferenza nazionale dei Vescovi del Brasile e l’evangelizzazione

5. In ogni conferenza episcopale il perfezionamento nella comunione e nella partecipazione è in funzione del perfezionamento del suo compito principale che è l’evangelizzazione.

Nell’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi”, che è certamente la “magna charta” dell’evangelizzazione per questo ultimo quarto di secolo e uno dei più notevoli documenti del magistero di Paolo VI, questo grande e indimenticabile papa ricordava che l’evangelizzazione è qualche cosa di ricco, complesso e dinamico (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 17) che comporta vari elementi; ma aggiungeva: “Evangelizzare è anzitutto testimoniare, in maniera semplice e diretta, Dio rivelato da Gesù Cristo, nello Spirito Santo” (Ivi, 26); la base, il centro e il vertice dell’evangelizzazione è la salvezza in Gesù Cristo (Ivi, 27). Il documento di Puebla segue da vicino l’ispirazione della “Evangelii Nuntiandi” quando, parlando del contenuto dell’evangelizzazione, presenta come “contenuto essenziale” (Puebla, 351) le “verità centrali” (Ivi, 166) su Gesù Cristo (Ivi, 170ss), sulla Chiesa (Ivi, 220ss) e sull’uomo (Ivi, 304ss), chiamando tutto il resto “parte integrante” dell’evangelizzazione.

È dovere della Chiesa, specialmente nel nostro mondo minacciato dal secolarismo ateo - non sarà mai superfluo ricordarlo - la proclamazione dell’assoluto di Dio, del mistero di Gesù Cristo, della trascendenza della salvezza, della fede e dei sacramenti della fede. È dovere dei suoi pastori. Voi sarete certamente d’accordo con me se affermo che noi, ministri di Cristo nella sua Chiesa, avremo credibilità ed efficacia nel parlare delle realtà temporali solo se prima (o almeno nello stesso tempo) siamo attenti a proclamare “una salvezza che sorpassa tutti questi limiti (temporali) per realizzarsi nell’assoluto di Dio” (cf. Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 27), a proclamare “l’annuncio profetico di un “al-di-là”, vocazione profonda e definitiva dell’uomo” (Ivi, 28).

Richiamo questo per dire che mi sento felice quando una conferenza episcopale nel programma delle sue assemblee dà spazio a temi connessi con le questioni urgenti di ordine temporale che toccano gli uomini del nostro tempo. La natura stessa di questo organismo esige sempre che tali questioni siano conglobate nell’evangelizzazione e nella prioritaria ricerca del regno di Dio e della sua giustizia (cf. Mt 6,32), che il Signore ci ha indicato in una visione d’insieme di tutte le nostre preoccupazioni. Egli stesso ci ha lasciato l’esempio. A tutti senza eccezione egli annunciava la buona novella, pur trovandosi dalla parte dei più piccoli, dei poveri e dei sofferenti con il suo amore di predilezione. Nella nostra attività di ministero dovranno prevalere sempre le cose concernenti Dio se vogliamo che rimanga con tutta la sua vitalità la nostra condizione di preposti a favore degli uomini (cf. Eb 5,1). Così le assemblee, le conferenze episcopali devono essere preoccupate di confrontare col pensiero di Dio, conosciuto, cercato, approfondito e condiviso fraternamente, i problemi emergenti nella vita degli uomini e della società, senza lasciar di trattare con tempestività e sicurezza i problemi propri della vita della Chiesa, come quelli che si riferiscono alla liturgia, alla preghiera, alle vocazioni sacerdotali, alla vita religiosa e al suo retto rinnovamento, alla catechesi, alla formazione religiosa dei giovani, alla pietà popolare e alle sue esigenze, alla sfida delle sette aberranti, alla valanga dell’immoralità, ecc...

In questo prevalentemente risiede la forza e l’identità della nostra Chiesa. In questo modo e con un tale atteggiamento si avvantaggerà non soltanto la Chiesa nel Brasile, nel vostro caso, ma anche la stessa società brasiliana, e specialmente le generazioni che si affacciano alla vita.

In questi ultimi tempi, da quando è stata resa nota la mia intenzione di fare questa visita pastorale in Brasile, è aumentato molto il numero delle missive che tutti i giorni mi arrivano da questo paese.

Sono lettere commoventi per la povertà e semplicità che rivelano da parte di chi scrive, e non nascondono la difficoltà di alcuni che a malapena hanno imparato a maneggiare la penna. Esse manifestano una fame di Dio, un’apertura al sacro e, alle volte, esplicitamente sete della verità del Vangelo e della vita soprannaturale. Questo non può lasciarci indifferenti. Noi, pastori della Chiesa, non possiamo trascurare di dar loro i beni spirituali che essi ci domandano, come piccoli che chiedono pane, cercando qualcuno che lo spezzi loro, come dice la Scrittura. Effettivamente con i beni spirituali e i mezzi propri della Chiesa di cui disponiamo, mediante programmi adeguati di pastorale, animati da una cosciente preoccupazione verso l’uomo concreto, in tutta la sua verità, la Chiesa, senza dover ricorrere a mezzi che le sono estranei, ben può contribuire alla trasformazione della società, aiutandola a rendersi sempre più giusta, fondata sulla giustizia oggettiva. Questo rende evidente la necessità e accentua la grande importanza della catechesi.

Leggendo le vostre relazioni quinquennali, mi fa impressione l’insistenza con cui molti di voi lamentano la mancanza di approfondimento della fede in un popolo che, d’altra parte, è religioso, buono e, per usare l’espressione di Tertulliano, “naturalmente cristiano” (Tertulliano, Apologeticus, 17: Ed. Rauschen, 58). Questa superficialità nella conoscenza della dottrina della fede è causa di non pochi inconvenienti, tra i quali voi stessi citate: una certa vulnerabilità nei confronti di dottrine aberranti; una certa tendenza a una religiosità fatta di esteriorità, più di sentimenti che di convinzioni: il rischio sempre imminente di una fede privatista e distaccata dalla vita... In questa situazione la catechesi è urgente. Non posso che ammirare i pastori zelanti che nelle loro Chiese cercano di rispondere concretamente a questa urgenza facendo della catechesi una vera priorità.

Perciò la catechesi deve essere sempre il compito principale dell’evangelizzazione, come rilevava l’assemblea del Sinodo dei Vescovi del 1964. Ritengo che la catechesi deve costituire una preoccupazione costante della conferenza episcopale come tale e dei suoi diversi organismi, che non tralasceranno di ricorrere, quando necessario, a teologi e periti nell’arte di insegnare, per la precisazione della dottrina e l’adattamento dei catechismi alle diverse età e ai diversi livelli delle persone alle quali sono destinati.

Quanto al contenuto e ai metodi di questa catechesi, non ripeto qui ciò che ho cercato di esplicitare, nella misura del possibile, nella esortazione apostolica “Catechesi Tradendae”. Ricordo solo che i fedeli chiamati alla comunione della Chiesa hanno il diritto di ricevere la “parola della fede” (Rm 10,8) “in tutto il suo rigore e in tutto il suo vigore” (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae, 30) mediante una catechesi efficace, attiva e adeguata; una catechesi che, con l’integrità del suo contenuto, porti all’uomo del nostro tempo tutto il messaggio di Gesù Cristo. In questo campo noi Vescovi della Chiesa, nella nostra coscienza di pastori, ci troveremo sempre di fronte alla questione dei testi per la catechesi: come sono elaborati? quale il loro contenuto? che messaggio trasmettono? quale immagine di Dio, di Cristo, della Chiesa, della vita cristiana, della vocazione dell’uomo, essi comunicano? Ecco un campo in cui lo zelo e la vigilanza pastorale dovranno essere esercitati come in pochi altri.

Qui verrebbero a proposito alcune parole riguardanti le comunità ecclesiali di base, come le delinea il mio venerato predecessore Paolo VI nell’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 58) sui cui orientamenti mi permetto richiamare la vostra attenzione. Tali comunità costituiscono una esperienza attuale nell’America Latina e soprattutto in questo paese. Essa deve essere accompagnata, assistita e approfondita per portare i frutti da tutti desiderati, senza deviare verso finalità che le sono estranee. Non voglio dilungarmi su questo punto. Affido alla vostra conferenza episcopale il testo speciale riguardante le stesse comunità ecclesiali di base, che avrei gradito di rivolgere personalmente e di viva voce ai destinatari se non fosse mancato il tempo data la complessità del programma.

 

Responsabilità personale di ciascun Vescovo

6. Giustamente concepita e realizzata, la conferenza episcopale è un impareggiabile punto di incontro e di dialogo per i Vescovi di un paese. In essa ciascuno troverà certamente aiuto, orientamento e incoraggiamento.

Tuttavia essa non può, né intende limitare, la responsabilità personale che ogni Vescovo assume nel ricevere, con l’ordinazione episcopale, la missione e i carismi necessari per compierla. Questa missione, che lo vincola alla sua Chiesa particolare, ma lo apre anche alla sollecitudine di tutte le Chiese, ogni Vescovo la compie come un impegno personale: è il suo compito di pastore.

Ricordando questo “munus” pastorale, non posso tacere una cosa che mi accompagna in questo incontro come motivo di gioia: è l’immagine, Vescovi brasiliani, che voi proiettate in tutta la Chiesa e nel mondo; immagine di povertà e semplicità, di dedizione piena, di vicinanza al vostro popolo, di perfetto inserimento nella sua vita e nei suoi problemi; immagine di Vescovi profondamente evangelici e conformi al modello proposto dal Concilio Vaticano lI. Io conoscevo già, per numerose testimonianze, questo aspetto della vostra fisionomia di Vescovi. Ma leggendo le vostre relazioni quinquennali, ricevendovi e conversando con voi nella mia casa, in occasione delle vostre riviste “ad limina apostolorum” con mia gioia e edificazione, con edificazione anche dei vostri fedeli, posso dirvi che ringrazio Dio per la vostra testimonianza di povertà e di presenza in mezzo alla vostra gente. È forse necessario incoraggiarvi su questo punto? Lo faccio di cuore, chiedendo a Dio che vi faccia sempre più capaci di vera condivisione, cioè di gioire e di soffrire, di convivere e di collaborare con quelli che egli stesso ha affidato alla vostra cura pastorale.

Così inseriti nell’esistenza della vostra gente, dovete sentirvi più a vostro agio nell’esercizio della vostra missione, della quale Cristo pastore vi invita ad assumere tutti gli aspetti. Il vostro popolo ha bisogno che voi li assumiate, e, quantunque silenziosamente, ve ne supplica. Anch’io, chiamato a confermarvi nella vostra missione (cf. Lc 22,32), mi auguro che lo facciate. Quali sono questi aspetti?

6.1. In mezzo al vostro popolo che, come i discepoli a Gesù, vi dice: “Insegnaci a pregare” (Lc 11,1), siate maestri di orazione. Siete i primi liturghi delle vostre Chiese; con esse e per esse celebrate i misteri sacramentali, specialmente l’eucaristia. Siete anche i primi responsabili di far pregare il vostro popolo e di promuovere una degna preghiera liturgica. È importante che, in comunione coi vostri presbiteri, facciate ogni sforzo per un sano rinnovamento liturgico, evitando, da una parte, un attaccamento ingiustificato a forme liturgiche utili nel passato, ma che oggi non avrebbero senso e, dall’altra, gli abusi liturgici, la sperimentazione prolungata in materia liturgica, l’impero del soggettivismo e l’anarchia, tutte cose che rompono la vera unità, disorientano i fedeli, pregiudicano la bellezza e la profondità delle celebrazioni. Come Vescovi, una delle vostre principali attenzioni è quella di curare la purezza e la nobiltà delle celebrazioni liturgiche, certi che questo, lungi dal pregiudicare, rende più efficace la liturgia, la liturgia nel Brasile.

6.2. Imitando coloro dei quali oggi noi siamo successori, indegni ma coscienti e responsabili, siate annunciatori costanti di Gesù Cristo e del suo messaggio. Soprattutto per questo siamo stati chiamati, consacrati, dallo “Spirito Santo... posti... a pascere la Chiesa di Dio” (At 19,20): per rivelare agli uomini il mistero di Cristo, per fare risuonare la sua buona novella, per fare suoi discepoli molti uomini. Possiamo ripetere con san Paolo che non siamo venuti per insegnare alcuna scienza umana, ma Gesù Cristo e Gesù Cristo crocefisso (cf. 1Cor 1,23; 2,1-2), perché in mezzo al nostro popolo non siamo esperti di politica o di economia, non siamo capi in funzione di qualche impresa temporale, ma ministri del Vangelo.

Questo è, per così dire, il punto più delicato della comunione tra i Vescovi. Essi possono differenziarsi di fronte a opzioni temporali accidentali, ma non possono non trovarsi inscindibilmente uniti quando si tratta del loro compito fondamentale, dell’annuncio evangelico di Gesù Cristo.

6.3. Siate costruttori della comunità ecclesiale. Con forte insistenza e in vari documenti il Concilio Vaticano II dice che noi pastori siamo sacramenti - segni e artefici - di comunione. Con ciò esso sottolinea una dimensione essenziale del nostro ministero: quella di convocare coloro che sono dispersi, di riunire coloro che sono separati, di costruire così la Chiesa e di mantenerla nell’unità, malgrado tutte le forze di rottura e di disunione.

6.4. Siate maestri di verità, della verità che il Signore volle affidarci, non per nasconderla o sotterrarla, ma per proclamarla con umiltà e coraggio, per promuoverla, per difenderla quando è minacciata. A quelli di voi che ho incontrato l’anno scorso a Puebla ho ricordato la triplice verità: su Gesù Cristo, sulla Chiesa, sull’uomo. A servizio di questa verità sono i teologi, e felice la Chiesa che trova in sé maestri capaci di approfondire questa verità, illuminati dalla rivelazione, dalla parola di Dio e dalla tradizione, dal magistero della Chiesa e, a questa luce, aiutati dalle scienze umane. I

Vescovi seguano attentamente il ministero di questi teologi inserendolo nell’insieme del servizio ecclesiale; niente è più fecondo e arricchisce maggiormente la Chiesa. Il vero teologo sa, anche per un’intuizione soprannaturale, che spetta al Vescovo vigilare pastoralmente sulla sua attività teologica a beneficio della fede del Popolo di Dio.

Saremmo tutti felici se errori e deviazioni in questi tre campi - Cristo, la Chiesa, l’uomo - fossero qualcosa di remoto, forse possibile, ma irreale per il momento. Ma sapete che non è così. Perciò è per voi più che attuale il dovere doloroso, crocefiggente ma indeclinabile, di segnalare questi errori con serenità e fermezza e di proporre puntualmente ai fedeli la verità. Il Signore vi dia il carisma del discernimento per avere sempre presenti queste verità e la libertà e la sicurezza di insegnarle sempre, confutando tutto quanto a esse si opponga.

6.5. Siate padri e fratelli dei presbiteri, vostri collaboratori nell’opera del Vangelo (cf. Fil 4,3).

Sono certo che la vostra esperienza di Vescovi non può che confermare la mia di 20 anni di Vescovo di Cracovia: se per un sacerdote è stimolante e incoraggiante contare sull’accoglienza e la collaborazione del suo popolo e sull’amicizia dei colleghi, non lo è meno - anzi direi che lo è maggiormente - contare sulla comprensione, la vicinanza e la difesa, nelle ore difficili, da parte del Vescovo. I presbiteri di una diocesi in generale capiscono che possano mancare al Vescovo doti di amministratore, di organizzatore, di intellettuale, ma soffrono se non trovano in lui la fiducia di un fratello e la sicurezza impregnata di affetto di un padre. Date il meglio di voi stessi per stare sempre vicini ai vostri sacerdoti. Ma soprattutto ricordatevi che per un Vescovo niente può essere più urgente e prezioso della santità dei suoi sacerdoti. “Forma gregis”, modello del gregge, non è esagerato né utopico chiedere al Vescovo che sia anche “forma pastorum”, modello dei suoi sacerdoti in tutto ciò che costituisce la spiritualità - santità personale e zelo apostolico - del suo presbiterio.

6.6. Siate padri attenti e vigilanti dei futuri sacerdoti. Sarei felice se in seguito a questo incontro rimanesse nei vostri cuori di pastori la ferma convinzione di dover diventare ancora di più, nelle vostre diocesi, suscitatori di vocazioni per il ministero presbiterale e per la vita religiosa. Un Vescovo può essere sicuro che non perde mai il tempo, i talenti e le energie che impiega a questo scopo. Vigilate, dunque, sui vostri seminari, coscienti che ogni imperfezione o deviazione che ci fosse nella formazione dei futuri sacerdoti, per paura di essere esigenti, per accomodazione o per minore attenzione da parte vostra e dei collaboratori da voi scelti, è un danno per gli stessi seminaristi oggi e un danno maggiore per la Chiesa domani.

6.7. Siate padri e fratelli dei religiosi che, vivendo pienamente la loro consacrazione, si trovano nel cuore della Chiesa al servizio del regno. Ci sia sempre la comunione più perfetta possibile tra il Vescovo e i religiosi e le religiose della Chiesa locale. Questa comunione consisterà, anzitutto, nel rispettare e promuovere il carisma generale della vita religiosa con le sue essenziali dimensioni, e il carisma particolare di ogni famiglia religiosa. Nel Vescovo i religiosi dovranno trovare sempre colui che li chiami a vivere sempre meglio la propria vocazione. D’altra parte, la comunione consisterà nel convocare e aiutare religiosi e religiose per un inserimento sempre più vivo e organico nel dinamismo pastorale della diocesi. Una delle esigenze di questo inserimento, da parte dei religiosi, sarà la decisione lucida di accogliere e rispettare il carisma dei Vescovi nella Chiesa come maestri nella fede e guide spirituali, dallo “Spirito Santo... posti... a pascere la Chiesa di Dio” (At 19,20).

Le “mutue relazioni” tra Vescovi e religiosi, se ispirate alle virtù cristiane della fiducia, del rispetto, della lealtà, della carità e dello spirito di servizio, più che da mere norme giuridiche, si dimostrano immensamente utili alla Chiesa. Tanto più in un paese come il Brasile, dove la presenza e l’attività dei religiosi è particolarmente notevole lungo tutta la sua storia.

6.8. Siate padri generosi e accoglienti dei laici delle vostre Chiese. Il Concilio Vaticano II ha esplicato una teologia del laico come uno degli elementi più notevoli della sua ecclesiologia. Questa ci ricorda che il laico è, per definizione, discepolo e seguace di Cristo, uomo della Chiesa presente e attivo nel cuore del mondo, per gestire le realtà temporali e ordinarle al regno di Dio. Questi laici aspettano dai loro pastori, anzitutto, alimento per la loro fede, sicurezza nei confronti degli insegnamenti di Cristo e della Chiesa, sostegno spirituale per la loro vita, orientamento fermo per la loro azione come cristiani nel mondo. Si aspettano anche il legittimo spazio di libertà per il loro impegno nell’ordine temporale. Aspettano aiuto e stimolo per essere laici senza rischio di clericalizzazione (e per questo si aspettano che i loro pastori siano pienamente tali senza rischi di laicizzazione...). I numerosissimi laici che qui in Brasile con impegno sempre maggiore si danno senza riserve al servizio della Chiesa possano trovare in voi tutto ciò di cui hanno bisogno per un servizio ancora migliore.

6.9. Siate, in nome del Vangelo, promotori dei grandi valori umani: anzitutto, della vera dignità dell’uomo, figlio e immagine di Dio, fratello ed erede di Gesù Cristo. La vostra vocazione di Vescovi vi proibisce, con totale chiarezza e senza mezze misure, tutto ciò che assomigli a faziosità politiche, a soggezione a questa o a quella ideologia o sistema. Ma non proibisce, anzi invita, a stare vicini e al servizio di tutti gli uomini, specialmente dei più deboli e bisognosi. Sapete che l’opzione preferenziale per i poveri, vivamente proclamata da Puebla, non è un invito a esclusivismi, né giustificherebbe che un Vescovo rifiutasse di annunciare la parola di conversione e di salvezza a questo o a quel gruppo di persone col pretesto che non sono poveri - del resto che contenuto si dà a questo termine? - perché è suo dovere proclamare tutto il Vangelo a tutti gli uomini, che tutti siano “poveri in spirito”. Ma è un invito a una speciale solidarietà con i piccoli e i deboli, con quelli che soffrono e piangono, che sono umiliati e lasciati ai margini della vita e della società, per aiutarli a conquistare sempre più pienamente la propria dignità di persona umana e di figlio di Dio.

La Chiesa del Brasile - lo dissi già più volte in questo viaggio pastorale, particolarmente nel mio incontro coi fratelli della favela Vidigal a Rio de Janeiro - e ne è testimone il Cardinale - fa bene a manifestarsi come Chiesa dei poveri, Chiesa della prima beatitudine: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Così facendo, nell’esercizio della sua missione, la Chiesa serve anche al bene della società. Essa non ha la pretesa di assumere come funzione propria le attività politiche. Essa rispetta l’autorità costituita (cf. 1Pt 2,13-17). Non lascia di proclamare che l’autorità è necessaria per il bene della società, per il mantenimento e l’esercizio della sua sovranità. D’altra parte, però, essa rivendica come proprio diritto e dovere la pratica di una pastorale sociale, non sulla linea di un progetto puramente temporale, ma come formazione e orientamento delle coscienze, coi suoi mezzi specifici, perché la società diventi più giusta. E lo stesso deve fare la Chiesa, lo stesso devono fare i Vescovi nei diversi paesi del mondo e nei diversi sistemi esistenti nel mondo attuale.

È compito dell’episcopato preparare e proporre il programma di questa pastorale sociale e di realizzarlo nell’unità collegiale. Nel Brasile è possibile organizzare tale azione con la prospettiva di molti frutti, perché in questo paese la Chiesa e l’episcopato costituiscono una vera forza sociale.

Ma per raggiungere questo fine occorre soddisfare ad alcune condizioni fondamentali.

Anzitutto, questo programma sociale deve essere autentico, cioè sia coerente con la natura e l’identità della Chiesa, corrisponda ai suoi principi, che sono quelli del Vangelo, e si ispiri al suo magistero, specialmente al suo magistero sociale. In altri termini questa pastorale sociale non può basarsi su premesse che, per quanti meriti si vogliano loro riconoscere, sono contrarie alla verità cattolica nei suoi stessi fondamenti.

In secondo luogo, la pastorale sociale dovrà essere autenticamente brasiliana, senza per questo lasciare di essere anche universale. Essa deve rispondere alla verità integrale nei confronti del mondo contemporaneo. Deve tenere gli occhi aperti su tutte le ingiustizie e tutte le violazioni dei diritti umani, in qualsiasi luogo, nel campo dei beni sia materiali che spirituali. Se manca questa ottica fondamentale, essa corre il rischio di diventare oggetto di manipolazioni unilaterali.

Inoltre, il programma dell’azione sociale della Chiesa deve essere organico: deve considerare il legame che esiste tra i diversi fattori economici e tecnici, da una parte, e le esigenze culturali, dall’altra. In questo contesto si deve prestare speciale attenzione alla istruzione e all’educazione, pre-requisiti indispensabili per l’accesso a una promozione sociale uguale per tutti. Le audaci riforme, che sono necessarie, non hanno come obiettivo unico la collettivizzazione dei mezzi di produzione, tanto meno se con ciò si intende la concentrazione di tutto nelle mani dello Stato, convertito nell’unica vera forza capitalista. Lo scopo di queste riforme deve essere quello di permettere l’accesso di tutti alla proprietà, poiché questa costituisce in un certo modo la condizione indispensabile della libertà e della creatività dell’uomo, ciò che gli permette di uscire dall’anonimato e dall’“alienazione”, quando si tratta di collaborare con il bene comune.

Da ultimo, l’azione sociale della Chiesa deve essere l’impegno di tutti quelli che portano sulle loro spalle parti significative della missione della Chiesa, ciascuno secondo la sua specifica funzione e responsabilità.

Così, i teologi non resteranno esposti a ogni tipo di obiezioni, se danno a ciò che insegnano un orientamento del tutto evangelico e cristiano, fedele agli insegnamenti della Chiesa. I ministri della Chiesa - Vescovi e sacerdoti - saranno consapevoli che la loro partecipazione più efficace a questa pastorale sociale non consiste nell’impegnarsi in lotte di partito o in opzioni di gruppi e di sistemi, ma nell’essere veri “educatori nella fede”, guide sicure, animatori spirituali. I religiosi non cambieranno quello che costituisce il loro carisma nella Chiesa - consacrazione totale a Dio, orazione, testimonianza della vita futura, ricerca della santità - con impegni politici che non servono né a loro, che perdono la propria identità, né alla Chiesa che resta impoverita con la perdita di una sua dimensione essenziale, né al mondo e alla società, ugualmente privati di quell’elemento originale che solo la vita religiosa può apportare al legittimo pluralismo. Anche l’attività dei laici assumerà la sua genuina dimensione, perché acquista la visione dell’uomo integrale con tutte le sue componenti, “compresa la sua apertura all’assoluto, anche l’assoluto di Dio” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 33).

6.10 In questo felice incontro con voi non potrei tralasciare un’ultima esortazione: siate fratelli del successore di Pietro, a lui uniti affettivamente ed effettivamente “in opus ministerii” (cf. Ef 4,12).

Soltanto “cum Petro et sub Petro” (Ad Gentes, 38), indipendentemente dalla persona di colui che nei diversi tempi riveste la condizione di Pietro, il collegio episcopale e ciascun Vescovo trovano la pienezza della propria missione ecclesiale.

Ritengo superfluo ricordare che questa comunione col Papa si esprime nell’accoglienza della sua parola non solo quando è da lui personalmente pronunciata, ma anche quando giunge attraverso gli organi che collaborano con lui nel governo pastorale della Chiesa e parlano in suo nome, con la sua approvazione o per suo mandato.

Nulla è per me più confortante, come frutto della vostra visita “ad limina” e della mia visita a voi, che il sapere di poter contare su questa comunione sincera e generosa con la sede di Pietro, principio di unità e germe di universalità. Unito a voi “in cruce et spe episcopatus”, il Vescovo di Roma, il pastore della Chiesa universale, trova rinnovato coraggio nel singolare ministero che il misterioso disegno di Dio ha voluto affidargli.

 

Memoria di fratelli Vescovi

7. Non voglio terminare queste parole e chiudere questo incontro senza ricordare le figure di Vescovi che per quattro secoli e mezzo furono in questo paese i legittimi successori degli apostoli e qui dedicarono tutta la vita, tutte le energie alla costruzione del regno di Dio. Diverse le circostanze storico-culturali in cui furono chiamati a esercitare la loro missione, diverse le loro fisionomie umane, diverse le loro storie personali; però tutti uomini che lasciarono segni del loro passaggio, cominciando da dom Pedro Fernandes Sardinha che fu il primo Vescovo del Brasile. Dobbiamo necessariamente limitarci nel citare nomi. Ma come non evocare figure come quelle di dom Vital Maria de Oliveira, di dom Antônio Macedo Costa, di dom Antônio Ferreira Viçoso, dei primi due Cardinali brasiliani dom Joaquim Arcoverde e dom Sebastiao Leme da Silveira Cintra, di dom Silvério Gomes Pimenta, di dom José Gaspar de Affonseca e Silva? Come non evocare qui a Fortaleza l’ammirabile figura di dom Antônio de Almeida Lustosa, che riposa in questa cattedrale, e che lasciò in questa diocesi l’immagine luminosa di un uomo sapiente e santo? Possa il ricordo di questi fratelli e di tanti altri, che ci hanno preceduto con il segno della fede, stimolarci sempre più nel servizio del Signore.

 

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