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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO NAZIONALE
DEL MOVIMENTO ECCLESIALE DI IMPEGNO CULTURALE

16 gennaio 1982

 

Carissimi!

1. Desidero esprimervi la mia sincera gioia nel rivedervi, dopo il nostro incontro del giugno del 1980, quando, a seguito dell’approvazione dei nuovi statuti da parte del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, siete venuti a presentarmi il vostro programma di impegno culturale a servizio della Chiesa e della Società civile.

Proprio il fatto che il vostro Movimento sia ecclesiale obbliga ognuno di voi a pensare e a promuovere la cultura in stretta connessione con la fede che professate, ad operare una vera sintesi fra la fede e la cultura. È questa la vostra missione specifica, a cui non vi potete mai sottrarre né come uomini di cultura né come credenti, dal momento che tale sintesi è una esigenza sia della cultura sia della fede.

È, anzitutto, una esigenza della cultura. “L’uomo”, infatti, “vive di una vita veramente umana grazie alla cultura” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad UNESCO habita, 6; die 2 iun 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 1 [1980] 1639). Se la cultura è il luogo in cui la persona umana si umanizza ed accede sempre più profondamente alla sua umanità, ne consegue che la condizione fondamentale di ogni cultura è che in essa e mediante essa tutto l’uomo, l’uomo nella misura intera della sua verità sia riconosciuto: a fondamento di ogni cultura degna di questo nome sta questa affermazione, teorica e pratica, della persona umana. Per il credente “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo... Cristo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo a se stesso” (Gaudium et Spes, 22). E, pertanto, l’impegno culturale di un credente sarebbe sostanzialmente lacunoso se l’umanizzazione dell’uomo, che egli promuove mediante la cultura, non fosse consapevolmente orientata e diretta verso il suo compimento nella fede. La cultura non è solo opera di singoli: essa è anche ed essenzialmente opera comune, frutto della cooperazione di molti. Il cristiano deve cooperare con tutti coloro che si impegnano per la cultura. Ma la condizione imprescindibile di questa cooperazione è il riconoscimento e il rispetto, da parte di tutti, della verità intera dell’uomo e della sua dignità. Quando si danno cooperazioni non rispettose di questa condizione non è all’uomo che si serve, ma ad ideologie distruttive dell’uomo: si tradisce, cioè, l’impegno culturale. La fedeltà alla visione cristiana dell’uomo, insegnata dalla Chiesa, non isola ma, al contrario, rende effettivamente capaci di creare cultura vera: universalmente umana ed umanizzata. “Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola: quella divina” (Ivi).

2. La sintesi fra cultura e fede non è solo una esigenza della cultura, ma anche della fede. Come ha insegnato il mio predecessore Paolo VI, “occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo... partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 20). Se, infatti, è vero che la fede non si identifica con nessuna cultura ed è indipendente rispetto a tutte le culture, non è meno vero che, proprio per questo, la fede è chiamata ad ispirare, ad impregnare ogni cultura. È tutto l’uomo, nella concretezza della sua esistenza quotidiana, che è salvato in Cristo ed è, perciò, tutto l’uomo che deve realizzarsi in Cristo. Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta.

Nella mia recente esortazione apostolica ho scritto: “È mediante l’inculturazione” – mediante cioè una fede che diventa cultura – “che si cammina verso la ricostruzione piena dell’alleanza con la Sapienza di Dio, che è Cristo stesso” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 10). È questa “ricostruzione piena” ciò di cui l’uomo di oggi ha bisogno. Solo la verità piena sull’uomo, donataci dalla fede, fedelmente pensata sotto la guida del Magistero della Chiesa, può rendervi capaci di percepire nella loro unità profonda e di armonizzare la sempre più grande diversità degli elementi che costituiscono la cultura odierna:. unificazione ed armonizzazione in cui consiste la sapienza (cf. Gaudium et Spes, 15).

3. In questa prospettiva del vostro impegno culturale e in armonia col vostro stile di presenza nei problemi più attuali della società contemporanea, avete scelto come tema del vostro Congresso nazionale: “Professionalità e lavoro: Quale senso? Quale progetto?”. Col vostro dibattito congressuale, di cui ho letto con interesse il programma, vi siete proposti di approfondire i temi esposti nell’enciclica Laborem Exercens, in rapporto alla situazione economica e sociale in Italia.
Tale analisi della trasformazione e delle tendenze del sistema economico-sociale può diventare un opportuno punto di partenza per promuovere quelle innovazioni tecnico-scientifiche, organizzative e giuridiche, che sono richieste dalla evoluzione dei sistemi di produzione e che contribuiscono, in pari tempo, a salvaguardare la dignità e l’attività del lavoratore, quale che sia il suo livello di responsabilità e di professionalità: creativa, dirigenziale, esecutiva. Come ho scritto nella Laborem Exercens, “il lavoro umano non riguarda soltanto l’economia, ma coinvolge anche, e soprattutto, i valori personali. Il sistema economico stesso e il processo di produzione traggono vantaggio proprio quando questi valori personali sono pienamente rispettati” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 15).

Il valore personale del lavoro non può mai essere disatteso, per cui, in qualsiasi sistema economico, fosse anche di parziale o totale socializzazione dei mezzi di produzione, l’uomo deve conservare la consapevolezza di lavorare “in proprio”. Quando il lavoro perde i caratteri della soggettività, quando non è più “actus personae” (Ivi, 24), quando il lavoratore non sente più di lavorare in proprio, subentra allora la disaffezione dal lavoro, che si trasforma tosto nel mito del non-lavoro, nel disordine sociale dell’ozio, già condannato da san Paolo (2Ts 3,10-12).

Nella valutazione, che il lavoratore compie della propria attività, è necessario che si inserisca una prospettiva di etica sociale. Il senso della professionalità nel lavoro non è meramente racchiuso nel risultato dell’opera compiuta, nell’opus perfectum (che richiede sempre più la cooperazione di numerosi individui), ma nel fine sociale che con esso si raggiunge e si realizza per il soddisfacimento di bisogni materiali e spirituali degli altri uomini, di tutti coloro che vivono nella collettività. Senza questa rappresentazione dell’utilità, che dal lavoro viene alla più estesa famiglia umana, nessun perfezionamento dei sistemi di lavoro varrebbe a rendere gratificante la più congeniale forma di attività professionale.

4. La considerazione dei valori soggettivi e sociali del lavoro vi ha portato a riflettere – nella realtà del vostro paese, analoga a quella di tanti altri – sulla grave calamità individuale e sociale della disoccupazione, che colpisce in modo particolare i giovani. Come è indicato nella Laborem Exercens, si impone una pianificazione globale, ossia “una giusta e razionale coordinazione, nel quadro della quale deve essere garantita l’iniziativa delle singole persone, dei gruppi liberi, dei centri e complessi di lavoro locali” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 18), tenuto sempre il debito conto della soggettività propria del lavoro umano. Questa programmazione, che richiede sacrifici di interessi particolari di gruppi e categorie, contrasta altresì con la ricerca di profitti crescenti da parte delle società multinazionali e transnazionali, in grado di condizionare e di frustrare le decisioni di politica economica delle autorità statali e regionali. È perciò indispensabile che misure di rinnovamento della vita economica maturino in una forte tensione di consapevolezza etica e di energica razionalità tra tutte le parti interessate. A questo fine cospira la conoscenza dei termini del dibattito sociale e culturale, concernenti i problemi del lavoro in Italia, a cui avete dedicato una parte del vostro Congresso.

Poiché ogni comunità è parte di altra e più grande, i problemi del lavoro devono essere esaminati e risolti non solo in ambiti locali o nazionali, ma sovrannazionali e mondiali. La scena del mondo è oggi dominata dalla sperequazione nella ricchezza delle nazioni. Accanto ai paesi dell’opulenza, del consumismo e dello spreco, ci sono i paesi della miseria e della fame, legati gli uni agli altri da un rapporto di reciproche dipendenze, che da parte dei paesi altamente industrializzati “può facilmente diventare occasione di varie forme di sfruttamento e di ingiustizia e, di conseguenza, influire sulla politica di lavoro dei singoli Stati ed, in ultima istanza, sul singolo lavoratore, che è il soggetto proprio del lavoro” (Ivi, 17).

Su questa iniqua distribuzione delle risorse, in materie prime, in tecnologie, in standard materiali di esistenza, si innescano i rischi di guerra, le tensioni tra opposti schieramenti, le logiche basate su equilibri di rappresaglia militare. La pace esige giustizia nelle e tra le nazioni, e quindi un ordine organizzativo, economico e giuridico mondiale fondato su quei valori di umanità, razionalità, finalità e coscienza cristiana del lavoro, a cui il vostro Congresso ha dedicato una parte fondamentale delle sue relazioni e discussioni.

Il lavoro, che è atto della persona e deve contribuire alla perfezione della persona, risente però, nella realtà esistenziale, delle pene, dei dolori, delle contraddizioni inerenti alla vita umana ed è perciò necessario che esso sia riscattato nei suoi aspetti negativi e sia innalzato a principio di santificazione dal mistero della Passione e della Risurrezione di Cristo.

Il vostro Movimento ecclesiale cammini sulla strada del lavoro umano, facendosi portatore di una fede indivisa, che sia fermento vitale della realtà economico-sociale, e aiuti tutti gli uomini a trovare nel lavoro non soltanto il compimento della misura umana della loro personalità, ma le dimensioni evangeliche di ogni attività terrena.

Vi auguro, figli carissimi, che, nell’esercizio delle vostre professioni e nei rapporti che avete con i più diversi settori della società, possiate promuovere sempre più la professionalità del lavoro e sollevarlo, inoltre, a valore di salvezza cristiana, nella grazia e nella luce del mistero di Cristo.
Per il compimento di questi miei voti e di ogni dono dall’alto sia propizia l’apostolica benedizione, che mi accingo a dare a voi, alle vostre famiglie, ai vostri amici.

              

© Copyright 1982 - Libreria Editrice Vaticana

 

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