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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN GRUPPO DI VESCOVI DEL BRASILE
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Lunedì, 24 giugno 1985

 

Cari fratelli nell’episcopato.

1. È sempre motivo di gioia per il Vescovo di Roma, nella sua funzione di successore di Pietro, incontrarsi con le diverse categorie di persone e con i vari gruppi di fedeli che vengono alla Città eterna; ancor più quando può incontrarsi con scelti gruppi di fratelli vescovi, provenienti dalle differenti parti del mondo, in rappresentanza delle loro Chiese particolari. Assume un carattere di particolare giubilo e comunione l’incontro con i pastori delle comunità ecclesiali, quando questo avviene nel quadro della loro visita “ad limina Apostolorum”. Sono persuaso, quanto voi, che la mia gioia è la stessa di tutti voi (cf. 2 Cor 2, 3) nel momento in cui il nostro pensiero, all’unisono, si eleva ringraziando Dio che ci permette oggi di vivere e di testimoniare qui “l’unità di spirito nel vincolo della pace” (cf. Ef 4, 3) e dell’amore, avendo gli stessi sentimenti gli uni verso gli altri.

Desidero salutarvi - e con voi saluto i sacerdoti, i religiosi e i fedeli della vostra comunità diocesana - con le parole dell’apostolo, che esprimono nello stesso tempo gratitudine per il nostro incontro: “Il nostro cuore si è tutto aperto per voi” (2 Cor 6, 11). Aperto per tutti voi, arcivescovi e vescovi delle province ecclesiastiche degli Stati del Mato Grosso, di Goias e di Brasilia, che rappresentate i segretariati regionali del “Centro-Ovest” e dell’“Estremo Ovest” della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile; e anche per coloro che qui rappresentate.

2. Negli incontri personali, ho potuto ottenere maggiori informazioni rispetto a quelle piuttosto costanti contenute nelle relazioni; ho potuto introdurmi più direttamente nella vitalità e nella problematica delle vostre comunità. Ho potuto condividere un poco le gioie e le difficoltà dell’oggi, le prospettive e le speranze del domani che il vostro servizio pastorale pieno di dedizione comporta. Esso si svolge in terre da poco “scoperte” - se così mi posso esprimere -, generose dal punto di vista della natura per la fertilità e per le vaste risorse, umanamente ricche e che sono più che una promessa dal punto di vista religioso ed ecclesiale. Per tutta l’opera di edificazione del regno che lo Spirito Santo ha ispirato, guidato e permesso di realizzare, credo di aver fondati motivi per rendere grazie a Dio.

La parte di gregge del Signore affidata alle vostre cure pastorali è situata su una vasta fascia di territorio e abbraccia una numerosa porzione dell’amato popolo brasiliano. Come vescovi, voi continuate in quelle zone la meritoria opera di numerosi missionari e pastori, che hanno speso la loro vita con generosità, spargendo il seme nel campo che già biondeggia per la mietitura (cf. Gv 4, 35), in attesa di più numerosi “operai”. Voglia Dio che in breve tempo, come frutto della vostra intensa e ampia pastorale vocazionale, possiate contare su nuovi operai per il regno!

Le basi delle vostre attuali diocesi e prelature, per la maggior parte con una storia del tutto recente, sono iscritte in quest’opera pionieristica dell’evangelizzazione che voi, nonostante la scarsezza di mezzi, vi impegnate coraggiosamente e devotamente a consolidare e ampliare. Condividendo le vostre sollecitudini, ho potuto rendermi conto degli ostacoli che si frappongono al maggior esito del vostro lavoro e zelo pastorale: si tratta di ostacoli che sono peculiari delle situazioni concrete vissute dalla gente delle vostre Chiese particolari. Ve ne sono però altri che costituiscono oggi delle sfide per la Chiesa universale.

3. Per quanto riguarda questi problemi comuni a tutta la Chiesa, insieme e in un coordinamento di sforzi, nella costante convinzione che “se il Signore non edifica la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 127, 1), dobbiamo cercare e percorrere, dandoci la mano, le strade del superamento. L’energia e l’audacia per il cammino ci vengono dalla certezza che siamo al servizio del “Principe dei Pastori” che ha promesso, in un momento decisivo, di restare con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (cf. Mt 28, 20); dalla certezza del fatto che “il servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato” (Gv 13, 16). Egli, che ci ha lasciato l’esempio, non ci vuole padroni di coloro che ci sono stati affidati, ma servitori e modelli del gregge (cf. 1 Pt 5, 3. 4.).

Questo servizio e questa esemplarità comprendono come componente indispensabile - insieme alla capacità di amore e di condivisione di vita, prova suprema della profondità della comunione interiore e della sua credibilità all’esterno (cf. Gv 13, 35) - l’impegno ad essere sempre “segni e costruttori dell’unità”. Il documento di Puebla mette in rilievo con esattezza l’imperativo della comunione in tutte le funzioni e compiti, “con il Papa e i fratelli vescovi, specialmente quelli della stessa Conferenza Episcopale” (Puebla, nn. 687 e 688). Per questo, ogni momento e ogni atto del nostro ministero pastorale si verifica all’interno del “sacro mistero dell’unità della Chiesa, in Cristo e per mezzo di Cristo, che fa di essa l’unico gregge di Dio, quale vessillo levato tra i popoli, porgendo a tutto il genere umano il Vangelo della pace, che compie nella speranza il suo pellegrinaggio alla meta della patria celeste” (Unitatis redintegratio, 2).

4. Questa messa a fuoco in qualche modo lascia nell’oscurità il fatto di essere discepoli di Cristo, e guide autorizzate di altri discepoli di Cristo, per i quali nulla esiste di veramente umano che non debba trovare eco nel vostro cuore (cf. Gaudium et spes, 1). Sappiamo tuttavia che la compenetrazione della città terrena con quella celeste si può percepire solamente tramite la fede: permane il mistero della storia umana, sempre perturbata dal peccato. Ma la Chiesa, attraverso i suoi membri e la comunità che essa è, pensa di poter contribuire molto a rendere sempre più umana la famiglia degli uomini e la loro storia.

Inoltre, la Chiesa sa - avendolo proclamato ripetutamente nel Concilio Vaticano II - di poter raggiungere questo solamente nella fedeltà alla coscienza di se stessa, come la volle il suo divino Fondatore. Effettivamente Gesù Cristo, per mezzo della fedele predicazione del Vangelo, dell’amministrazione dei sacramenti e della guida piena d’amore da parte degli apostoli e dei loro successori, i vescovi, che hanno come capo il successore di Pietro, vuole che il suo popolo, sotto l’azione dello Spirito Santo, cresca e perfezioni la sua comunione nell’unità, nella confessione di una sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio (cf. Unitatis redintegratio, 2).

5. Con questa visione e questa prospettiva conciliare, e dimostrando zelo e impegno pastorale animato dall’amore a Cristo e alla Chiesa, voi affrontate, ne sono sicuro, i peculiari problemi socio-religiosi delle vostre comunità, che non cessano di condizionare il lavoro che svolgete e di creare nuove necessità di evangelizzazione. Tra questi problemi ne emergono alcuni, dei quali mi avete parlato con maggior insistenza.

a) I continui spostamenti in massa delle popolazioni e il loro aumento, le migrazioni forzate nel tentativo di superare carenze o di incontrare migliori condizioni di vita; tutto ciò, come è ovvio, porta con sé situazioni nuove, specifiche e, a volte, critiche. In primo piano appare il problema dell’integrazione che si pone per tutte le categorie di persone, ma in modo particolare per quelle che si presentano più vulnerabili sotto l’aspetto fisico, psichico, professionale e religioso.

b) Al pari del delinearsi della mobilità sociale, diminuisce il senso religioso o addirittura si arriva alla sua perdita graduale, accompagnata da assenza di scrupoli sul piano morale, che non risparmia il santuario della famiglia e non si arresta di fronte ai confini imposti dai diritti umani fondamentali. Ciò fa in modo che si sviluppino forze istintive latenti, che incontrano molte brecce in un processo migratorio per di più abbandonato a se stesso, generando conseguenti situazioni conflittuali.

c) La mentalità che in queste circostanze tende a prevalere, a livello di base, è quella della collusione tra l’avere e il potere, con un disprezzo dell’essere. Avviene la concentrazione dei beni e della forza nelle mani di pochi, in contrasto con la “miseria immeritata” di molti, che dà pretesti a nuove aree di colonizzazione. Questa constatazione fu già fatta dal Concilio: “In un tempo in cui lo sviluppo della vita economica, purché orientata e coordinata in una maniera razionale e umana, potrebbe permettere un’attenuazione delle disparità sociali, troppo spesso essa si tramuta in causa del loro aggravamento o in alcuni luoghi perfino del regresso delle condizioni sociali dei deboli e del disprezzo dei poveri” (Gaudium et spes, 63).

Non possiamo limitarci a esaminare e deplorare, tanto meno tali elementi devono spaventarci, con il loro insieme di conseguenze nella vita delle persone, delle famiglie e dei gruppi, creando condizioni più o meno sfavorevoli all’evangelizzazione della fede. È necessario, al contrario, considerare, per trovarvi rimedio fin dove è possibile, le cause spirituali di tutto ciò: la mancanza di fede, di solidità nell’adesione a Cristo, di formazione religiosa e forse di fedeltà ecclesiale. È necessario predicare il Dio del nostro Signore Gesù Cristo, ovviare con tutti i mezzi alla tentazione di tacitare, trascurare o rifiutare Dio, in nome di un’umanità vista, forse, senza apertura alla trascendenza e in modo incompleto. In questo senso, si comprende il rilievo che voi date, come vescovi, e la serietà con cui cercate di rispondere alle sfide nei campi della pastorale sociale e dell’agricoltura, dei minori, della salute e delle periferie urbane. Debbo solo sollecitare a questo sforzo e prego Dio che lo sostenga.

6. Per dare nitidezza, libertà e agilità all’azione pastorale, la Chiesa presente in Brasile, nel contesto dell’America Latina, parte della Chiesa universale, una e unica, ha fatto un’opzione preferenziale per i poveri, certamente sulla base di una nozione cristiana e illuminata di povero, cosciente del fatto che l’ordine sociale e il suo progresso debbono risolversi sempre a favore della persona umana: di ciascun uomo e di tutti gli uomini. La Chiesa, di fatto, vuole essere nel mondo intero la Chiesa dei poveri, permanendo però la Chiesa di tutti, per elargire a tutti il mistero della redenzione. Non quindi Chiesa di una classe, di un clan o di un partito, ma Chiesa in cui non c’è più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti sono uno in Gesù Cristo (cf. Gal 3, 28).

Durante la visita pastorale in Brasile, che ricordo volentieri, parlando al popolo brasiliano nella Favela do Vidigal, ebbi l’occasione di dire che mi sentivo portatore del messaggio della Chiesa delle “beatitudini”: della Chiesa che non vuole suscitare tensioni né aggravare conflitti, né far esplodere la lotta violenta tra gli uomini. Della Chiesa che “parla il linguaggio del Vangelo, spiegandolo anche alla luce della scienza umana, ma senza introdurvi elementi estranei, eterodossi e contrari al suo spirito”. Della Chiesa che parla a tutti, senza eccezione: a coloro che vivono nella miseria, a coloro che possiedono come unico bene la propria dignità, a coloro che si trovano in cima alla gerarchia sociale e a coloro che hanno potere decisionale. Della Chiesa, quindi, che parla in nome di Cristo e anche in nome dell’uomo; particolarmente di coloro per i quali il nome di Cristo non esprime tutta la verità in esso contenuta (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio in loco vulgo “Favela do Vidigal” habita, 4-5, 2 luglio 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 26 ss.).

7. Con la sua opzione preferenziale per i poveri, Puebla ha fornito principi basilari - come già aveva fatto il Concilio - per un’azione pastorale e un rinnovamento spirituale delle comunità. Accade però che, per vari motivi - conoscenza superficiale di questi avvenimenti ecclesiali, rilettura ideologica del loro messaggio, applicazioni imprevidenti delle loro norme - sorgano posizioni che ingannano, dividono e disorientano riguardo alla realtà e alla funzione della Chiesa: essere “in Cristo, come sacramento, o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, 1). L’apostolo Paolo ha sentito la necessità di ammonire, a proposito degli operai evangelici e la loro missione: “Ciascuno stia attento a come costruisce, infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3, 11).

Istruiti dalla parola di Dio, sappiamo che “il frutto della giustizia viene seminato nella pace, per coloro che fanno opera di pace” (Gc 3, 18). Ma sappiamo anche che l’ordine sociale deve svilupparsi basandosi sulla verità, deve essere radicato nella giustizia e vivificato dall’amore; deve trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà. Per raggiungere tutti questi obiettivi è necessario, nello stesso tempo, un profondo rinnovamento delle mentalità e una coraggiosa applicazione di ampie riforme sociali.

Non fa parte della missione propria della Chiesa imporre queste riforme sociali o indicare le modalità contingenti della loro realizzazione. Suo compito è spiegare i principi etici che devono ispirare queste riforme, un compito che incide prevalentemente nel rinnovamento delle mentalità e nella conversione degli spiriti, delle volontà e dei cuori. Frutto di tale conversione sarà la riconciliazione.

Vivendo in diretto e intimo contatto con l’esistenza quotidiana dell’uomo e condividendo le lotte e le speranze del popolo delle vostre comunità, vi lasciate guidare, senza dubbio, dalla vostra coscienza di servitori della Chiesa, “sacramento universale della salvezza”, la quale prolunga nel tempo e nello spazio “la rivelazione dell’amore e della misericordia, che ha nella storia dell’uomo una forza e un nome: Gesù Cristo” (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 9). Un’evangelizzazione autentica ed efficace, capace di portare gli uomini alla conversione e alla riconciliazione, illuminata dal binomio “amore - misericordia”, non potrà verificarsi se non nella fedeltà a Cristo e alla Chiesa; mai ai margini e, ancor meno, in opposizione a Cristo e alla Chiesa come Cristo l’ha desiderata.

8. La storia religiosa del Brasile rivela un segno caratteristico, componente essenziale del popolo brasiliano: un affetto sincero e filiale al successore di Pietro, per volontà di Cristo, suo vicario in terra come pastore della Chiesa universale e capo del collegio dei vescovi. Questo stesso affetto abbraccia necessariamente le persone o gli organismi che collaborano intimamente con il Papa e lavorano nel suo nome e con la sua autorità “per il bene delle Chiese particolari e al servizio dei pastori consacrati” (cf. Christus Dominus, 9; Codex Iuris Canonici, can. 331 e 360).

A voi è affidata la missione di pascere una porzione del popolo di Dio che cammina pellegrina nelle promettenti regioni del Brasile - popolo umile, pacifico e generoso - tracciando percorsi di evangelizzazione e guidandola come strumento di quello Spirito che anima tutta la Chiesa nella sua presenza nel mondo. Fa parte del vostro zelo di pastori la preoccupazione di tradurre il contenuto del Vangelo e dell’autentica dottrina della Chiesa in linguaggio comprensibile ai suoi destinatari con quel margine legittimo di saggio pluralismo nella pratica pastorale che permette maggior incisività nelle situazioni concrete e maggiore efficacia del messaggio di salvezza. Tale preoccupazione non può però essere mai separata dall’attenzione a far sì che non si scivoli in posizioni contrarie o parallele al magistero, in posizioni ecclesialmente inaccettabili e pastoralmente sterili. È questa una dimensione del nostro servizio ecclesiale e della nostra carità pastorale, ispirata dallo Spirito di verità e di amore e alimentata dall’intimità con il cuore di Cristo, buon pastore.

9. Cari fratelli, sono a conoscenza dell’importanza da voi data all’impegno di gruppo nel lavoro pastorale, e dello zelo che mettete nei vari settori del vostro ministero, aiutati da un clero purtroppo numericamente scarso ma generoso, aiutati da religiose e da laici pieni di dedizione, gradualmente preparati, inseriti e impegnati in incarichi ecclesiali e di evangelizzazione. Mi rallegro della saggezza con la quale vengono stabilite le priorità e avviate le attività pastorali specifiche, delle prospettive di aumento del clero diocesano, del rilievo che date alla catechesi, intensiva ed estensiva, ai bambini, agli adolescenti e agli adulti (fino a rimediare a forme di lusinga della religiosità del vostro popolo compiute da sette e movimenti frequentemente inquinati da sincretismo e relativismo). Mi rallegro della preparazione offerta prima dell’amministrazione dei sacramenti; della partecipazione di tutto il popolo di Dio alla vita delle comunità; dell’iniziativa di missioni cicliche in centri non seguiti abitualmente dal sacerdote e, ancora, della particolare attenzione per le famiglie e i giovani.

Per tutto ciò rendo grazie a Dio insieme a voi; a lui chiedo, per intercessione della Vergine Maria, che vi assista, vi conforti e vi illumini nella dedizione al vostro servizio ecclesiale, come autentici animatori della fede, promotori della dignità delle persone e strumenti di riconciliazione, nei confronti del gregge affidato a ciascuno di voi. Con la mia affettuosa Benedizione Apostolica.

 

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