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VIAGGIO APOSTOLICO IN ZIMBABWE,
BOTSWANA, LESOTHO, SWAZILAND, MOZAMBICO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
DURANTE LA VISITA ALLA COMUNITÀ PARROCCHIALE
DEL
«BAIRRO DA POLANA CANIÇO» A MAPUTO

Maputo (Mozambico) - Domenica, 18 settembre 1988

 

Carissimi amici, fratelli e sorelle.
Sia lodato nostro Signore Gesù Cristo!

1. Vi saluto così, cordialmente. Il calore della vostra accoglienza mi colpisce e mi commuove; e giustifica il mio desiderio di venire qui nella comunità del “Bairro da Polana Caniço”, per fare visita al luogo dove vivete e, soprattutto, visitare voi. Elevo a Dio il mio pensiero riconoscente per questo incontro.

Sapete che vengo a visitare la vostra terra come messaggero del Vangelo della pace. Quando compio i viaggi per il mondo, mi ricordo sempre che sono, come Vescovo di Roma, il successore di san Pietro, dal quale Gesù Cristo ha preteso un giuramento speciale di amore. Lo ha preteso da lui e da tutti i Papi che dovevano in seguito occupare la Sede di Roma, la “Chiesa che presiede all’assemblea universale della carità” (S. Ignatii Antiocheni “Ad Romanos”, “Inscriptio”, 1, 1-2, 2: Funk 1, 213). Mi trovo qui, dunque, per un duplice motivo di amore: amore verso Gesù Cristo che mi invia a compiere tali visite; e amore verso il prossimo, che siete voi. Amare è la legge della nostra fede; è attraverso l’amore che tutti devono riconoscere che siamo cristiani (cf. Gv 13, 35).

Durante le mie visite pastorali, faccio il possibile per incontrarmi con tutta la gente: con coloro che vivono nel benessere e con coloro che hanno difficoltà di sopravvivenza. Ma, i meno abbienti, i poveri, poiché necessitano di forze e di aiuti più degli altri, occupano un posto speciale nel mio impegno a perseguire la “missione” di Gesù Cristo stesso: “annunciare ai poveri la buona novella” della salvezza di Dio (cf. Lc 4, 18).

2. Sono giunto qui, pensando in modo particolare alle famiglie che avrei incontrato e alle persone che hanno dovuto lasciare le proprie case, le proprie terre a causa della guerra, e trovare rifugio in altri luoghi. E il mio spirito, in questo momento, raggiunge tutti gli angoli del Mozambico, ovunque vi sia una famiglia - nelle città, nei quartieri e nei villaggi comunali - e ovunque ci sia un rifugiato, un emigrato o un esule: desidero salutare tutti e rivolgere una parola amica, di conforto e di speranza.

Vedendovi in così grande numero, guardando i vostri volti, ansiosi e preoccupati, non si pensa soltanto ad un normale fenomeno di migrazione interna. È nota la sofferenza di molte famiglie disgregate; si sa anche che i figli, da molti anni, vivono separati dai genitori, crescendo lontani dall’affetto della famiglia e non potendone così ricevere alcuna formazione, con il rischio che i più piccoli e i più deboli ne portino i segni nel fisico e nell’animo; e che gli anziani non sempre hanno l’appoggio di cui necessitano. Come Gesù, dinanzi alla folla, stanca e affamata, mi viene spontaneo esclamare: “sento compassione di questa folla” (Mc 8, 2), che soffre la fame fisica ed ha fame di Dio.

3. Le famiglie: in questo momento penso alle famiglie felici e che vivono in armonia, e con loro rendo grazie a Dio; penso a quelle che piangono per l’incertezza del domani, per le malattie, per la fame e per la guerra e, infine, per le conseguenze dell’indifferenza, a tutti i livelli, e il mio cuore piange con loro; penso a quelle che sono disperse e divise per qualsiasi motivo; e prego perché il Signore abbia compassione. Desidererei che tutte si sentissero coinvolte dall’amore di Gesù Cristo redentore e che il mio passaggio fra voi costituisse per ciascuna un motivo di forza per animarsi e preparare giorni migliori.

Conosco lo zelo e la dedizione con cui i vostri Vescovi si interessano alle famiglie; e si impegnano perché vivano secondo la volontà di Dio, materialmente e spiritualmente. Qualche anno fa hanno pubblicato un documento su “la famiglia cristiana nella Chiesa in Mozambico” (CEM “A família crista na Igreja em Moçambique”, die 21 nov. 1981). È una spiegazione della dottrina della Chiesa, che ha valore ovunque: anche nel contesto della società africana e mozambicana.

La Chiesa in Africa non può cessare di vivere in comunione di fede e di costumi con tutto il Popolo di Dio sparso per il mondo; non può cessare di dare una risposta univoca ed efficace alle sfide che le coppie qui devono affrontare. Le coppie stesse, del resto esigono criteri sicuri riguardo la fedeltà, la fecondità e l’educazione dei figli; criteri che non possono fare a meno di riflettere l’insegnamento di Gesù Cristo, trasmesso dal Magistero della Chiesa. Secondo questa linea, i vostri pastori hanno voluto darvi chiarimenti sull’amore che deve regnare tra gli sposi nell’intimità del focolare; sulle relazioni che devono esistere fra genitori e figli; e sui diritti della famiglia e relativi doveri nella comunità cristiana e nella società civile.

4. Il disegno divino sul matrimonio e sulla famiglia, stabilito fin dal principio (cf. Mt 19, 8), esige:

- unità nell’amore: compete, infatti, alla coppia come “comunità intima di vita e di amore” (Gaudium et Spes, 48), “la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa” (Familiaris Consortio, 17);

- fedeltà nell’amore, attraverso la quale gli sposi sono chiamati a crescere costantemente nella comunione interpersonale (cf. Familiaris Consortio, 19); e a offrire stabilità e speranza ad un mondo dilaniato dall’odio e dalla divisione. Pertanto, Dio non cesserà di dar loro la grazia necessaria che alimenti e sviluppi la comunione di vita e la mantenga indissolubile fino alla morte;

- libertà, diritti e doveri di questa cellula viva e vitale di tutta la società e della Chiesa, in virtù di quel “vincolo sacro in vista del bene, sia dei coniugi e della prole che della società, non dipende dall’arbitrio dell’uomo” (cf. Gaudium et Spes, 48).

5. Non si possono ignorare, ovviamente, le situazioni reali di moltissime famiglie, qui nel Mozambico, come anche non si devono dimenticare le minacce che incombono sulla famiglia in genere e in molte parti del mondo. Alcune sono di ordine sociale: condizioni disumane di alloggio, salute, igiene, istruzione e mancanza di soccorsi; altre sono di ordine morale: disgregazione familiare, decadenza dei valori tradizionali e dei valori cristiani nella stima comune, pressioni e imposizioni di modelli di vita da parte di correnti estranee, in questo caso, ai sentimenti dei popoli africani; altre, infine, sono di ordine civile, soprattutto legate alle leggi in materia di famiglia. Nel mondo intero, oggigiorno, la legislazione tende a diventare sempre più permissiva e, allo stesso tempo, tende a sconfinare nei diritti sacri dei coniugi.

6. Gradirei qui focalizzare tutti gli aspetti dell’importantissima realtà che è la famiglia, ma ciò non è possibile per mancanza di tempo. Mi limito ad accentuare la necessità di cautelare, padri e madri di famiglia del Mozambico, contro un pericolo insidioso: di essere coinvolti e trascinati da una mentalità contraria alla vita.

Si tratta di un atteggiamento che non pare allinearsi al sentire tradizionale del popolo africano, che si scontra con il suo amore per la vita. Ma concezioni materialiste e visioni immanentiste del mondo pretendono di inculcare e non esitano nel propagandare sistemi in cui si parte dal principio, non giustificato, che il progresso sarà possibile solamente se la popolazione non aumenterà, e da ciò la facilità con cui si esaltano o si impongono i mezzi per impedire la trasmissione di nuove vite o il loro annullamento se generate; entrambe le cose vanno contro ciò che detta il parametro interiore della dignità della persona umana, in ogni momento dell’esistenza.

Contro tale aberrazione, la Chiesa è decisamente a favore della vita, si pone sempre in difesa della vita, poiché “non è neppure dimostrato che ogni crescita demografica è incompatibile con uno sviluppo ordinato” (Sollicitudo Rei Socialis, 25). Ma, conoscendo bene i gravi problemi posti dalla sovrappopolazione, in alcune regioni, e le situazioni difficili che le coppie devono affrontare, la Chiesa, che educa alla paternità responsabile, fornisce norme per far conoscere e rispettare i metodi naturali per regolare la fecondità.

7. Accanto alla mentalità contraria alla vita, se ne può infiltrare un’altra, anch’essa pericolosa: la mentalità che rifiuta il matrimonio religioso e vincolante. A parte il fatto di non considerare la grazia che genera il matrimonio, debitamente celebrato, tale mentalità sminuisce la grazia degli altri sacramenti (la Penitenza e l’Eucaristia), ricorrendo ai quali è possibile costruire la pace e la felicità nelle famiglie, assicurare la costanza nell’amore e vivificare la testimonianza cristiana.

Oltre a queste insidie, va qui menzionata anche l’esasperazione del sesso, che corrode l’autenticità dell’amore umano e scuote le basi dell’istituzione familiare. Allo stesso modo deve essere menzionata la lentezza nel riconoscimento dell’uguaglianza della dignità e dei diritti della donna e dell’uomo, con il dovuto rispetto per la diversità delle funzioni all’interno della famiglia.

8. In base a come la famiglia mozambicana saprà superare queste insidie, per mantenersi fedele al progetto di Dio “fin dal principio”, potrà corrispondere alle aspettative che, con ragione, esistono a questo riguardo:
- contribuire affinché la vostra giovane nazione sia una famiglia armoniosa, unita e felice;
- essere un ambiente di formazione umana e cristiana, in grado di far fronte ai controvalori e agli squilibri che oggigiorno la minacciano;
- accelerare i tempi della pace e dello sviluppo completo dell’uomo nel vostro Paese.

La famiglia è la fonte naturale e il luogo favorito della cultura della vita, è il fulcro in cui convergono i valori che proteggono la vita stessa e il nucleo sociale fondamentale di tutta la civiltà dell’amore. Per questo il Mozambico conta su di voi.

Care famiglie mozambicane, non cedete alle teorie estranee né alle pressioni che indeboliscono la vostra unità e stabilità e distruggono la felicità!

Non seguite i cammini dell’egoismo, che vi allontanano dai vostri valori e dalle vostre tradizioni! Non date ascolto a ideologie che autorizzano la società o lo stato ad arrogarsi diritti e responsabilità che appartengono soltanto alla famiglia! Siate ciò che i vostri Vescovi annunciavano: “La famiglia è una comunità e una fonte di amore . . . una comunità e una sorgente di vita” (cf. CEM “A família crista na Igreja em Moçambique”, die 21 nov. 1981, 71). Siate fermento di riconciliazione e di unione nella grande famiglia del Mozambico!

9. Quanto agli emigrati, qualunque ne sia il motivo, tanto a voi che qui vi trovate, quanto a quelli che si trovano in altre parti del Paese: la vostra penosa situazione richiederebbe una lunga analisi. Insieme ai vostri connazionali profughi, rappresentate l’espressione di una piaga tipica rivelatrice degli squilibri e dei conflitti che persistono nel mondo contemporaneo. Fate parte delle moltitudini che le calamità naturali, le persecuzioni, le discriminazioni e le guerre, hanno privato della famiglia, della propria casa, del lavoro e di tutto ciò che vi era di più caro.

Il problema è stato già affrontato dal mio predecessore, il Papa Giovanni XXIII, di venerata memoria, nella enciclica Pacem in Terris. Ed io non ho cessato di ripetere e ampliare le ragioni fondamentali, che impongono l’obbligo ad aver cura dei fratelli, nella famiglia umana, che invocano aiuto per liberarsi della sofferenza. Voi, dislocati e profughi, siete persone con diritti inalienabili anche fuori dalla vostra terra e dalla vostra patria; tali diritti, in nessun modo, dipendono o sono condizionati da fattori naturali o da situazioni socio-politiche.

10. Pertanto, una volta ancora, lancio il mio appello in vostro favore:

- alla comunità nazionale: il problema che costituite e vivete non potrà mai essere risolto senza creare le condizioni per una genuina riconciliazione per la pace - riconciliazione tra i vari settori della nazione stessa, in seno a ciascun gruppo etnico e tra i gruppi etnici e, soprattutto, nel cuore delle persone. Esiste una urgente necessità di perdonare e darsi la mano per costruire insieme un futuro migliore per tutti i mozambicani.

- Alla comunità mondiale: perché siano impegnate tutte le energie e percorse le vie del dialogo, della solidarietà e della fraternità, per una pace senza frontiere (cf. “Nuntius ob diem ad pacem fovendam dicatum pro a. D. 1986”, die 8 dec. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 [1985] 1463); perché risulti efficace una volontà sincera di aiutare tutti i fratelli bisognosi; possibilmente, che le richieste e i fondi, destinati alla produzione e al commercio delle armi, servano ad evitare o, per lo meno, a ridurre, le proporzioni della vostra tragedia (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 23-24).

- Alle organizzazioni internazionali e nazionali: da questo quartiere-campione si eleva un grido che si rivolge a tutti gli uomini; voi, che già tanto avete fatto in questa parte del globo, per i fratelli in situazioni similari, stendete lo sguardo e la mano a questi cari mozambicani! E imploro Dio che in nessun modo siano ostacolate le attività per quest’opera di bene.

È opera di pace, ciò che qui si farà per curare ferite aperte nel corpo e nello spirito di questa gente; per salvare tanti esseri umani insidiati dalla disperazione, offrendo loro una opportunità; per recuperare e reintegrare intere popolazioni in questa famiglia mozambicana e nella famiglia umana, con rispetto per la loro cultura, per i loro valori e per la loro identità.

11. Infine, mi appello ai cristiani mozambicani: illuminati dalla fede, voi, meglio di tutti, comprendete il valore e la necessità di quell’amore che è più grande del peccato e più forte della morte. Siate inoltre, nei vostri luoghi di residenza e di lavoro e ovunque vi troviate, esempi di amore e della presenza di Dio. Siate caritatevoli con tutti, senza nessuna discriminazione etnica, sociale e religiosa. Gesù Cristo, anche lui profugo fin dall’infanzia, vi apostrofa: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (cf. Mt 7, 12).

E voi, i diretti interessati, non vi lasciate abbattere dallo sconforto né prendere dalla passività. Cercate di migliorare le condizioni e la qualità di vita, per quanto possibile, poiché questa è la volontà di Dio. Non permettete che vi si dica che è Dio a volere o il destino a determinare le indigenze, la miseria, la malattia e la fame. E impegnatevi ad infondere nei vostri figli e nei vostri familiari il rispetto per tutti gli uomini e per il bene comune. E affinché tutto questo sia facilitato, confidate in Dio ed insegnate agli altri che egli è Padre, ricco di misericordia; e adoperatevi a prestargli obbedienza e a rispettare il dovuto culto.

Prego che siano molti quelli che vi offrono aiuto, che mai vada perduto ciò che avete di buono - ed è molto - soprattutto, l’amore per la vita, il senso della famiglia e la solidarietà; che siate sempre “pacifici”, come Cristo ci ha insegnato; e che un giorno possiate far ritorno nella vostra terra: è vostro pieno diritto poter ritornare alle vostre radici e riconquistarne tutta la forza culturale e spirituale.

Prima di congedarmi da voi, invito i cristiani qui presenti a implorare Dio, nostro Padre:
- che tutte le famiglie mozambicane siano fedeli alla propria missione, nella Chiesa e nella società;
- che esse contribuiscano affinché in questa comunità nazionale si continui a formare una grande famiglia: la famiglia mozambicana;
- che nei cuori dei popoli scompaiano le “strutture di peccato”, che così drammaticamente vi colpiscono;
- che ci sia compassione per tutti coloro che soffrono e che abbiano fine nel mondo le cause della divisione, della violenza e della guerra.

E preghiamo con le parole che Cristo ci ha insegnato:

“Padre nostro . . .”.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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