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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL MONDO DELLA CULTURA

Teatro Grande d'Opera e Balletto di Varsavia - Sabato, 8 giugno 1991

 

Illustri Signore e Signori!
Cari fratelli e sorelle!

1. Anzitutto desidero esprimere il mio grazie al Signor Marek Rostworowski, Ministro della Cultura e dell’Arte, per le parole, che ha voluto pronunciare a Loro nome, Egregi Signore e Signori. Non potrei comunque in questo momento, parlando al figlio del grande drammaturgo polacco Karol Hubert Rostworowski non ricordare quanto io stesso devo a questo artista e alla sua opera. Con questo postumo omaggio al grande scrittore polacco, grande uomo di teatro e grande cristiano, desidero in un certo senso pagare quel debito che non è stato pagato in Polonia dalla generazione del dopoguerra. Suo padre, Karol Hubert Rostworowski, era stato, direi, tendenziosamente dimenticato. Mi scuso per questa aggiunta molto personale, subito all’inizio, ma non ho potuto non dirlo.

“L’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et spes, 24). Ho riportato le parole del Concilio dalla costituzione Gaudium et spes per ringraziare per il dono del vostro invito. Cari Signore e Signori! Ho ancora vivo nella memoria il mio precedente incontro con i rappresentanti del mondo della cultura polacca durante il mio precedente pellegrinaggio in Patria. Ebbe luogo nella chiesa di Santa Croce a Varsavia, presso il cuore di Fryderyk Chopin. Questa volta ci incontriamo nel Palazzo del Teatro Nazionale. Ciò possiede anche la sua eloquenza storica nel bicentenario della Costituzione del 3 maggio. Sappiamo che quelli erano tempi di un grande sviluppo della cultura e dell’arte sotto il regno del re Stanislao Augusto.

E il teatro fa tornare alla mente la figura di Wojciech Boguslawski, ritenuto padre della scena polacca e grande pioniere del teatro nazionale. Ringrazio dunque di cuore per l’invito e per l’introduzione musicale del nostro incontro. L’ospitalità che trovo e la nostra musica di Stanislaw Moniuszko (un passo dell’opera “Halka”) provocano un sentimento particolare di qualcosa che è caro al cuore. Rivolgo espressioni di gratitudine per questi attimi di commozione a tutti i partecipanti di quest’incontro, agli organizzatori e agli esecutori. Ringrazio il Direttore del Teatro Grande dell’Opera e del Balletto di Varsavia, Signor Jerzy Bojar, l’orchestra dello stesso Teatro, diretta dal Signor Andrzej Straszinski e il solista Signor Adam Zdunikowski.

2. Il passo del Concilio citato può giustamente passare per una sintesi della verità cristiana sull’uomo. Tale verità si radica subito nei primi capitoli del Libro della Genesi, che parla della creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio. Questa verità è stata approfondita nel Vangelo. Mentre il Signore Gesù prega il Padre “perché tutti siano una sola cosa . . . siano come noi una cosa sola” (Gv 17, 21-22), egli schiude davanti alla ragione umana prospettive inaccessibili - svela cioè il mistero trinitario: Dio nell’assoluta unità della sua divinità è allo stesso tempo la Trinità, cioè una comunione di Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo.

E contemporaneamente Cristo spiega in un nuovo modo in che cosa consista questa somiglianza dell’uomo a Dio, già conosciuta dal Libro della Genesi. Ecco, all’unità delle Persone in Dio deve corrispondere “l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità” (cf. Gaudium et spes, 24). Tale somiglianza è possibile proprio perché “l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”.

Come il Padre e il Figlio insieme allo Spirito Santo esistono nell’unità della divinità mediante un dono assolutamente gratuito, così anche l’uomo non si realizza diversamente se non “attraverso un dono sincero di sé”. Questo dono costituisce la piena attuazione della finalità propria all’uomo-persona. La sua autoteologia non consiste nell’essere “per se stesso”, nel chiudersi in sé in modo egoista - ma nell’essere per gli altri, essere dono.

Cristo è un modello, irraggiungibile e allo stesso tempo sempre modello supremo di tale umanità. L’uomo si realizza, si ritrova pienamente, superando se stesso. In questo si conferma la sua identità come persona ed insieme la caratteristica divina dell’umanità.

Il passo del Concilio parla contemporaneamente dell’ontologia e della deontologia dell’uomo (cioè dell’etica). Esse costituiscono una corretta chiave per tutta l’antropologia in senso cristiano.

3. Ciò possiede un’importanza essenziale per tutto il mio ministero di quest’anno durante la visita in Polonia. Nelle singole tappe di questa visita (conformemente al suggerimento dell’Episcopato) mi sono riferito al Decalogo, e qui - a Varsavia - devo concludere riferendomi al comandamento dell’amore, che è il primo e il più grande. In un certo senso comprende tutti i comandamenti: l’intero Decalogo.

L’antropologia costituisce il fondamento dell’etica. Per poter operare la piena interpretazione del Decalogo mediante il comandamento dell’amore occorre avere davanti agli occhi proprio questa immagine dell’uomo ricordata dal Concilio con le parole sopra riportate. Esse sono allo stesso tempo in un certo senso una guida che porta verso un’approfondita comprensione, e soprattutto verso una matura pratica della moralità: cristiana, che allo stesso tempo vuol dire umana, pienamente umana. Qui bisogna ancora ricorrere alla parabola evangelica dei talenti.

Ricordiamo che in essa trovano l’approvazione i servi che lavorando hanno moltiplicato i talenti ricevuti; invece colui che “ha nascosto il talento sotto terra” (cf. Mt 25, 20-29) incontra la disapprovazione. In mezzo al mio uditorio di questa sera la parola “talento” sicuramente trova una viva risonanza. Si tratta infatti degli artefici della cultura e della scienza e degli artisti e si sa che la creatività scientifica e artistica iniziano sempre da ciò che nella sua molteplice forma chiamiamo talento.

Ecco, desidero sottolineare che alla base di ognuno di questi talenti diversificati, ciascuno di noi, ciascuno senza eccezioni, anche se non appartiene al mondo della cultura e della scienza, dispone soprattutto di uno di essi: quest’universale talento è la nostra umanità, il nostro “essere” umano (esse). Il Vangelo con il suo comandamento dell’amore ci insegna a moltiplicare soprattutto questo talento: il talento del nostro essere uomini. Il definitivo giudizio della nostra vita soprattutto riguarderà questo talento. È questo talento viene moltiplicato mediante “un dono sincero di sé” cioè mediante l’amore per Dio e per il prossimo. Ciò significa contemporaneamente: amore per Dio attraverso l’amore per i prossimi-uomini: “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4, 20).

4. Il ricordare il primato di questo talento possiede un’importanza essenziale nell’attuale momento storico. Il sistema ideologico che conferiva il tono alla nostra vita durante il periodo delle ultime decine di anni, conformemente alle sue premesse materialistiche, spostava infatti questo primato verso l’“avere”. Si tentava perfino di vedere la cultura in categorie di produzione-consumo. Ed è un’altra questione se questo spostamento era efficace. Penso che ha dimostrato di essere piuttosto poco efficace. Gli individui abituati a vedere la propria esistenza secondo il primato dell’“avere” (e, dunque, del primato dei valori materiali) spesso cercavano posto in Occidente, dove questo primato dell’“avere” umano è meglio consolidato. Non voglio affatto dire con questo che ciò sia stato l’unico o definitivo motivo di tale decisione. In ogni caso il materialismo sistematico, nella sua forma dialettica, e ancor più in questa pratica, sacrifica l’“essere” umano in favore dell’“avere”. La nostra giovane III Repubblica certamente si trova di fronte al compito della ricostruzione dell’economia, dell’aumento dello stato dell’“avere” polacco secondo le giuste necessità e le esigenze di tutti i cittadini. Mi sia però permesso constatare con tutta fermezza che anche questo compito si realizza in modo corretto ed efficacemente soltanto in base al primato dell’“essere” umano. L’economia, in definitiva, è per la cultura. Viene realizzata anche mediante la cultura. Viene realizzata correttamente per mezzo di questa dimensione fondamentale della cultura che è la moralità (la dimensione etica).

Assicurando la precedenza di questa dimensione, assicuriamo la precedenza dell’uomo. L’uomo infatti si realizza come uomo essenzialmente mediante il proprio valore morale. Ritengo che proprio in questa prospettiva - nella prospettiva della ricerca della definitiva verità sull’uomo, nella prospettiva del primato dell’“essere” umano davanti all’“avere” - occorre guardare le reciproche relazioni tra la Chiesa e il mondo della cultura. Dirò francamente, che ero molto orgoglioso della Chiesa polacca, quando in tempi difficili per la cultura, cercò di facilitare agli autori di essa l’adempimento dei loro doveri nei riguardi della società. Il profitto dalla concessione da parte della Chiesa di un qualche asilo alla cultura nazionale era certamente bilaterale. Gli artefici della cultura - oltre alle possibilità di contatto con la società, così preziose allora - ebbero l’occasione di conoscere più a fondo le radici da cui cresce l’Europa, alcuni di loro addirittura hanno ritrovato la fede o si sono approfonditi in essa.

Alla Chiesa, a sua volta, ciò diede la possibilità di una più profonda presenza nella vita sociale. Quelli però erano tempi straordinari, non del tutto normali. Oggi il mondo della cultura sta operando la ricostruzione dell’autonomia a sé dovuta.

Questo è un processo naturale e giusto. Spero tuttavia che il periodo, in cui la cultura nazionale in un certo senso usufruiva dell’asilo ecclesiale, cari Signore e Signori, abbia lasciato un segno duraturo nei vostri ambienti. Spero che come artefici della cultura ora riconosciate più chiaramente i fondamentali segni orientativi, che rendono possibile un autentico movimento nel campo dello spirito. Ho in mente specialmente la verità sulla persona umana, annunziata dal cristianesimo e la gerarchia cristiana dei valori.

5. In questo modo, nell’incontro con il mondo della cultura, ritorniamo alla parabola dei talenti. Insieme a voi tutti, cari Signori, insieme alla Chiesa e alla Società in Polonia, sono profondamente preoccupato per l’uomo, perché l’uomo si ritrovi pienamente. E la via per questo ritrovarsi, come insegna il Concilio, e anche l’esperienza del genere umano, è un dono sincero di sé. Questo dono trova la sua ulteriore espressione in molti diversi talenti.

Su di essi si basa la cultura universale e quella nazionale. Desidero augurare, a tutti quei talenti che si sviluppano e raggiungono quella forma di bellezza che è la “forma dell’amore” (C. K. Norwid, Promethidion, Bogumil, v. 109) che essi si moltiplichino in ogni settore della vita polacca. Per questo prego Dio che è Datore di talenti. Prego perché tutti gli uomini favoriti da molteplici talenti in terra polacca trovino le condizioni per il lavoro creativo.

Perché possano donarci una vera bellezza. La bellezza - il lavoro - la risurrezione: questa triade di Norwid rimane sempre valida. Abbiamo già parlato di questo, quattro anni fa nella chiesa di Santa Croce. Oggi ritorno a questo. Oggi infatti - può darsi diversamente da allora, ma ancor di più, sentiamo il bisogno della risurrezione, l’imperativo della risurrezione. A questo punto farò un’aggiunta al testo che sta per finire. Lo volevo dire subito all’inizio del pellegrinaggio, sul poligono presso Koszalin. Quando mi sono trovato lì, tra l’Esercito Polacco che cantava la “Divin Genitrice” e “Spieghiamo stendardi celesti” e che prima dell’arrivo del Papa aveva pregato durante la veglia notturna, mi sono stropicciato gli occhi.

Non nel senso letterale mi sono comportato normalmente. Ma in quel momento ho capito il testo evangelico sulla Risurrezione. Infatti, questo testo, come loro ricordano, dice all’inizio che le donne, proprio così: le donne, andarono all’alba al sepolcro per spalmare unguenti sul corpo di Cristo che si aspettavano di trovare morto. Avevano un’unica preoccupazione: chi avrebbe spostato la pietra dal sepolcro? Prima sorpresa: la pietra rotolata via. Seconda sorpresa, ancora più grande: il sepolcro vuoto. E poi il commento pronunciato non con la parola umana giacché la parola umana non l’avrebbe saputo esprimere. Lo dice un essere soprannaturale: “Non è qui, è risorto!”. Le donne corrono dagli apostoli e gli apostoli non credono. Non credono.

E allora io che sono uno dei successori degli apostoli, ho capito i miei grandi predecessori. Avevo l’intenzione di dirlo subito a loro, ma non c’è stato il tempo e neanche il contesto. Ma questo pensiero mi seguiva e finalmente ho trovato l’occasione. Non voglio portarlo via dalla Polonia, preferisco lasciarlo qui, se non altro al Teatro Nazionale.

Questo è, dunque, un enorme stupore. Risurrezione e stupore. Difficile sarebbe non stupirsi. Io praticamente in tutta questa settimana, spostandomi da un luogo all’altro con un ritmo abbastanza veloce, faccio continuamente scoperte del genere, ma la più grande, la più improntata alla risurrezione è stata quella di Koszalin. Del resto in questa sala è presente il Vescovo castrense dell’Esercito Polacco e lo può trasmettere ai propri diocesani, lo può fare in termini più militari perché ha una certa preparazione in questa materia. Io però non ritiro quello che ho detto, specialmente dopo aver sentito quello che ho sentito e dopo aver letto molte cose: che oggi sentiamo, forse in un modo diverso di allora, e cioè quattro anni fa presso la chiesa di Santa Croce, ma forse ancora più intensamente, il bisogno della risurrezione, l’imperativo della risurrezione, la risurrezione di Cristo tradotta da San Paolo in principio della vita cristiana, in principio della vita sacramentale. Basta vedere nella Lettera ai Romani quel che San Paolo scrive sul battesimo e non solo, ma soprattutto sul battesimo.

La risurrezione è il principio della vita cristiana, della vita sacramentale: la risurrezione di Cristo innestata in noi. Mentre la stessa risurrezione è stata tradotta da Norwid in esigenza di vita nazionale, direi addirittura di vita socio-economica. Come essere una nazione risorta, cioè una nazione che vive la pienezza della vita. Io mi sto dilungando, ma in pratica voglio dire un’ultima parola: voglio dire che proprio questa risurrezione tradotta da Norwid in un’esigenza di vita nazionale auguro a te Polonia, Patria mia! Vorrei aggiungere che questo augurio depongo nelle vostre mani, cari signori, nelle vostre mani. Nelle mani di tutta la nazione, ma soprattutto nelle mani vostre, mani di tutti coloro che sono qui presenti e che sono, in un certo senso, la coscienza più profonda di questa nazione, il suo intelletto, la sua prospettiva creativa, e nelle mani di voi che amate questa nazione. La amate. Ne avete dato la prova e io mi sono sempre schierato con voi in questa causa. Vi ringrazio per tutto ciò che avete fatto per questa causa e confido che la vostra opera abbia un futuro. E che abbiano un futuro anche la nostra Patria, la nostra società; un futuro europeo. In pratica si sono già iscritte nella storia del XX secolo con tutto quello che è successo. Non perdiamolo di vista. La gente ci riflette, la gente lo domanda. Vengo da un punto del mondo, da un luogo in cui me ne posso convincere. E allora: in alto i cuori!

Un augurio a trascorrere nella “gioia cristiana” il giorno del Signore è stato rivolto da Giovanni Paolo II ai numerosi giovani che, nella serata di sabato 8, hanno atteso il suo ritorno nella Nunziatura apostolica di Varsavia. Queste le parole pronunciate dal Santo Padre.

Oggi è stato un giorno, si può dire, molto laborioso; ci sono stati molti incontri e perciò devo concludere questo giorno piamente e prepararmi a quello di domani. E domani, come si sa, è domenica. Domenica, quindi il giorno del Signore. Giorno che ci è stato dato dal Signore. Auguro a tutti voi di vivere il giorno di domani proprio come il giorno datoci dal Signore. Rallegriamoci in esso e gioiamo. Rallegriamoci con gioia cristiana, Pasquale, anche se ci sono molte tristezze, molte ragioni per essere tristi. Che da tutto ciò, tuttavia, sorga la gioia cristiana, la gioia della Risurrezione, la gioia Pasquale, la gioia domenicale. Questo è il mio augurio per domani.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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