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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PRESULI DELLA CONFERENZA DEL PAKISTAN
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 21 ottobre 1994

 

Cari Fratelli Vescovi,

1. Con le parole dell’Apostolo Paolo saluto voi, amati Pastori della Chiesa in Pakistan: “E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 15, 5-6). La vostra visita presso le tombe dei “gloriosi Apostoli”, che hanno fondato la Chiesa a Roma mediante la testimonianza congiunta del loro martirio, è un momento prezioso di comunione collegiale. Come Pastori delle Chiese particolari in comunione con questa Sede alla quale la Provvidenza divina ha chiesto di essere “fonte e principio di unità” (Cipriano, De unitate Ecclesiae, 4), voi portate il fardello, il dolore, la speranza e le aspirazioni del vostro popolo al centro della Chiesa universale. È una gioia essere certi delle preghiere dei fedeli in Pakistan, che ricordo con affetto dalla mia breve visita a Karachi nel 1981. Mediante voi abbraccio tutti i fedeli e prego affinché, per la virtù dello Spirito Santo, possano abbondare nella speranza! (cf. Rm 15, 13).

La vostra presenza mi richiama alla mente il vostro defunto fratello Cardinale Joseph Cordeiro, la cui sincera fedeltà al Vangelo e l’amore del suo popolo l’hanno reso un dono alla Chiesa e alla vostra nazione.

2. Il nostro ministero - radicato nel Signore che, dalla cattedra della Croce (cf. Gv 12, 32), chiama tutta l’umanità a sé - è messo al servizio della vocazione più profonda dell’uomo: quella di conoscere “l’unico vero Dio e . . . Gesù Cristo” che Egli ha mandato (Gv 17, 3). Noi preghiamo e operiamo per un importante fine, ossia la comunione con il Dio Trino. Mentre la Chiesa si avvicina al Terzo Millennio, la nostra responsabilità individuale e collettiva di fronte al Signore, “giusto giudice” (2 Tm 4, 8), per la missione che ci è stata confidata, diviene un’urgenza che deve esortarci e incoraggiarci nella nostra vita di preghiera e nel nostro ministero per il Popolo di Dio che ci è stato affidato.

Cosa significa l’anno 2000 per la Chiesa in Pakistan? Significa che il Signore ci sta chiamando - come sta chiamando la Chiesa in tutto il mondo - ad essere ringiovaniti con la perenne freschezza della Parola di Vita. Egli sta invitando la sua Sposa verginale (cf. Ef 5, 27) a una rinnovata fedeltà al Vangelo, ad una più radiosa santità e a un più sereno coraggio nell’apostolato. Grazie alla vostra guida, ferma ma gentile, l’intera Chiesa in Pakistan è chiamata a rafforzare il “senso vivo della fede”, che è al centro della nuova evangelizzazione (cf. Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 33).

3. Il fervore sincero e i metodi creativi invocati dalla nuova evangelizzazione richiedono prima di tutto “sacerdoti radicalmente e integralmente immersi nel mistero di Cristo e capaci di realizzare un nuovo stile di vita pastorale, segnato dalla profonda comunione con il Papa, i Vescovi e tra di loro, e da una feconda collaborazione con i fedeli laici” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 18). Al centro del ministero sacerdotale vi è la celebrazione del Sacrificio eucaristico e degli altri Sacramenti secondo la disposizione e la disciplina della Chiesa. Non dovete risparmiare sforzi nell’incoraggiare i vostri sacerdoti a celebrare la Messa ogni giorno, a ricevere frequentemente la grazia del Sacramento della Penitenza e a recitare la Liturgia delle Ore in armonia di intenzioni con la Sposa di Cristo. Il vigore della missione della Chiesa dipende dai sacerdoti che vengono alimentati dalla preghiera e che ardono d’amore per il Dio Vivente (cf. Congregazione per il Clero, Direttorio per il Ministero e la Vita dei Presbiteri, nn. 38-42). L’amore, il tempo, le energie che voi dedicate alla cura del benessere spirituale e materiale dei vostri sacerdoti non può non produrre risultati eccellenti per le Chiese che presiedete.

Mi unisco a voi nel ringraziare Dio per il numero sempre maggiore di vocazioni al sacerdozio che sta vivendo la Chiesa in Pakistan. Il Seminario - sia il “Theologate” a Karachi sia il “Philosophy House” che sta per essere inaugurato a Lahore - è un fattore vitale nel promuovere la nuova evangelizzazione. Durante il periodo di formazione, i candidati dovrebbero essere attentamente guidati a “rivestirsi del Signore Gesù Cristo” (cf. Rm 13, 14) che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2, 7). I seminaristi dovrebbero essere formati nella carità pastorale del Buon Pastore, il cui potere è stato espresso come servizio e il cui onore è stato l’ignominia della Croce. Spetta al Vescovo selezionare per gli Ordini Sacri i candidati che sono motivati da un sincero desiderio di servire il popolo di Dio con umiltà e semplicità.

Il Vescovo, in quanto “primo rappresentante di Cristo nella formazione sacerdotale” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 65), dovrebbe anche garantire un’educazione efficace e permanente ai membri del presbiterio. Anche tenendo conto degli enormi bisogni dell’apostolato nel vostro Paese, i sacerdoti hanno però bisogno di tempo per seguire l’esortazione di San Paolo: “di ravvivare il dono di Dio che è” in loro (2 Tm 1, 6). Una formazione permanente aiuterà i sacerdoti, di cui voi siete i padri spirituali, a superare la tentazione di ridurre il sacerdozio ministeriale a un attivismo fine a se stesso o a un dispensare servizi. Quando voi offrite al clero delle opportunità per maturare in Cristo (cf. Col 1, 28), voi consentite a ogni vostro collaboratore “di custodire con vigile amore il “mistero” che porta in sé per il bene della Chiesa e dell’umanità” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 72).

4. Per una vita cristiana fervente e per un’efficace evangelizzazione è necessario che le comunità cattoliche, riunite in parrocchie o, come spesso avviene nel vostro Paese, in piccole comunità guidate da religiosi, capi laici o catechisti generosi, siano ben radicate nei fondamenti della fede. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato di recente, vi aiuterà a mostrare il tesoro del Vangelo al vostro popolo. Le iniziative che cercano di rendere accessibile e di far conoscere tale Catechismo meritano il vostro caloroso sostegno.

In questo Anno della famiglia, non dobbiamo ignorare il fatto che la fede si trasmette in primo luogo in casa, dove “i genitori cristiani sono i primi e insostituibili catechisti dei loro figli, a ciò abilitati dal sacramento del matrimonio” (Christifideles laici, 34). I sacerdoti, i religiosi e i catechisti hanno il nobile compito di guidare e di sostenere la famiglia nella sua crescita per diventare “Chiesa domestica”. Vi è ampio spazio per una presenza più attiva e visibile di tutto il laicato nella vita della Chiesa. Voi e i vostri sacerdoti dovreste cercare dei modi per rendere la loro collaborazione più diffusa e più efficace.

5. Un inestimabile dono che la Chiesa Cattolica può offrire alla società è il messaggio del Vangelo riguardo la dignità e la vocazione delle donne. Lo sguardo interiore della fede riconosce che il modo per promuovere il ruolo delle donne e per superare forme di discriminazione nei loro confronti è di far conoscere la profonda “verità sulla donna” che “ella ricevette nel giorno della creazione e che eredita come espressione a lei peculiare dell’immagine e della somiglianza di Dio” (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 10). Vi esorto a perseverare nella vostra ferma opposizione verso tutto ciò che attenta alla dignità e alla nobile vocazione delle donne, in particolare i programmi di pianificazione familiare, che non rispettano le loro convinzioni etiche e religiose, le leggi discriminanti e la pratica della conversione forzata. All’interno della comunità cristiana, la Chiesa dovrebbe insistere sul fatto che le donne “devono essere riconosciute come cooperatrici della missione della Chiesa nella famiglia, nella professione e nella comunità civile” (Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 51).

6. Il valore delle scuole cattoliche, non solo nell’ambito accademico ma anche come punti focali del dialogo e della tolleranza nella società pakistana, è ben noto e rappresenta una grande responsabilità per l’intera comunità cattolica. Per poter svolgere il loro compito, queste scuole devono continuare a difendere e a rafforzare la loro identità cattolica istituzionale. Non solo dovrebbero assicurare una valida educazione, tanto necessaria per un’autentica promozione umana, ma dovrebbero anche essere comunità vive in cui gli educatori e gli studenti siano animati dai più alti ideali di fede e di pratica religiosa, da un profondo senso di solidarietà, dall’insistenza sulla priorità della persona rispetto al possesso materiale. In tal modo porterebbero gli studenti - indipendentemente dal loro ambiente religioso e culturale - ad un rinnovamento della propria mente mediante ciò che è buono, gradito e perfetto (cf. Rm 12, 2).

Dato che voi siete un “piccolo gregge” (Lc 12, 32), la cooperazione ecumenica con gli altri cristiani nella vita sociale, culturale e civile è ancora più urgente. Il Concilio Vaticano II aveva previsto il fatto che gli sforzi congiunti fra cristiani avrebbero apportato un valido contributo sia “nello stimare rettamente la dignità della persona umana, sia nel promuovere il bene della pace, sia nell’attuare l’applicazione sociale del Vangelo (Unitatis redintegratio, 12). Allo stesso modo, per poter essere un valido strumento per la fratellanza ecclesiale, tale collaborazione dovrebbe essere “unita ad altre forme di ecumenismo, in particolare alla preghiera e alla condivisione spirituale” (Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, Direttorio per l’Applicazione dei Principi e delle Norme sull’Ecumenismo). Sono consapevole del fatto che, in unione con i membri delle altre Chiese e comunità cristiane, voi cercate di dare una testimonianza congiunta contro l’ingiustizia e di promuovere il bene comune. Io continuerò a pregare per il successo dei vostri sforzi.

7. Nel contesto del vostro Paese, la promozione del dialogo interreligioso è parte integrante della vostra missione pastorale. Con la grazia di Dio, i vostri sforzi per promuovere una maggiore comprensione tra cristiani e musulmani condurranno al superamento degli atteggiamenti di sfiducia e di rifiuto reciproco. Gli scambi interreligiosi fecondi - quelli che abbatteranno le barriere dell’ostilità - richiedono un attento studio dei valori religiosi e delle tradizioni dell’Islam. Anche quando il dialogo appare difficile o persino non gradito, la Chiesa Cattolica non può rinunciarvi.

Per esperienza sapete che la preoccupazione morale riguardo il futuro della famiglia umana è un terreno particolarmente fertile per il dialogo comune con i vostri fratelli e le vostre sorelle musulmani. Nell’Enciclica Veritatis splendor ho espresso la ferma convinzione che le norme universali e morali immutabili che derivano dall’ordine della creazione sono “il fondamento incrollabile e la solida garanzia di una giusta e pacifica convivenza umana, e quindi di una vera democrazia, che può nascere e crescere solo sull’uguaglianza di tutti i suoi membri, accomunati nei diritti e nei doveri” (n. 96). La santità della legge di Dio iscritta nei nostri cuori (cf. Rm 2, 15) è il tesoro comune dell’umanità e il punto di incontro fondamentale tra popoli di diverse culture e tradizioni religiose. Essa costituisce il miglior fondamento per la cooperazione promovendo un autentico sviluppo sociale e politico, ed esige che tutti i credenti al Dio di Abramo testimonino “gli uni agli altri nell’esistenza quotidiana i propri valori umani e spirituali e si aiutino a viverli per edificare una società più giusta e fraterna” (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 57). A questo proposito esorto la Chiesa in Pakistan a proclamare con forza la dottrina sociale della Chiesa. Quest’ultima può essere un ponte che unisce i cristiani e i musulmani in un impegno condiviso per promuovere la dignità della persona umana e l’inestimabile valore della famiglia in conformità con il piano di Dio, in una società giusta ed equa.

8. Cari Fratelli: non posso passare sotto silenzio la preoccupazione che avete espresso durante la vostra visita presso la Sede di Pietro riguardo alle sofferenze che molte persone del vostro popolo stanno sopportando per la loro fedeltà alla Chiesa. Talvolta esse vengono trattate con sospetto e hanno la dolorosa sensazione di essere cittadini di seconda classe nel loro proprio Paese. Occasionalmente questa ingiustizia e questa intolleranza sono appoggiate da leggi che mostrano poco rispetto per la libertà religiosa delle minoranze. La Chiesa in Pakistan ha assunto una posizione coraggiosa ed efficace nel deplorare azioni che minano la verità fondamentale che consiste nel fatto che la libertà religiosa è la pietra d’angolo dell’intera struttura dei diritti umani. Con profondo rispetto volgo i miei pensieri a tutti i cristiani del Pakistan che stanno in qualche modo soffrendo per la loro fede: auguro loro di sentire la vicinanza spirituale, la solidarietà e il conforto della preghiera che il Papa offre a loro nome al “Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (2 Cor 1, 3). Nel disegno misterioso e amorevole della divina Provvidenza le prove sono una ricca fonte di grazia e di benedizione per il Corpo di Cristo.

Fratelli Vescovi, queste sono alcune delle riflessioni che la vostra visita mi ha suggerito. Le vostre Chiese particolari sono in verità vicine al mio cuore. Confido nel fatto che continuerete a predicare la Parola con coraggio e a guidare il vostro popolo con zelo. Affidando voi e tutti i vostri sacerdoti, i religiosi e i laici delle vostre Diocesi, a Maria, Stella della Nuova Evangelizzazione, imparto di tutto cuore la mia benedizione apostolica. 

 

© Copyright 1994 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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