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ESORTAZIONE APOSTOLICA POST-SINODALE PASTORES
DABO VOBIS DI SUA SANTITA' GIOVANNI PAOLO II ALL'EPISCOPATO AL
CLERO E AI FEDELI CIRCA LA FORMAZIONE DEI SACERDOTI NELLE CIRCOSTANZE
ATTUALI
Venerati Fratelli e diletti Figli e Figlie, salute e Apostolica
Benedizione
INTRODUZIONE
« Vi darò Pastori secondo il mio cuore ».(1)
Con queste parole del profeta Geremia Dio promette al suo popolo di non
lasciarlo mai privo di pastori che lo radunino e lo guidino: « Costituirò
sopra di esse (ossia sulle mie pecore) pastori che le faranno pascolare, così
che non dovranno più temere né sgomentarsi ».(2)
La Chiesa, popolo di Dio, sperimenta sempre la realizzazione di questo
annuncio profetico e nella gioia continua a rendere grazie al Signore. Essa sa
che Gesù Cristo stesso è il compimento vivo, supremo e definitivo
della promessa di Dio: « Io sono il buon pastore ».(3)
Egli, « il Pastore grande delle pecore »,(4) ha affidato agli
apostoli e ai loro successori il ministero di pascere il gregge di Dio.(5) In
particolare, senza sacerdoti la Chiesa non potrebbe vivere quella fondamentale
obbedienza che è al cuore stesso della sua esistenza e della sua missione
nella storia: l'obbedienza al comando di Gesù: « Andate dunque e
ammaestrate tutte le genti » (6) e « Fate questo in memoria di me »,(7)
ossia il comando di annunciare il Vangelo e di rinnovare ogni giorno il
sacrificio del suo corpo dato e del suo sangue versato per la vita del mondo.
Nella fede sappiamo che la promessa del Signore non può venir meno.
Proprio questa promessa è la ragione e la forza che fa gioire la Chiesa
di fronte alla fioritura e alla crescita numerica delle vocazioni sacerdotali,
che oggi si registrano in alcune parti del mondo, così come rappresenta
il fondamento e lo stimolo per un suo atto di fede più grande e di
speranza più viva di fronte alla grave scarsità di sacerdoti, che
pesa in altre parti del mondo.
Tutti siamo chiamati a condividere la fiducia piena nell'ininterrotto
compiersi della promessa di Dio, che i Padri sinodali hanno voluto testimoniare
in modo chiaro e forte: « Il Sinodo con piena fiducia nella promessa di
Cristo che ha detto: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine
del mondo" (8) e consapevole dell'attività costante dello Spirito
Santo nella Chiesa, intimamente crede che non mancheranno mai completamente
nella Chiesa i sacri ministri... Anche se in varie regioni si dà scarsità
di clero, tuttavia l'azione del Padre, che suscita le vocazioni, non cesserà
mai nella Chiesa ».(9)
Come ho detto a conclusione del Sinodo, di fronte alla crisi delle vocazioni
sacerdotali « la prima risposta che la Chiesa dà sta in un atto di
fiducia totale nello Spirito Santo. Siamo profondamente convinti che questo
fiducioso abbandono non deluderà, se peraltro restiamo fedeli alla grazia
ricevuta ».(10)
2. Restare fedeli alla grazia ricevuta! Infatti, il dono di Dio non annulla
la libertà dell'uomo, ma la suscita, la sviluppa e la esige.
Per questo la fiducia totale nell'incondizionata fedeltà di Dio alla
sua promessa si accompagna nella Chiesa alla grave responsabilità di
cooperare all'azione di Dio che chiama, di contribuire a creare e a mantenere le
condizioni nelle quali il buon seme, seminato da Dio, possa mettere radici e
dare frutti abbondanti. La Chiesa non può mai cessare di pregare il
padrone della messe perché mandi operai nella sua messe,(11) di rivolgere
una limpida e coraggiosa proposta vocazionale alle nuove generazioni, di
aiutarle a discernere la verità della chiamata di Dio e a corrispondervi
con generosità, di riservare una cura particolare per la formazione dei
candidati al presbiterato.
In realtà la formazione dei futuri sacerdoti, sia diocesani sia
religiosi, e l'assidua cura, protratta lungo tutto il corso della vita, per la
loro santificazione personale nel ministero e per l'aggiornamento costante del
loro impegno pastorale, sono considerate dalla Chiesa come uno dei compiti di
massima delicatezza e importanza per il futuro dell'evangelizzazione dell'umanità.
Quest'opera formativa della Chiesa è una continuazione nel tempo
dell'opera di Cristo, che l'evangelista Marco indica con le parole: « Gesù
salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi
andarono da lui. Ne costituì 12 che stessero con lui e anche per mandarli
a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni ».(12)
Si può affermare che nella sua storia, la Chiesa ha sempre rivissuto,
sia pure con intensità e in modalità diverse, questa pagina del
Vangelo mediante l'opera formativa riservata ai candidati al presbiterato e ai
sacerdoti stessi. Oggi però la Chiesa si sente chiamata a rivivere quanto
il Maestro ha fatto con i suoi apostoli con un impegno nuovo, sollecitata com'è
dalle profonde e rapide trasformazioni delle società e delle culture del
nostro tempo, dalla molteplicità e diversità dei contesti nei
quali essa annuncia e testimonia il Vangelo, dal favorevole andamento numerico
delle vocazioni sacerdotali che si registra in diverse diocesi, dall'urgenza di
una nuova verifica dei contenuti e dei metodi della formazione sacerdotale,
dalla preoccupazione dei Vescovi e delle loro comunità per la persistente
scarsità di clero, dall'assoluta necessità che la « nuova
evangelizzazione » abbia nei sacerdoti i suoi primi « nuovi
evangelizzatori ».
Proprio in questo contesto storico e culturale si è collocata
l'ultima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata a «
La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali », con l'intento, a
distanza di 25 anni dalla fine del Concilio, di portare a compimento la dottrina
conciliare su questo argomento e di renderla più attuale e incisiva nelle
circostanze odierne.(13)
3. In continuità con i testi del Concilio Vaticano II circa l'ordine
dei presbiteri e la loro formazione,(14) e nell'intento di applicarne in concreto
alle varie situazioni la ricca ed autorevole dottrina, la Chiesa ha affrontato
più volte i problemi della vita, del ministero e della formazione dei
sacerdoti.
Le occasioni più solenni sono stati i Sinodi dei Vescovi. Fin dalla
prima Assemblea generale, svoltasi nell'ottobre del 1967, il Sinodo dedicò
5 congregazioni generali al tema del rinnovamento dei seminari. Questo lavoro
diede impulso decisivo all'elaborazione del documento della Congregazione per
l'Educazione Cattolica: « Norme fondamentali per la formazione sacerdotale ».(15)
Fu soprattutto la seconda Assemblea generale ordinaria del 1971 a impegnare
la metà dei suoi lavori sul sacerdozio ministeriale. I frutti di questo
lungo confronto sinodale, ripresi e condensati in alcune « raccomandazioni »
sottomesse al mio Predecessore, Papa Paolo VI, e lette in apertura del Sinodo
del 1974, riguardavano principalmente la dottrina sul sacerdozio ministeriale ed
alcuni aspetti della spiritualità e del ministero sacerdotale.
Anche in molte altre occasioni il Magistero della Chiesa ha continuato a
testimoniare la sua sollecitudine per la vita e per il ministero dei sacerdoti.
Si può dire che negli anni del post-Concilio non ci sia stato intervento
magisteriale che in qualche misura non abbia riguardato, in modo esplicito o
implicito, il senso della presenza dei sacerdoti nella comunità, il loro
ruolo e la loro necessità per la Chiesa e per la vita del mondo.
In questi anni più recenti e da più parti è stata
avvertita la necessità di ritornare sul tema del sacerdozio,
affrontandolo da un punto di vista relativamente nuovo e più adatto alle
presenti circostanze ecclesiali e culturali. L'attenzione si è spostata
dal problema dell'identità del prete ai problemi connessi con
l'itinerario formativo al sacerdozio e con la qualità di vita dei
sacerdoti. In realtà le nuove generazioni di chiamati al sacerdozio
ministeriale presentano caratteristiche notevolmente diverse rispetto a quelle
dei loro immediati predecessori e vivono in un mondo per tanti aspetti nuovo e
in continua e rapida evoluzione. E di tutto ciò non si può non
tener conto nella programmazione e nella realizzazione degli itinerari educativi
al sacerdozio ministeriale.
I sacerdoti poi, già inseriti da un tempo più o meno lungo
nell'esercizio del ministero, sembrano oggi soffrire di eccessiva dispersione
nelle sempre crescenti attività pastorali e, di fronte alle difficoltà
della società e della cultura contemporanea, si sentono costretti a
ripensare i loro stili di vita e le priorità degli impegni pastorali,
mentre avvertono sempre più la necessità di una formazione
permanente.
Ora all'incremento delle vocazioni al presbiterato, alla loro formazione
perché i candidati conoscano e seguano Gesù preparandosi a
celebrare e a vivere il sacramento dell'Ordine che li configura a Cristo Capo e
Pastore, Servo e Sposo della Chiesa, all'individuazione di itinerari di
formazione permanente capaci di sostenere in modo realistico ed efficace il
ministero e la vita spirituale dei sacerdoti sono state dedicate le
preoccupazioni e le riflessioni del Sinodo dei Vescovi 1990.
Questo stesso Sinodo intendeva anche rispondere a una richiesta fatta dal
precedente Sinodo sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo.
I laici stessi avevano sollecitato l'impegno dei sacerdoti alla formazione
per essere opportunamente aiutati nel compimento della comune missione
ecclesiale. E in realtà, « più si sviluppa l'apostolato dei
laici e più fortemente viene percepito il bisogno di avere dei sacerdoti
che siano ben formati. Così la vita stessa del popolo di Dio manifesta
l'insegnamento del Concilio Vaticano II sul rapporto tra sacerdozio comune e
sacerdozio ministeriale o gerarchico: infatti nel mistero della Chiesa la
gerarchia ha un carattere ministeriale.(16) Più si approfondisce il senso
della vocazione propria dei laici, più si evidenzia ciò che è
proprio del sacerdozio ».(17)
4. Nell'esperienza ecclesiale tipica del Sinodo, quella cioè di «
una singolare esperienza di comunione episcopale nell'universalità, che
rafforza il senso della Chiesa universale, la responsabilità dei Vescovi
verso la Chiesa universale e la sua missione, in comunione affettiva ed
effettiva attorno a Pietro »,(18) si è fatta sentire, limpida ed
accurata, la voce delle diverse Chiese particolari e in questo
Sinodo, per la prima volta, di alcune Chiese dell'Est , le Chiese hanno
proclamato la loro fede nel compimento della promessa di Dio: « Vi darò
pastori secondo il mio cuore »,(19) e hanno rinnovato il loro impegno
pastorale per la cura delle vocazioni e per la formazione dei sacerdoti, nella
consapevolezza che da queste dipendono l'avvenire della Chiesa, il suo sviluppo
e la sua missione universale di salvezza.
Riprendendo ora il ricco patrimonio delle riflessioni, degli orientamenti e
delle indicazioni che hanno preparato e accompagnato i lavori dei Padri
sinodali, con questa Esortazione Apostolica post-sinodale unisco alla loro la
mia voce di Vescovo di Roma e di Successore di Pietro e la rivolgo al cuore di
tutti i fedeli e di ciascuno di essi, in particolare al cuore dei sacerdoti e di
quanti sono impegnati nel delicato ministero della loro formazione. Sì,
con tutti i sacerdoti e con ciascuno di loro, sia diocesani sia
religiosi, desidero incontrarmi mediante questa Esortazione.
Con le labbra e il cuore dei Padri sinodali faccio mie le parole e i
sentimenti del « Messaggio finale del Sinodo al popolo di Dio »: «
Con animo riconoscente e pieno di ammirazione ci rivolgiamo a voi che siete i
nostri primi cooperatori nel servizio apostolico. La vostra opera nella Chiesa è
veramente necessaria e insostituibile. Voi sostenete il peso del ministero
sacerdotale e avete il contatto quotidiano con i fedeli. Voi siete i ministri
dell'Eucaristia, i dispensatori della misericordia divina nel Sacramento della
Penitenza, i consolatori delle anime, le guide dei fedeli tutti nelle tempestose
difficoltà della vita.
« Vi salutiamo con tutto il cuore, vi esprimiamo la nostra gratitudine
e vi esortiamo a perseverare in questa via con animo lieto e pronto. Non cedete
allo scoraggiamento. La nostra opera non è nostra ma di Dio.
« Colui che ci ha chiamati e che ci ha inviati rimane con noi per tutti
i giorni della nostra vita. Noi infatti operiamo per mandato di Cristo ».(20)
CAPITOLO I
PRESO FRA GLI UOMINI
5. « Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per
il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio ».(21)
La Lettera agli Ebrei afferma chiaramente l'« umanità »
del ministro di Dio: egli viene dagli uomini ed è al servizio
degli uomini, imitando Gesù Cristo « lui stesso provato in ogni
cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato ».(22)
Dio chiama i suoi sacerdoti sempre da determinati contesti umani ed
ecclesiali, dai quali sono inevitabilmente connotati e ai quali sono mandati per
il servizio del Vangelo di Cristo.
Per questo il Sinodo ha contestualizzato l'argomento dei sacerdoti,
collocandolo nell'oggi della società e della Chiesa e aprendolo alle
prospettive del terzo millennio, come del resto risulta dalla stessa
formulazione del tema: « La formazione dei sacerdoti nelle circostanze
attuali ».
Certamente « c'è una fisionomia essenziale del sacerdote che non
muta: il sacerdote di domani infatti, non meno di quello di oggi, dovrà
assomigliare a Cristo. Quando viveva sulla terra, Gesù offrì in se
stesso il volto definitivo del presbitero, realizzando un sacerdozio
ministeriale di cui gli apostoli furono i primi ad essere investiti; esso è
destinato a durare, a riprodursi incessantemente in tutti i periodi della
storia. Il presbitero del terzo millennio sarà, in questo senso, il
continuatore dei presbiteri che, nei precedenti millenni, hanno animato la vita
della Chiesa. Anche nel Duemila la vocazione sacerdotale continuerà ad
essere la chiamata a vivere l'unico e permanente sacerdozio di Cristo ».(23)
Altrettanto certamente la vita e il ministero del sacerdote devono anche «
adattarsi a ogni epoca e ad ogni ambiente di vita... Da parte nostra dobbiamo
perciò cercare di aprirci, per quanto possibile, alla superiore
illuminazione dello Spirito Santo, per scoprire gli orientamenti della società
contemporanea, riconoscere i bisogni spirituali più profondi, determinare
i compiti concreti più importanti, i metodi pastorali da adottare, e così
rispondere in modo adeguato alle attese umane ».(24)
Dovendo coniugare la permanente verità del ministero presbiterale con
le istanze e le caratteristiche dell'oggi, i Padri Sinodali hanno cercato di
rispondere ad alcune domande necessarie: quali problemi e, nello stesso
tempo, quali stimoli positivi l'attuale contesto socio-culturale ed ecclesiale
suscita nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani che devono maturare, per
tutta l'esistenza, un progetto di vita sacerdotale? Quali difficoltà e
quali nuove possibilità offre il nostro tempo per l'esercizio di un
ministero sacerdotale coerente col dono del Sacramento ricevuto e con l'esigenza
di una vita spirituale corrispondente?
Ripresento ora alcuni elementi dell'analisi della situazione che i Padri
sinodali hanno sviluppato, ben consapevole però che la grande varietà
delle circostanze socio-culturali ed ecclesiali presenti nei diversi paesi
consiglia di segnalare solo i fenomeni più profondi e più diffusi,
in particolare quelli che si rapportano ai problemi educativi e alla formazione
sacerdotale.
6. Molteplici fattori sembrano favorire negli uomini d'oggi una più
matura coscienza della dignità della persona e una nuova apertura ai
valori religiosi, al Vangelo e al ministero sacerdotale.
Nell'ambito della società troviamo, nonostante tante contraddizioni,
una più diffusa e forte sete di giustizia e di pace, un senso più
vivo della cura dell'uomo per il creato e per il rispetto della natura, una
ricerca più aperta della verità e della tutela della dignità
umana, l'impegno crescente, in molte fasce della popolazione mondiale, per una
più concreta solidarietà internazionale e per un nuovo ordine
planetario, nella libertà e nella giustizia. Cresce anche, mentre si
sviluppa sempre più il potenziale di energie offerto dalle scienze e
dalle tecniche e si diffondono l'informazione e la cultura, una nuova domanda
etica, la domanda, cioè, di senso e quindi di un'oggettiva scala di
valori che permetta di stabilire le possibilità e i limiti del progresso.
Nel campo più propriamente religioso e cristiano, cadono pregiudizi
ideologici e chiusure violente all'annuncio dei valori spirituali e religiosi,
mentre sorgono nuove e insperate possibilità per l'evangelizzazione e la
ripresa della vita ecclesiale in molte parti del mondo. Si notano così
una crescente diffusione della conoscenza delle Sacre Scritture; una vitalità
e forza espansiva di molte Chiese giovani con un ruolo sempre più
rilevante nella difesa e nella promozione dei valori della persona e della vita
umana; una splendida testimonianza del martirio da parte delle Chiese del
Centro-Est europeo, come anche della fedeltà e del coraggio di altre
Chiese, che ancora sono costrette a subire persecuzioni e tribolazioni per la
fede.(25)
Il desiderio di Dio e di un rapporto vivo e significativo con Lui si
presenta oggi tanto forte da favorire, là dove manca l'autentico e
integrale annuncio del Vangelo di Gesù, la diffusione di forme di
religiosità senza Dio e di molteplici sette. La loro espansione, anche in
alcuni ambienti tradizionalmente cristiani, è sì per tutti i figli
della Chiesa, e per i sacerdoti in particolare, un costante motivo di esame di
coscienza sulla credibilità della loro testimonianza al Vangelo, ma
insieme anche un segno di quanto sia tuttora profonda e diffusa la ricerca di
Dio.
7. Ma con questi e con altri fattori positivi si trovano intrecciati molti
elementi problematici o negativi.
Ancora molto diffuso si presenta il razionalismo, che, in nome di
una concezione riduttiva di scienza, rende insensibile la ragione umana
all'incontro con la Rivelazione e con la trascendenza divina.
È da registrarsi poi una difesa esasperata della soggettività
della persona, che tende a chiuderla nell'individualismo, incapace di vere
relazioni umane. Così molti, soprattutto tra i ragazzi e i giovani,
cercano di compensare questa solitudine con surrogati di varia natura, con forme
più o meno acute di edonismo, di fuga dalle responsabilità;
prigionieri dell'attimo fuggente, cercano di « consumare » esperienze
individuali il più possibile forti e gratificanti sul piano delle
emozioni e delle sensazioni immediate, trovandosi però inevitabilmente
indifferenti e come paralizzati di fronte all'appello di un progetto di vita che
includa una dimensione spirituale e religiosa e un impegno di solidarietà.
Si diffonde, inoltre, in ogni parte del mondo, anche dopo la caduta delle
ideologie che avevano fatto del materialismo un dogma e del rifiuto della
religione un programma, una sorta di ateismo pratico ed esistenziale,
che coincide con una visione secolarista della vita e del destino dell'uomo.
Quest'uomo « tutto occupato di sé, quest'uomo che si fa non soltanto
centro di ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione di ogni realtà
»,(26) si trova sempre più impoverito di quel supplemento d'anima che
gli è tanto più necessario quanto più una larga
disponibilità di beni materiali e di risorse lo illude di
autosufficienza. Non c'è più bisogno di combattere Dio, si pensa
di poter fare semplicemente a meno di lui.
In questo quadro, si devono notare, in particolare, la disgregazione
della realtà familiare e l'oscuramento o il travisamento del vero senso
della sessualità umana: sono fenomeni che incidono in modo fortemente
negativo sull'educazione dei giovani e sulla loro disponibilità ad ogni
vocazione religiosa. Si devono notare, inoltre, l'aggravarsi delle ingiustizie
sociali e il concentrarsi della ricchezza nelle mani di pochi, come frutto
di un capitalismo disumano,(27) che allarga sempre più la distanza tra
popoli opulenti e popoli indigenti: vengono così introdotte nella
convivenza umana tensioni e inquietudini che turbano profondamente la vita delle
persone e delle comunità.
Anche nell'ambito ecclesiale, si registrano fenomeni preoccupanti e
negativi, che hanno diretto influsso sulla vita e sul ministero dei sacerdoti.
Così l'ignoranza religiosa che permane in molti credenti; la scarsa
incidenza della catechesi, soffocata dai più diffusi e più
suadenti messaggi dei mezzi di comunicazione di massa; il malinteso pluralismo
teologico, culturale e pastorale che, pur partendo a volte da buone intenzioni,
finisce per rendere difficile il dialogo ecumenico e per attentare alla
necessaria unità della fede; il persistere di un senso di diffidenza e
quasi di insofferenza per il magistero gerarchico; le spinte unilaterali e
riduttive della ricchezza del messaggio evangelico, che trasformano l'annuncio e
la testimonianza della fede in un esclusivo fattore di liberazione umana e
sociale oppure in un alienante rifugio nella superstizione e nella religiosità
senza Dio.(28)
Un fenomeno di grande rilievo, anche se relativamente recente in molti paesi
di antica tradizione cristiana, è la presenza in uno stesso territorio di
consistenti nuclei di razze diverse e di diverse religioni. Si sviluppa così
sempre più la società multirazziale e multireligiosa. Se questo può
essere occasione, da un lato, di un esercizio più frequente e fruttuoso
del dialogo, di un'apertura di mentalità, di esperienze di accoglienza e
di giusta tolleranza, dall'altro lato può essere causa di confusione e di
relativismo, soprattutto in persone e popolazioni dalla fede meno matura.
A questi fattori, e in stretto collegamento con la crescita
dell'individualismo, si aggiunge il fenomeno della soggettivizzazione della
fede. Si registra cioè, da parte di un numero crescente di cristiani,
una minore sensibilità all'insieme globale ed oggettivo della dottrina
della fede, per un'adesione soggettiva a ciò che piace, che corrisponde
alla propria esperienza, che non scomoda le proprie abitudini. Anche l'appello
all'inviolabilità della coscienza individuale, in se stesso legittimo,
non manca di assumere, in questo contesto, pericolosi caratteri di ambiguità.
Di qui deriva anche il fenomeno delle appartenenze alla Chiesa
sempre più parziali e condizionate, che esercitano un influsso negativo
sul nascere di nuove vocazioni al sacerdozio, sulla stessa autocoscienza del
sacerdote e sul suo ministero nella comunità.
Infine, in molte realtà ecclesiali è, ancora oggi, la scarsa
presenza e disponibilità di forze sacerdotali a creare i problemi più
gravi. I fedeli sono spesso abbandonati per lunghi periodi, senza adeguato
sostegno pastorale: ne soffrono così la crescita della loro vita
cristiana nel suo complesso e, ancor più, la loro capacità di
farsi ulteriormente promotori di evangelizzazione.
8. Le numerose contraddizioni e potenzialità di cui sono segnate le
nostre società e culture e, nello stesso tempo, le comunità
ecclesiali sono percepite, vissute e sperimentate con una intensità del
tutto particolare dal mondo dei giovani, con ripercussioni immediate e quanto
mai incisive sul loro cammino educativo. In tal senso il sorgere e lo
svilupparsi della vocazione sacerdotale nei ragazzi, negli adolescenti e nei
giovani incontrano continuamente ad un tempo ostacoli e sollecitazioni.
Quanto mai forte è sui giovani il fascino della cosiddetta «
società dei consumi », che li fa succubi e prigionieri di
un'interpretazione individualista, materialista ed edonista dell'esistenza
umana. Il benessere materialmente inteso tende ad imporsi come unico ideale di
vita, un benessere da ottenersi a qualsiasi condizione e prezzo: di qui il
rifiuto di tutto ciò che sa di sacrificio e la rinuncia alla fatica di
cercare e di vivere i valori spirituali e religiosi. La « preoccupazione »
esclusiva per l'avere soppianta il primato dell'essere, con la
conseguenza di interpretare e di vivere i valori personali e interpersonali non
secondo la logica del dono e della gratuità, bensì secondo quella
del possesso egoistico e della strumentalizzazione dell'altro.
Questo si riflette, in particolare, sulla visione della sessualità
umana, che viene fatta decadere dalla sua dignità di servizio alla
comunione e alla donazione tra le persone per essere semplicemente ricondotta ad
un bene di consumo. Così l'esperienza affettiva di molti giovani si
risolve non in una crescita armoniosa e gioiosa della propria personalità
che si apre all'altro nel dono di sé, ma in una grave involuzione
psicologica ed etica, che non potrà non avere i suoi pesanti
condizionamenti sul loro domani.
Alla radice di queste tendenze si dà per non pochi giovani un'esperienza
distorta della libertà: lungi dall'essere obbedienza alla verità
oggettiva e universale, la libertà è vissuta come assenso cieco
alle forze istintive e alla volontà di potenza del singolo. Si fanno
allora in qualche modo naturali, sul piano della mentalità e del
comportamento, lo sgretolarsi del consenso intorno ai principii etici, e, sul
piano religioso, se non sempre il rifiuto esplicito di Dio, una larga
indifferenza e comunque una vita che, anche nei suoi momenti più
significativi e nelle sue scelte più decisive, viene vissuta come se Dio
non esistesse. In un simile contesto si fa difficile non solo la realizzazione
ma la stessa comprensione del senso di una vocazione al sacerdozio, che è
una specifica testimonianza del primato dell'essere sull'avere, è
riconoscimento del senso della vita come dono libero e responsabile di sé
agli altri, come disponibilità a porsi interamente al servizio del
Vangelo e del Regno di Dio in quella particolare forma.
Anche nell'ambito della comunità ecclesiale il mondo dei giovani
costituisce, non poche volte, un « problema ». In realtà, se
nei giovani, ancor più che negli adulti, sono presenti una forte tendenza
alla soggettivizzazione della fede cristiana e un'appartenenza solo parziale e
condizionata alla vita e alla missione della Chiesa, nella comunità
ecclesiale fatica, per una serie di ragioni, a decollare una pastorale giovanile
aggiornata e coraggiosa: i giovani rischiano di essere lasciati a se stessi, in
balìa della loro fragilità psicologica, insoddisfatti e critici di
fronte ad un mondo di adulti che, non vivendo in modo coerente e maturo la fede,
non si presentano loro come modelli credibili.
Si fa allora evidente la difficoltà di proporre ai giovani
un'esperienza integrale e coinvolgente di vita cristiana ed ecclesiale e di
educarli ad essa. Così la prospettiva della vocazione al sacerdozio
rimane lontana dagli interessi concreti e vivi dei giovani.
9. Non mancano però situazioni e stimoli positivi, che suscitano e
alimentano nel cuore degli adolescenti e dei giovani una nuova disponibilità,
nonché una vera e propria ricerca di valori etici e spirituali, che per
loro natura offrono il terreno propizio per un cammino vocazionale verso il dono
totale di sé a Cristo e alla Chiesa nel sacerdozio.
È da rilevare, anzitutto, come si siano attenuati alcuni fenomeni,
che in un recente passato avevano provocato non pochi problemi, quali la
contestazione radicale, le spinte libertarie, le rivendicazioni utopiche, le
forme indiscriminate di socializzazione, la violenza.
Si deve riconoscere, inoltre, che anche i giovani d'oggi, con la forza e la
freschezza tipiche dell'età, sono portatori degli ideali che si fanno
strada nella storia: la sete della libertà, il riconoscimento del valore
incommensurabile della persona, il bisogno dell'autenticità e della
trasparenza, un nuovo concetto e stile di reciprocità nei rapporti tra
uomo e donna, la ricerca convinta e appassionata di un mondo più giusto,
più solidale, più unito, l'apertura e il dialogo con tutti,
l'impegno per la pace.
Lo sviluppo, così ricco e vivace in tanti giovani del nostro tempo,
di numerose e varie forme di volontariato rivolto alle situazioni più
dimenticate e disagiate della nostra società, rappresenta oggi una
risorsa educativa particolarmente importante, perché stimola e sostiene i
giovani ad uno stile di vita più disinteressato e più aperto e
solidale con i poveri. Questo stile di vita può facilitare la
comprensione, il desiderio e l'accoglienza di una vocazione al servizio stabile
e totale verso gli altri anche sulla strada della piena consacrazione a Dio con
una vita sacerdotale.
Il recente crollo delle ideologie, il modo fortemente critico di porsi di
fronte al mondo degli adulti che non sempre offrono una testimonianza di vita
affidata a valori morali e trascendenti, la stessa esperienza di compagni che
cercano evasioni nella droga e nella violenza, contribuiscono non poco a rendere
più acuta ed ineludibile la fondamentale domanda circa i valori che sono
veramente capaci di dare pienezza di significato alla vita, alla sofferenza e
alla morte. In tanti giovani si fanno più espliciti la domanda religiosa
e il bisogno di spiritualità: di qui il desiderio di esperienze di
deserto e di preghiera, il ritorno ad una lettura più personale e
abituale della Parola di Dio e allo studio della teologia.
E come già nell'ambito del volontariato sociale, così in
quello della comunità ecclesiale i giovani si fanno sempre più
attivi e protagonisti, soprattutto con la partecipazione alle varie
aggregazioni, da quelle tradizionali ma rinnovate a quelle più recenti:
l'esperienza di una Chiesa « sollecitata alla nuova evangelizzazione »
dalla fedeltà allo Spirito che la anima e dalle esigenze del mondo
lontano da Cristo ma bisognoso di Lui, come pure l'esperienza di una Chiesa
sempre più solidale con l'uomo e con i popoli nella difesa e nella
promozione della dignità personale e dei diritti umani di tutti e di
ciascuno aprono il cuore e la vita dei giovani a ideali quanto mai affascinanti
e impegnativi, che possono trovare la loro concreta realizzazione nella sequela
di Cristo e nel sacerdozio.
È naturale che da questa situazione umana ed ecclesiale,
caratterizzata da forte ambivalenza, non si potrà affatto prescindere non
solo nella pastorale delle vocazioni e nell'opera di formazione dei futuri
sacerdoti, ma anche nell'ambito della vita e del ministero dei sacerdoti e della
loro formazione permanente. Così, se si possono comprendere le varie
forme di « crisi » alle quali vanno soggetti i sacerdoti d'oggi
nell'esercizio del ministero, nella loro vita spirituale ed anche nella stessa
interpretazione della natura e del significato del sacerdozio ministeriale, si
devono pure registrare, con gioia e con speranza, le nuove possibilità
positive che il momento storico attuale offre ai sacerdoti per il compimento
della loro missione.
10. La complessa situazione attuale, rapidamente evocata per cenni e in modo
esemplificativo, chiede di essere non solo conosciuta, ma anche e soprattutto
interpretata. Solo così si potrà rispondere in modo adeguato alla
fondamentale domanda: Come formare sacerdoti che siano veramente all'altezza di
questi tempi, capaci di evangelizzare il mondo di oggi?(29)
È importante la conoscenza della situazione. Non basta una
semplice rilevazione dei dati; occorre un'indagine « scientifica » con
la quale delineare un quadro preciso e concreto delle reali circostanze
socio-culturali ed ecclesiali.
Ancor più importante è l'interpretazione della
situazione. Essa è richiesta dall'ambivalenza e talvolta dalla
contraddittorietà di cui è segnata la situazione, che registra
profondamente intrecciati tra loro difficoltà e potenzialità,
elementi negativi e ragioni di speranza, ostacoli e aperture, come il campo
evangelico nel quale sono seminati e « convivono » il buon grano e la
zizzania.(30)
Non è sempre facile una lettura interpretativa, che sappia
distinguere tra bene e male, tra segni di speranza e minacce. Nella formazione
dei sacerdoti non si tratta solo e semplicemente di accogliere i fattori
positivi e di contrastare frontalmente quelli negativi. Si tratta di sottoporre
gli stessi fattori positivi ad attento discernimento, perché non si
isolino l'uno dall'altro e non vengano in contrasto tra loro, assolutizzandosi e
combattendosi a vicenda. Altrettanto si dica dei fattori negativi: non sono da
respingere in blocco e senza distinzioni, perché in ciascuno di essi può
nascondersi un qualche valore, che attende di essere liberato e ricondotto alla
sua verità piena.
Per il credente l'interpretazione della situazione storica trova il
principio conoscitivo e il criterio delle scelte operative conseguenti in una
realtà nuova e originale, ossia nel discernimento evangelico; è
l'interpretazione che avviene nella luce e nella forza del Vangelo, del Vangelo
vivo e personale che è Gesù Cristo, e con il dono dello Spirito
Santo. In tal modo il discernimento evangelico coglie nella situazione storica e
nelle sue vicende e circostanze non un semplice « dato » da registrare
con precisione, di fronte al quale è possibile rimanere nell'indifferenza
o nella passività, bensì un « compito », una sfida alla
libertà responsabile sia della singola persona che della comunità.
È una « sfida » che si collega ad un « appello », che
Dio fa risuonare nella stessa situazione storica: anche in essa e attraverso di
essa Dio chiama il credente, e prima ancora la Chiesa, a far sì che «
il Vangelo della vocazione e del sacerdozio » esprima la sua verità
perenne nelle mutevoli circostanze della vita. Anche alla formazione dei
sacerdoti sono da applicarsi le parole del Concilio Vaticano II: « È
dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli
alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ogni generazione,
possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita
presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e
comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue
aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche ».(31)
Questo discernimento evangelico si fonda sulla fiducia nell'amore di Gesù
Cristo, che sempre e instancabilmente si prende cura della sua Chiesa,(32) Lui che
è il Signore e il Maestro, chiave di volta, centro e fine di tutta la
storia umana;(33) si nutre della luce e della forza dello Spirito Santo, che
suscita ovunque e in ogni circostanza l'obbedienza della fede, il coraggio
gioioso della sequela di Gesù, il dono della sapienza che tutto giudica e
non è giudicata da nessuno;(34) riposa sulla fedeltà del Padre alle
sue promesse.
In questo modo la Chiesa sente di poter affrontare le difficoltà e le
sfide di questo nuovo periodo della storia e di poter assicurare anche per il
presente e per il futuro sacerdoti ben formati, che siano convinti e ferventi
ministri della « nuova evangelizzazione », servitori fedeli e generosi
di Gesù Cristo e degli uomini.
Non ci nascondiamo le difficoltà. Non sono né poche né
leggere. Ma a vincerle sono la nostra speranza, la nostra fede
nell'indefettibile amore di Cristo, la nostra certezza della insostituibilità
del ministero sacerdotale per la vita della Chiesa e del mondo.
CAPITOLO II
MI HA CONSACRATO CON L'UNZIONE E MI HA MANDATO La natura e la
missione del sacerdozio ministeriale
11. « Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui ».(35)
Quanto dice l'evangelista Luca di coloro che erano presenti quel sabato nella
sinagoga di Nazareth in ascolto del commento, che Gesù avrebbe fatto del
rotolo del profeta Isaia da lui stesso letto, può applicarsi a tutti i
cristiani, sempre chiamati a riconoscere in Gesù di Nazareth il
definitivo compimento dell'annuncio profetico: « Allora cominciò a
dire: "Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito con
i vostri orecchi" ».(36) E la « scrittura » era questa: «
Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con
l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per
proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in
libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore ».(37)
Gesù, dunque, si autopresenta come ripieno di Spirito, « consacrato
con l'unzione », « mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio
»: è il Messia, il Messia sacerdote, profeta e re.
È questo il volto di Cristo sul quale gli occhi della fede e
dell'amore dei cristiani devono stare fissi. Proprio a partire da e in
riferimento a questa « contemplazione » i Padri sinodali hanno
riflettuto sul problema della formazione dei sacerdoti nelle circostanze
attuali. Tale problema non può trovare risposta senza una previa
riflessione sulla meta alla quale è ordinato il cammino formativo: la
meta è il sacerdozio ministeriale, più precisamente il sacerdozio
ministeriale come partecipazione nella Chiesa del sacerdozio stesso di Gesù
Cristo. La conoscenza della natura e della missione del sacerdozio ministeriale
è il presupposto irrinunciabile, e nello stesso tempo la guida più
sicura e lo stimolo più incisivo, per sviluppare nella Chiesa l'azione
pastorale di promozione e di discernimento delle vocazioni sacerdotali e di
formazione dei chiamati al ministero ordinato.
La retta e approfondita conoscenza della natura e della missione del
sacerdozio ministeriale è la via da seguire, e il Sinodo di fatto l'ha
seguita, per uscire dalla crisi sull'identità del sacerdote: «
Questa crisi dicevo nel Discorso al termine del Sinodo era nata
negli anni immediatamente successivi al Concilio. Si fondava su un'errata
comprensione, talvolta persino volutamente tendenziosa, della dottrina del
magistero conciliare. Qui indubbiamente sta una delle cause del gran numero di
perdite subite allora dalla Chiesa, perdite che hanno gravemente colpito il
servizio pastorale e le vocazioni al sacerdozio, in particolare le vocazioni
missionarie. È come se il Sinodo del 1990, riscoprendo, attraverso tanti
interventi che abbiamo ascoltato in quest'aula, tutta la profondità
dell'identità sacerdotale, fosse venuto a infondere la speranza dopo
queste perdite dolorose. Questi interventi hanno manifestato la coscienza del
legame ontologico specifico che unisce il sacerdote a Cristo, Sommo Sacerdote e
Buon Pastore. Questa identità sottende alla natura della formazione che
deve essere impartita in vista del sacerdozio, e quindi lungo tutta la vita
sacerdotale. Era questo lo scopo proprio del Sinodo ».(38)
Per questo il Sinodo ha ritenuto necessario richiamare, in modo sintetico e
fondamentale, la natura e la missione del sacerdozio ministeriale, così
come la fede della Chiesa le ha riconosciute lungo i secoli della sua storia e
come il Concilio Vaticano II le ha ripresentate agli uomini del nostro tempo.(39)
12. « L'identità sacerdotale hanno scritto i Padri
sinodali , come ogni identità cristiana, ha la sua fonte nella
Santissima Trinità »,(40) che si rivela e si autocomunica agli uomini
in Cristo, costituendo in Lui e per mezzo dello Spirito la Chiesa come «
germe e inizio del Regno ».(41) L'Esortazione « Christifideles Laici »,
sintetizzando l'insegnamento conciliare, presenta la Chiesa come mistero,
comunione e missione: essa « è mistero perché l'amore
e la vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sono il dono assolutamente
gratuito offerto a quanti sono nati dall'acqua e dallo Spirito,(42) chiamati a
rivivere la comunione stessa di Dio e a manifestarla e comunicarla nella
storia (missione) ».(43)
È all'interno del mistero della Chiesa, come mistero di comunione
trinitaria in tensione missionaria, che si rivela ogni identità
cristiana, e quindi anche la specifica identità del sacerdote e del suo
ministero. Il presbitero, infatti, in forza della consacrazione che riceve con
il sacramento dell'Ordine, è mandato dal Padre, per mezzo di Gesù
Cristo, al quale come Capo e Pastore del suo popolo è configurato in modo
speciale, per vivere e operare nella forza dello Spirito Santo a servizio della
Chiesa e per la salvezza del mondo.(44)
Si può così comprendere la connotazione essenzialmente «
relazionale » dell'identità del presbitero: mediante il sacerdozio,
che scaturisce dalle profondità dell'ineffabile mistero di Dio, ossia
dall'amore del Padre, dalla grazia di Gesù Cristo e dal dono dell'unità
dello Spirito Santo, il presbitero è inserito sacramentalmente nella
comunione con il Vescovo e con gli altri presbiteri,(45) per servire il Popolo di
Dio che è la Chiesa e attrarre tutti a Cristo, secondo la preghiera del
Signore: « Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato,
perché siano una cosa sola, come noi... Come tu, Padre, sei in me e io in
te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi
hai mandato ».(46)
Non si può allora definire la natura e la missione del sacerdozio
ministeriale, se non in questa molteplice e ricca trama di rapporti, che
sgorgano dalla Santissima Trinità e si prolungano nella comunione della
Chiesa, come segno e strumento, in Cristo, dell'unione con Dio e dell'unità
di tutto il genere umano.(47) In questo contesto l'ecclesiologia di comunione
diventa decisiva per cogliere l'identità del presbitero, la sua originale
dignità, la sua vocazione e missione nel Popolo di Dio e nel mondo. Il
riferimento alla Chiesa è, perciò, necessario, anche se non
prioritario nella definizione dell'identità del presbitero. In quanto
mistero, infatti, la Chiesa è essenzialmente relativa a Gesù
Cristo: di Lui, infatti, è la pienezza, il corpo, la sposa. È
il « segno » e il « memoriale » vivo della sua permanente
presenza e azione fra noi e per noi. Il presbitero trova la verità piena
della sua identità nell'essere una derivazione, una partecipazione
specifica ed una continuazione di Cristo stesso, sommo e unico sacerdote della
nuova ed eterna Alleanza: egli è un'immagine viva e trasparente di Cristo
sacerdote. Il sacerdozio di Cristo, espressione della sua assoluta « novità
» nella storia della salvezza, costituisce la fonte unica e il paradigma
insostituibile del sacerdozio del cristiano e, in specie, del presbitero. Il
riferimento a Cristo è allora la chiave assolutamente necessaria per la
comprensione delle realtà sacerdotali.
13. Gesù Cristo ha manifestato in se stesso il volto perfetto e
definitivo del sacerdozio della nuova Alleanza:(48) questo ha fatto in tutta la
sua vita terrena, ma soprattutto nell'evento centrale della sua passione, morte
e risurrezione.
Come scrive l'autore della Lettera agli Ebrei, Gesù, essendo uomo
come noi e insieme il Figlio unigenito di Dio, è nel suo stesso essere
mediatore perfetto tra il Padre e l'umanità,(49) Colui che ci
dischiude l'accesso immediato a Dio, grazie al dono dello Spirito: « Dio ha
mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida: Abbà,
Padre! ».(50)
Gesù porta a piena attuazione il suo essere mediatore attraverso
l'offerta di Se stesso sulla croce, con la quale ci apre, una volta per tutte,
l'accesso al santuario celeste, alla casa del Padre.(51) Al confronto di Gesù,
Mosè e tutti i mediatori dell'Antico Testamento tra Dio e il suo popolo
i re, i sacerdoti e i profeti si presentano solo come figure ed ombre dei
beni futuri e non come la realtà stessa.(52)
Gesù è il Buon Pastore preannunciato,(53) Colui che conosce le
sue pecore una ad una, che offre la sua vita per loro e che tutti vuol
raccogliere in un solo gregge con un solo pastore.(54) È il pastore venuto «
non per essere servito, ma per servire »,(55) che, nell'atto pasquale della
lavanda dei piedi,(56) lascia ai suoi il modello del servizio che dovranno avere
gli uni verso gli altri e che si offre liberamente come agnello innocente
immolato per la nostra redenzione.(57)
Con l'unico e definitivo sacrificio della croce, Gesù comunica a
tutti i suoi discepoli la dignità e la missione di sacerdoti della nuova
ed eterna Alleanza. Si adempie così la promessa che Dio ha fatto a
Israele: « Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa ».(58)
È tutto il popolo della nuova Alleanza scrive San Pietro ad
essere costituito come « un edificio spirituale », « un
sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di
Gesù Cristo ».(59) Sono i battezzati le « pietre vive », che
costruiscono l'edificio spirituale stringendosi a Cristo « pietra viva...
scelta e preziosa davanti a Dio ».(60) Il nuovo popolo sacerdotale che è
la Chiesa, non solo ha in Cristo la propria autentica immagine, ma anche da Lui
riceve una partecipazione reale e ontologica al suo eterno e unico sacerdozio,
al quale deve conformarsi con tutta la sua vita.
14. A servizio di questo sacerdozio universale della nuova Alleanza, Gesù
chiama a sé, nel corso della sua missione terrena, alcuni discepoli (61) e
con un mandato specifico e autorevole chiama e costituisce i Dodici, affinché
« stessero con lui e anche per mandarli a predicare, e perché
avessero il potere di scacciare i demoni ».(62)
Per questo, già durante il suo ministero pubblico (63) e poi in
pienezza dopo la morte e risurrezione,(64) Gesù conferisce a Pietro e ai
Dodici poteri del tutto particolari nei confronti della futura comunità e
per l'evangelizzazione di tutte le genti. Dopo averli chiamati alla sua sequela,
li tiene accanto a sé e vive con loro, impartendo con l'esempio e con la
parola il suo insegnamento di salvezza e, infine, li manda a tutti gli uomini. E
per il compimento di questa missione Gesù conferisce agli apostoli, in
virtù di una specifica effusione pasquale dello Spirito Santo, la stessa
autorità messianica che gli viene dal Padre e che gli è conferita
in pienezza con la risurrezione: « Mi è stato dato ogni potere in
cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole
nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad
osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i
giorni, sino alla fine del mondo ».(65)
Gesù stabilisce così uno stretto collegamento tra il ministero
affidato agli apostoli e la sua propria missione: « Chi accoglie voi
accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato »;(66) «
Chi ascolta voi ascolta me, chi di- sprezza voi disprezza me. E chi disprezza me
disprezza colui che mi ha mandato ».(67) Anzi, il quarto vangelo, nella luce
dell'evento pasquale della morte e della risurrezione, afferma con grande forza
e chiarezza: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ».(68)
Come Gesù ha una missione che gli viene direttamente da Dio e che
concretizza l'autorità stessa di Dio,(69) così gli apostoli hanno
una missione che viene loro da Gesù. E come « il Figlio non può
fare nulla da se stesso »,(70) sicché la sua dottrina non è sua
ma di colui che lo ha mandato,(71) così agli apostoli Gesù dice: «
Senza di me non potete far nulla »:(72) la loro missione non è loro,
ma è la stessa missione di Gesù. E ciò è possibile
non a partire dalle forze umane, ma solo con il « dono » di Cristo e
del suo Spirito, con il « sacramento »: « Ricevete lo Spirito
Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete,
resteranno non rimessi ».(73) Così, non per qualche loro merito
particolare, ma soltanto per la gratuita partecipazione alla grazia di Cristo,
gli apostoli prolungano nella storia, sino alla consumazione dei tempi, la
stessa missione di salvezza di Gesù a favore degli uomini.
Segno e presupposto dell'autenticità e della fecondità di
questa missione è l'unità degli apostoli con Gesù e, in
Lui, tra di loro e col Padre, come testimonia la preghiera sacerdotale del
Signore, sintesi della sua missione.(74)
15. A loro volta, gli apostoli costituiti dal Signore assolveranno via via
alla loro missione chiamando, in forme diverse ma alla fine convergenti, altri
uomini, come Vescovi, come presbiteri e come diaconi, per adempiere al mandato
di Gesù risorto che li ha inviati a tutti gli uomini di tutti i tempi.
Il Nuovo Testamento è unanime nel sottolineare che è lo stesso
Spirito di Cristo a introdurre nel ministero questi uomini, scelti di mezzo ai
fratelli. Attraverso il gesto dell'imposizione delle mani,(75) che trasmette il
dono dello Spirito, essi sono chiamati e abilitati a continuare lo stesso
ministero di riconciliare, di pascere il gregge di Dio e di insegnare.(76)
Pertanto i presbiteri sono chiamati a prolungare la presenza di Cristo,
unico e sommo pastore, attualizzando il suo stile di vita e facendosi quasi sua
trasparenza in mezzo al gregge loro affidato. Come scrive in modo chiaro e
preciso la prima Lettera di Pietro: « Esorto i presbiteri che sono
tra voi, quale com-presbitero, testimone della sofferenza di Cristo e
partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è
affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile
interesse, ma di buon animo: non spadroneggiando sulle persone a voi affidate,
ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo,
riceverete la corona della gloria che non appassisce ».(77)
I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione
sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente
la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza,
soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l'Eucaristia, ne esercitano
l'amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge, che
raccolgono nell'unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo nello
Spirito. In una parola, i presbiteri esistono ed agiscono per l'annuncio del
Vangelo al mondo e per l'edificazione della Chiesa in nome e in persona di
Cristo Capo e Pastore.(78)
Questo è il modo tipico e proprio con il quale i ministri ordinati
partecipano all'unico sacerdozio di Cristo. Lo Spirito Santo mediante l'unzione
sacramentale dell'Ordine li configura, ad un titolo nuovo e specifico, a Gesù
Cristo Capo e Pastore, li conforma ed anima con la sua carità pastorale e
li pone nella Chiesa nella condizione autorevole di servi dell'annuncio del
Vangelo ad ogni creatura e di servi della pienezza della vita cristiana di tutti
i battezzati.
La verità del presbitero quale emerge dalla Parola di Dio, ossia da
Gesù Cristo stesso e dal suo disegno costitutivo della Chiesa, viene così
cantata con gioiosa gratitudine dalla Liturgia nel Prefazio della Messa del
Crisma: « Con l'unzione dello Spirito Santo hai costituito il Cristo tuo
Figlio Pontefice della nuova ed eterna alleanza, e hai voluto che il suo unico
sacerdozio fosse perpetuato nella Chiesa. Egli comunica il sacerdozio regale a
tutto il popolo dei redenti, e con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i
fratelli che mediante l'imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di
salvezza. Tu vuoi che nel suo nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino
ai tuoi figli la mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano
con la tua parola e lo santifichino con i sacramenti. Tu proponi loro come
modello il Cristo, perché, donando la vita per te e per i fratelli, si
sforzino di conformarsi all'immagine del tuo Figlio, e rendano testimonianza di
fedeltà e di amore generoso ».
16. Il sacerdote ha come sua relazione fondamentale quella con Gesù
Cristo Capo e Pastore: egli, infatti, partecipa, in modo specifico e autorevole,
alla « consacrazioneunzione » e alla « missione » di Cristo.(79) Ma, intimamente intrecciata con questa relazione, sta quella con la
Chiesa. Non si tratta di « relazioni » semplicemente accostate tra
loro, ma interiormente unite in una specie di mutua immanenza. Il riferimento
alla Chiesa è iscritto nell'unico e medesimo riferimento del sacerdote a
Cristo, nel senso che è la « rappresentanza sacramentale » di
Cristo a fondare e ad animare il riferimento del sacerdote alla Chiesa.
In questo senso i Padri sinodali hanno scritto: « In quanto rappresenta
Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote si pone non soltanto
nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa. Il sacerdozio,
unitamente alla Parola di Dio e ai segni sacramentali di cui è al
servizio, appartiene agli elementi costitutivi della Chiesa. Il ministero del
presbitero è totalmente a favore della Chiesa; è per la promozione
dell'esercizio del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio; è
ordinato non solo alla Chiesa particolare, ma anche alla Chiesa universale,(80) in
comunione con il Vescovo, con Pietro e sotto Pietro. Mediante il sacerdozio del
Vescovo, il sacerdozio di secondo ordine è incorporato nella struttura
apostolica della Chiesa. Così il presbitero come gli apostoli funge da
ambasciatore per Cristo.(81) In questo si fonda l'indole missionaria di ogni
sacerdote ».(82)
Il ministero ordinato sorge dunque con la Chiesa ed ha nei Vescovi, e in
riferimento e comunione con essi nei presbiteri, un particolare rapporto al
ministero originario degli apostoli, al quale realmente succede, anche se
rispetto ad esso assume modalità diverse di esistenza.
Non si deve allora pensare al sacerdozio ordinato come se fosse anteriore
alla Chiesa, perché è totalmente al servizio della Chiesa stessa;
ma neppure come se fosse posteriore alla comunità ecclesiale, quasi che
questa possa essere concepita come già costituita senza tale sacerdozio.
La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in Lui, con la sua
Chiesa si situa nell'essere stesso del sacerdote, in forza della sua
consacrazioneunzione sacramentale, e nel suo agire, ossia nella sua
missione o ministero. In particolare « il sacerdote ministro è
servitore di Cristo presente nella Chiesa mistero, comunione e missione.
Per il fatto di partecipare all'"unzione" e alla "missione"
di Cristo, egli può prolungare nella Chiesa la sua preghiera, la sua
parola, il suo sacrificio, la sua azione salvifica. È dunque servitore
della Chiesa mistero perché attua i segni ecclesiali e sacramentali
della presenza di Cristo risorto. È servitore della Chiesa comunione
perché unito al Vescovo e in stretto rapporto con il
presbiterio costruisce l'unità della comunità ecclesiale
nell'armonia delle diverse vocazioni, carismi e servizi. È, infine, servitore
della Chiesa missione perché rende la comunità annunciatrice e
testimone del Vangelo ».(83)
Così, per la sua stessa natura e missione sacramentale, il sacerdote
appare, nella struttura della Chiesa, come segno della priorità assoluta
e della gratuità della grazia, che alla Chiesa viene donata dal Cristo
risorto. Per mezzo del sacerdozio ministeriale la Chiesa prende coscienza, nella
fede, di non essere da se stessa, ma dalla grazia di Cristo nello Spirito Santo.
Gli apostoli e i loro successori, quali detentori di un'autorità che
viene loro da Cristo Capo e Pastore, sono posti col loro ministero
di fronte alla Chiesa come prolungamento visibile e segno sacramentale
di Cristo nel suo stesso stare di fronte alla Chiesa e al mondo, come origine
permanente e sempre nuova della salvezza, « lui che è il salvatore
del suo corpo ».(84)
17. Il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, può
essere adempiuto solo in quanto il presbitero è unito con Cristo mediante
l'inserimento sacramentale nell'ordine presbiterale e quindi in quanto è
nella comunione gerarchica con il proprio Vescovo. Il ministero ordinato ha una
radicale « forma comunitaria » e può essere assolto
solo come « un'opera collettiva ».(85) Su questa natura comunionale del
sacerdozio si è soffermato a lungo il Concilio,(86) esaminando
distintamente il rapporto del presbitero con il proprio Vescovo, con gli altri
presbiteri e con i fedeli laici.
Il ministero dei presbiteri è innanzi tutto comunione e
collaborazione responsabile e necessaria al ministero del Vescovo, nella
sollecitudine per la Chiesa universale e per le singole Chiese particolari, a
servizio delle quali essi costituiscono con il Vescovo un unico presbiterio.
Ciascun sacerdote, sia diocesano che religioso, è unito agli altri
membri di questo presbiterio, sulla base del sacramento dell'Ordine, da
particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità.
Tutti i presbiteri infatti, sia diocesani sia religiosi, partecipano all'unico
sacerdozio di Cristo Capo e Pastore, « lavorano per la stessa causa, cioè
per l'edificazione del corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e
nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi »,(87) e si arricchisce nel
corso dei secoli di sempre nuovi carismi.
I presbiteri, infine, poiché la loro figura e il loro compito nella
Chiesa non sostituiscono, bensì promuovono il sacerdozio battesimale di
tutto il popolo di Dio, conducendolo alla sua piena attuazione ecclesiale, si
trovano in relazione positiva e promovente con i laici. Della loro fede,
speranza e carità sono al servizio. Ne riconoscono e sostengono, come
fratelli ed amici, la dignità di figli di Dio e li aiutano ad esercitare
in pienezza il loro ruolo specifico nell'ambito della missione della Chiesa.(88)
Il sacerdozio ministeriale conferito dal sacramento dell'Ordine e quello
comune o « regale » dei fedeli, che differiscono tra loro per essenza
e non solo per grado,(89) sono tra loro coordinati, derivando entrambi in
forme diverse dall'unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdozio
ministeriale, infatti, non significa di per sé un maggiore grado di
santità rispetto al sacerdozio comune dei fedeli; ma, attraverso di esso,
ai presbiteri è dato da Cristo nello Spirito un particolare dono, perché
possano aiutare il Popolo di Dio ad esercitare con fedeltà e pienezza il
sacerdozio comune che gli è conferito.(90)
18. Come sottolinea il Concilio, « il dono spirituale che i presbiteri
hanno ricevuto nell'ordinazione non li prepara a una missione limitata e
ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza sino
agli ultimi confini della terra, dato che qualunque ministero sacerdotale
partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo
agli apostoli ».(91) Per la natura stessa del loro ministero, essi debbono
dunque essere penetrati e animati di un profondo spirito missionario e « di
quello spirito veramente cattolico che li abitua a guardare oltre i confini
della propria diocesi, nazione o rito, e ad andare incontro alle necessità
della Chiesa intera, pronti nel loro animo a predicare dovunque il Vangelo ».(92)
Inoltre, proprio perché all'interno della vita della Chiesa è
l'uomo della comunione, il presbitero dev'essere, nel rapporto con tutti gli
uomini, l'uomo della missione e del dialogo. Profondamente radicato nella verità
e nella carità di Cristo, e animato dal desiderio e dall'imperativo di
annunciare a tutti la sua salvezza, egli è chiamato a intessere rapporti
di fraternità, di servizio, di comune ricerca della verità, di
promozione della giustizia e della pace, con tutti gli uomini. In primo luogo
con i fratelli delle altre Chiese e confessioni cristiane; ma anche con i fedeli
delle altre religioni; con gli uomini di buona volontà, in special modo
con i poveri e i più deboli, e con tutti coloro che anelano, anche senza
saperlo ed esprimerlo, alla verità e alla salvezza di Cristo, secondo la
parola di Gesù che ha detto: « Non sono i sani che hanno bisogno del
medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori ».(93)
Oggi, in particolare, il prioritario compito pastorale della nuova
evangelizzazione, che investe tutto il Popolo di Dio e postula un nuovo ardore,
nuovi metodi e una nuova espressione per l'annuncio e la testimonianza del
Vangelo, esige dei sacerdoti radicalmente e integralmente immersi nel mistero di
Cristo e capaci di realizzare un nuovo stile di vita pastorale, segnato dalla
profonda comunione con il Papa, i Vescovi e tra di loro, e da un feconda
collaborazione con i fedeli laici, nel rispetto e nella promozione dei diversi
ruoli, carismi e ministeri all'interno della comunità ecclesiale.(94)
« Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i
vostri orecchi ».(95) Ascoltiamo, ancora una volta, queste parole di Gesù,
alla luce del sacerdozio ministeriale che abbiamo presentato nella sua natura e
missione. L'« oggi » di cui parla Gesù, proprio perché
appartiene alla « pienezza del tempo », ossia al tempo della salvezza
piena e definitiva, indica il tempo della Chiesa. La consacrazione e la missione
di Cristo: « Lo Spirito del Signore... mi ha consacrato con l'unzione, e mi
ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio... »,(96) sono la
radice viva da cui germogliano la consacrazione e la missione della Chiesa, «
pienezza » di Cristo:(97) con la rigenerazione battesimale, su tutti i
credenti si effonde lo Spirito del Signore, che li consacra a formare un tempio
spirituale e un sacerdozio santo e li manda a far conoscere i prodigi di Colui
che dalle tenebre li ha chiamati all'ammirabile sua luce.(98) Il presbitero
partecipa alla consacrazione e alla missione di Cristo in modo specifico e
autorevole, ossia mediante il sacramento dell'Ordine, in virtù del
quale è configurato nel suo essere a Gesù Cristo Capo e Pastore e
condivide la missione di « annunciare ai poveri un lieto messaggio »
nel nome e nella persona di Cristo stesso.
Nel loro Messaggio finale i Padri sinodali hanno compendiato in poche ma
quanto mai ricche parole la « verità », meglio, il «
mistero » e il « dono » del sacerdozio ministeriale, dicendo: «
La nostra identità ha la sua sorgente ultima nella carità del
Padre. Al Figlio da Lui mandato, Sacerdote Sommo e buon Pastore, siamo uniti
sacramentalmente con il sacerdozio ministeriale per l'azione dello Spirito
Santo. La vita e il ministero del sacerdote sono continuazione della vita e
dell'azione dello stesso Cristo. Questa è la nostra identità, la
nostra vera dignità, la sorgente della nostra gioia, la certezza della
nostra vita ».(99)
CAPITOLO III
LO SPIRITO DEL SIGNORE E' SOPRA DI ME La vita spirituale del
sacerdote
19. « Lo Spirito del Signore è sopra di me ».(100) Lo Spirito
non sta semplicemente « sopra » il Messia, ma lo « riempie »,
lo penetra, lo raggiunge nel suo essere ed operare. Lo Spirito, infatti, è
il principio della « consacrazione » e della « missione »
del Messia: « per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato
per annunziare ai poveri un lieto messaggio... ».(101) In forza dello
Spirito, Gesù appartiene totalmente ed esclusivamente a Dio, partecipa
all'infinita santità di Dio che lo chiama, lo elegge e lo manda. Così
lo Spirito del Signore si rivela fonte di santità e appello alla
santificazione.
Questo stesso « Spirito del Signore » è « sopra »
l'intero popolo di Dio, che viene costituito come popolo « consacrato »
a Dio e da Dio « mandato » per l'annuncio del Vangelo che salva. Dallo
Spirito i membri del Popolo di Dio sono « inebriati » e « segnati
» (102) e chiamati alla santità.
In particolare, lo Spirito ci rivela e ci comunica la vocazione
fondamentale che il Padre dall'eternità rivolge a tutti: la vocazione
ad essere « santi e immacolati al suo cospetto nella carità »,
in virtù della predestinazione « a essere suoi figli adottivi per
opera di Gesù Cristo ».(103) Non solo. Rivelandoci e comunicandoci
questa vocazione, lo Spirito si fa in noi principio e risorsa della sua
realizzazione: lui, lo Spirito del Figlio,(104) ci conforma a Cristo Gesù
e ci rende partecipi della sua vita filiale, ossia della sua carità verso
il Padre e verso i fratelli. « Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche
secondo lo Spirito ».(105) Con queste parole l'apostolo Paolo ci ricorda che
l'esistenza cristiana è « vita spirituale », ossia vita animata
e guidata dallo Spirito verso la santità o perfezione della carità.
L'affermazione del Concilio: « Tutti i fedeli di qualsiasi stato o
grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della
carità » (106) trova una sua particolare applicazione per i
presbiteri: essi sono chiamati non solo in quanto battezzati, ma anche e
specificamente in quanto presbiteri, ossia ad un titolo nuovo e con modalità
originali, derivanti dal sacramento dell'Ordine.
20. Della « vita spirituale » dei presbiteri e del dono e della
responsabilità di divenire « santi » il Decreto conciliare sul
ministero e sulla vita sacerdotale ci offre una sintesi quanto mai ricca e
stimolante: « Con il sacramento dell'Ordine i presbiteri si configurano a
Cristo sacerdote come ministri del Capo, allo scopo di far crescere ed edificare
tutto il Corpo che è la Chiesa, in qualità di cooperatori
dell'ordine episcopale. Già fin dalla consacrazione del Battesimo, essi,
come tutti i fedeli, hanno ricevuto il segno e il dono di una vocazione e di una
grazia così grande che, pur nell'umana debolezza, possono e devono
tendere alla perfezione, secondo quanto ha detto il Signore: "Siate dunque
perfetti così come il Padre vostro celeste è perfetto".(107) Ma
i sacerdoti sono specialmente obbligati a tendere a questa perfezione, poiché
essi che hanno ricevuto una nuova consacrazione a Dio mediante
l'ordinazione vengono elevati alla condizione di strumenti vivi di Cristo
eterno Sacerdote, per proseguire nel tempo la sua mirabile opera, che ha
reintegrato con divina efficacia l'intero genere umano. Dato quindi che ogni
sacerdote, nel modo che gli è proprio, agisce a nome e nella persona di
Cristo stesso, fruisce anche di una grazia speciale, in virtù della
quale, mentre è al servizio della gente che gli è affidata e di
tutto il Popolo di Dio, egli può avvicinarsi più efficacemente
alla perfezione di Colui del quale è rappresentante, e l'umana debolezza
della carne viene sanata dalla santità di Lui, il quale è fatto
per noi pontefice "santo, innocente, incontaminato, segregato dai peccatori"
(108) ».(109)
Il Concilio afferma, anzitutto, la vocazione « comune » alla
santità. Questa vocazione si radica nel Battesimo, che caratterizza
il presbitero come un « fedele » (Christifidelis), come «
fratello tra fratelli », inserito e unito con il Popolo di Dio, nella gioia
di condividere i doni della salvezza (110) e nell'impegno comune di camminare «
secondo lo Spirito », seguendo l'unico Maestro e Signore. Ricordiamo la
celebre parola di Sant'Agostino: « Per voi sono vescovo, con voi sono
cristiano. Quello è nome di un ufficio assunto, questo di grazia; quello è
nome di pericolo, questo di salvezza ».(111)
Con identica chiarezza il testo conciliare parla anche di una vocazione «
specifica » alla santità, più precisamente di una
vocazione che si fonda sul sacramento dell'Ordine, quale sacramento proprio e
specifico del sacerdote, in forza dunque di una nuova consacrazione a Dio
mediante l'ordinazione. A questa vocazione specifica allude ancora
Sant'Agostino, che all'affermazione « Per voi sono vescovo, con voi sono
cristiano », fa seguire queste altre parole: « Se dunque mi è
causa di maggior gioia l'essere stato con voi riscattato che l'esservi posto a
capo, seguendo il comando del Signore, mi dedicherò col massimo impegno a
servirvi, per non essere ingrato a chi mi ha riscattato con quel prezzo che mi
ha fatto vostro conservo ».(112)
Il testo del Concilio procede oltre segnalando alcuni elementi necessari a
definire il contenuto della « specificità » della vita
spirituale dei presbiteri. Sono elementi che si connettono con la «
consacrazione » propria dei presbiteri, che li configura a Gesù
Cristo Capo e Pastore della Chiesa; con la « missione » o ministero
tipico degli stessi presbiteri, che li abilita e li impegna ad essere strumenti
vivi di Cristo eterno Sacerdote e ad agire « nel nome e nella persona
di Cristo stesso »; con la loro intera « vita », chiamata
a manifestare e a testimoniare in modo originale il « radicalismo
evangelico ».113
21. Mediante la consacrazione sacramentale, il sacerdote è
configurato a Gesù Cristo in quanto Capo e Pastore della Chiesa e riceve
in dono un « potere spirituale » che è partecipazione
all'autorità con la quale Gesù Cristo mediante il suo Spirito
guida la Chiesa.114
Grazie a questa consacrazione operata dallo Spirito nell'effusione
sacramentale dell'Ordine, la vita spirituale del sacerdote viene improntata,
plasmata, connotata da quegli atteggiamenti e comportamenti che sono propri di
Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa e che si compendiano nella sua
carità pastorale.
Gesù Cristo è Capo della Chiesa, suo Corpo. È «
Capo » nel senso nuovo e originale dell'essere servo, secondo le sue stesse
parole: « Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere
servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti ».115
Il servizio di Gesù giunge a pienezza con la morte in croce, ossia con il
dono totale di sé, nell'umiltà e nell'amore: « Spogliò
se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla
morte e alla morte di croce... ».116 L'autorità di Gesù
Cristo Capo coincide dunque con il suo servizio, con il suo dono, con la sua
dedizione totale, umile e amorosa nei riguardi della Chiesa. E questo in
perfetta obbedienza al Padre: egli è l'unico vero Servo sofferente del
Signore, insieme Sacerdote e Vittima.
Da questo preciso tipo di autorità, ossia dal servizio verso la
Chiesa, viene animata e vivificata l'esistenza spirituale di ogni sacerdote,
proprio come esigenza della sua configurazione a Gesù Cristo Capo e servo
della Chiesa.117 Così Sant'Agostino ammoniva un vescovo nel giorno della
sua ordinazione: « Chi è capo del popolo deve per prima cosa
rendersi conto che egli è il servo di molti. E non disdegni di esserlo,
ripeto, non disdegni di essere il servo di molti, poiché non disdegnò
di farsi nostro servo il Signore dei signori ».118
La vita spirituale dei ministri del Nuovo Testamento dovrà essere
improntata, dunque, a questo essenziale atteggiamento di servizio al popolo di
Dio,119 scevro da ogni presunzione e da ogni desiderio di « spadroneggiare »
sul gregge affidato.120 Un servizio fatto di buon animo, secondo Dio e
volentieri: in questo modo i ministri, gli « anziani » della comunità,
cioè i presbiteri, potranno essere « modello » del gregge, che,
a sua volta, è chiamato ad assumere nei confronti del mondo intero questo
atteggiamento sacerdotale di servizio alla pienezza della vita dell'uomo e alla
sua liberazione integrale.
22. L'immagine di Gesù Cristo Pastore della Chiesa, suo
gregge, riprende e ripropone, con nuove e più suggestive sfumature, gli
stessi contenuti di quella di Gesù Cristo Capo e servo. Inverando
l'annuncio profetico del Messia Salvatore, cantato gioiosamente dal salmista e
dal profeta Ezechiele,121 Gesù si autopresenta come il « buon
Pastore » 122 non solo di Israele, ma di tutti gli uomini.123 E la sua
vita è ininterrotta manifestazione, anzi quotidiana realizzazione della
sua « carità pastorale »: sente compassione delle folle, perché
sono stanche e sfinite, come pecore senza pastore;124 cerca le smarrite e
le disperse 125 e fa festa per il loro ritrovamento, le raccoglie e le difende,
le conosce e le chiama ad una ad una,126 le conduce ai pascoli erbosi e alle
acque tranquille,127 per loro imbandisce una mensa, nutrendole con la sua stessa
vita. Questa vita il buon Pastore offre con la sua morte e risurrezione, come la
liturgia romana della Chiesa canta: « È risorto il Pastore buono che
ha dato la vita per le sue pecorelle, e per il suo gregge è andato
incontro alla morte. Alleluia ».128
Pietro chiama Gesù il « Principe dei pastori »,129 perché
la sua opera e missione continuano nella Chiesa attraverso gli apostoli 130 e i
loro successori131 e attraverso i presbiteri. In forza della loro consacrazione,
i presbiteri sono configurati a Gesù Buon Pastore e sono chiamati a
imitare e a rivivere la sua stessa carità pastorale.
Il donarsi di Cristo alla Chiesa, frutto del suo amore, si connota di quella
dedizione originale che è propria dello sposo nei riguardi della sposa,
come più volte suggeriscono i testi sacri. Gesù è il
vero Sposo che offre il vino della salvezza alla Chiesa.132 Lui, che è
il « capo della Chiesa... e il salvatore del suo corpo »,133 « ha
amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola
per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi
comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o
alcunché di simile, ma santa e immacolata ».134 La Chiesa è sì
il corpo, nel quale è presente e operante Cristo Capo, ma è anche
la Sposa, che scaturisce come nuova Eva dal costato aperto del Redentore sulla
croce: per questo Cristo sta « davanti » alla Chiesa, « la nutre
e la cura » 135 con il dono della sua vita per lei. Il sacerdote è
chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Sposo della Chiesa:136
certamente egli rimane sempre parte della comunità come credente, insieme
a tutti gli altri fratelli e sorelle convocati dallo Spirito, ma in forza della
sua configurazione a Cristo Capo e Pastore si trova in tale posizione sponsale
di fronte alla comunità. « In quanto ripresenta Cristo capo, pastore
e sposo della Chiesa, il sacerdote si pone non solo nella Chiesa ma anche di
fronte alla Chiesa ».137 È chiamato, pertanto, nella sua vita
spirituale a rivivere l'amore di Cristo sposo nei riguardi della Chiesa sposa.
La sua vita dev'essere illuminata e orientata anche da questo tratto sponsale,
che gli chiede di essere testimone dell'amore sponsale di Cristo, di essere
quindi capace di amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico
distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele, e insieme con una
specie di « gelosia » divina,138 con una tenerezza che si riveste
persino delle sfumature dell'affetto materno, capace di farsi carico dei «
dolori del parto » finché « Cristo non sia formato » nei
fedeli.139
23. Il principio interiore, la virtù che anima e guida la vita
spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo Capo e Pastore è
la carità pastorale, partecipazione della stessa carità
pastorale di Gesù Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo, e
nello stesso tempo compito e appello alla risposta libera e responsabile
del presbitero.
Il contenuto essenziale della carità pastorale è il dono
di sé, il totale dono di sé alla Chiesa, ad
immagine e in condivisione con il dono di Cristo. « La carità
pastorale è quella virtù con la quale noi imitiamo Cristo nella
sua donazione di sé e nel suo servizio. Non è soltanto quello che
facciamo, ma il dono di noi stessi, che mostra l'amore di Cristo per il
suo gregge. La carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di
agire, il nostro modo di rapportarci alla gente. E risulta particolarmente
esigente per noi... ».140
Il dono di sé, radice e sintesi della carità pastorale, ha
come destinataria la Chiesa. Così è stato di Cristo che « ha
amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei »;141 così dev'essere
del sacerdote. Con la carità pastorale che impronta l'esercizio del
ministero sacerdotale come « amoris officium »,142 « il
sacerdote, che accoglie la vocazione al ministero, è in grado di fare di
questo una scelta di amore, per cui la Chiesa e le anime diventano il suo
interesse principale e, con tale spiritualità concreta, diventa capace di
amare la Chiesa universale e quella porzione di essa, che gli è affidata,
con tutto lo slancio di uno sposo verso la sposa ».143 Il dono di sé
non ha confini, essendo segnato dallo stesso slancio apostolico e missionario di
Cristo, del buon Pastore, che ha detto: « E ho altre pecore che non sono di
quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e
diventeranno un solo gregge e un solo pastore ».144
All'interno della comunità ecclesiale, la carità pastorale del
sacerdote sollecita ed esige in un modo particolare e specifico il suo rapporto
personale con il presbiterio, unito nel e con il Vescovo, come esplicitamente
scrive il Concilio: « La carità pastorale esige che i presbiteri, se
non vogliono correre invano, lavorino sempre nel vincolo della comunione con i
Vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio ».145
Il dono di sé alla Chiesa la riguarda in quanto essa è il
corpo e la sposa di Gesù Cristo. Per questo la carità del
sacerdote si riferisce primariamente a Gesù Cristo: solo se ama e serve
Cristo Capo e Sposo, la carità diventa fonte, criterio, misura, impulso
dell'amore e del servizio del sacerdote alla Chiesa, corpo e sposa di Cristo. È
stata questa la coscienza limpida e forte dell'apostolo Paolo, che ai cristiani
della Chiesa di Corinto scrive: « Quanto a noi, siamo i vostri servitori
per amore di Gesù ».146 È questo, soprattutto, l'insegnamento
esplicito e programmatico di Gesù quando affida a Pietro il ministero di
pascere il gregge solo dopo la sua triplice attestazione di amore, anzi di un
amore di predilezione: « Gli disse per la terza volta: "Simone di
Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro gli disse: "Signore, tu sai tutto; tu
sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie
pecorelle..." ».147 La carità pastorale, che ha la sua sorgente
specifica nel sacramento dell'Ordine, trova la sua espressione piena e il suo
supremo alimento nell'Eucaristia: « Questa carità pastorale
leggiamo nel Concilio scaturisce soprattutto dal sacrificio eucaristico,
il quale risulta quindi il centro e la radice di tutta la vita del presbitero,
cosicché l'anima sacerdotale si studia di rispecchiare in sé ciò
che viene realizzato sull'altare ».148 È nell'Eucaristia, infatti,
che viene ripresentato, ossia fatto di nuovo presente il sacrificio della croce,
il dono totale di Cristo alla sua Chiesa, il dono del suo corpo dato e del suo
sangue sparso, quale suprema testimonianza del suo essere Capo e Pastore, Servo
e Sposo della Chiesa. Proprio per questo, la carità pastorale del
sacerdote non solo scaturisce dall'Eucaristia, ma trova nella celebrazione di
questa la sua più alta realizzazione, così come dall'Eucaristia
riceve la grazia e la responsabilità di connotare in senso «
sacrificale » la sua intera esistenza.
Questa stessa carità pastorale costituisce il principio interiore
e dinamico capace di unificare le molteplici e diverse attività del
sacerdote. Grazie ad essa può trovare risposta l'essenziale e
permanente esigenza dell'unità tra la vita interiore e le tante azioni e
responsabilità del ministero, esigenza quanto mai urgente in un contesto
socio-culturale ed ecclesiale fortemente segnato dalla complessità, dalla
frammentarietà e dalla dispersività. Solo la concentrazione di
ogni istante e di ogni gesto attorno alla scelta fondamentale e qualificante di
« dare la vita per il gregge » può garantire questa unità
vitale, indispensabile per l'armonia e per l'equilibrio spirituale del
sacerdote: « L'unità di vita ci ricorda il Concilio può
essere raggiunta dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero
l'esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà
di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera... Così,
rappresentando il buon Pastore, nello stesso esercizio pastorale della carità
troveranno il vincolo della perfezione sacerdotale che realizzerà l'unità
nella loro vita e attività ».149
24. Lo Spirito del Signore ha consacrato Cristo e lo ha mandato ad
annunciare il Vangelo.150 La missione non è un elemento esteriore e
giustapposto alla consacrazione, ma ne costituisce la destinazione intrinseca e
vitale: la consacrazione è per la missione. Così, non solo
la consacrazione, ma anche la missione sta sotto il segno dello Spirito,
sotto il suo influsso santificatore.
Così è stato di Gesù. Così è stato degli
apostoli e dei loro successori. Così è dell'intera Chiesa e in
essa dei presbiteri: tutti ricevono lo Spirito come dono e appello di
santificazione all'interno e attraverso il compimento della missione.151
Esiste dunque un intimo rapporto tra la vita spirituale del presbitero e
l'esercizio del suo ministero,152 rapporto che il Concilio così esprime: «
Esercitando il ministero dello Spirito e della giustizia essi (presbiteri)
vengono consolidati nella vita dello spirito, a condizione però che siano
docili agli insegnamenti dello Spirito di Cristo che li vivifica e li conduce. I
presbiteri, infatti, sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle
stesse azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro
ministero, che esercitano in stretta unione con il Vescovo e tra di loro. Ma la
stessa santità dei presbiteri, a sua volta, contribuisce moltissimo al
compimento efficace del loro ministero ».153
« Vivi il mistero che è posto nelle tue mani »! È
questo l'invito, il monito che la Chiesa rivolge al presbitero nel rito
dell'ordinazione, quando gli vengono consegnate le offerte del popolo santo per
il sacrificio eucaristico. Il « mistero », di cui il presbitero è
dispensatore,154 è, in definitiva, Gesù Cristo stesso, che nello
Spirito è sorgente di santità e appello alla santificazione. Il «
mistero » chiede di essere inserito nella vita vissuta del presbitero. Per
questo esige grande vigilanza e viva consapevolezza. È ancora il rito
dell'ordinazione a far precedere le parole ricordate dalla raccomandazione: «
Renditi conto di ciò che farai ». Già Paolo ammoniva il
vescovo Timoteo: « Non trascurare il dono spirituale che è in te ».155
Il rapporto tra la vita spirituale e l'esercizio del ministero sacerdotale
può trovare una sua spiegazione anche a partire dalla carità
pastorale donata dal sacramento dell'Ordine. Il ministero del sacerdote, proprio
perché è una partecipazione al ministero salvifico di Gesù
Cristo Capo e Pastore, non può non riesprimere e rivivere quella sua
carità pastorale che insieme è la sorgente e lo spirito del suo
servizio e del suo dono di sé. Nella sua realtà oggettiva il
ministero sacerdotale è « amoris officium », secondo la
citata espressione di Sant'Agostino: proprio questa realtà oggettiva si
pone come fondamento e appello per un ethos corrispondente, che non può
essere se non quello di vivere l'amore, come rileva lo stesso Sant'Agostino:
« Sit amoris officium pascere dominicum gregem ».156 Tale ethos,
e quindi la vita spirituale, altro non è che l'accoglienza nella
coscienza e nella libertà, e pertanto nella mente, nel cuore, nelle
decisioni e nelle azioni, della « verità » del ministero
sacerdotale come « amoris officium ».
25. È essenziale, per una vita spirituale che si sviluppa attraverso
l'esercizio del ministero, che il sacerdote rinnovi continuamente e
approfondisca sempre più la coscienza di essere ministro di Gesù
Cristo in forza della consacrazione sacramentale e della configurazione a
Lui Capo e Pastore della Chiesa.
Una simile coscienza non soltanto corrisponde alla vera natura della
missione che il sacerdote svolge a favore della Chiesa e dell'umanità, ma
decide anche della vita spirituale del sacerdote che compie quella missione. Il
sacerdote, infatti, viene scelto da Cristo non come una « cosa », bensì
come una « persona »: egli non è uno strumento inerte e passivo
ma uno « strumento vivo », come si esprime il Concilio, proprio là
dove parla dell'obbligo di tendere alla perfezione.157 È ancora il
Concilio a parlare dei sacerdoti come di « soci e collaboratori » di
Dio « santo e santificatore ».158
In tale senso nell'esercizio del ministero è profondamente coinvolta
la persona cosciente, libera e responsabile del sacerdote. Il legame con Gesù
Cristo, che la consacrazione e configurazione del sacramento dell'Ordine
assicurano, fonda ed esige nel sacerdote un ulteriore legame che è dato
dalla « intenzione », ossia dalla volontà cosciente e libera di
fare, mediante il gesto ministeriale, ciò che intende fare la Chiesa. Un
simile legame tende, per sua natura, a farsi il più ampio e il più
profondo possibile, investendo la mente, i sentimenti, la vita, ossia una serie
di « disposizioni » morali e spirituali corrispondenti ai gesti
ministeriali che il sacerdote pone.
Non c'è dubbio che l'esercizio del ministero sacerdotale, in specie
la celebrazione dei Sacramenti, riceve la sua efficacia di salvezza dall'azione
stessa di Gesù Cristo resa presente nei Sacramenti. Ma per un disegno
divino, che vuole esaltare l'assoluta gratuità della salvezza facendo
dell'uomo un « salvato » e insieme un « salvatore »
sempre e solo con Gesù Cristo , l'efficacia dell'esercizio del
ministero è condizionata anche dalla maggior o minor accoglienza e
partecipazione umana.159 In particolare, la maggiore o minore santità del
ministro influisce realmente sull'annuncio della Parola, sulla celebrazione dei
Sacramenti, sulla guida della comunità nella carità. È
quanto afferma con chiarezza il Concilio: « La stessa santità dei
presbiteri ... contribuisce moltissimo al compimento efficace del loro
ministero: infatti, se è vero che la grazia di Dio può realizzare
l'opera della salvezza anche attraverso ministri indegni, ciò nondimeno
Dio, ordinariamente, preferisce manifestare le sue grandezze attraverso coloro i
quali, fattisi più docili agli impulsi e alla direzione dello Spirito
Santo, possono dire con l'apostolo, grazie alla propria intima unione con Cristo
e alla santità di vita: "Ormai non sono più io che vivo, bensì
è Cristo che vive in me"160 ».161
La coscienza di essere ministro di Gesù Cristo Capo e Pastore
comporta anche la coscienza grata e gioiosa di una singolare grazia ricevuta da
Gesù Cristo: la grazia di essere stato scelto gratuitamente dal Signore
come « strumento vivo » dell'opera della salvezza. Questa scelta
testimonia l'amore di Gesù Cristo per il sacerdote. Proprio quest'amore,
come e più d'ogni altro amore, esige la corrispondenza. Dopo la sua
risurrezione, Gesù pone a Pietro la fondamentale domanda sull'amore: «
Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro? ». E alla
risposta di Pietro segue l'affidamento della missione: « Pasci i miei
agnelli ».162 Gesù chiede a Pietro se lo ami, prima di e per
potergli consegnare il suo gregge. Ma, in realtà, è l'amore libero
e preveniente di Gesù stesso a originare la sua richiesta all'apostolo e
l'affidamento a lui delle « sue » pecore. Così ogni gesto
ministeriale, mentre conduce ad amare e a servire la Chiesa, spinge a maturare
sempre più nell'amore e nel servizio a Gesù Cristo Capo, Pastore e
Sposo della Chiesa, un amore che si configura sempre come risposta a quello
preveniente, libero e gratuito di Dio in Cristo. A sua volta, la crescita
dell'amore a Gesù Cristo determina la crescita dell'amore alla Chiesa: «
Siamo vostri pastori (pascimus vobis), con voi siamo nutriti (pascimur
vobiscum). Il Signore ci dia la forza di amarvi a tal punto da poter morire
per voi, o di fatto o col cuore (aut effectu aut affectu) ».163
26. Grazie al prezioso insegnamento del Concilio Vaticano II,164 possiamo
cogliere le condizioni e le esigenze, le modalità e i frutti dell'intimo
rapporto che esiste tra la vita spirituale del sacerdote e l'esercizio del suo
triplice ministero: della Parola, del Sacramento e del servizio della Carità.
Il sacerdote è, anzitutto, ministro della Parola di Dio, è
consacrato e mandato ad annunciare a tutti il Vangelo del Regno, chiamando ogni
uomo all'obbedienza della fede e conducendo i credenti ad una conoscenza e
comunione sempre più profonde del mistero di Dio, rivelato e comunicato a
noi in Cristo. Per questo, il sacerdote stesso per primo deve sviluppare una
grande familiarità personale con la Parola di Dio: non gli basta
conoscerne l'aspetto linguistico o esegetico, che pure è necessario; gli
occorre accostare la Parola con cuore docile e orante, perché essa
penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti e generi in lui una mentalità
nuova « il pensiero di Cristo » 165 , in modo che le sue
parole, le sue scelte e i suoi atteggiamenti siano sempre più una
trasparenza, un annuncio ed una testimonianza del Vangelo. Solo « rimanendo
» nella Parola, il sacerdote diventerà perfetto discepolo del
Signore, conoscerà la verità e sarà veramente libero,
superando ogni condizionamento contrario od estraneo al Vangelo.166 Il sacerdote
dev'essere il primo « credente » alla Parola, nella piena
consapevolezza che le parole del suo ministero non sono « sue », ma di
Colui che lo ha mandato. Di questa Parola egli non è padrone: è
servo. Di questa Parola egli non è unico possessore: è debitore
nei riguardi del Popolo di Dio. Proprio perché evangelizza e perché
possa evangelizzare, il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza
del suo permanente bisogno di essere evangelizzato.167 Egli annuncia la Parola
nella sua qualità di « ministro », partecipe dell'autorità
profetica di Cristo e della Chiesa. Per questo, per avere in se stesso e per
dare ai fedeli la garanzia di trasmettere il Vangelo nella sua integrità
il sacerdote è chiamato a coltivare una sensibilità, un amore e
una disponibilità particolari nei confronti della Tradizione viva della
Chiesa e del suo Magistero: questi non sono estranei alla Parola, ma ne servono
la retta interpretazione e ne custodiscono il senso autentico.168
È soprattutto nella celebrazione dei Sacramenti e nella
celebrazione della Liturgia delle Ore che il sacerdote è chiamato a
vivere e a testimoniare l'unità profonda tra l'esercizio del suo
ministero e la sua vita spirituale: il dono di grazia offerto alla Chiesa si fa
principio di santità e appello di santificazione. Anche per il sacerdote
il posto veramente centrale, sia nel ministero sia nella vita spirituale, è
dell'Eucaristia, perché in essa « è racchiuso tutto il bene
spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo
che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo, dà vita agli
uomini, i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire insieme a lui se
stessi, le proprie fatiche e tutte le cose create ».169
Dai diversi Sacramenti, e in particolare dalla grazia specifica e propria a
ciascuno di essi, la vita spirituale del presbitero riceve connotazioni
particolari. Essa, infatti, viene strutturata e plasmata dalle molteplici
caratteristiche ed esigenze dei diversi Sacramenti celebrati e vissuti.
Una parola speciale voglio riservare per il Sacramento della Penitenza, del
quale i sacerdoti sono i ministri ma devono anche esserne i beneficiari,
divenendo testimoni della compassione di Dio per i peccatori. La vita spirituale
e pastorale del sacerdote, come quella dei suoi fratelli laici e religiosi,
dipende, per la sua qualità e il suo fervore, dall'assidua e coscienziosa
pratica personale del Sacramento della Penitenza. Ripropongo quanto ho scritto
nell'Esortazione « Reconciliatio et Paenitentia »: « La vita
spirituale e pastorale del sacerdote, come quella dei suoi fratelli laici e
religiosi, dipende, per la sua qualità e il suo fervore, dall'assidua e
coscienziosa pratica personale del Sacramento della Penitenza. La celebrazione
dell'Eucaristia e il ministero degli altri Sacramenti, lo zelo pastorale, il
rapporto con i fedeli, la comunione con i confratelli, la collaborazione col
Vescovo, la vita di preghiera, in una parola tutta l'esistenza sacerdotale
subisce un inesorabile scadimento, se viene a mancarle, per negligenza o per
qualsiasi altro motivo, il ricorso, periodico e ispirato d'autentica fede e
devozione, al Sacramento della Penitenza. In un prete che non si confessasse più
o si confessasse male, il suo essere prete e il suo fare il prete
ne risentirebbero molto presto, e se ne accorgerebbe anche la Comunità,
di cui egli è pastore ».170
Infine, il sacerdote è chiamato a rivivere l'autorità e il
servizio di Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa animando e
guidando la comunità ecclesiale, ossia riunendo « la famiglia di
Dio come fraternità animata nell'unità » e conducendola «
al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo ».171 Questo « munus
regendi » è compito molto delicato e complesso, che include, oltre
all'attenzione alle singole persone e alle diverse vocazioni, la capacità
di coordinare tutti i doni e i carismi che lo Spirito suscita nella comunità,
verificandoli e valorizzandoli per l'edificazione della Chiesa sempre in unione
con i Vescovi. Si tratta di un ministero che richiede al sacerdote una vita
spirituale intensa, ricca di quelle qualità e virtù che sono
tipiche della persona che « presiede » e « guida » una
comunità, dell'« anziano » nel senso più nobile e ricco
del termine: tali sono la fedeltà, la coerenza, la saggezza,
l'accoglienza di tutti, l'affabile bontà, l'autorevole fermezza sulle
cose essenziali, la libertà da punti di vista troppo soggettivi, il
disinteresse personale, la pazienza, il gusto dell'impegno quotidiano, la
fiducia nel lavoro nascosto della grazia che si manifesta nei semplici e nei
poveri.172
27. « Lo Spirito del Signore è sopra di me ».173 Lo Spirito
Santo effuso dal sacramento dell'Ordine è fonte di santità e
appello alla santificazione, non solo perché configura il sacerdote a
Cristo Capo e Pastore della Chiesa e gli affida la missione profetica,
sacerdotale e regale da compiere nel nome e nella persona di Cristo, ma anche
perché anima e vivifica la sua esistenza quotidiana, arricchendola di
doni e di esigenze, di virtù e di impulsi, che si compendiano nella carità
pastorale. Una simile carità è sintesi unificante dei valori e
delle virtù evangeliche e insieme forza che sostiene il loro sviluppo
sino alla perfezione cristiana.174
Per tutti i cristiani, nessuno escluso, il radicalismo evangelico è
un'esigenza fondamentale e irrinunciabile, che scaturisce dall'appello di Cristo
a seguirlo e ad imitarlo, in forza dell'intima comunione di vita con lui operata
dallo Spirito.175 Questa stessa esigenza si ripropone per i sacerdoti, non solo
perché sono « nella » Chiesa, ma anche perché sono «
di fronte » alla Chiesa, in quanto sono configurati a Cristo Capo e
Pastore, abilitati e impegnati al ministero ordinato, vivificati dalla carità
pastorale. Ora, all'interno e come manifestazione del radicalismo evangelico si
ritrova una ricca fioritura di molteplici virtù ed esigenze etiche che
sono decisive per la vita pastorale e spirituale del sacerdote, come, ad
esempio, la fede, l'umiltà di fronte al mistero di Dio, la misericordia,
la prudenza. Espressione privilegiata del radicalismo sono i diversi «
consigli evangelici », che Gesù propone nel Discorso della Montagna
176 e tra questi i consigli, intimamente coordinati tra loro,d'obbedienza,
castità e povertà: 177 il sacerdote è chiamato a
viverli secondo quelle modalità, e più profondamente secondo
quelle finalità e quel significato originale, che derivano dall'identità
propria del presbitero e la esprimono.
28. « Tra le virtù che più sono necessarie nel ministero
dei presbiteri, va ricordata quella disposizione d'animo per cui sempre sono
pronti a cercare non la propria volontà, ma il compimento della volontà
di colui che li ha inviati 178 ».179 È l'obbedienza, che nel
caso della vita spirituale del sacerdote si riveste di alcune caratteristiche
peculiari.
Essa è, anzitutto, un'obbedienza « apostolica »,
nel senso che riconosce, ama e serve la Chiesa nella sua struttura gerarchica.
Non si dà, infatti, ministero sacerdotale se non nella comunione con il
sommo Pontefice e con il Collegio episcopale, in particolare con il proprio
Vescovo diocesano, ai quali sono da riservarsi « il filiale rispetto e
l'obbedienza » promessi nel rito dell'ordinazione. Questa «
sottomissione » a quanti sono rivestiti dell'autorità ecclesiale non
ha nulla di umiliante, ma deriva dalla libertà responsabile del
presbitero, che accoglie non solo le esigenze di una vita ecclesiale organica e
organizzata, ma anche quella grazia di discernimento e di responsabilità
nelle decisioni ecclesiali, che Gesù ha garantito ai suoi apostoli e ai
loro successori, perché sia custodito con fedeltà il mistero della
Chiesa e perché la compagine della comunità cristiana venga
servita nel suo unitario cammino verso la salvezza.
L'obbedienza cristiana autentica, rettamente motivata e vissuta senza
servilismi, aiuta il presbitero ad esercitare con evangelica trasparenza
l'autorità che gli è affidata nei confronti del Popolo di Dio:
senza autoritarismi e senza scelte demagogiche. Solo chi sa obbedire in Cristo,
sa come richiedere, secondo il Vangelo, l'obbedienza altrui.
L'obbedienza presbiterale presenta inoltre un'esigenza «
comunitaria »: non è l'obbedienza di un singolo che
individualmente si rapporta con l'autorità, ma è invece
profondamente inserita nell'unità del presbiterio, che come tale è
chiamato a vivere la concorde collaborazione con il Vescovo e, per suo tramite,
con il successore di Pietro.180
Questo aspetto dell'obbedienza del sacerdote richiede una notevole ascesi,
sia nel senso di un'abitudine a non legarsi troppo alle proprie preferenze o ai
propri punti di vista, sia nel senso di lasciare spazio ai confratelli perché
possano valorizzare i loro talenti e le loro capacità, al di fuori di
ogni gelosia, invidia e rivalità. Quella del sacerdote è
un'obbedienza solidale, che parte dalla sua appartenenza all'unico presbiterio e
che sempre all'interno di esso e con esso esprime orientamenti e scelte
corresponsabili.
Infine, l'obbedienza sacerdotale ha un particolare carattere di «
pastorali- tà ». È vissuta, cioè, in un clima di
costante disponibilità a lasciarsi afferrare, quasi « mangiare »,
dalle necessità e dalle esigenze del gregge. Queste ultime devono avere
una giusta razionalità, e talvolta vanno selezionate e sottoposte a
verifica, ma è innegabile che la vita del presbitero è «
occupata » in modo pieno dalla fame di Vangelo, di fede, di speranza e di
amore di Dio e del suo mistero, la quale più o meno consapevolmente è
presente nel Popolo di Dio a lui affidato.
29. Tra i consigli evangelici scrive il Concilio «
eccelle questo prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni 181
di votarsi a Dio solo più facilmente e con un cuore senza divisioni 182
nella verginità e nel celibato. Questa perfetta continenza per il Regno
dei cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, come un
segno e uno stimolo della carità e come una speciale sorgente di fecondità
nel mondo ».183 Nella verginità e nel celibato la
castità mantiene il suo significato originario, quello cioè di una
sessualità umana vissuta come autentica manifestazione e prezioso
servizio all'amore di comunione e di donazione interpersonale. Questo
significato sussiste pienamente nella verginità, che realizza, pur nella
rinuncia al matrimonio, il « significato sponsale » del corpo mediante
una comunione e una donazione personale a Gesù Cristo e alla sua Chiesa
che prefigurano e anticipano la comunione e la donazione perfette e definitive
dell'al di là: « Nella verginità l'uomo è in attesa,
anche corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa,
donandosi integralmente alla Chiesa nella speranza che Cristo si doni a questa
nella piena verità della vita eterna ».184
In questa luce si possono più facilmente comprendere e apprezzare i
motivi della scelta plurisecolare che la Chiesa di Occidente ha fatto e che ha
mantenuto, nonostante tutte le difficoltà e le obiezioni sollevate lungo
i secoli, di conferire l'ordine presbiterale solo a uomini che diano prova di
essere chiamati da Dio al dono della castità nel celibato assoluto e
perpetuo.
I Padri sinodali hanno espresso con chiarezza e con forza il loro pensiero
con un'importante Proposizione, che merita di essere integralmente e
letteralmente riferita: « Ferma restante la disciplina delle Chiese
Orientali, il Sinodo, convinto che la castità perfetta nel celibato
sacerdotale è un carisma, ricorda ai presbiteri che essa costituisce un
dono inestimabile di Dio per la Chiesa e rappresenta un valore profetico per il
mondo attuale. Questo Sinodo nuovamente e con forza afferma quanto la Chiesa
Latina e alcuni riti orientali richiedono, che cioè il sacerdozio venga
conferito solo a quegli uomini che hanno ricevuto da Dio il dono della vocazione
alla castità celibe (senza pregiudizio della tradizione di alcune Chiese
orientali e dei casi particolari di clero uxorato proveniente da conversioni al
cattolicesimo, per il quale si dà eccezione nell'enciclica di Paolo VI, «
Sacerdotalis Caelibatus »). Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio
nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la
legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati
all'ordinazione sacerdotale nel rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato
sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e
spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del
Regno che non è di questo mondo, segno dell'amore di Dio verso questo
mondo nonché dell'amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di
Dio, così che il celibato sia visto come arricchimento positivo del
sacerdozio ».185
È particolarmente importante che il sacerdote comprenda la
motivazione teologica della legge ecclesiastica sul celibato. In quanto legge,
esprime la volontà della Chiesa, prima ancora che la volontà
del soggetto espressa dalla sua disponibilità. Ma la volontà della
Chiesa trova la sua ultima motivazione nel legame che il celibato ha con
l'Ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e
Sposo della Chiesa. La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere
amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo
e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé
in e con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio
del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore.
Per un'adeguata vita spirituale del sacerdote occorre che il celibato sia
considerato e vissuto non come un elemento isolato o puramente negativo, ma come
un aspetto di un orientamento positivo, specifico e caratteristico del
sacerdote: egli, lasciando il padre e la madre, segue Gesù buon Pastore,
in una comunione apostolica, a servizio del Popolo di Dio. Il celibato è
dunque da accogliere con libera e amorosa decisione da rinnovare continuamente,
come dono inestimabile di Dio, come « stimolo della carità pastorale
»,186 come singolare partecipazione alla paternità di Dio e alla
fecondità della Chiesa, come testimonianza al mondo del Regno
escatologico. Per vivere tutte le esigenze morali, pastorali e spirituali del
celibato sacerdotale è assolutamente necessaria la preghiera umile e
fiduciosa, come ci avverte il Concilio: « Al mondo d'oggi, quanto più
la perfetta continenza viene considerata impossibile da tante persone, con tanta
maggiore umiltà e perseveranza debbono i presbiteri implorare insieme
alla Chiesa la grazia della fedeltà che mai è negata a chi la
richiede, ricorrendo allo stesso tempo ai mezzi soprannaturali e naturali di cui
tutti dispongono ».187 Sarà ancora la preghiera, unita ai Sacramenti
della Chiesa e all'impegno ascetico, ad infondere speranza nelle difficoltà,
perdono nelle mancanze, fiducia e coraggio nella ripresa del cammino.
30. Della povertà evangelica i Padri sinodali hanno dato una
descrizione quanto mai concisa e profonda, presentandola come «
sottomissione di tutti i beni al Bene supremo di Dio e del suo Regno ».188
In realtà, solo chi contempla e vive il mistero di Dio quale unico e
sommo Bene, quale vera e definitiva Ricchezza, può capire e realizzare la
povertà, che non è certamente disprezzo e rifiuto dei beni
materiali, ma è uso grato e cordiale di questi beni ed insieme lieta
rinuncia ad essi con grande libertà interiore, ossia in ordine a Dio e ai
suoi disegni.
La povertà del sacerdote, in forza della sua configurazione
sacramentale a Cristo Capo e Pastore, assume precise connotazioni «
pastorali », sulle quali, riprendendo e sviluppando l'insegnamento
conciliare,189 si sono soffermati i Padri sinodali. Scrivono tra l'altro: «
I sacerdoti, sull'esempio di Cristo che da ricco come era si è fatto
povero per nostro amore,190 devono considerare i poveri e più deboli come
loro affidati in una maniera speciale e devono essere capaci di testimoniare la
povertà con una vita semplice e austera, essendo già abituati a
rinunciare generosamente alle cose superflue 191 ».192
È vero che « l'operaio è degno della sua mercede » e
che « il Signore ha disposto che quelli che annunziano il Vangelo vivano
del Vangelo »,193 ma è altrettanto vero che questo diritto
dell'apostolo non può assolutamente confondersi con qualsiasi pretesa di
piegare il servizio del Vangelo e della Chiesa ai vantaggi e agli interessi che
ne possono derivare. Solo la povertà assicura al sacerdote la sua
disponibilità ad essere mandato là dove la sua opera è più
utile ed urgente, anche con sacrificio personale. È condizione e premessa
indispensabile alla docilità dell'apostolo allo Spirito, che lo rende
pronto ad « andare », senza zavorre e senza legami, seguendo solo la
volontà del Maestro.194
Personalmente inserito nella vita della comunità e responsabile di
essa, il sacerdote deve offrire anche la testimonianza di una totale «
trasparenza » nell'amministrazione dei beni della comunità stessa,
che egli non tratterà mai come fossero un patrimonio proprio, ma come
cosa di cui deve rendere conto a Dio e ai fratelli, soprattutto ai poveri. La
coscienza poi di appartenere all'unico presbiterio spingerà il sacerdote
ad impegnarsi per favorire sia una più equa distribuzione dei beni tra i
confratelli, sia un certo uso in comune dei beni.195
La libertà interiore, che la povertà evangelica custodisce e
alimenta, abilita il prete a stare accanto ai più deboli, a farsi
solidale con i loro sforzi per l'instaurazione d'una società più
giusta, ad essere più sensibile e più capace di comprensione e di
discernimento dei fenomeni riguardanti l'aspetto economico e sociale della vita,
a promuovere la scelta preferenziale dei poveri: questa, senza escludere nessuno
dall'annuncio e dal dono della salvezza, sa chinarsi sui piccoli, sui peccatori,
sugli emarginati di ogni specie, secondo il modello dato da Gesù nello
svolgimento del suo ministero profetico e sacerdotale.196
Né va dimenticato il significato profetico della povertà
sacerdotale, particolarmente urgente nelle società opulente e consumiste:
« Il sacerdote veramente povero è di certo un segno concreto della
separazione, della rinuncia e non della sottomissione alla tirannia del mondo
contemporaneo che ripone ogni sua fiducia nel denaro e nella sicurezza materiale
».197
Gesù Cristo, che sulla croce conduce a perfezione la sua carità
pastorale con un'abissale spogliazione esteriore e interiore, è il
modello e la fonte delle virtù di obbedienza, castità e povertà,
che il sacerdote è chiamato a vivere come espressione del suo amore
pastorale per i fratelli. Secondo quanto Paolo scrive ai cristiani di Filippi,
il sacerdote deve avere gli « stessi sentimenti » di Gesù,
spogliandosi del proprio « io », per trovare, nella carità
obbediente, casta e povera, la via maestra dell'unione con Dio e dell'unità
con i fratelli.198
31. Come ogni vita spirituale autenticamente cristiana, anche quella del
sacerdote possiede un'essenziale e irrinunciabile dimensione ecclesiale: è
partecipazione alla santità della Chiesa stessa, che nel Credo
professiamo quale « Comunione dei Santi ». La santità del
cristiano deriva da quella della Chiesa, la esprime e nello stesso tempo
l'arricchisce. Questa dimensione ecclesiale riveste modalità, finalità
e significati particolari nella vita spirituale del presbitero, in forza del suo
specifico rapporto con la Chiesa, sempre a partire dalla sua configurazione a
Cristo Capo e Pastore, dal suo ministero ordinato, dalla sua carità
pastorale.
In questa prospettiva occorre considerare come valore spirituale del
presbitero la sua appartenenza e la sua dedicazione alla Chiesa particolare.
Queste, in realtà, non sono motivate soltanto da ragioni organizzative e
disciplinari. Al contrario, il rapporto con il Vescovo nell'unico presbiterio,
la condivisione della sua sollecitudine ecclesiale, la dedicazione alla cura
evangelica del Popolo di Dio nelle concrete condizioni storiche e ambientali
della Chiesa particolare sono elementi dai quali non si può prescindere
nel delineare la configurazione propria del sacerdote e della sua vita
spirituale. In questo senso la incardinazione non si esaurisce in un vincolo
puramente giuridico, ma comporta anche una serie di atteggiamenti e di scelte
spirituali e pastorali, che contribuiscono a conferire una fisionomia specifica
alla figura vocazionale del presbitero.
È necessario che il sacerdote abbia la coscienza che il suo «
essere in una Chiesa particolare » costituisce, di sua natura, un elemento
qualificante per vivere la spiritualità cristiana. In tal senso il
presbitero trova proprio nella sua appartenenza e dedicazione alla Chiesa
particolare una fonte di significati, di criteri di discernimento e di azione,
che configurano sia la sua missione pastorale sia la sua vita spirituale.
Al cammino verso la perfezione possono contribuire anche altre ispirazioni o
riferimenti ad altre tradizioni di vita spirituale, capaci di arricchire la vita
sacerdotale dei singoli e di animare il presbiterio di preziosi doni spirituali.
È questo il caso di molte aggregazioni ecclesiali antiche e nuove, che
accolgono nel proprio ambito anche sacerdoti: dalle società di vita
apostolica agli istituti secolari presbiterali, dalle varie forme di comunione e
di condivisione spirituale ai movimenti ecclesiali. I sacerdoti, che
appartengono ad ordini e a congregazioni religiose, sono una ricchezza
spirituale per l'intero presbiterio diocesano, al quale offrono il contributo di
specifici carismi e di ministeri qualificati, stimolando con la loro presenza la
Chiesa particolare a vivere più intensamente la sua apertura
universale.199
L'appartenenza del sacerdote alla Chiesa particolare e la sua dedicazione,
fino al dono della vita, per l'edificazione della Chiesa « nella
persona » di Cristo Capo e Pastore, a servizio di tutta la comunità
cristiana, in cordiale e filiale riferimento al Vescovo, devono essere
rafforzate da ogni altro carisma che entri a far parte di un'esistenza
sacerdotale o si affianchi ad essa.200
Perché l'abbondanza dei doni dello Spirito venga accolta nella gioia
e fatta fruttificare a gloria di Dio per il bene della Chiesa intera, si esige
da parte di tutti, in primo luogo, la conoscenza ed il discernimento dei carismi
propri ed altrui, e un loro esercizio accompagnato sempre dall'umiltà
cristiana, dal coraggio dell'autocritica, dall'intenzione, prevalente su ogni
altra preoccupazione, di giovare all'edificazione dell'intera comunità al
cui servizio è posto ogni carisma particolare. Si chiede, inoltre, a
tutti un sincero sforzo di reciproca stima, di rispetto vicendevole e di
coordinata valorizzazione di tutte le positive e legittime diversità
presenti nel presbiterio. Anche tutto questo fa parte della vita spirituale e
della continua ascesi del sacerdote.
32. L'appartenenza e la dedicazione alla Chiesa particolare non rinchiudono
in essa l'attività e la vita del presbitero: queste non possono affatto
esservi rinchiuse, per la natura stessa sia della Chiesa particolare 201 sia del
ministero sacerdotale. Il Concilio scrive al riguardo: « Il dono spirituale
che i presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione non li prepara a una missione
limitata e ristretta, bensì ad una vastissima e universale missione di
salvezza, "fino agli ultimi confini della terra",202 dato che
qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della
missione affidata da Cristo agli apostoli ».203
Ne deriva che la vita spirituale dei sacerdoti dev'essere profondamente
segnata dall'anelito e dal dinamismo missionario. Tocca loro, nell'esercizio del
ministero e nella testimonianza della vita, plasmare la comunità loro
affidata come comunità autenticamente missionaria. Come ho scritto
nell'enciclica « Redemptoris Missio », « tutti i sacerdoti
debbono avere cuore e mentalità missionaria, essere aperti ai bisogni
della Chiesa e del mondo, attenti ai più lontani e, soprattutto, ai
gruppi non cristiani del proprio ambiente. Nella preghiera e, in particolare,
nel sacrificio eucaristico sentano la sollecitudine di tutta la Chiesa per tutta
l'umanità ».204
Se questo spirito missionario animerà generosamente la vita dei
sacerdoti, sarà facilitata la risposta a quell'esigenza sempre più
grave oggi nella Chiesa che nasce da una diseguale distribuzione del clero. In
questo senso già il Concilio è stato quanto mai preciso e forte: «
Ricordino i presbiteri che a loro incombe la sollecitudine di tutte le Chiese.
Pertanto i presbiteri di quelle diocesi che hanno maggior abbondanza di
vocazioni si mostrino disposti ad esercitare volentieri il proprio ministero,
previo il consenso o l'invito del proprio ordinario, in quelle regioni, missioni
o opere che soffrano di scarsezza di clero ».205
33. « Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha
consacrato, e mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio... ».206
Gesù fa risuonare anche oggi nel nostro cuore di sacerdoti le parole che
ha pronunciato nella sinagoga di Nazaret. La nostra fede, infatti, ci rivela la
presenza operante dello Spirito di Cristo nel nostro essere, nel nostro agire e
nel nostro vivere così come l'ha configurato, abilitato e plasmato il
sacramento dell'Ordine.
Sì, lo Spirito del Signore è il grande protagonista della
nostra vita spirituale. Egli crea il « cuore nuovo », lo anima e
lo guida con la « legge nuova » della carità, della carità
pastorale. Per lo sviluppo della vita spirituale è decisiva la
consapevolezza che non manca mai al sacerdote la grazia dello Spirito Santo,
come dono totalmente gratuito e come compito responsabilizzante. La coscienza
del dono infonde e sostiene l'incrollabile fiducia del sacerdote nelle difficoltà,
nelle tentazioni, nelle debolezze che s'incontrano sul cammino spirituale.
Ripropongo a tutti i sacerdoti quanto dissi a tanti di loro in altra
occasione: « La vocazione sacerdotale è essenzialmente una chiamata
alla santità, nella forma che scaturisce dal sacramento dell'Ordine. La
santità è intimità con Dio, è imitazione di Cristo,
povero, casto e umile; è amore senza riserve alle anime e donazione al
loro vero bene; è amore alla Chiesa che è santa e ci vuole santi,
perché tale è la missione che Cristo le ha affidato. Ciascuno di
voi deve essere santo anche per aiutare i fratelli a seguire la loro vocazione
alla santità.
Come non riflettere... sul ruolo essenziale che lo Spirito Santo svolge
nella specifica chiamata alla santità, che è propria del ministero
sacerdotale? Ricordiamo le parole del rito dell'Ordinazione sacerdotale, che
sono ritenute centrali nella formula sacramentale: "Dona, Padre
onnipotente, a questi tuoi figli la dignità del presbiterato. Rinnova in
loro l'effusione del tuo Spirito di santità; adempiano fedelmente, o
Signore, il ministero del secondo grado sacerdotale da te ricevuto e con il loro
esempio guidino tutti a un'integra condotta di vita".
Mediante l'Ordinazione, carissimi, avete ricevuto lo stesso Spirito di
Cristo, che vi rende simili a Lui, perché possiate agire nel suo nome e
vivere in voi i suoi stessi sentimenti. Questa intima comunione con lo Spirito
di Cristo, mentre garantisce l'efficacia dell'azione sacramentale che voi ponete
"in persona Christi", chiede anche di esprimersi nel fervore della
preghiera, nella coerenza della vita, nella carità pastorale di un
ministero instancabilmente proteso alla salvezza dei fratelli. Chiede, in una
parola, la vostra personale santificazione ».207
CAPITOLO IV
VENITE E VEDRETE La vocazione sacerdotale nella pastorale della
Chiesa
34. « Venite e vedrete ».208 Così Gesù
risponde ai due discepoli di Giovanni il Battista, che gli chiedevano dove
abitasse. In queste parole troviamo il significato della vocazione.
Ecco come l'evangelista racconta la chiamata di Andrea e di Pietro: «
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e,
fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di
Dio!". E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che
cercate?". Gli risposero: "Rabbi (che significa maestro), dove abiti?".
Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove abitava
e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era
Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello
Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)"
e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse:
"Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire
Pietro)" ».209
Questa pagina di Vangelo è una delle tante del Libro Sacro nelle
quali si descrive il « mistero » della vocazione, nel nostro caso il
mistero della vocazione ad essere apostoli di Gesù. La pagina di
Giovanni, che ha un significato anche per la vocazione cristiana come tale,
riveste un valore emblematico per la vocazione sacerdotale. La Chiesa, quale
comunità dei discepoli di Gesù, è chiamata a fissare il suo
sguardo su questa scena che, in qualche modo, si rinnova continuamente nella
storia. È invitata ad approfondire il senso originale e personale della
vocazione alla sequela di Cristo nel ministero sacerdotale e l'inscindibile
legame tra la grazia divina e la responsabilità umana, racchiuso e
rivelato nei due termini che più volte troviamo nel Vangelo: vieni e
seguimi.210 È sollecitata a decifrare e a percorrere il dinamismo
proprio della vocazione, il suo svilupparsi graduale e concreto nelle fasi del
cercare Gesù, del seguirlo e del rimanere con lui.
La Chiesa coglie in questo « Vangelo della vocazione »
il paradigma, la forza e l'impulso della sua pastorale vocazionale, ossia della
sua missione destinata a curare la nascita, il discernimento e l'accompagnamento
delle vocazioni, in particolare delle vocazioni al sacerdozio. Proprio perché
« la mancanza di sacerdoti è certamente la tristezza di ogni Chiesa »,211
la pastorale vocazionale esige, oggi soprattutto, di essere assunta con un
nuovo, vigoroso e più deciso impegno da parte di tutti i fedeli, nella
consapevolezza che essa non è un elemento secondario o accessorio, né
un momento isolato o settoriale, quasi una semplice parte, per quanto rilevante,
della pastorale globale della Chiesa: è piuttosto, come hanno
ripetutamente affermato i Padri sinodali, un'attività intimamente
inserita nella pastorale generale di ogni Chiesa,212 una cura che
dev'essere integrata e pienamente identificata con la « cura delle anime »
cosiddetta ordinaria,213 una dimensione connaturale ed essenziale della
pastorale della Chiesa, ossia della sua vita e della sua missione.214
Sì, la dimensione vocazionale è connaturale ed essenziale
alla pastorale della Chiesa. La ragione sta nel fatto che la vocazione
definisce, in un certo senso, l'essere profondo della Chiesa, prima ancora che
il suo operare. Nel medesimo nome della Chiesa, Ecclesia, è
indicata la sua intima fisionomia vocazionale, perché essa è
veramente « convocazione », assemblea dei chiamati: « Dio
ha convocato l'assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù, autore
della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la
Chiesa, perché sia per tutti e per i singoli il sacramento visibile di
questa unità salvifica ».215
Una lettura propriamente teologica della vocazione sacerdotale e della
pastorale che la riguarda può scaturire solo dalla lettura del mistero
della Chiesa come mysterium vocationis.
35. Ogni vocazione cristiana trova il suo fondamento nell'elezione
gratuita e preveniente da parte del Padre « che ci ha benedetti con ogni
benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della
creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità,
predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo,
secondo il beneplacito della sua volontà ».216
Ogni vocazione cristiana viene da Dio, è dono di Dio. Essa però
non viene mai elargita fuori o indipendentemente dalla Chiesa, ma passa sempre
nella Chiesa e mediante la Chiesa, perché, come ci ricorda il Concilio
Vaticano II, « piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non
individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un
popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse ».217
La Chiesa non solo raccoglie in sé tutte le vocazioni che Dio le dona
nel suo cammino di salvezza, ma essa stessa si configura come mistero di
vocazione, quale luminoso e vivo riflesso del mistero della Trinità
santissima. In realtà la Chiesa, « popolo adunato dall'unità
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo »,218 porta in sé il
mistero del Padre che, non chiamato e non inviato da nessuno,219 tutti chiama a
santificare il suo nome e a compiere la sua volontà; custodisce in sé
il mistero del Figlio che dal Padre è chiamato e mandato ad annunciare a
tutti il Regno di Dio e che tutti chiama alla sua sequela; ed è
depositaria del mistero dello Spirito Santo che consacra per la missione quelli
che il Padre chiama mediante il Figlio suo Gesù Cristo.
La Chiesa, che per nativa costituzione è « vocazione », è
generatrice ed educatrice di vocazioni. Lo è nel suo essere di «
sacramento », in quanto « segno » e « strumento » in
cui risuona e si compie la vocazione di ogni cristiano; e lo è nel suo
operare, ossia nello svolgimento del suo ministero di annuncio della Parola, di
celebrazione dei Sacramenti e di servizio e testimonianza della carità.
Si può cogliere ora l'essenziale dimensione ecclesiale della
vocazione cristiana: non solo essa deriva « dalla » Chiesa e dalla
sua mediazione, non solo si fa riconoscere e si compie « nella »
Chiesa, ma si configura nel fondamentale servizio a Dio anche e
necessariamente come servizio « alla » Chiesa. La vocazione cristiana,
in ogni sua forma, è un dono destinato all'edificazione della Chiesa,
alla crescita del Regno di Dio nel mondo.220
Ciò che diciamo di ogni vocazione cristiana trova una sua specifica
realizzazione nella vocazione sacerdotale: questa è chiamata, mediante
il sacramento dell'Ordine ricevuto nella Chiesa, a porsi al servizio del Popolo
di Dio con una peculiare appartenenza e configurazione a Gesù Cristo e
con l'autorità di agire nel nome e nella persona di lui Capo e Pastore
della Chiesa.
In questa prospettiva si comprende quanto scrivono i Padri sinodali: «
La vocazione di ciascun presbitero sussiste nella Chiesa e per la Chiesa: per
essa una simile vocazione si compie. Ne segue che ogni presbitero riceve la
vocazione dal Signore attraverso la Chiesa come un dono grazioso, una gratia
gratis data (charisma). È proprio del Vescovo o del superiore
competente non solo sottoporre ad esame l'idoneità e la vocazione del
candidato, ma anche riconoscerla. Un simile elemento ecclesiastico inerisce alla
vocazione al ministero presbiterale come tale. Il candidato al presbiterato deve
ricevere la vocazione non imponendo le proprie personali condizioni ma
accettando anche le norme e le condizioni che la Chiesa stessa, per la sua parte
di responsabilità, pone ».221
36. La storia di ogni vocazione sacerdotale, come peraltro di ogni vocazione
cristiana, è la storia di un ineffabile dialogo tra Dio e l'uomo,
tra l'amore di Dio che chiama e la libertà dell'uomo che nell'amore
risponde a Dio. Questi due aspetti indissociabili della vocazione, il dono
gratuito di Dio e la libertà responsabile dell'uomo, emergono in modo
splendido e quanto mai efficace nelle brevissime parole con le quali
l'evangelista Marco presenta la vocazione dei dodici: Gesù « salì
poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed
essi andarono da lui ».222 Da un lato sta la decisione
assolutamente libera di Gesù, dall'altro l'« andare » dei
dodici, ossia il loro « seguire » Gesù.
È questo il paradigma costante, il dato irrinunciabile di ogni
vocazione: quella dei profeti, degli apostoli, dei sacerdoti, dei religiosi, dei
fedeli laici, di ogni persona.
Ma del tutto prioritario, anzi preveniente e decisivo è l'intervento
libero e gratuito di Dio che chiama. Sua è l'iniziativa del chiamare.
È questa, ad esempio, l'esperienza del profeta Geremia: « Mi fu
rivolta la parola del Signore: "Prima di formarti nel grembo materno, ti
conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito
profeta delle nazioni" ».223 È la stessa verità
presentata dall'apostolo Paolo, che radica ogni vocazione nell'eterna elezione
in Cristo, fatta « prima della creazione del mondo e secondo il beneplacito
della sua volontà ».224 L'assoluto primato della grazia nella
vocazione trova la sua perfetta proclamazione nella parola di Gesù: «
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché
andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga ».225
Se la vocazione sacerdotale testimonia in modo inequivocabile il primato
della grazia, la libera e sovrana decisione di Dio di chiamare l'uomo domanda
assoluto rispetto, non può minimamente essere forzata da qualsiasi
pretesa umana, non può essere sostituita da qualsiasi decisione umana. La
vocazione è un dono della grazia divina e mai un diritto dell'uomo, così
che « non si può mai considerare la vita sacerdotale come una
promozione semplicemente umana, né la missione del ministro come un
semplice progetto personale ».226 È così escluso in radice
ogni vanto e ogni presunzione da parte dei chiamati.227 L'intero spazio
spirituale del loro cuore è per una gratitudine ammirata e commossa, per
una fiducia ed una speranza incrollabili, perché i chiamati sanno di
essere fondati non sulle proprie forze, ma sull'incondizionata fedeltà di
Dio che chiama.
« Chiamò quelli che volle ed essi andarono da lui ».228
Questo « andare », che s'identifica con il « seguire » Gesù,
esprime la risposta libera dei 12 alla chiamata del Maestro. Così è
stato di Pietro e di Andrea: « E disse loro: "Seguitemi, vi farò
pescatori di uomini". Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono ».229
Identica è stata l'esperienza di Giacomo e di Giovanni.230 Così
sempre: nella vocazione risplendono insieme l'amore gratuito di Dio e
l'esaltazione più alta possibile della libertà dell'uomo: quella
dell'adesione alla chiamata di Dio e dell'affidamento a lui.
In realtà, grazia e libertà non si oppongono tra loro. Al
contrario, la grazia anima e sostiene la libertà umana, liberandola dalla
schiavitù del peccato,231 sanandola ed elevandola nelle sue capacità
di apertura e di accoglienza del dono di Dio. E se non si può attentare
all'iniziativa assolutamente gratuita di Dio che chiama, neppure si può
attentare all'estrema serietà con la quale l'uomo è sfidato nella
sua libertà. Così al « vieni e seguimi » di Gesù
il giovane ricco oppone un rifiuto, segno sia pure negativo della
sua libertà: « Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò
afflitto, poiché aveva molti beni ».232
La libertà, dunque, è essenziale alla vocazione,
una libertà che nella risposta positiva si qualifica come adesione
personale profonda, come donazione d'amore, o meglio come ri-donazione al
Donatore che è Dio che chiama, come oblazione. « La chiamata
diceva Paolo VI si commisura con la risposta. Non vi possono essere
vocazioni, se non libere; se esse non sono cioè offerte spontanee di sé,
coscienti, generose, totali... Oblazioni, diciamo: qui sta praticamente il vero
problema... È la voce umile e penetrante di Cristo, che dice, oggi come
ieri, più di ieri: vieni. La libertà è posta al suo supremo
cimento: quello appunto dell'oblazione, della generosità, del sacrificio ».233
L'oblazione libera, che costituisce il nucleo intimo e più prezioso
della risposta dell'uomo a Dio che chiama, trova il suo incomparabile modello,
anzi la sua radice viva nell'oblazione liberissima di Gesù Cristo, il
primo dei chiamati, alla volontà del Padre: « Per questo, entrando
nel mondo, Cristo dice: "Tu non hai voluto né sacrificio né
offerta, un corpo invece mi hai preparato... Allora ho detto: Ecco, io vengo...
per fare, o Dio, la tua volontà" ».234
In intima comunione con Cristo, Maria, la Vergine Madre, è stata la
creatura che più di tutte ha vissuto la piena verità della
vocazione, perché nessuno come lei ha risposto con un amore così
grande all'amore immenso di Dio.235
37. « Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò
afflitto, poiché aveva molti beni ».236 Il giovane ricco del
Vangelo, che non segue la chiamata di Gesù, ci ricorda gli ostacoli che
possono bloccare o spegnere la risposta libera dell'uomo: non soltanto i beni
materiali possono chiudere il cuore umano ai valori dello spirito e alle
radicali esigenze del Regno di Dio, ma anche alcune condizioni sociali e
culturali del nostro tempo possono presentare non poche minacce e imporre
visioni distorte e false circa la vera natura della vocazione, rendendone
difficili, se non impossibili, l'accoglienza e la stessa comprensione.
Molti hanno di Dio un'idea così generica e confusa da sconfinare in
forme di religiosità senza Dio, nelle quali la volontà di Dio è
concepita come un destino immutabile e ineluttabile, al quale l'uomo deve solo
adeguarsi e rassegnarsi in piena passività. Ma non è questo il
volto di Dio che Gesù Cristo è venuto a rivelarci: Dio, infatti, è
il Padre che con amore eterno e preveniente chiama l'uomo e lo costituisce in un
meraviglioso e permanente dialogo con lui, invitandolo a condividere, da figlio,
la sua stessa vita divina. È certo che con una visione errata di Dio
l'uomo non può riconoscere neppure la verità di se stesso, sicché
la vocazione non può essere né percepita né vissuta nel suo
autentico valore: può essere sentita soltanto come un peso imposto e
insopportabile.
Anche talune idee distorte sull'uomo, spesso sostenute da pretestuosi
argomenti filosofici o « scientifici », inducono talvolta l'uomo a
interpretare la propria esistenza e la propria libertà come totalmente
determinate e condizionate da fattori esterni, di ordine educativo, psicologico,
culturale o ambientale. Altre volte la libertà viene intesa in termini di
assoluta autonomia, pretende di essere l'unica e insindacabile fonte delle
scelte personali, si qualifica come affermazione di sé ad ogni costo. Ma
in tal modo si preclude la strada per intendere e vivere la vocazione quale
libero dialogo d'amore, che nasce dalla comunicazione di Dio all'uomo e si
conclude nel dono sincero di se stesso. Nel contesto attuale non manca anche la
tendenza a pensare in modo individualistico e intimistico il rapporto dell'uomo
con Dio, come se la chiamata di Dio raggiungesse la singola persona per via
diretta, senza alcuna mediazione comunitaria, e avesse di mira un vantaggio, o
la stessa salvezza, del singolo chiamato e non la dedizione totale a Dio nel
servizio della comunità. Incontriamo così un'altra più
profonda ed insieme sottile minaccia, che rende impossibile riconoscere e
accettare con gioia la dimensione ecclesiale iscritta nativamente in ogni
vocazione cristiana, ed in quella presbiterale in specie: infatti, come ci
ricorda il Concilio, il sacerdozio ministeriale acquista il suo autentico
significato e realizza la piena verità di se stesso nel servire e nel far
crescere la comunità cristiana e il sacerdozio comune dei fedeli.237
Il contesto culturale ora ricordato, il cui influsso non è assente
tra gli stessi cristiani e specialmente tra i giovani, aiuta a comprendere il
diffondersi della crisi delle stesse vocazioni sacerdotali, originate e
accompagnate da più radicali crisi di fede. Lo hanno dichiarato
esplicitamente i Padri sinodali, riconoscendo che la crisi delle vocazioni al
presbiterato ha profonde radici nell'ambiente culturale e nella mentalità
e prassi dei cristiani.238
Di qui l'urgenza che la pastorale vocazionale della Chiesa punti decisamente
e in modo prioritario sulla ricostruzione della « mentalità
cristiana », quale è generata e sostenuta dalla fede. È più
che mai necessaria una evangelizzazione che non si stanchi di presentare il vero
volto di Dio, il Padre che in Gesù Cristo chiama ciascuno di noi, e il
senso genuino della libertà umana quale principio e forza del dono
responsabile di se stessi. Solo così saranno poste le basi indispensabili
perché ogni vocazione, compresa quella sacerdotale, possa essere
percepita nella sua verità, amata nella sua bellezza e vissuta con
dedizione totale e con gioia profonda.
38. Certamente la vocazione è un mistero imperscrutabile, che
coinvolge il rapporto che Dio instaura con l'uomo nella sua unicità e
irripetibilità, un mistero che viene percepito e sentito come un appello
che attende una risposta nel profondo della coscienza, in quel « sacrario
dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità
propria ».239 Ma ciò non elimina la dimensione comunitaria, ed
ecclesiale in specie, della vocazione: anche la Chiesa è realmente
presente e operante nella vocazione di ogni sacerdote.
Nel servizio alla vocazione sacerdotale e al suo itinerario, ossia alla
nascita, al discernimento e all'accompagnamento della vocazione, la Chiesa può
trovare un modello in Andrea, uno dei primi due discepoli che si pongono al
seguito di Gesù. È lui stesso a raccontare al fratello ciò
che gli era accaduto: « Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)
».240 E il racconto di questa « scoperta » apre la strada
all'incontro: « E lo condusse da Gesù ».241 Nessun
dubbio sull'iniziativa assolutamente libera e sulla decisione sovrana di Gesù.
È Lui che chiama Simone e gli dà un nuovo nome: « Gesù,
fissando lo sguardo su di lui, disse: "Tu sei Simone, il figlio di
Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)" ».242 Ma pure
Andrea ha avuto la sua iniziativa: ha sollecitato l'incontro del fratello con
Gesù.
« E lo condusse da Gesù ». Sta qui, in un certo
senso, il cuore di tutta la pastorale vocazionale della Chiesa, con la quale
essa si prende cura della nascita e della crescita delle vocazioni, servendosi
dei doni e delle responsabilità, dei carismi e del ministero ricevuti da
Cristo e dal suo Spirito. La Chiesa, come popolo sacerdotale, profetico e
regale, è impegnata a promuovere e a servire il sorgere e il maturare
delle vocazioni sacerdotali con la preghiera e con la vita sacramentale, con
l'annuncio della Parola e con l'educazione alla fede, con la guida e la
testimonianza della carità.
La Chiesa, nella sua dignità e responsabilità di popolo
sacerdotale, ha nella preghiera e nella celebrazione della liturgia
i momenti essenziali e primari della pastorale vocazionale. La preghiera
cristiana, infatti, nutrendosi della Parola di Dio, crea lo spazio ideale perché
ciascuno possa scoprire la verità del proprio essere e l'identità
del personale e irripetibile progetto di vita che il Padre gli affida. È
necessario, quindi, educare in particolare i ragazzi e i giovani perché
siano fedeli alla preghiera e alla meditazione della Parola di Dio: nel silenzio
e nell'ascolto potranno percepire la chiamata del Signore al sacerdozio e
seguirla con prontezza e generosità.
La Chiesa deve accogliere ogni giorno l'invito suadente ed esigente di Gesù,
che chiede di « pregare il padrone della messe perché mandi operai
nella sua messe ».243 Obbedendo al comando di Cristo, la Chiesa compie,
prima di ogni altra cosa, un'umile professione di fede: pregando per le
vocazioni, mentre ne avverte tutta l'urgenza per la sua vita e per la sua
missione, riconosce che esse sono un dono di Dio e, come tali, sono da invocarsi
con una supplica incessante e fiduciosa. Questa preghiera, cardine di tutta la
pastorale vocazionale, deve però impegnare non solo i singoli ma anche le
intere comunità ecclesiali. Nessuno dubita dell'importanza delle singole
iniziative di preghiera, dei momenti speciali riservati a questa invocazione, a
cominciare dall'annuale Giornata Mondiale per le Vocazioni, e dell'impegno
esplicito di persone e di gruppi particolarmente sensibili al problema delle
vocazioni sacerdotali. Ma oggi l'attesa orante di nuove vocazioni deve diventare
sempre più un'abitudine costante e largamente condivisa nell'intera
comunità cristiana e in ogni realtà ecclesiale. Così si
potrà rivivere l'esperienza degli apostoli che nel cenacolo, uniti con
Maria, attendono in preghiera l'effusione dello Spirito,244 il quale non mancherà
di suscitare ancora nel Popolo di Dio « degni ministri dell'altare,
annunziatori forti e miti della parola che ci salva ».245
Culmine e fonte della vita della Chiesa 246 e, in particolare, di ogni
preghiera cristiana, anche la liturgia ha un ruolo indispensabile e un'incidenza
privilegiata nella pastorale delle vocazioni. Essa, infatti, costituisce
un'esperienza viva del dono di Dio e una grande scuola della risposta alla sua
chiamata. Come tale, ogni celebrazione liturgica, e innanzitutto quella
eucaristica, ci svela il vero volto di Dio, ci fa comunicare al mistero della
Pasqua, ossia all'« ora » per la quale Gesù è venuto nel
mondo e verso la quale si è liberamente e volontariamente incamminato in
obbedienza alla chiamata del Padre,247 ci manifesta il volto della Chiesa quale
popolo di sacerdoti e comunità ben compaginata nella varietà e
complementarità dei carismi e delle vocazioni. Il sacrificio
redentore di Cristo, che la Chiesa celebra nel mistero, dona un valore
particolarmente prezioso alla sofferenza vissuta in unione con il Signore Gesù.
I Padri sinodali ci hanno invitato a non dimenticare mai che « attraverso
l'offerta delle sofferenze, così frequenti nella vita degli uomini, il
cristiano ammalato offre se stesso come vittima a Dio, ad immagine di Cristo,
che per tutti noi ha consacrato se stesso »248 e che « l'offerta
delle sofferenze secondo tale intenzione è di grande giovamento per la
promozione delle vocazioni ».249
39. Nell'esercizio della sua missione profetica, la Chiesa sente incombente
e irrinunciabile il compito di annunciare e di testimoniare il senso
cristiano della vocazione, potremmo dire « il Vangelo della vocazione ».
Avverte, anche in questo campo, l'urgenza delle parole dell'apostolo: «
Guai a me se non evangelizzassi! ».250 Tale ammonimento risuona
innanzitutto per noi pastori e riguarda, insieme con noi, tutti gli educatori
nella Chiesa. La predicazione e la catechesi devono sempre manifestare la loro
intrinseca dimensione vocazionale: la Parola di Dio illumina i credenti a
valutare la vita come risposta alla chiamata di Dio e li accompagna ad
accogliere nella fede il dono della vocazione personale.
Ma tutto questo, che pure è importante ed essenziale, non basta:
occorre una « predicazione diretta sul mistero della vocazione nella
Chiesa, sul valore del sacerdozio ministeriale, sulla sua urgente necessità
per il Popolo di Dio ».251 Una catechesi organica e offerta a tutte le
componenti della Chiesa, oltre a dissipare dubbi e a contrastare idee
unilaterali o distorte sul ministero sacerdotale, apre i cuori dei credenti
all'attesa del dono e crea condizioni favorevoli per la nascita di nuove
vocazioni. È giunto il tempo di parlare coraggiosamente della vita
sacerdotale come di un valore inestimabile e come di una forma splendida e
privilegiata di vita cristiana. Gli educatori, e specialmente i sacerdoti, non
devono temere di proporre in modo esplicito e forte la vocazione al presbiterato
come una reale possibilità per quei giovani che mostrano di avere i doni
e le doti ad essa corrispondenti. Non si deve aver alcuna paura di condizionarli
o di limitarne la libertà; al contrario, una proposta precisa, fatta al
momento giusto, può essere decisiva per provocare nei giovani una
risposta libera e autentica. Del resto, la storia della Chiesa e quella di tante
vocazioni sacerdotali, sbocciate anche in tenera età, attestano
ampiamente la provvidenzialità della vicinanza e della parola di un
prete: non solo della parola, ma anche della vicinanza, cioè di una
testimonianza concreta e gioiosa, capace di far sorgere interrogativi e di
condurre a decisioni anche definitive.
40. Come popolo regale, la Chiesa si riconosce radicata e animata dalla «
legge dello Spirito che dà vita »,252 che è essenzialmente la
legge regale della carità 253 o la legge perfetta della libertà.254
Essa, perciò, adempie la sua missione quando guida ogni fedele a
scoprire e a vivere la propria vocazione nella libertà e a portarla a
compimento nella carità.
Nel suo compito educativo, la Chiesa mira, con attenzione
privilegiata, a suscitare nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani il
desiderio e la volontà di una sequela integrale e avvincente di Gesù
Cristo. L'opera educativa, che pure riguarda la comunità cristiana come
tale, deve rivolgersi alla singola persona: Dio, infatti, con la sua chiamata
raggiunge il cuore di ciascun uomo e lo Spirito, che dimora nell'intimo di ogni
discepolo,255 si dona a ciascun cristiano con carismi diversi e con
manifestazioni particolari. Ciascuno, dunque, dev'essere aiutato a cogliere il
dono che proprio a lui, come a persona unica e irripetibile, è affidato e
ad ascoltare le parole che lo Spirito di Dio gli rivolge singolarmente.
In questa prospettiva, la cura delle vocazioni al sacerdozio saprà
esprimersi anche in una ferma e persuasiva proposta di direzione spirituale.
È necessario riscoprire la grande tradizione dell'accompagnamento
spirituale personale, che ha sempre portato tanti e preziosi frutti nella vita
della Chiesa: esso può essere aiutato in determinati casi e a precise
condizioni, ma non sostituito, da forme di analisi o di aiuto psicologico.256 I
ragazzi, gli adolescenti e i giovani siano invitati a scoprire e ad apprezzare
il dono della direzione spirituale, a ricercarlo e a sperimentarlo, a chiederlo
con fiduciosa insistenza ai loro educatori nella fede. I sacerdoti, per parte
loro, siano i primi a dedicare tempo ed energie a quest'opera di educazione e di
aiuto spirituale personale: non si pentiranno mai di aver trascurato o messo in
secondo piano tante altre cose, pure belle e utili, se questo era inevitabile
per mantenere fede al loro ministero di collaboratori dello Spirito
nell'illuminazione e nella guida dei chiamati.
Fine dell'educazione del cristiano è di giungere, sotto l'influsso
dello Spirito, alla « piena maturità di Cristo ».257 Ciò
si verifica quando, imitandone e condividendone la carità, si fa di tutta
la propria vita un servizio d'amore,258) offrendo a Dio un culto spirituale a
lui gradito 259 donandosi ai fratelli. Il servizio d'amore è il senso
fondamentale di ogni vocazione, che trova una realizzazione specifica nella
vocazione del sacerdote: egli, infatti, è chiamato a rivivere, nella
forma più radicale possibile, la carità pastorale di Gesù,
l'amore cioè del buon Pastore che « offre la vita per le pecore ».260
Per questo un'autentica pastorale vocazionale non si stancherà mai di
educare i ragazzi, gli adolescenti e i giovani al gusto dell'impegno, al senso
del servizio gratuito, al valore del sacrificio, alla donazione incondizionata
di sé. Si fa allora particolarmente utile l'esperienza del volontariato,
verso cui sta crescendo la sensibilità di tanti giovani: se sarà
un volontariato evangelicamente motivato, capace di educare al discernimento dei
bisogni, vissuto con dedizione e fedeltà ogni giorno, aperto
all'eventualità di un impegno definitivo nella vita consacrata, nutrito
di preghiera, esso saprà più sicuramente sostenere una vita di
impegno disinteressato e gratuito e renderà più sensibile chi ad
esso si dedica alla voce di Dio che lo può chiamare al sacerdozio.
Diversamente dal giovane ricco, il volontario potrebbe accettare l'invito, colmo
d'amore, che Gesù gli rivolge;261 e lo potrebbe accettare perché
gli unici suoi beni consistono già nel donarsi agli altri e nel «
perdere » la sua vita.
41. La vocazione sacerdotale è un dono di Dio, che costituisce
certamente un grande bene per colui che ne è il primo destinatario. Ma è
anche un dono per l'intera Chiesa, un bene per la sua vita e per la sua
missione. La Chiesa, dunque, è chiamata a custodire questo dono, a
stimarlo e ad amarlo: essa è responsabile della nascita e della
maturazione delle vocazioni sacerdotali. Di conseguenza la pastorale vocazionale
ha come soggetto attivo, come protagonista la comunità ecclesiale come
tale, nelle sue diverse espressioni: dalla Chiesa universale alla Chiesa
particolare e, analogamente, da questa alla parrocchia e a tutte le componenti
del Popolo di Dio.
È quanto mai urgente, oggi soprattutto, che si diffonda e si radichi
la convinzione che tutti i membri della Chiesa, nessuno escluso, hanno la
grazia e la responsabilità della cura delle vocazioni. Il Concilio
Vaticano II è stato quanto mai esplicito nell'affermare che « il
dovere di dare incremento alle vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità
cristiana, che è tenuta ad assolvere questo compito anzitutto con una
vita perfettamente cristiana ».262 Solo sulla base di questa convinzione la
pastorale vocazionale potrà manifestare il suo volto veramente
ecclesiale, sviluppare un'azione concorde, servendosi anche di organismi
specifici e di adeguati strumenti di comunione e di corresponsabilità.
La prima responsabilità della pastorale orientata alle vocazioni
sacerdotali è del Vescovo,263 che è chiamato a viverla in
prima persona, anche se potrà e dovrà suscitare molteplici
collaborazioni. Egli è padre e amico nel suo presbiterio, ed è
anzitutto sua la sollecitudine di « dare continuità » al
carisma e al ministero presbiterale, associandovi nuove forze con l'imposizione
delle mani. Egli sarà sollecito che la dimensione vocazionale sia sempre
presente in tutto l'ambito della pastorale ordinaria, anzi sia pienamente
integrata e quasi identificata con essa. A lui spetta il compito di promuovere e
di coordinare le varie iniziative vocazionali.264
Il Vescovo sa di poter contare anzitutto sulla collaborazione del suo
presbiterio. Tutti i sacerdoti sono con lui solidali e corresponsabili
nella ricerca e nella promozione delle vocazioni presbiterali. Infatti, come
afferma il Concilio, « spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di
educatori della fede, di curare che ciascuno dei fedeli sia condotto nello
Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica ».265 È
questa « una funzione che fa parte della stessa missione sacerdotale, in
virtù della quale il presbitero partecipa della sollecitudine per la
Chiesa intera, affinché nel Popolo di Dio qui sulla terra non manchino
mai gli operai ».266 La vita stessa dei presbiteri, la loro dedizione
incondizionata al gregge di Dio, la loro testimonianza di amorevole servizio al
Signore e alla sua Chiesa una testimonianza segnata dalla scelta della
croce accolta nella speranza e nella gioia pasquale , la loro concordia
fraterna e il loro zelo per l'evangelizzazione del mondo sono il primo e il più
persuasivo fattore di fecondità vocazionale.267
Una responsabilità particolarissima è affidata alla famiglia
cristiana, che in virtù del Sacramento del Matrimonio partecipa in
modo proprio e originale alla missione educativa della Chiesa maestra e madre.
Come hanno scritto i Padri sinodali, « la famiglia cristiana, che è
veramente "come chiesa domestica",268 ha sempre offerto e continua ad
offrire le condizioni favorevoli per la nascita delle vocazioni. Poiché
oggi l'immagine della famiglia cristiana è in pericolo, grande importanza
dev'essere attribuita alla pastorale familiare, così che le famiglie
stesse, accogliendo generosamente il dono della vita umana, costituiscano "come
il primo seminario",269 nel quale i figli possano acquisire dall'inizio il
senso della pietà e della preghiera e l'amore verso la Chiesa ».270
In continuità e in sintonia con l'opera dei genitori e della famiglia
deve porsi la scuola, la quale è chiamata a vivere la sua identità
di « comunità educante » anche con una proposta culturale
capace di far luce sulla dimensione vocazionale come valore nativo e
fondamentale della persona umana. In tal senso, se opportunamente arricchita di
spirito cristiano (sia attraverso significative presenze ecclesiali nella scuola
statale, secondo i vari ordinamenti nazionali, sia soprattutto nel caso della
scuola cattolica), può infondere « nell'animo dei ragazzi e dei
giovani il desiderio di compiere la volontà di Dio nello stato di vita più
idoneo a ciascuno, senza mai escludere la vocazione al ministero sacerdotale ».271
Anche i fedeli laici, in particolare i catechisti, gli insegnanti,
gli educatori, gli animatori della pastorale giovanile, ciascuno con le risorse
e modalità proprie, hanno una grande importanza nella pastorale delle
vocazioni sacerdotali: quanto più approfondiranno il senso della loro
vocazione e missione nella Chiesa, tanto più potranno riconoscere il
valore e l'insostituibilità della vocazione e della missione sacerdotale.
Nell'ambito delle comunità diocesane e parrocchiali sono da stimare e
promuovere quei gruppi vocazionali, i cui membri offrono il loro
contributo di preghiera e di sofferenza per le vocazioni sacerdotali e
religiose, nonché di sostegno morale e materiale.
Sono qui da ricordare anche i numerosi gruppi, movimenti e associazioni
di fedeli laici che lo Spirito Santo fa sorgere e crescere nella Chiesa in
ordine ad una presenza cristiana più missionaria nel mondo. Queste
diverse aggregazioni di laici si stanno rivelando come un campo particolarmente
fertile alla manifestazione di vocazioni consacrate, veri e propri luoghi di
proposta e di crescita vocazionale. Non pochi giovani, infatti, proprio
nell'ambito e grazie a queste aggregazioni hanno avvertito la chiamata del
Signore a seguirlo sulla via del sacerdozio ministeriale 272 e hanno risposto
con confortante generosità. Sono, quindi, da valorizzare perché,
in comunione con tutta la Chiesa e per la sua crescita, diano il loro specifico
contributo allo sviluppo della pastorale vocazionale.
Le varie componenti e i diversi membri della Chiesa impegnati nella
pastorale vocazionale renderanno tanto più efficace la loro opera quanto
più stimole ranno la comunità ecclesiale come tale, a cominciare
dalla parrocchia, a sentire che il problema delle vocazioni sacerdotali non può
minimamente essere delegato ad alcuni "incaricati" (i sacerdoti in
genere, i sacerdoti del seminario in specie) perché, essendo "un
problema vitale che si colloca nel cuore stesso della Chiesa", 273 deve
stare al centro dell'amore di ogni cristiano verso la Chiesa.
CAPITOLO V
NE COSTITUI' DODICI CHE STESSERO CON LUI La formazione dei
candidati al sacerdozio
Vivere al seguito di Cristo come gli apostoli
42. « Salì sul monte, chiamò a sé quelli che volle
ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche
per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i
demoni ».274
« Che stessero con lui »: in queste parole non è
difficile leggere « l'accompagnamento vocazionale » degli apostoli da
parte di Gesù. Dopo averli chiamati e prima di mandarli, anzi per poterli
mandare a predicare, Gesù chiede loro un « tempo » di
formazione destinato a sviluppare un rapporto di comunione e di amicizia
profonde con se stesso. Ad essi egli riserva una catechesi più
approfondita rispetto a quella della gente 275 e li vuole testimoni della sua
silenziosa preghiera al Padre.276
Nella sua sollecitudine nei riguardi delle vocazioni sacerdotali la Chiesa
di tutti i tempi si ispira all'esempio di Cristo. Sono state, e in parte lo sono
tuttora, molto diverse le forme concrete secondo cui la Chiesa si è
impegnata nella pastorale vocazionale, destinata non solo a discernere ma anche
ad « accompagnare » le vocazioni al sacerdozio. Ma lo spirito,
che le deve animare e sostenere, rimane identico: quello di portare al
sacerdozio solo coloro che sono stati chiamati e di portarli adeguatamente
formati, ossia con una risposta cosciente e libera di adesione e di
coinvolgimento di tutta la loro persona a Gesù Cristo che chiama
all'intimità di vita con lui e alla condivisione della sua missione di
salvezza. In questo senso il seminario nelle sue diverse forme e in modo analogo
la « casa » di formazione dei sacerdoti religiosi, prima che essere un
luogo, uno spazio materiale, rappresenta uno spazio spirituale, un itinerario di
vita, un'atmosfera che favorisce ed assicura un processo formativo così
che colui che è chiamato da Dio al sacerdozio possa divenire, con il
sacramento dell'Ordine, un'immagine vivente di Gesù Cristo Capo e Pastore
della Chiesa. Nel loro Messaggio finale i Padri sinodali hanno colto in modo
immediato e profondo il significato originale e qualificante della formazione
dei candidati al sacerdozio, dicendo che « vivere in seminario, scuola del
Vangelo, significa vivere al seguito di Cristo come gli apostoli; è
lasciarsi iniziare da lui al servizio del Padre e degli uomini, sotto la guida
dello Spirito Santo; è lasciarsi configurare al Cristo buon Pastore per
un migliore servizio sacerdotale nella Chiesa e nel mondo. Formarsi al
sacerdozio significa abituarsi a dare una risposta personale alla questione
fondamentale di Cristo: "Mi ami tu?". La risposta per il futuro
sacerdote non può essere che il dono totale della propria vita ».277
Si tratta di tradurre questo spirito, che non potrà mai venir meno
nella Chiesa, nelle condizioni sociali, psicologiche, politiche e culturali del
mondo attuale, peraltro così varie oltre che complesse, come hanno
testimoniato i Padri sinodali in rapporto alle diverse Chiese particolari. Gli
stessi Padri, con accenti carichi di pensosa preoccupazione ma anche di grande
speranza, hanno potuto conoscere e riflettere a lungo sullo sforzo di ricerca e
di aggiornamento dei metodi di formazione dei candidati al sacerdozio in atto in
tutte le loro Chiese.
Questa Esortazione intende raccogliere il frutto dei lavori sinodali,
stabilendo alcuni punti acquisiti, mostrando alcune mete
irrinunciabili, mettendo a disposizione di tutti la ricchezza di
esperienze e di itinerari formativi già positivamente sperimentati.
In questa Esortazione si considera distintamente la formazione «
iniziale » e la formazione « permanente », senza però
mai dimenticare il profondo legame che le unisce e che deve fare delle due un
unico organico percorso di vita cristiana e sacerdotale. L'Esortazione si
sofferma sulle diverse dimensioni della formazione, umana,
spirituale, intellettuale e pastorale, come pure sugli ambienti e
sui soggetti responsabili della formazione stessa dei candidati al
sacerdozio.
I. Le dimensioni della formazione sacerdotale
43. « Senza un'opportuna formazione umana l'intera formazione
sacerdotale sarebbe priva del suo necessario fondamento ».278
Quest'affermazione dei Padri sinodali esprime non soltanto un dato
quotidianamente suggerito dalla ragione e confermato dall'esperienza, ma
un'esigenza che trova la sua motivazione più profonda e specifica nella
natura stessa del presbitero e del suo ministero.
Il presbitero, chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Capo e
Pastore della Chiesa, deve cercare di riflettere in sé, nella misura del
possibile, quella perfezione umana che risplende nel Figlio di Dio fatto uomo e
che traspare con singolare efficacia nei suoi atteggiamenti verso gli altri, così
come gli evangelisti li presentano. Il ministero poi del sacerdote è sì
di annunciare la Parola, celebrare il Sacramento, guidare nella carità la
comunità cristiana « nel nome e nella persona di Cristo », ma
questo rivolgendosi sempre e solo a uomini concreti: « Ogni sommo
sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle
cose che riguardano Dio ».279 Per questo la formazione umana del sacerdote
rivela la sua particolare importanza in rapporto ai destinatari della sua
missione: proprio perché il suo ministero sia umanamente il più
credibile ed accettabile, occorre che il sacerdote plasmi la sua personalità
umana in modo da renderla ponte e non ostacolo per gli altri nell'incontro con
Gesù Cristo Redentore dell'uomo; è necessario che, sull'esempio di
Gesù che « sapeva quello che c'è in ogni uomo »,280 il
sacerdote sia capace di conoscere in profondità l'animo umano, di intuire
difficoltà e problemi, di facilitare l'incontro e il dialogo, di ottenere
fiducia e collaborazione, di esprimere giudizi sereni e oggettivi.
Non solo, dunque, per una giusta e doverosa maturazione e realizzazione di sé,
ma anche in vista del ministero i futuri presbiteri devono coltivare una serie
di qualità umane necessarie alla costruzione di personalità
equilibrate, forti e libere, capaci di portare il peso delle responsabilità
pastorali. Occorre allora l'educazione all'amore per la verità, alla
lealtà, al rispetto per ogni persona, al senso della giustizia, alla
fedeltà alla parola data, alla vera compassione, alla coerenza e, in
particolare, all'equilibrio di giudizio e di comportamento.281 Un programma
semplice e impegnativo per questa formazione umana è proposto
dall'apostolo Paolo ai Filippesi: « Tutto quello che è vero, nobile,
giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode,
tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri ».282 È interessante
rilevare come Paolo, proprio in queste qualità profondamente umane,
presenti se stesso come modello ai suoi fedeli: « Ciò che avete
imparato prosegue immediatamente , ricevuto, ascoltato e veduto in
me, è quello che dovete fare ».283
Di particolare importanza è la capacità di relazione con gli
altri, elemento veramente essenziale per chi è chiamato ad essere
responsabile di una comunità e ad essere « uomo di comunione ».
Questo esige che il sacerdote non sia né arrogante né litigioso,
ma sia affabile, ospitale, sincero nelle parole e nel cuore,284 prudente e
discreto, generoso e disponibile al servizio, capace di offrire personalmente, e
di suscitar in tutti, rapporti schietti e fraterni, pronto a comprendere,
perdonare e consolare.285 L'umanità di oggi, spesso condannata a
situazioni di massificazione e di solitudine, soprattutto nelle grandi
concentrazioni urbane, si fa sempre più sensibile al valore della
comunione: questo è oggi uno dei segni più eloquenti ed una delle
vie più efficaci del messaggio evangelico.
In questo contesto si inserisce, come momento qualificante e decisivo, la
formazione del candidato al sacerdozio alla maturità affettiva, quale
esito dell'educazione all'amore vero e responsabile.
44. La maturazione affettiva suppone la consapevolezza della
centralità dell'amore nell'esistenza umana. In realtà, come ho
scritto nell'enciclica « Redemptor Hominis », « l'uomo non può
vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua
vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non
s'incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi
partecipa vivamente ».286
Si tratta di un amore che coinvolge l'intera persona, nelle sue dimensioni e
componenti fisiche, psichiche e spirituali, e che si esprime nel «
significato sponsale » del corpo umano, grazie al quale la persona dona se
stessa all'altra e la accoglie. Alla comprensione e alla realizzazione di questa
« verità » dell'amore umano tende l'educazione sessuale
rettamente intesa. Si deve, infatti, registrare una situazione sociale e
culturale diffusa « che "banalizza" in larga parte la sessualità
umana, perché la interpreta e la vive in modo riduttivo e impoverito,
collegandola unicamente al corpo e al piacere egoistico ».287 Spesso le
stesse situazioni familiari, dalle quali provengono le vocazioni sacerdotali,
presentano al riguardo non poche carenze e talvolta anche gravi squilibri.
In un simile contesto si fa più difficile, ma diventa più
urgente, un'educazione alla sessualità che sia veramente e
pienamente personale e che, pertanto, faccia posto alla stima e all'amore per la
castità, quale « virtù che sviluppa l'autentica maturità
della persona e la rende capace di rispettare e di promuovere il "significato
sponsale" del corpo ».288
Ora l'educazione all'amore responsabile e la maturazione affettiva della
persona risultano del tutto necessarie per chi, come il presbitero, è
chiamato al celibato, ossia ad offrire, con la grazia dello Spirito e
con la libera risposta della propria volontà, la totalità del suo
amore e della sua sollecitudine a Gesù Cristo e alla Chiesa. In vista
dell'impegno celibatario la maturità affettiva deve saper includere,
all'interno di rapporti umani di serena amicizia e di profonda fraternità,
un grande amore, vivo e personale, nei riguardi di Gesù Cristo. Come
hanno scritto i Padri sinodali, « è di massima importanza nel
suscitare la maturità affettiva l'amore di Cristo, prolungato in una
dedizione universale. Così il candidato, chiamato al celibato, troverà
nella maturità affettiva un fermo fulcro per vivere la castità
nella fedeltà e nella gioia ».289
Poiché il carisma del celibato, anche quando è autentico e
provato, lascia intatte le inclinazioni dell'affettività e le pulsioni
dell'istinto, i candidati al sacerdozio hanno bisogno di una maturità
affettiva capace di prudenza, di rinuncia a tutto ciò che può
insidiarla, di vigilanza sul corpo e sullo spirito, di stima e di rispetto nelle
relazioni interpersonali con uomini e donne. Un aiuto prezioso può essere
dato da un'adeguata educazione alla vera amicizia, ad immagine dei
vincoli di fraterno affetto che Cristo stesso ha vissuto nella sua esistenza.290
La maturità umana, e quella affettiva in particolare, esigono una
formazione limpida e forte ad una libertà che si
configura come obbedienza convinta e cordiale alla « verità »
del proprio essere, al « significato » del proprio esistere, ossia al «
dono sincero di sé » quale via e fondamentale contenuto
dell'autentica realizzazione di sé.291 Così intesa, la libertà
esige che la persona sia veramente padrona di sé stessa, decisa a
combattere e a superare le diverse forme di egoismo e di individualismo che
insidiano la vita di ciascuno, pronta ad aprirsi agli altri, generosa nella
dedizione e nel servizio al prossimo. Ciò è importante per la
risposta da darsi alla vocazione, e a quella sacerdotale in specie, e per la
fedeltà ad essa e agli impegni che vi sono connessi, anche nei momenti
difficili. In questo itinerario educativo verso una matura libertà
responsabile un aiuto può venire dalla vita comunitaria del Seminario.292
Intimamente congiunta con la formazione alla libertà responsabile è
l'educazione della coscienza morale: questa, mentre sollecita
dall'intimo del proprio « io » l'obbedienza alle obbligazioni morali,
rivela il significato profondo di tale obbedienza, quello di essere una risposta
cosciente e libera, e dunque per amore, alle richieste di Dio e del suo amore. «
La maturità umana del sacerdote scrivono i Padri sinodali
deve includere specialmente la formazione della sua coscienza. Il candidato
infatti, perché possa fedelmente assolvere alle sue obbligazioni verso
Dio e la Chiesa e perché possa sapientemente guidare le coscienze dei
fedeli, deve abituarsi ad ascoltare la voce di Dio, che gli parla nel cuore, e
ad aderire con amore e fermezza alla sua volontà ».293
45. La stessa formazione umana, se sviluppata nel contesto di
un'antropologia che accoglie l'intera verità dell'uomo, si apre e si
completa nella formazione spirituale. Ogni uomo, creato da Dio e redento dal
sangue di Cristo, è chiamato ad essere rigenerato « dall'acqua e
dallo Spirito »294 e a divenire « figlio nel Figlio ». Sta in
questo disegno efficace di Dio il fondamento della dimensione costitutivamente
religiosa dell'essere umano, peraltro intuita e riconosciuta dalla semplice
ragione: l'uomo è aperto al trascendente, all'assoluto; possiede un cuore
che è inquieto sino a che non riposa nel Signore.295
È da questa fondamentale e insopprimibile esigenza religiosa che
parte e si snoda il processo educativo di una vita spirituale intesa come
rapporto e comunione con Dio. Secondo la rivelazione e l'esperienza cristiana,
la formazione spirituale possiede l'inconfondibile originalità che
proviene dalla « novità » evangelica. Infatti, « essa è
opera dello Spirito e impegna la persona nella sua totalità; introduce
nella comunione profonda con Gesù Cristo, buon Pastore; conduce a una
sottomissione di tutta la vita allo Spirito, in un atteggiamento filiale nei
confronti del Padre e in un attaccamento fiducioso alla Chiesa. Essa si radica
nell'esperienza della croce per poter introdurre, in una comunione profonda,
alla totalità del mistero pasquale ».296
Come si vede, si tratta di una formazione spirituale che è comune a
tutti i fedeli, ma che chiede di strutturarsi secondo quei significati e quelle
connotazioni che derivano dall'identità del presbitero e del suo
ministero. E come per ogni fedele la formazione spirituale deve dirsi centrale e
unificante in rapporto al suo essere e al suo vivere da cristiano, ossia da
creatura nuova in Cristo che cammina nello Spirito, così per ogni
presbitero la formazione spirituale costituisce il cuore che unifica e
vivifica il suo essere prete e il suo fare il prete. In
tal senso, i Padri del Sinodo affermano che « senza la formazione
spirituale la formazione pastorale procederebbe senza fondamento »297 e che
la formazione spirituale costituisce « come l'elemento di massima
importanza nell'educazione sacerdotale ».298
Il contenuto essenziale della formazione spirituale in un preciso itinerario
verso il sacerdozio è bene espresso dal decreto conciliare « Optatam
Totius »: « La formazione spirituale ... sia impartita in modo tale
che gli alunni imparino a vivere in intima comunione e familiarità col
Padre per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo. Destinati
a configurarsi a Cristo sacerdote per mezzo della sacra ordinazione, si abituino
anche a vivere intimamente uniti a lui, come amici, in tutta la loro vita.
Vivano il mistero pasquale di Cristo in modo da sapervi iniziare un giorno il
Popolo che sarà loro affidato. Si insegni loro a cercare Cristo nella
fedele meditazione della Parola di Dio; nell'attiva partecipazione ai misteri
sacrosanti della Chiesa, soprattutto nell'Eucaristia e nell'ufficio divino; nel
Vescovo che li manda e negli uomini ai quali sono inviati, specialmente nei
poveri, nei piccoli, negli infermi, nei peccatori e negli increduli. Con fiducia
filiale amino e venerino la Beatissima Vergine Maria che fu data come madre da
Gesù morente in croce al suo discepolo ».299
46. Il testo conciliare merita un'accurata e amorosa meditazione, dalla
quale si possono facilmente enucleare alcuni fondamentali valori ed esigenze del
cammino spirituale del candidato al sacerdozio.
S'impone, innanzitutto, il valore e l'esigenza di « vivere
intimamente uniti » a Gesù Cristo. L'unione al Signore Gesù,
fondata sul Battesimo e alimentata con l'Eucaristia, domanda di esprimersi,
rinnovandola radicalmente, nella vita di ogni giorno. L'intima comunione con la
Santissima Trinità, ossia la vita nuova della grazia che rende figli di
Dio, costituisce la « novità » del credente: una novità
che coinvolge l'essere e l'operare. Costituisce il « mistero »
dell'esistenza cristiana che sta sotto l'influsso dello Spirito: deve
costituire, di conseguenza, l'« ethos » della vita del cristiano. Gesù
ci ha insegnato questo meraviglioso contenuto della vita cristiana, che è
anche il cuore della vita spirituale, con l'allegoria della vite e dei tralci: «
Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo... Rimanete in me e io
in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane
nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i
tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me
non potete far nulla ».300
Nella cultura attuale non mancano, certo, dei valori spirituali e religiosi
e l'uomo, nonostante ogni apparenza contraria, rimane instancabilmente un
affamato e un assetato di Dio. Ma spesso la religione cristiana rischia di
essere considerata una religione fra le tante o di essere ridotta ad una pura
etica sociale a servizio dell'uomo. Così non sempre emerge la sua
sconvolgente novità nella storia: essa è « mistero », è
l'evento del Figlio di Dio che si fa uomo e dà a quanti l'accolgono il «
potere di diventare figli di Dio »,301 è l'annuncio, anzi il dono di
un'alleanza personale di amore e di vita di Dio con l'uomo. Solo se i futuri
sacerdoti, attraverso un'adeguata formazione spirituale, avranno fatto
conoscenza profonda ed esperienza crescente di questo « mistero »,
potranno comunicare agli altri tale sorprendente e beatificante annuncio.302
Il testo conciliare, pur consapevole dell'assoluta trascendenza del mistero
cristiano, connota l'intima comunione dei futuri presbiteri con Gesù con
la sfumatura dell'amicizia. Non è, questa, un'assurda pretesa
dell'uomo. È semplicemente il dono inestimabile di Cristo, che ai suoi
apostoli ha detto: « Non vi chiamo più servi, perché il
servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché
tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi ».303
Il testo conciliare prosegue indicando un secondo grande valore spirituale:
la ricerca di Gesù. « Si insegni loro a cercare Cristo ».
È questo, insieme al quaerere Deum, un tema classico della spiritualità
cristiana, che trova una sua specifica applicazione proprio nell'ambito della
vocazione degli apostoli. Giovanni, nel raccontare la sequela di Gesù da
parte dei primi due discepoli, mette in luce il posto occupato da questa «
ricerca ». È Gesù stesso che pone la domanda: « Che
cercate? ». E i due rispondono: « Rabbì, dove abiti? ».
L'evangelista prosegue: « Disse loro: "Venite e vedrete".
Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui ».304
In un certo senso la vita spirituale di chi si prepara al sacerdozio è
dominata da questa ricerca: da questa e dal « trovare » il Maestro,
per seguirlo, per stare in comunione con lui. Anche nel ministero e nella vita
sacerdotale questa « ricerca » dovrà continuare, tanto è
inesauribile il mistero dell'imitazione e della partecipazione alla vita di
Cristo. Così come dovrà continuare questo « trovare » il
Maestro, in ordine ad additarlo agli altri, meglio ancora in ordine a suscitare
negli altri il desiderio di cercare il Maestro. Ma ciò è veramente
possibile se agli altri viene proposta una « esperienza » di vita,
un'esperienza che meriti di essere condivisa. È stata questa la strada
seguita da Andrea per condurre il fratello Simone da Gesù: Andrea, scrive
l'evangelista Giovanni, « incontrò per primo suo fratello Simone, e
gli disse: "Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)" e lo
condusse da Gesù ».305 E così anche Simone sarà
chiamato, come apostolo, alla sequela del Messia: « Gesù, fissando
lo sguardo su di lui, disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti
chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)" ».306
Ma che significa, nella vita spirituale, cercare Cristo? e dove trovarlo? «
Rabbì, dove abiti? ». Il decreto conciliare « Optatam Totius »
sembra indicare una triplice strada da percorrere: la fedele meditazione della
Parola di Dio, l'attiva partecipazione ai misteri sacrosanti della Chiesa, il
servizio della carità ai « piccoli ». Sono tre grandi valori ed
esigenze che definiscono ulteriormente il contenuto della formazione spirituale
del candidato al sacerdozio.
47. Elemento essenziale della formazione spirituale è la lettura
meditata e orante della Parola di Dio (lectio divina), è l'ascolto
umile e pieno d'amore di Colui che parla. È, infatti, nella luce e nella
forza della Parola di Dio che può essere scoperta, compresa, amata e
seguita la propria vocazione e compiuta la propria missione, al punto che
l'intera esistenza trova il suo significato unitario e radicale nell'essere il
termine della Parola di Dio che chiama l'uomo e il principio della parola
dell'uomo che risponde a Dio. La familiarità con la Parola di Dio
faciliterà l'itinerario della conversione, non solo nel senso di
distaccarsi dal male per aderire al bene, ma anche nel senso di alimentare nel
cuore i pensieri di Dio, così che la fede, quale risposta alla Parola,
diventi il nuovo criterio di giudizio e di valutazione degli uomini e delle
cose, degli avvenimenti e dei problemi.
Purché la Parola di Dio sia accostata e accolta nella sua vera
natura: essa, infatti, fa incontrare Dio stesso, Dio che parla all'uomo; fa
incontrare Cristo, il Verbo di Dio, la Verità che insieme è anche
Via e Vita.307 Si tratta di leggere le « scritture » ascoltando le «
parole », la « Parola » di Dio, come ci ricorda il Concilio: «
Le Sacre Scritture contengono la Parola di Dio e, perché ispirate, sono
veramente Parola di Dio ».308
E ancora lo stesso Concilio: « Con questa rivelazione infatti Dio
invisibile309 nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici310 e si
intrattiene con essi,311 per invitarli e ammetterli alla comunione con sé
».312
La conoscenza amorosa e la familiarità orante con la Parola di Dio
rivestono un significato specifico per il ministero profetico del sacerdote, per
il cui adeguato svolgimento diventano una condizione imprescindibile soprattutto
nel contesto della « nuova evangelizzazione », alla quale la Chiesa
oggi è chiamata. Il Concilio ammonisce: « È necessario che
tutti i chierici, in primo luogo i sacerdoti di Cristo e quanti, come i diaconi
o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della Parola, conservino
un contatto continuo con le Scritture, mediante la sacra lettura assidua e lo
studio accurato, affinché non diventi "vano predicatore della Parola
di Dio all'esterno colui che non l'ascolta di dentro"313 ».314
La prima e fondamentale forma di risposta alla Parola è la preghiera,
che costituisce senz'alcun dubbio un valore ed un'esigenza primari della
formazione spirituale. Questa deve condurre i candidati al sacerdozio a
conoscere e a sperimentare il senso autentico della preghiera cristiana,
quello di essere un incontro vivo e personale col Padre per mezzo del Figlio
unigenito sotto l'azione dello Spirito, un dialogo che si fa partecipazione del
colloquio filiale che Gesù ha col Padre. Un aspetto non certo secondario
della missione del sacerdote è quello di essere « educatore di
preghiera ». Ma solo se il sacerdote è stato formato e continua a
formarsi alla scuola di Gesù orante, potrà formare gli altri a
questa stessa scuola. Questo chiedono al sacerdote gli uomini: « Il
sacerdote è l'uomo di Dio, colui che appartiene a Dio e fa
pensare a Dio. Quando la Lettera agli Ebrei parla di Cristo, lo presenta
come un "sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano
Dio" 315... I cristiani sperano di trovare nel sacerdote non solo un uomo
che li accoglie, che li ascolta volentieri e testimonia loro una sincera
simpatia, ma anche e soprattutto un uomo che li aiuta a guardare Dio, a
salire verso di lui. Occorre dunque che il sacerdote sia formato a una profonda
intimità con Dio. Coloro che si preparano al sacerdozio devono
comprendere che tutto il valore della loro vita sacerdotale dipenderà dal
dono che essi sapranno fare di se stessi a Cristo e, per mezzo di Cristo, al
Padre ».316
In un contesto di agitazione e di rumore, come quello della nostra società,
una necessaria pedagogia alla preghiera è l'educazione al senso umano
profondo e al valore religioso del silenzio, quale atmosfera spirituale
indispensabile per percepire la presenza di Dio e per lasciarsene
conquistare.317
48. Il vertice della preghiera cristiana è l'Eucaristia, che
a sua volta si pone come « culmine e fonte » dei Sacramenti e
della Liturgia delle Ore. E per la formazione spirituale di ogni cristiano,
e in specie di ogni sacerdote, è del tutto necessaria l'educazione
liturgica, nel senso pieno di un inserimento vitale nel mistero pasquale di
Gesù Cristo morto e risorto, presente e operante nei sacramenti della
Chiesa. La comunione con Dio, fulcro dell'intera vita spirituale, è dono
e frutto dei sacramenti; e nello stesso tempo è compito e responsabilità
che i sacramenti affidano alla libertà del credente, affinché viva
questa stessa comunione nelle decisioni, scelte, atteggiamenti e azioni della
sua quotidiana esistenza. In tal senso, la « grazia » che fa «
nuova » la vita cristiana è la grazia di Gesù Cristo morto e
risorto, che continua ad effondere il suo Spirito santo e santificatore nei
sacramenti; così come la « legge nuova » che deve guidare e
normare l'esistenza del cristiano è scritta dai sacramenti nel «
cuore nuovo ». Ed è legge di carità verso Dio e i fratelli,
quale risposta e prolungamento della carità di Dio verso l'uomo
significata e comunicata dai sacramenti. Si può immediatamente
comprendere il valore di una partecipazione « piena, consapevole e attiva »318
alle celebrazioni sacramentali per il dono e il compito di quella « carità
pastorale » che costituisce l'anima del ministero sacerdotale.
Ciò vale soprattutto nella partecipazione all'Eucaristia, memoriale
della morte sacrificale di Cristo e della sua gloriosa risurrezione, «
sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità »,319
convito pasquale nel quale « ci nutriamo di Cristo, ... l'anima è
ricolma di grazia, ci è donato il pegno della gloria ».320 Ora i
sacerdoti, nella loro qualità di ministri delle cose sacre, sono
soprattutto i ministri del Sacrificio della Messa:321 il loro ruolo è del
tutto insostituibile, perché senza sacerdote non vi può essere
offerta eucaristica.
Questo spiega l'importanza essenziale dell'Eucaristia per la vita e per il
ministero sacerdotale e, conseguentemente, nella formazione spirituale dei
candidati al sacerdozio. Con grande semplicità e all'insegna della
massima concretezza ripeto: « Converrà pertanto che i seminaristi
partecipino ogni giorno alla celebrazione eucaristica, di modo che, in
seguito, assumano come regola della loro vita sacerdotale questa celebrazione
quotidiana. Essi saranno inoltre educati a considerare la celebrazione
eucaristica come il momento essenziale della loro giornata, al quale
parteciperanno attivamente, mai accontentandosi di una assistenza soltanto
abitudinaria. Infine, i candidati al sacerdozio saranno formati alle intime
disposizioni che l'Eucaristia promuove: la riconoscenza per i
benefici ricevuti dall'alto, poiché Eucaristia è azione di grazie;
l'atteggiamento oblativo che li spinge a unire all'offerta eucaristica
di Cristo la propria offerta personale; la carità nutrita da un
sacramento che è segno di unità e di condivisione; il
desiderio di contemplazione e di adorazione davanti a Cristo realmente
presente sotto le specie eucaristiche ».322
Doveroso e quanto mai urgente è il richiamo a riscoprire, all'interno
della formazione spirituale, la bellezza e la gioia del Sacramento della
Penitenza. In una cultura che, con rinnovate e più sottili forme di
auto-giustificazione, rischia di perdere fatalmente il « senso del peccato »
e, di conseguenza, la gioia consolante della richiesta di perdono323 e
dell'incontro con Dio « ricco di misericordia »,324 urge educare i
futuri presbiteri alla virtù della penitenza, che è sapientemente
alimentata dalla Chiesa nelle sue celebrazioni e nei tempi dell'anno liturgico e
che trova la sua pienezza nel Sacramento della Riconciliazione. Di qui
scaturiscono il senso dell'ascesi e della disciplina interiore, lo spirito di
sacrificio e di rinuncia, l'accettazione della fatica e della croce. Si tratta
di elementi della vita spirituale, che spesso si rivelano particolarmente ardui
per molti candidati al sacerdozio cresciuti in condizioni relativamente comode e
agiate e resi meno inclini e sensibili a questi stessi elementi dai modelli di
comportamento e dagli ideali veicolati dai mezzi di comunicazione sociale, anche
nei paesi dove più povere sono le condizioni di vita e più austera
la situazione giovanile. Per questo, ma soprattutto per realizzare sull'esempio
di Cristo buon Pastore la « radicale donazione di sé » propria
del sacerdote, i Padri sinodali hanno scritto: « È necessario
inculcare il senso della croce, che sta al cuore del mistero pasquale. Grazie a
questa identificazione con Cristo crocifisso, in quanto servo, il mondo può
ritrovare il valore dell'austerità, del dolore ed anche del martirio,
dentro l'attuale cultura imbevuta di secolarismo, di avidità e di
edonismo ».325
49. La formazione spirituale comporta anche di cercare Cristo negli
uomini. La vita spirituale, infatti, è sì vita interiore, vita
d'intimità con Dio, vita di preghiera e di contemplazione. Ma proprio
l'incontro con Dio, e con il suo amore di Padre di tutti, pone l'esigenza
indeclinabile dell'incontro con il prossimo, del dono di sé agli altri,
nel servizio umile e disinteressato che Gesù ha proposto a tutti come
programma di vita con la lavanda dei piedi agli apostoli: « Vi ho dato
infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi ».326
La formazione al dono generoso e gratuito di sé, favorito anche dalla
forma comunitaria normalmente assunta dalla preparazione al sacerdozio,
rappresenta una condizione irrinunciabile per chi è chiamato a farsi
epifania e trasparenza del buon Pastore che dà la vita.327 Sotto questo
aspetto la formazione spirituale possiede e deve sviluppare la sua intrinseca
dimensione pastorale o caritativa, e può utilmente servirsi anche di una
giusta, ossia forte e tenera, devozione al Cuore di Cristo, come hanno
sottolineato i Padri del Sinodo: « Formare i futuri sacerdoti nella
spiritualità del Cuore del Signore implica condurre una vita che
corrisponde all'amore e all'affetto di Cristo Sacerdote e buon Pastore: al suo
amore verso il Padre nello Spirito Santo, al suo amore verso gli uomini sino a
donare nell'immolazione la sua vita ».328
Il sacerdote è, dunque, l'uomo della carità, ed è
chiamato ad educare gli altri all'imitazione di Cristo e al comandamento nuovo
dell'amore fraterno.329 Ma ciò esige che lui stesso si lasci
continuamente educare dallo Spirito alla carità di Cristo. In tal senso
la preparazione al sacerdozio non può non implicare una seria formazione
alla carità, in particolare all'amore preferenziale per i « poveri »
nei quali la fede scopre la presenza di Gesù 330 e all'amore
misericordioso per i peccatori.
Nella prospettiva della carità, che consiste nel dono di sé
per amore, trova il suo posto nella formazione spirituale del futuro sacerdote
l'educazione all'obbedienza, al celibato e alla povertà.331
In questo senso sta l'invito del Concilio: « In modo ben chiaro gli alunni
sappiano di non essere destinati né al dominio né agli onori, ma
di dover mettersi al completo servizio di Dio e del ministero pastorale. Con
particolare sollecitudine vengano educati all'obbedienza sacerdotale, a un
tenore di vita povera, allo spirito di abnegazione di sé, in modo
da abituarsi a rinunziare prontamente anche alle cose per sé lecite ma
non convenienti e a vivere in conformità con Cristo crocifisso ».332
50. La formazione spirituale di chi è chiamato a vivere il celibato
deve riservare un'attenzione particolare a preparare il futuro sacerdote a conoscere,
stimare, amare e vivere il celibato nella sua vera natura e nelle sue vere
finalità, quindi nelle sue motivazioni evangeliche, spirituali e
pastorali. Presupposto e contenuto di questa preparazione è la
virtù della castità, che qualifica tutte le relazioni umane e che
conduce « a sperimentare e a manifestare... un amore sincero, umano,
fraterno, personale e capace di sacrifici, sull'esempio di Cristo, verso tutti e
verso ciascuno ».333
Il celibato dei sacerdoti connota la castità di alcune
caratteristiche, grazie alle quali essi « rinunziando alla vita coniugale
per il regno dei cieli,334 possono aderire a Dio con un amore indivisibile
rispondente intimamente alla nuova legge, danno testimonianza della futura
risurrezione 335 e ricevono un aiuto grandissimo per l'esercizio continuo di
quella perfetta carità che li renderà capaci nel ministero
sacerdotale di farsi tutto a tutti ».336 In tal senso il celibato
sacerdotale non è da considerarsi come semplice norma giuridica, né
come una condizione del tutto esteriore per essere ammessi all'ordinazione, bensì
come un valore profondamente connesso con l'ordinazione sacra, che configura a
Gesù Cristo buon Pastore e Sposo della Chiesa, e quindi come la scelta di
un amore più grande e senza divisioni per Cristo e per la sua Chiesa
nella disponibilità piena e gioiosa del cuore per il ministero pastorale.
Il celibato è da considerare come una grazia speciale, come un dono: «
Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso ».337
Certamente una grazia che non dispensa, ma esige con singolare forza la risposta
cosciente e libera da parte di chi la riceve. Questo carisma dello Spirito
racchiude anche la grazia perché colui che lo riceve rimanga fedele per
tutta la vita e compia con generosità e con gioia gli impegni che vi sono
connessi. Nella formazione al celibato sacerdotale dovrà essere
assicurata la coscienza del « prezioso dono di Dio »,338 che condurrà
alla preghiera e alla vigilanza perché il dono sia custodito da tutto ciò
che lo può minacciare.
Vivendo il suo celibato il sacerdote potrà meglio compiere il suo
ministero nel Popolo di Dio. In particolare, mentre testimonierà il
valore evangelico della verginità, potrà sostenere gli sposi
cristiani a vivere in pienezza il « grande sacramento » dell'amore di
Cristo Sposo per la Chiesa sua sposa, così come la sua fedeltà nel
celibato sarà di aiuto per la fedeltà degli sposi.339
L'importanza e la delicatezza della preparazione al celibato sacerdotale,
specialmente nelle attuali situazioni sociali e culturali, hanno portato i Padri
sinodali ad una serie di richieste, la cui validità permanente è
peraltro confermata dalla saggezza della Chiesa madre. Le ripropongo
autorevolmente come criteri da seguirsi nella formazione alla castità nel
celibato: « I Vescovi insieme ai rettori e ai direttori spirituali dei
seminari stabiliscano principii, offrano criteri e diano aiuti per il
discernimento in questa materia. Di massima importanza per la formazione alla
castità nel celibato sono la sollecitudine del Vescovo e la vita fraterna
tra i sacerdoti. In seminario, durante il periodo di formazione, il celibato
deve essere presentato con chiarezza, senza alcuna ambiguità e in modo
positivo. Il seminarista deve avere un adeguato grado di maturità
psichica e sessuale, nonché una vita assidua ed autentica di preghiera, e
deve porsi sotto la direzione di un padre spirituale. Il direttore spirituale
deve aiutare il seminarista perché egli stesso giunga ad una decisione
matura e libera, che sia fondata nella stima dell'amicizia sacerdotale e
dell'autodisciplina, come pure nell'accettazione della solitudine e in un retto
stato personale fisico e psicologico. Per questo i seminaristi conoscano bene la
dottrina del Concilio Vaticano II, l'enciclica « Sacerdotalis Caelibatus »
e l'Istruzione per la formazione al celibato sacerdotale edita dalla
Congregazione per l'Educazione Cattolica nel 1974. Perché il seminarista
possa abbracciare con decisione libera il celibato sacerdotale per il Regno dei
cieli è necessario che conosca la natura cristiana e veramente umana
nonché il fine della sessualità nel matrimonio e nel celibato. È
necessario anche istruire ed educare i fedeli laici circa le motivazioni
evangeliche, spirituali e pastorali proprie del celibato sacerdotale così
che aiutino i presbiteri con l'amicizia, la comprensione e la collaborazione ».340
51. La formazione intellettuale, pur avendo una sua specificità, si
connette profondamente, sino a costituirne un'espressione necessaria, con la
formazione umana e quella spirituale: si configura, infatti, come un'esigenza
insopprimibile dell'intelligenza con la quale l'uomo « partecipa
della luce della mente di Dio » 341 e cerca di acquisire una sapienza, che
a sua volta, si apre e punta sulla conoscenza e sull'adesione a Dio.
La formazione intellettuale dei candidati al sacerdozio trova la sua
specifica giustificazione nella natura stessa del ministero ordinato e manifesta
la sua urgenza attuale di fronte alla sfida della « nuova evangelizzazione »
alla quale il Signore chiama la Chiesa alle soglie del terzo millennio. «
Se già ogni cristiano scrivono i Padri sinodali deve essere
pronto a difendere la fede e a rendere ragione della speranza che vive in
noi,342 molto di più i candidati al sacerdozio e i presbiteri devono
avere diligente cura del valore della formazione intellettuale nell'educazione e
nell'attività pastorale, dal momento che per la salvezza dei fratelli e
delle sorelle devono cercare una più profonda conoscenza dei misteri
divini ».343 La situazione attuale poi, pesantemente segnata
dall'indifferenza religiosa e insieme da una sfiducia diffusa nei riguardi della
reale capacità della ragione di raggiungere la verità oggettiva e
universale, e da problemi e interrogativi inediti provocati dalle scoperte
scientifiche e tecnologiche, esige con forza un livello eccellente di formazione
intellettuale, tale cioè da rendere i sacerdoti capaci di annunciare,
proprio in un simile contesto, l'immutabile Vangelo di Cristo e di renderlo
credibile di fronte alle legittime esigenze della ragione umana. Si aggiunga,
inoltre, che l'attuale fenomeno del pluralismo quanto mai accentuato,
nell'ambito non solo della società umana ma anche della stessa comunità
ecclesiale, chiede una particolare attitudine al discernimento critico: è
un ulteriore motivo che dimostra la necessità di una formazione
intellettuale quanto mai seria.
Questa motivazione « pastorale » della formazione intellettuale
riconferma quanto già detto sull'unità del processo educativo
nelle sue diverse dimensioni. L'impegno di studio, che occupa non poca parte
della vita di chi si prepara al sacerdozio, non è affatto una componente
esteriore e secondaria della sua crescita umana, cristiana, spirituale e
vocazionale: in realtà attraverso lo studio, soprattutto della teologia,
il futuro sacerdote aderisce alla Parola di Dio, cresce nella sua vita
spirituale e si dispone a compiere il suo ministero pastorale. È questo
il molteplice e unitario scopo dello studio teologico indicato dal Concilio 344
e riproposto dall'Instrumentum laboris del Sinodo: « Affinché
possa essere pastoralmente efficace, la formazione intellettuale va integrata in
un cammino spirituale segnato dall'esperienza personale di Dio, in modo tale da
superare una pura scienza nozionistica e pervenire a quella intelligenza del
cuore che sa "vedere" prima ed è in grado poi di comunicare il
mistero di Dio ai fratelli ».345
52. Un momento essenziale della formazione intellettuale è lo studio
della filosofia, che conduce ad una più profonda comprensione e
interpretazione della persona, della sua libertà, delle sue relazioni con
il mondo e con Dio. Essa si rivela di grande urgenza, non solo per il legame che
esiste tra gli argomenti filosofici e i misteri della salvezza studiati in
teologia alla luce superiore della fede 346 ma anche di fronte ad una situazione
culturale quanto mai diffusa che esalta il soggettivismo come criterio e misura
della verità: solo una sana filosofia può aiutare i candidati al
sacerdozio a sviluppare una coscienza riflessa del rapporto costitutivo che
esiste tra lo spirito umano e la verità, quella verità che si
rivela a noi pienamente in Gesù Cristo. Né è da
sottovalutare l'importanza della filosofia per garantire quella « certezza
di verità » che, sola, può stare alla base della donazione
personale totale a Gesù e alla Chiesa. Non è difficile capire come
alcune questioni molto concrete, quali l'identità del sacerdote e il suo
impegno apostolico e missionario, sono profondamente legate alla questione,
tutt'altro che astratta, della verità: se non si è certi della
verità, come è possibile mettere in gioco l'intera propria vita ed
avere la forza per interpellare sul serio la vita degli altri?
La filosofia aiuta non poco il candidato ad arricchire la sua formazione
intellettuale del « culto della verità », cioè di una
specie di venerazione amorosa della verità, la quale conduce a
riconoscere che la verità stessa non è creata e misurata dall'uomo
ma all'uomo è data in dono dalla Verità suprema, Dio; che, sia
pure con limiti e a volte con difficoltà, la ragione umana può
raggiungere la verità oggettiva e universale, anche quella riguardante
Dio e il senso radicale dell'esistenza; che la fede stessa non può
prescindere dalla ragione e dalla fatica di « pensare » i suoi
contenuti, come testimoniava la grande mente di Agostino: « Ho desiderato
vedere con l'intelletto ciò che ho creduto, e ho molto disputato e
faticato ».347
Per una più profonda comprensione dell'uomo e dei fenomeni e delle
linee evolutive della società, in ordine all'esercizio il più
possibile « incarnato » del ministero pastorale, di non poca utilità
possono essere le cosiddette « scienze dell'uomo », come la
sociologia, la psicologia, la pedagogia, la scienza dell'economia e della
politica, la scienza della comunicazione sociale. Sia pure nell'ambito ben
preciso delle scienze positive o descrittive, queste aiutano il futuro sacerdote
a prolungare la « contemporaneità » vissuta da Cristo. «
Cristo, diceva Paolo VI, si è fatto contemporaneo ad alcuni uomini e ha
parlato nel loro linguaggio. La fedeltà a lui chiede che questa
contemporaneità continui ».348
53. La formazione intellettuale del futuro sacerdote si basa e si costruisce
soprattutto sullo studio della sacra doctrina, della teologia. Il valore
e l'autenticità della formazione teologica dipendono dal rispetto
scrupoloso della natura propria della teologia, che i Padri sinodali hanno così
compendiato: « La vera teologia proviene dalla fede e intende condurre alla
fede ».349 È questa la concezione che la Chiesa cattolica, e il suo
Magistero in specie, hanno costantemente proposto. È questa la linea
seguita dai grandi teologi, che hanno arricchito il pensiero della Chiesa
cattolica lungo i secoli. San Tommaso è oltremodo esplicito, quando
afferma che la fede è come l'habitus della teologia, ossia il suo
principio operativo permanente,350 e che tutta la teologia è ordinata a
nutrire la fede.351
Il teologo è, dunque, anzitutto un credente, un uomo di fede.
Ma è un credente che s'interroga sulla propria fede (fides
quaerens intellectum), che s'interroga al fine di raggiungere una
comprensione più profonda della fede stessa. I due aspetti, la fede e la
riflessione matura, sono profondamente connessi, intrecciati: proprio la loro
intima coordinazione e compenetrazione decide della vera natura della teologia,
e conseguentemente decide dei contenuti, delle modalità e dello spirito
secondo cui la sacra doctrina va elaborata e studiata.
Poiché poi la fede, punto di partenza e di arrivo della teologia,
opera un rapporto personale del credente con Gesù Cristo nella Chiesa,
anche la teologia possiede delle intrinseche connotazioni cristologiche ed
ecclesiali, che il candidato al sacerdozio deve consapevolmente assumere, non
solo per le implicazioni che riguardano la sua vita personale ma anche per
quelle che toccano il suo ministero pastorale. Se è accoglienza della
Parola di Dio, la fede si risolve in un « sì » radicale del
credente a Gesù Cristo, Parola piena e definitiva di Dio al mondo.352 Di
conseguenza, la riflessione teologica trova il suo centro nell'adesione a Gesù
Cristo, Sapienza di Dio: la stessa riflessione matura deve dirsi una
partecipazione al « pensiero » di Cristo 353 nella forma umana di una
scienza (scientia fidei). Nello stesso tempo, la fede inserisce il
credente nella Chiesa e lo rende partecipe della vita della Chiesa, quale
comunità di fede. Di conseguenza, la teologia possiede una dimensione
ecclesiale, perché è una riflessione matura sulla fede della
Chiesa e da parte del teologo che è membro della Chiesa.354
Queste prospettive cristologiche ed ecclesiali, che sono connaturali alla
teologia, aiutano a sviluppare nei candidati al sacerdozio, insieme al rigore
scientifico, un grande e vivo amore a Gesù Cristo e alla sua Chiesa:
quest'amore, mentre nutre la loro vita spirituale, li orienta al generoso
compimento del loro ministero. Proprio questo era, in definitiva, l'intento del
Concilio Vaticano II che sollecitava il riordinamento degli studi ecclesiastici
disponendo meglio le varie discipline filosofiche e teologiche e facendole «
convergere concordemente alla progressiva apertura delle menti degli alunni
verso il mistero di Cristo, il quale compenetra tutta la storia del genere
umano, agisce continuamente nella Chiesa e opera principalmente attraverso il
ministero sacerdotale ».355
Formazione intellettuale teologica e vita spirituale, in particolare vita di
preghiera, s'incontrano e si rafforzano a vicenda, senza nulla togliere né
alla serietà della ricerca né al sapore spirituale della
preghiera. San Bonaventura ci avverte: « Nessuno creda che gli basti la
lettura senza l'unzione, la speculazione senza la devozione, la ricerca senza lo
stupore, l'osservazione senza l'esultanza, l'attività senza la pietà,
la scienza senza la carità, l'intelligenza senza l'umiltà, lo
studio senza la grazia divina, l'indagine senza la sapienza dell'ispirazione
divina ».356
54. La formazione teologica è opera quanto mai complessa e
impegnativa. Essa deve condurre il candidato al sacerdozio a possedere una
visione delle verità rivelate da Dio in Gesù Cristo e
dell'esperienza di fede della Chiesa che sia completa e unitaria: di qui
la duplice esigenza di conoscere « tutte » le verità cristiane,
senza operare delle scelte arbitrarie, e di conoscerle in modo organico. Ciò
esige che l'alunno sia aiutato ad operare una sintesi che sia il frutto degli
apporti delle diverse discipline teologiche, la cui specificità acquista
autentico valore solo nella loro profonda coordinazione.
Nella sua riflessione matura sulla fede, la teologia si muove in due
direzioni. La prima è quella dello studio della Parola di Dio: la
parola scritta nel Libro sacro, celebrata e vissuta nella Tradizione viva della
Chiesa, autorevolmente interpretata dal Magistero della Chiesa. Di qui lo studio
della Sacra Scrittura, « che deve essere come l'anima di tutta la teologia »,357
dei Padri della Chiesa e della liturgia, come pure della storia della Chiesa e
dei pronunciamenti del Magistero. La seconda direzione è quella dell'uomo,
interlocutore di Dio: l'uomo chiamato a « credere », a «
vivere », a « comunicare » agli altri la fides e l'ethos
cristiani. Di qui lo studio della dommatica, della teologia morale, della
teologia spirituale, del diritto canonico e della teologia pastorale.
Il riferimento all'uomo credente conduce la teologia ad avere una
particolare attenzione, da un lato, all'istanza fondamentale e permanente del
rapporto fede-ragione, dall'altro, ad alcune esigenze più collegate con
la situazione sociale e culturale d'oggi. Dal primo punto di vista, si ha lo
studio della teologia fondamentale, che ha per oggetto il fatto della
rivelazione cristiana e la sua trasmissione nella Chiesa. Dall'altro punto di
vista, si impongono discipline che hanno conosciuto e conoscono un più
deciso sviluppo come risposte a problemi oggi fortemente sentiti. Così lo
studio della dottrina sociale della Chiesa, che « appartiene... al campo
della teologia e, specialmente, della teologia morale » 358 e che è
da annoverarsi tra le « componenti essenziali » della « nuova
evangelizzazione », di cui costituisce uno strumento.359 Così lo
studio della missione, dell'ecumenismo, del giudaismo, dell'Islam e delle altre
religioni non cristiane.
55. La formazione teologica attuale deve prestare attenzione ad alcuni
problemi che non poche volte sollevano difficoltà, tensioni,
confusioni all'interno della vita della Chiesa. Si pensi al rapporto tra i
pronunciamenti del Magistero e le discussioni teologiche, un rapporto che
non sempre si configura come dovrebbe essere, all'insegna cioè della
collaborazione. Certamente « il Magistero vivo della Chiesa e la teologia,
pur avendo doni e funzioni diverse, hanno ultimamente il medesimo fine:
conservare il Popolo di Dio nella verità che libera e farne così
la "luce delle nazioni". Questo servizio alla comunità
ecclesiale mette in relazione reciproca il teologo con il Magistero.
Quest'ultimo insegna autenticamente la dottrina degli Apostoli e, traendo
vantaggio dal lavoro teologico, respinge le obiezioni e le deformazioni della
fede, proponendo inoltre con l'autorità ricevuta da Gesù Cristo
nuovi approfondimenti, esplicitazioni e applicazioni della dottrina rivelata. La
teologia invece acquisisce, in modo riflesso, un'intelligenza sempre più
profonda della Parola di Dio, contenuta nella Scrittura e trasmessa fedelmente
dalla Tradizione viva della Chiesa sotto la guida del Magistero, cerca di
chiarire l'insegnamento della Rivelazione di fronte all'istanza della ragione,
ed infine gli dà una forma organica e sistematica ».360 Quando però,
per una serie di motivi, questa collaborazione viene meno, occorre non prestarsi
a equivoci e a confusioni, sapendo distinguere accuratamente « la dottrina
comune della Chiesa dalle opinioni dei teologi e dalle tendenze che presto
passano (le cosiddette "mode") ».361 Non si dà un
magistero « parallelo », perché l'unico magistero è
quello di Pietro e degli apostoli, del Papa e dei vescovi.362
Un altro problema, avvertito soprattutto là dove gli studi
seminaristici sono affidati ad istituzioni accademiche, riguarda il rapporto
tra il rigore scientifico della teologia e la sua destinazione pastorale, e
pertanto la natura pastorale della teologia. Si tratta, in realtà, di due
caratteristiche della teologia e del suo insegnamento che non solo non si
oppongono tra loro, ma che concorrono, sia pure sotto profili diversi, alla più
completa intelligenza della fede. Infatti la pastoralità della teologia
non significa una teologia meno dottrinale o addirittura destituita della sua
scientificità; significa, invece, che essa abilita i futuri sacerdoti ad
annunciare il messaggio evangelico attraverso i modi culturali del loro tempo e
a impostare l'azione pastorale secondo un'autentica visione teologica. E così,
da un lato, uno studio rispettoso della scientificità rigorosa delle
singole discipline teologiche contribuirà alla più completa e
profonda formazione del pastore d'anime come maestro della fede; dall'altro
lato, l'adeguata sensibilità alla destinazione pastorale renderà
veramente formativo per i futuri presbiteri lo studio serio e scientifico della
teologia.
Un ulteriore problema è dato dall'esigenza, oggi fortemente sentita,
dell'evangelizzazione delle culture e dell'inculturazione del messaggio
della fede. È questo un problema eminentemente pastorale, che deve
entrare con maggiore ampiezza e sensibilità nella formazione dei
candidati al sacerdozio: « Nelle attuali circostanze nelle quali, in varie
regioni del mondo, la religione cristiana è considerata come qualcosa di
estraneo alle culture sia antiche sia moderne, è di grande importanza che
in tutta la formazione intellettuale e umana si ritenga come necessaria ed
essenziale la dimensione dell'inculturazione ».363 Ma ciò preesige
una teologia autentica, ispirata ai principii cattolici circa l'inculturazione.
Questi principii si collegano con il mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio
e con l'antropologia cristiana e illuminano il senso autentico
dell'inculturazione: questa, di fronte alle più diverse e talvolta
contrapposte culture, presenti nelle varie parti del mondo, vuole essere
un'obbedienza al comando di Cristo di predicare il Vangelo a tutte le genti sino
agli estremi confini della terra. Una simile obbedienza non significa né
sincretismo né semplice adattamento dell'annuncio evangelico, ma che il
Vangelo penetra vitalmente nelle culture, si incarna in esse, superandone gli
elementi culturali incompatibili con la fede e con la vita cristiana ed
elevandone i valori al mistero della salvezza che proviene da Cristo.364 Il
problema dell'inculturazione può avere un interesse specifico quando i
candidati al sacerdozio provengono essi stessi da antiche culture: avranno
bisogno, allora, di vie adeguate di formazione, sia per superare il pericolo di
essere meno esigenti e di sviluppare un'educazione più debole ai valori
umani, cristiani e sacerdotali, sia per valorizzare gli elementi buoni e
autentici delle loro culture e tradizioni.365
56. Seguendo l'insegnamento e gli orientamenti del Concilio Vaticano II e le
indicazioni applicative della Ratio fundamentalis institutionis
sacerdotalis, si è determinato nella Chiesa un vasto aggiornamento
dell'insegnamento delle discipline filosofiche e soprattutto teologiche nei
seminari. Pur bisognoso in alcuni casi di ulteriori emendamenti e sviluppi,
questo aggiornamento ha contribuito nel suo insieme a qualificare sempre più
la proposta educativa nell'ambito della formazione intellettuale. Al riguardo «
i Padri sinodali hanno nuovamente affermato, con frequenza e con chiarezza, la
necessità, anzi l'urgenza che venga applicato nei seminari e nelle case
di formazione il piano fondamentale degli studi, sia universale che delle
singole nazioni o Conferenze episcopali ».366
È necessario contrastare con decisione la tendenza a ridurre la
serietà e l'impegno degli studi, che si manifesta in alcuni contesti
ecclesiali, come conseguenza anche di una preparazione di base insufficiente e
lacunosa degli alunni che iniziano il curricolo filosofico e teologico. È
la stessa situazione contemporanea ad esigere sempre più dei maestri che
siano veramente all'altezza della complessità dei tempi e siano in grado
di affrontare, con competenza e con chiarezza e profondità di
argomentazioni, le domande di senso degli uomini d'oggi, alle quali solo il
Vangelo di Gesù Cristo dà la piena e definitiva risposta.
57. L'intera formazione dei candidati al sacerdozio è destinata a
disporli in un modo più particolare a comunicare alla carità di
Cristo, buon Pastore. Questa formazione, dunque, nei suoi diversi aspetti, deve
avere un carattere essenzialmente pastorale. Lo affermava chiaramente il decreto
conciliare « Optatam Totius » in rapporto ai seminari maggiori: «
L'educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri pastori
d'anime sull'esempio di nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e
pastore. Gli alunni perciò vengano preparati: al ministero della
parola, in modo da penetrare sempre meglio la Parola di Dio rivelata, rendersela
propria con la meditazione e saperla esprimere con la parola e con la vita; al
ministero del culto e della santificazione, in modo che pregando e celebrando le
azioni liturgiche sappiano esercitare l'opera della salvezza per mezzo del
Sacrificio eucaristico e dei Sacramenti; al servizio di pastore, per essere in
grado di rappresentare agli uomini Cristo, il quale "non venne per essere
servito, ma per servire e dare la sua vita a redenzione di molti" 367 e di
guadagnare molti, facendosi servi di tutti 368 ».369
Il testo conciliare insiste sulla profonda coordinazione che esiste tra i
diversi aspetti della formazione umana, spirituale, intellettuale e, nello
stesso tempo, sulla loro specifica finalizzazione pastorale. In tal
senso il fine pastorale assicura alla formazione umana, spirituale e
intellettuale determinati contenuti e precise caratteristiche, così come
unifica e specifica l'intera formazione dei futuri sacerdoti.
Come ogni altra formazione, anche quella pastorale si sviluppa attraverso la
riflessione matura e l'applicazione operativa, e affonda le sue radici vive in
uno spirito, che di tutto costituisce il fulcro e la forza di impulso e di
sviluppo.
Si esige, dunque, lo studio di una vera e propria disciplina teologica: la
teologia pastorale o pratica, che è una riflessione scientifica sulla
Chiesa nel suo edificarsi quotidiano, con la forza dello Spirito, dentro la
storia; sulla Chiesa, quindi, come « sacramento universale di salvezza »,370
come segno e strumento vivo della salvezza di Gesù Cristo nella Parola,
nei Sacramenti e nel servizio della Carità. La pastorale non è
soltanto un'arte né un complesso di esortazioni, di esperienze, di
metodi; possiede una sua piena dignità teologica, perché riceve
dalla fede i principii e i criteri dell'azione pastorale della Chiesa nella
storia, di una Chiesa che « genera » ogni giorno la Chiesa stessa,
secondo la felice espressione di S. Beda il Venerabile: « Nam et
Ecclesia quotidie gignit Ecclesiam ».371 Tra questi principii e criteri
si dà quello particolarmente importante del discernimento evangelico
della situazione socio-culturale ed ecclesiale entro cui si sviluppa l'azione
pastorale.
Lo studio della teologia pastorale deve illuminare l'applicazione
operativa mediante la dedizione ad alcuni servizi pastorali che i candidati
al sacerdozio, con necessaria gradualità e sempre in armonia con gli
altri impegni formativi, devono assolvere: si tratta di « esperienze »
pastorali, che possono confluire in un vero e proprio « tirocinio pastorale
», che può durare anche per diverso tempo e che chiede di essere
verificato in maniera metodica.
Ma lo studio e l'attività pastorali rimandano ad una sorgente
interiore, che la formazione avrà cura di custodire e di valorizzare: è
la comunione sempre più profonda con la carità pastorale di
Gesù, la quale, come ha costituito il principio e la forza del suo
agire salvifico, così, grazie all'effusione dello Spirito Santo nel
sacramento dell'Ordine, deve costituire il principio e la forza del ministero
del presbitero. Si tratta di una formazione destinata non soltanto ad assicurare
una competenza pastorale scientifica e un'abilità operativa, ma anche e
soprattutto a garantire la crescita di un modo di essere in comunione
con i medesimi sentimenti e comportamenti di Cristo, buon Pastore: «
Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù ».372
58. Così intesa, la formazione pastorale non può certo ridursi
ad un semplice apprendistato, rivolto a familiarizzarsi con qualche tecnica
pastorale. La proposta educativa del seminario si fa carico di una vera e
propria iniziazione alla sensibilità del pastore, all'assunzione
consapevole e matura delle sue responsabilità, all'abitudine interiore di
valutare i problemi e di stabilire le priorità e i mezzi di soluzione,
sempre in base a limpide motivazioni di fede e secondo le esigenze teologiche
della pastorale stessa.
Attraverso l'iniziale e graduale sperimentazione nel ministero, i futuri
sacerdoti potranno essere inseriti nella viva tradizione pastorale della loro
Chiesa particolare, impareranno ad aprire l'orizzonte della loro mente e del
loro cuore alla dimensione missionaria della vita ecclesiale, si eserciteranno
in alcune prime forme di collaborazione tra loro e con i presbiteri accanto ai
quali saranno mandati. A questi ultimi compete, in collegamento con la proposta
del seminario, una responsabilità educativa pastorale di non poca
importanza.
Nella scelta dei luoghi e dei servizi adatti all'esercizio pastorale si dovrà
avere particolare riguardo per la parrocchia,373 cellula vitale delle esperienze
pastorali settoriali e specializzate, nella quale essi verranno a trovarsi di
fronte ai problemi particolari del loro futuro ministero. I Padri sinodali hanno
offerto una serie di esempi concreti, come la visita ai malati; la cura degli
emigrati, degli esiliati e dei nomadi; lo zelo della carità che si
traduce in diverse opere sociali. In particolare essi scrivono: « È
necessario che il presbitero sia testimone della carità di Cristo stesso
che è passato facendo del bene;374 il presbitero deve anche essere il
segno visibile della sollecitudine della Chiesa che è Madre e Maestra. E
poiché l'uomo oggi è colpito da tante disgrazie, specialmente
l'uomo che è travolto da una povertà disumana, dalla cieca
violenza e dall'ingiusto potere, è necessario che l'uomo di Dio ben
preparato ad ogni opera buona 375 rivendichi i diritti e la dignità
dell'uomo. Si guardi però dall'aderire a false ideologie e dal
dimenticare, mentre intende promuoverne la perfezione, che il mondo è
redento dalla sola croce di Cristo ».376
L'insieme di queste ed altre attività pastorali educa il futuro
sacerdote a vivere come « servizio » la propria missione di autorità
nella comunità, allontanandosi da ogni atteggiamento di superiorità
o di esercizio di un potere che non sia sempre e solo giustificato dalla carità
pastorale.
Per un'adeguata formazione è necessario che le diverse esperienze dei
candidati al sacerdozio assumano un chiaro carattere ministeriale, restando
intimamente collegate con tutte le esigenze che sono proprie della preparazione
al presbiterato e (non, certo, a scapito dello studio) in riferimento ai servizi
dell'annuncio della Parola, del culto e della presidenza. Questi servizi possono
diventare la traduzione concreta dei ministeri del Lettorato, dell'Accolitato e
del Diaconato.
59. Poiché l'azione pastorale è destinata per sua natura ad
animare la Chiesa, che è essenzialmente « mistero », «
comunione », « missione », la formazione pastorale dovrà
conoscere e vivere queste dimensioni ecclesiali nell'esercizio del ministero.
Fondamentale risulta essere la coscienza che la Chiesa è «
mistero », opera divina, frutto dello Spirito di Cristo, segno efficace
della grazia, presenza della Trinità nella comunità cristiana: una
simile coscienza, mentre non attenuerà il senso di responsabilità
proprio del pastore, lo renderà convinto che la crescita della Chiesa è
opera gratuita dello Spirito e che il suo servizio dalla stessa grazia
divina affidato alla libera responsabilità umana è quello
evangelico del servo inutile.377
La coscienza poi della Chiesa quale « comunione » preparerà
il candidato al sacerdozio a realizzare una pastorale comunitaria, in cordiale
collaborazione con i diversi soggetti ecclesiali: sacerdoti e Vescovo, sacerdoti
diocesani e religiosi, sacerdoti e laici. Ma una simile collaborazione
presuppone la conoscenza e la stima dei diversi doni e carismi, delle varie
vocazioni e responsabilità che lo Spirito offre ed affida ai membri del
Corpo di Cristo; esige un senso vivo e preciso della propria e dell'altrui
identità nella Chiesa; chiede mutua fiducia, pazienza, dolcezza, capacità
di comprensione e di attesa; si radica soprattutto su di un amore alla Chiesa più
grande dell'amore a se stessi e alle aggregazioni alle quali si appartiene. Di
particolare importanza è preparare i futuri sacerdoti alla collaborazione
con i laici. « Siano pronti dice il Concilio ad ascoltare
il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e
giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell'attività
umana, in modo da poter assieme a loro riconoscere i segni dei tempi ».378
Anche il recente Sinodo ha insistito sulla sollecitudine pastorale verso i
laici: « Occorre che l'alunno diventi capace di proporre e di introdurre i
fedeli laici, soprattutto i giovani, alle diverse vocazioni (al matrimonio, ai
servizi sociali, all'apostolato, ai ministeri e alle responsabilità
nell'assumere l'attività pastorale, alla vita consacrata, a guidare la
vita politica e sociale, alla ricerca scientifica, all'insegnamento).
Soprattutto è necessario insegnare e sostenere i laici e la loro
vocazione a permeare e a trasformare il mondo con la luce del Vangelo,
riconoscendo il loro compito e rispettandolo ».379
Infine, la coscienza della Chiesa quale comunione « missionaria »,
aiuterà il candidato al sacerdozio ad amare e a vivere l'essenziale
dimensione missionaria della Chiesa e delle diverse attività pastorali;
ad essere aperto e disponibile a tutte le possibilità oggi offerte
all'annuncio del Vangelo, senza dimenticare il prezioso servizio che al riguardo
può e deve essere dato dai mezzi della comunicazione sociale;380 a
prepararsi ad un ministero che gli potrà chiedere la concreta
disponibilità allo Spirito Santo e al Vescovo per essere mandato a
predicare il Vangelo oltre i confini del suo paese.381
II. Gli ambienti della formazione sacerdotale
60. La necessità del Seminario Maggiore e
dell'analoga Casa religiosa per la formazione dei candidati al
sacerdozio, autorevolmente affermata dal Concilio Vaticano II,382 è stata
riaffermata dal Sinodo con queste parole: « L'istituzione del
Seminario Maggiore, come luogo ottimo di formazione, è certamente da
riaffermarsi quale normale spazio, anche materiale, di una vita comunitaria e
gerarchica, anzi quale casa propria per la formazione dei candidati al
sacerdozio, con superiori veramente consacrati a questo ufficio. Questa
istituzione ha dato moltissimi frutti lungo i secoli e continua a darli in tutto
il mondo ».383
Il seminario si presenta sì come un tempo e uno spazio; ma si
presenta soprattutto come una comunità educativa in cammino: è
la comunità promossa dal Vescovo per offrire a chi è chiamato dal
Signore a servire come gli apostoli la possibilità di rivivere
l'esperienza formativa che il Signore ha riservato ai Dodici. In realtà,
una prolungata e intima consuetudine di vita con Gesù viene presentata
nei Vangeli come necessaria premessa al ministero apostolico. Essa richiede ai
Dodici di realizzare in modo particolarmente chiaro e specifico il distacco, in
qualche misura proposto a tutti i discepoli, dall'ambiente di origine, dal
lavoro consueto, dagli affetti anche più cari.384 Più volte
abbiamo riportato la tradizione di Marco che sottolinea il legame profondo che
unisce gli apostoli con Cristo e tra di loro: prima di essere mandati a
predicare e a guarire, sono chiamati a « stare con lui ».385
L'identità profonda del seminario è di essere, a suo modo, una
continuazione nella Chiesa della comunità apostolica stretta intorno
a Gesù, in ascolto della sua Parola, in cammino verso l'esperienza
della Pasqua, in attesa del dono dello Spirito per la missione. Una simile
identità costituisce l'ideale normativo che stimola il seminario, nelle
più diverse forme e nelle molteplici vicissitudini, che in quanto istituzione
umana registra nella storia, a trovare una concreta realizzazione, fedele ai
valori evangelici ai quali si ispira e capace di rispondere alle situazioni e
necessità dei tempi.
Il seminario è, in se stesso, un'esperienza originale della vita
della Chiesa: in esso il Vescovo si rende presente attraverso il ministero
del rettore e il servizio di corresponsabilità e di comunione da lui
animato con gli altri educatori, per la crescita pastorale e apostolica degli
alunni. I vari membri della comunità del seminario, riuniti dallo Spirito
in un'unica fraternità, collaborano, ciascuno secondo il proprio dono,
alla crescita di tutti nella fede e nella carità, perché si
preparino adeguatamente al sacerdozio e quindi a prolungare nella Chiesa e nella
storia la presenza salvifica di Gesù Cristo, il buon Pastore.
Già sotto un profilo umano, il Seminario Maggiore deve tendere a
diventare « una comunità compaginata da una profonda amicizia e
carità, così da poter essere considerata una vera famiglia che
vive nella gioia ».386 Sotto il profilo cristiano, il seminario si deve
configurare, continuano i Padri sinodali, come « comunità ecclesiale
», come « comunità dei discepoli del Signore nella quale si
celebra la stessa Liturgia (che permea la vita di spirito di preghiera), formata
ogni giorno nella lettura e nella meditazione della Parola di Dio e con il
sacramento dell'Eucaristia e nell'esercizio della carità fraterna e della
giustizia, una comunità nella quale, nel progresso della vita comunitaria
e nella vita di ciascun suo membro, risplendono lo Spirito di Cristo e l'amore
verso la Chiesa ».387 A conferma e a sviluppo concreto dell'essenziale
dimensione ecclesiale del seminario, i Padri sinodali continuano: « Come
comunità ecclesiale, sia diocesana che interdiocesana, sia anche
religiosa, il seminario alimenti il senso della comunione dei candidati con il
loro Vescovo e con il loro presbiterio, così che partecipino alla loro
speranza e alle loro angosce e sappiano estendere questa apertura alle necessità
della Chiesa universale ».388 È essenziale per la formazione dei
candidati al sacerdozio e al ministero pastorale, che per sua natura è
ecclesiale, che il seminario sia sentito non in un modo esteriore e
superficiale, ossia come un semplice luogo di abitazione e di studio, ma in un
modo interiore e profondo: come una comunità, una comunità
specificamente ecclesiale, una comunità che rivive l'esperienza del
gruppo dei Dodici uniti a Gesù.389
61. Il seminario è, dunque, una comunità ecclesiale
educativa, anzi una particolare comunità educante. Ed è il
fine specifico a determinarne la fisionomia, ossia l'accompagnamento vocazionale
dei futuri sacerdoti, e pertanto il discernimento della vocazione, l'aiuto a
corrispondervi e la preparazione a ricevere il sacramento dell'Ordine con le
grazie e le responsabilità proprie, per le quali il sacerdote è
configurato a Gesù Cristo Capo e Pastore ed è abilitato e
impegnato a condividerne la missione di salvezza nella Chiesa e nel mondo.
In quanto comunità educante, l'intera vita del seminario, nelle sue
più diverse espressioni, è impegnata nella formazione umana,
spirituale, intellettuale e pastorale dei futuri presbiteri: è una
formazione che, pur avendo tanti aspetti comuni con la formazione umana e
cristiana di tutti i membri della Chiesa, presenta contenuti, modalità e
caratteristiche che discendono in modo specifico dal fine perseguito di
preparare al sacerdozio.
Ora i contenuti e le forme dell'opera educativa esigono che il seminario
abbia una sua precisa programmazione, un programma di vita cioè
che si caratterizzi, sia per la sua organicità-unità, sia per la
sua sintonia o corrispondenza con l'unico fine che giustifica l'esistenza del
seminario: la preparazione dei futuri presbiteri.
In questo senso i Padri sinodali scrivono: « In quanto comunità
educativa, (il seminario) deve servire ad un programma chiaramente definito che,
come nota caratteristica, abbia l'unità della direzione manifestata nella
figura del Rettore e dei collaboratori, nella coerenza dell'ordinamento di vita,
dell'attività formativa e delle esigenze fondamentali della vita
comunitaria, la quale comporta anche gli aspetti essenziali del compito
formativo. Questo programma deve essere al servizio, senza esitazione e
indeterminazione, della finalità specifica che sola giustifica
l'esistenza del seminario, la formazione cioè dei futuri presbiteri,
pastori della Chiesa ».390 E perché la programmazione sia veramente
adatta ed efficace occorre che le grandi linee programmatiche si traducano più
concretamente in dettaglio, mediante alcune norme particolari destinate ad
ordinare la vita comunitaria, stabilendo alcuni strumenti e alcuni ritmi
temporali precisi.
Un altro aspetto è qui da sottolineare: l'opera educativa, per sua
natura, è l'accompagnamento delle persone storiche concrete che camminano
verso la scelta e l'adesione a determinati ideali di vita. Proprio per questo
l'opera educativa deve saper armonicamente conciliare la proposta chiara della
meta da raggiungere, la richiesta di camminare con serietà verso la meta
stessa, l'attenzione al « viandante », ossia al soggetto concreto
impegnato in questa avventura, e dunque ad una serie di situazioni, di problemi,
di difficoltà, di ritmi diversificati di cammino e di crescita. Ciò
esige una sapiente elasticità, che non significa affatto compromesso né
sui valori né sull'impegno cosciente e libero, ma amore vero e rispetto
sincero per chi, nelle sue condizioni personali, sta camminando verso il
sacerdozio. Questo vale non solo in rapporto alla singola persona, ma anche in
rapporto ai diversi contesti sociali e culturali entro cui vivono i seminari e
alla diversa storia che essi hanno. In questo senso l'opera educativa esige
un continuo rinnovamento. I Padri l'hanno rilevato con forza anche in
rapporto alla configurazione dei seminari: « Salva la validità delle
forme classiche del seminario, il Sinodo desidera che il lavoro di consultazione
delle Conferenze episcopali sulle necessità attuali della formazione
prosegua come si è stabilito nel decreto "Optatam Totius" 391 e
nel Sinodo del 1967. Si rivedano opportunamente le Rationes delle
singole nazioni o riti, sia in occasione delle richieste fatte dalle Conferenze
episcopali, sia nelle visite apostoliche nei seminari delle diverse nazioni, per
integrare in esse diverse forme di formazione collaudate che devono rispondere
alle necessità dei popoli di cultura cosiddetta indigena, delle vocazioni
di uomini adulti, delle vocazioni per le missioni, ecc. ».392
62. La finalità e la configurazione educativa specifica del Seminario
Maggiore esigono che i candidati al sacerdozio vi entrino con una qualche
preparazione previa. Una simile preparazione non poneva problemi
particolari, almeno sino a qualche decennio fa, allorquando i candidati al
sacerdozio provenivano abitualmente dai seminari minori e la vita cristiana
delle comunità ecclesiali offriva facilmente a tutti, indistintamente,
una discreta istruzione ed educazione cristiana.
La situazione è in molte parti cambiata. Si dà una forte
discrepanza tra lo stile di vita e la preparazione di base dei ragazzi, degli
adolescenti e dei giovani, anche se cristiani e talvolta impegnati nella vita
della Chiesa, da un lato, e dall'altro lo stile di vita del seminario e le sue
esigenze formative. In questo contesto, in comunione con i Padri sinodali,
chiedo che vi sia un periodo adeguato di preparazione che preceda la formazione
del seminario: « È utile che ci sia un periodo di preparazione
umana, cristiana, intellettuale e spirituale per i candidati al Seminario
Maggiore. Questi candidati devono però presentare determinate qualità:
la retta intenzione, un grado sufficiente di maturità umana, una
conoscenza abbastanza ampia della dottrina della fede, una qualche introduzione
ai metodi di preghiera e costumi conformi alla tradizione cristiana. Abbiano
anche attitudini proprie delle loro regioni, mediante le quali viene espresso lo
sforzo di trovare Dio e la fede ».393
« Una conoscenza abbastanza ampia della dottrina della fede », di
cui parlano i Padri sinodali, è richiesta prima della teologia: non si può
sviluppare una « intellegentia fidei », se non si conosce la
« fides » nel suo contenuto. Una simile lacuna potrà
essere più facilmente colmata dal prossimo Catechismo universale.
Mentre si fa comune la convinzione della necessità di una simile
preparazione previa al Seminario Maggiore, si dà una diversa valutazione
dei suoi contenuti e delle sue caratteristiche, ossia dello scopo prevalente, se
di formazione spirituale per il discernimento vocazionale o di formazione
intellettuale e culturale. D'altra parte, non si possono dimenticare le molte e
profonde diversità che esistono, non solo in rapporto ai singoli
candidati, ma anche in rapporto alle varie regioni e paesi. Ciò
suggerisce una fase ancora di studio e di sperimentazione, perché si
possano definire in modo più opportuno e significativo i diversi elementi
di questa preparazione previa o « periodo propedeutico »: il
tempo, il luogo, la forma, i temi di questo periodo, che peraltro è da
coordinarsi con gli anni successivi della formazione nel seminario.
In questo senso assumo e ripropongo alla Congregazione per l'Educazione
Cattolica la richiesta formulata dai Padri sinodali: « Il Sinodo chiede che
la Congregazione per l'Educazione Cattolica raccolga tutte le informazioni sulle
esperienze iniziali fatte o che si stanno facendo. A tempo opportuno, la
Congregazione comunichi alle Conferenze episcopali le informazioni su questo
argomento ».394
63. Come attesta una larga esperienza, la vocazione sacerdotale ha un suo
primo momento di manifestazione spesso negli anni della preadolescenza o nei
primissimi anni della gioventù. Ed anche in soggetti che arrivano a
decidere l'ingresso in seminario più avanti nel tempo non è raro
costatare la presenza della chiamata di Dio in periodi molto precedenti. La
storia della Chiesa è una testimonianza continua di chiamate che il
Signore rivolge anche in tenera età. San Tommaso, ad esempio, spiega la
predilezione di Gesù verso l'apostolo Giovanni « per la sua tenera
età » e ne trae la seguente conclusione: « Questo ci fa capire
come Dio ami in modo speciale coloro che si danno al suo servizio fin dalla
prima giovinezza ».395
La Chiesa si prende cura di questi germi di vocazione seminati nei cuori dei
fanciulli, curandone, attraverso l'istituzione dei Seminari Minori, un
premuroso, benché iniziale, discernimento e accompagnamento. In varie
parti del mondo, questi seminari continuano a svolgere una preziosa opera
educativa, finalizzata a custodire e a far sviluppare i germi della vocazione
sacerdotale, affinché gli alunni la possano più facilmente
riconoscere e siano resi più capaci di corrispondervi. La loro proposta
educativa tende a favorire in modo tempestivo e graduale quella formazione
umana, culturale e spirituale che condurrà il giovane a intraprendere il
cammino nel Seminario Maggiore con una base adeguata e solida.
« Prepararsi a seguire Cristo Redentore con animo generoso e cuore
puro »: questo è lo scopo del Seminario Minore indicato dal
Concilio nel decreto « Optatam Totius », che così ne
delinea il volto educativo: gli alunni « sotto la guida paterna dei
superiori, coadiuvati opportunamente dai genitori, conducano un tenore di vita
conveniente all'età, allo spirito e allo sviluppo degli adolescenti e in
piena armonia con le norme della sana psicologia, senza trascurare una
conveniente esperienza delle cose umane e i rapporti con la propria famiglia ».396
Il Seminario Minore potrà essere nella Diocesi anche un punto di
riferimento della pastorale vocazionale, con opportune forme di accoglienza e
offerta di occasioni informative per quegli adolescenti che sono alla ricerca
della vocazione o che, già determinati a seguirla, sono costretti a
procrastinare l'ingresso in seminario per diverse circostanze, familiari o
scolastiche.
64. Dove il Seminario Minore che in molte regioni sembra necessario e
molto utile non trova possibilità di attuazione, occorre
provvedere a costituire altre « istituzioni »,397 come potrebbero
essere i gruppi vocazionali per adolescenti e per giovani. Pur non
essendo permanenti, questi gruppi potranno offrire, in un contesto comunitario,
una guida sistematica per la verifica e la crescita vocazionale. Pur vivendo in
famiglia e frequentando la comunità cristiana che li aiuta nel loro
cammino formativo, questi ragazzi e questi giovani non devono essere lasciati
soli. Essi hanno bisogno di un gruppo particolare o di una comunità di
riferimento cui appoggiarsi per compiere quello specifico itinerario vocazionale
che il dono dello Spirito Santo ha iniziato in loro.
Come è sempre avvenuto nella storia della Chiesa, e con qualche
caratteristica di confortante novità e frequenza nelle attuali
circostanze, va registrato il fenomeno di vocazioni sacerdotali che si
verificano in età adulta, dopo una più o meno lunga
esperienza di vita laicale e di impegno professionale. Non è sempre
possibile, e spesso non è neppure conveniente, invitare gli adulti a
seguire l'itinerario educativo del Seminario Maggiore. Si deve piuttosto
provvedere, dopo un accurato discernimento dell'autenticità di queste
vocazioni, a programmare una qualche forma specifica di accompagnamento
formativo così da assicurare, mediante opportuni adattamenti, la
necessaria formazione spirituale e intellettuale.398 Un giusto rapporto con gli
altri candidati al sacerdozio e periodi di presenza nella comunità del
Seminario maggiore potranno garantire il pieno inserimento di queste vocazioni
nell'unico presbiterio e la loro intima e cordiale comunione con esso.
III. I protagonisti della formazione sacerdotale
65. Poiché la formazione dei candidati al sacerdozio appartiene alla
pastorale vocazionale della Chiesa, si deve dire che è la Chiesa come
tale il soggetto comunitario che ha la grazia e la responsabilità di
accompagnare quanti il Signore chiama a divenire suoi ministri nel sacerdozio.
In tal senso proprio la lettura del mistero della Chiesa ci aiuta a
precisare meglio il posto e il compito che i suoi diversi membri, sia come
singoli sia come membri di un corpo, hanno nella formazione dei candidati al
presbiterato.
Ora la Chiesa è per sua intima natura la « memoria », il «
sacramento » della presenza e dell'azione di Gesù Cristo in mezzo a
noi e per noi. È alla sua presenza salvifica che si deve la chiamata al
sacerdozio: non solo la chiamata, ma anche l'accompagnamento perché il
chiamato possa riconoscere la grazia del Signore e possa darle risposta con
libertà e con amore. È lo Spirito di Gesù che fa luce e
dona forza nel discernimento e nel cammino vocazionale. Non si dà,
allora, autentica opera formativa al sacerdozio senza l'influsso dello
Spirito di Cristo. Ogni formatore umano deve esserne pienamente cosciente.
Come non vedere una « risorsa » totalmente gratuita e radicalmente
efficace, che ha il suo « peso » decisivo nell'impegno formativo verso
il sacerdozio? E come non gioire di fronte alla dignità di ogni formatore
umano, che si configura, in un certo senso, quale visibile rappresentante di
Cristo per il candidato al sacerdozio? Se la formazione al sacerdozio è
essenzialmente la preparazione del futuro « pastore » ad immagine di
Gesù Cristo buon Pastore, chi meglio di Gesù stesso, mediante
l'effusione del suo Spirito, può donare e portare a maturità
quella carità pastorale che egli ha vissuto sino al dono totale di sé
399 e che vuole sia rivissuta da tutti i presbiteri?
Primo rappresentante di Cristo nella formazione sacerdotale è il
Vescovo. Si potrebbe dire del Vescovo, di ogni Vescovo, quanto l'evangelista
Marco ci dice nel testo più volte citato: « Chiamò a sé
quelli che volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che
stessero con lui e anche per mandarli... ».400 In realtà la
chiamata interiore dello Spirito ha bisogno di essere riconosciuta come
autentica chiamata dal Vescovo. Se tutti possono « andare » dal
Vescovo perché Pastore e Padre di tutti, lo possono in una maniera
particolare i suoi presbiteri per la comune partecipazione al medesimo
sacerdozio e ministero: il Vescovo, dice il Concilio, deve considerarli e
trattarli come « fratelli e amici ».401 E questo, in modo analogico,
si può dire di quanti si preparano al sacerdozio. A proposito dello stare
con lui, con il Vescovo, risulta già quanto mai significativo della sua
responsabilità formativa nei riguardi dei candidati al sacerdozio che il
Vescovo li visiti spesso e in qualche modo « stia » con loro.
La presenza del Vescovo ha un valore particolare, non solo perché
aiuta la comunità del seminario a vivere il suo inserimento nella Chiesa
particolare e la sua comunione con il Pastore che la guida, ma anche perché
autentica e stimola quella finalità pastorale che costituisce lo
specifico dell'intera formazione dei candidati al sacerdozio. Soprattutto, con
la sua presenza e con la condivisione con i candidati al sacerdozio di tutto ciò
che riguarda il cammino pastorale della Chiesa particolare, il Vescovo offre un
apporto fondamentale alla formazione del « senso della Chiesa », quale
valore spirituale e pastorale centrale nell'esercizio del ministero sacerdotale.
66. La comunità educativa del seminario si articola attorno a diversi
formatori: il rettore, il direttore o padre spirituale, i superiori e i
professori. Questi devono sentirsi profondamente uniti al Vescovo, che a
diverso titolo e in vario modo lo rappresentano, e devono essere tra loro in
convinta e cordiale comunione e collaborazione: questa unità degli
educatori non solo rende possibile un'adeguata realizzazione del programma
educativo, ma anche e soprattutto offre ai candidati al sacerdozio l'esempio
significativo e la concreta introduzione a quella comunione ecclesiale che
costituisce un valore fondamentale della vita cristiana e del ministero
pastorale.
È evidente che gran parte dell'efficacia formativa dipende dalla
personalità matura e forte dei formatori sotto il profilo umano ed
evangelico. Per questo diventano particolarmente importanti, da un lato, la
scelta accurata dei formatori e, dall'altro, lo stimolo ai formatori perché
si rendano costantemente sempre più idonei al compito loro affidato.
Consapevoli che proprio nella scelta e nella formazione dei formatori
risiede l'avvenire della preparazione dei candidati al sacerdozio, i Padri
sinodali si sono soffermati a lungo nel precisare l'identità degli
educatori. In particolare hanno scritto: « Il compito della formazione dei
candidati al sacerdozio certamente esige non solo una qualche preparazione
speciale dei formatori, che sia veramente tecnica, pedagogica, spirituale, umana
e teologica, ma anche lo spirito di comunione e di collaborazione nell'unità
per sviluppare il programma, così che sempre sia salvata l'unità
nell'azione pastorale del seminario sotto la guida del rettore. Il gruppo dei
formatori dia testimonianza di una vita veramente evangelica e di totale
dedizione al Signore. È opportuno che goda di una qualche stabilità
ed abbia residenza abituale nella comunità del seminario. Sia intimamente
congiunto con il Vescovo, quale primo responsabile della formazione dei
sacerdoti ».402
I Vescovi per primi devono sentire la loro grave responsabilità circa
la formazione di coloro che saranno incaricati dell'educazione dei futuri
presbiteri. Per questo ministero devono essere scelti sacerdoti di vita
esemplare, in possesso di diverse qualità: « la maturità
umana e spirituale, l'esperienza pastorale, la competenza professionale, la
stabilità nella propria vocazione, la capacità alla
collaborazione, la preparazione dottrinale nelle scienze umane (specialmente la
psicologia) corrispondente all'ufficio, la conoscenza dei modi per lavorare in
gruppo ».403
Fatte salve la distinzione tra foro interno e foro esterno, l'opportuna
libertà di scelta dei confessori e la prudenza e discrezione che
convengono al ministero del direttore spirituale, la comunità
presbiterale degli educatori si senta solidale nella responsabilità di
educare i candidati al sacerdozio. Ad essa, sempre in riferimento all'autorevole
valutazione sintetica del Vescovo e del rettore, spetta in primo luogo il
compito di promuovere e verificare l'idoneità dei candidati quanto alle
doti spirituali, umane e intellettuali, soprattutto in riferimento allo spirito
di preghiera, all'assimilazione profonda della dottrina della fede, alla capacità
di autentica fraternità e al carisma del celibato.404
Tenendo presenti come i Padri sinodali hanno pure ricordato le
indicazioni dell'Esortazione « Christifideles Laici » e della Lettera
Apostolica « Mulieris Dignitatem »,405 che rilevano l'utilità
di un sano influsso della spiritualità laicale e del carisma della
femminilità su ogni itinerario educativo, è opportuno coinvolgere,
in forme prudenti e adattate ai vari contesti culturali, la collaborazione anche
dei fedeli laici, uomini e donne, nell'opera formativa dei futuri
sacerdoti. Sono da scegliersi con cura, nel quadro delle leggi della Chiesa e
secondo i loro particolari carismi e le loro provate competenze. Dalla loro
collaborazione, opportunamente coordinata e integrata alle responsabilità
educative primarie dei formatori dei futuri presbiteri, è lecito
attendersi benefici frutti per una crescita equilibrata del senso della Chiesa e
per una percezione più precisa della propria identità sacerdotale
da parte dei candidati al presbiterato.406
67. Quanti introducono e accompagnono i futuri sacerdoti nella sacra
doctrina con l'insegnamento teologico hanno una particolare responsabilità
educativa, che l'esperienza dice essere spesso più decisiva, nello
sviluppo della personalità presbiterale, di quella degli altri educatori.
La responsabilità degli insegnanti di teologia, prima che
riguardare il rapporto di docenza che devono instaurare con i candidati al
sacerdozio, riguarda la concezione che essi stessi devono avere della natura
della teologia e del ministero sacerdotale, come pure lo spirito e lo stile
secondo cui devono sviluppare l'insegnamento teologico. In questo senso i Padri
sinodali hanno giustamente affermato che « il teologo deve rimanere
consapevole che con il suo insegnamento non si autorizza da sé, ma deve
aprire e comunicare l'intelligenza della fede ultimamente nel nome del Signore e
della Chiesa. In questo modo, il teologo, pur utilizzando tutte le possibilità
scientifiche, esercita il suo compito su mandato della Chiesa e collabora con il
Vescovo nel compito di insegnare. Poiché i teologi e i Vescovi sono al
servizio della stessa Chiesa nel promuovere la fede, devono sviluppare e
coltivare una reciproca fiducia e in questo spirito superare anche le tensioni e
i conflitti 407 ».408
L'insegnante di teologia, come ogni altro educatore, deve rimanere in
comunione e collaborare cordialmente con tutte le altre persone impegnate nella
formazione dei futuri sacerdoti e presentare con rigore scientifico, generosità,
umiltà e passione il suo contributo originale e qualificato, che non è
solo la semplice comunicazione di una dottrina sia pure la sacra
doctrina , ma è soprattutto l'offerta della prospettiva che
unifica nel disegno di Dio tutti i diversi saperi umani e le varie espressioni
di vita.
In particolare, la specificità e l'incisività formativa degli
insegnanti di teologia si misura sul loro essere, anzitutto, « uomini di
fede e pieni di amore per la Chiesa, convinti che il soggetto adeguato della
conoscenza del mistero cristiano resta la Chiesa come tale, persuasi pertanto
che il loro compito d'insegnare è un autenico ministero ecclesiale,
ricchi di senso pastorale per discernere non solo i contenuti ma anche le forme
adatte nell'esercizio di questo ministero. In particolare, dagli insegnanti è
richiesta la fedeltà piena al Magistero. Insegnano, infatti, a nome della
Chiesa e per questo sono testimoni della fede ».409
68. Le comunità da cui proviene il candidato al sacerdozio, pur con
il necessario distacco che la scelta vocazionale comporta, continuano ad
esercitare un influsso non indifferente sulla formazione del futuro sacerdote.
Devono allora essere coscienti della loro specifica parte di responsabilità.
È da ricordare, anzitutto, la famiglia: i genitori cristiani,
come anche i fratelli e le sorelle e gli altri membri del nucleo familiare, non
dovranno mai cercare di ricondurre il futuro presbitero negli angusti limiti di
una logica troppo umana, se non mondana, pur sostenuta da sincero affetto.410
Animati essi stessi dal medesimo proposito di « compiere la volontà
di Dio » sapranno, invece, accompagnare il cammino formativo con la
preghiera, il rispetto, il buon esempio delle virtù domestiche e l'aiuto
spirituale e materiale, soprattutto nei momenti difficili. L'esperienza insegna
che, in tanti casi, questo aiuto molteplice si è rivelato decisivo per il
candidato al sacerdozio. Anche nel caso di genitori e familiari indifferenti o
contrari alla scelta vocazionale, il confronto chiaro e sereno con la loro
posizione e gli stimoli che ne derivano possono essere di grande aiuto, perché
la vocazione sacerdotale maturi in modo più consapevole e determinato.
In profondo collegamento con le famiglie sta la comunità
parrocchiale, e le une e l'altra si integrano sul piano dell'educazione alla
fede; spesso poi la parrocchia, con una specifica pastorale giovanile e
vocazionale, esercita un ruolo di supplenza nei riguardi della famiglia.
Soprattutto, in quanto realizzazione locale più immediata del mistero
della Chiesa, la parrocchia offre un contributo originale e particolarmente
prezioso alla formazione del futuro sacerdote. La comunità parrocchiale
deve continuare a sentire come parte viva di sé il giovane in cammino
verso il sacerdozio, lo deve accompagnare con la preghiera, accogliere
cordialmente nei periodi di vacanza, rispettare e favorire nel formarsi della
sua identità presbiterale, offrendogli occasioni opportune e stimoli
forti per provare la sua vocazione alla missione sacerdotale.
Anche le associazioni e i movimenti giovanili, segno e conferma
della vitalità che lo Spirito assicura alla Chiesa, possono e devono
contribuire alla formazione dei candidati al sacerdozio, in particolare di
quelli che escono dall'esperienza cristiana, spirituale e apostolica di queste
realtà aggregative. I giovani che hanno ricevuto la loro formazione di
base in tali aggregazioni e che si riferiscono ad esse per la loro esperienza di
Chiesa, non dovranno sentirsi invitati a sradicarsi dal loro passato ed a
interrompere le relazioni con l'ambiente che ha contribuito al determinarsi
della loro vocazione, né dovranno cancellare i tratti caratteristici
della spiritualità che là hanno imparato e vissuto, in tutto ciò
che di buono, edificante ed arricchente essi contengono.411 Anche per loro,
questo ambiente d'origine continua ad essere fonte di aiuto e di sostegno nel
cammino formativo verso il sacerdozio.
Le occasioni di educazione alla fede e di crescita cristiana ed ecclesiale,
che lo Spirito offre a tanti giovani, attraverso molteplici forme di gruppi,
movimenti e associazioni di varia ispirazione evangelica, devono essere sentite
e vissute come il dono di un'anima alimentatrice dentro l'istituzione e al suo
servizio. Un movimento o una spiritualità particolare, infatti, «
non è una struttura alternativa all'istituzione. È invece sorgente
di una presenza che continuamente ne rigenera l'autenticità esistenziale
e storica. Il sacerdote deve perciò trovare in un movimento la luce e il
calore che lo rende capace di fedeltà al suo Vescovo, che lo rende pronto
alle incombenze dell'istituzione e attento alla disciplina ecclesiastica, così
che più fertile sia la vibrazione della sua fede ed il gusto della sua
fedeltà ».412
È quindi necessario che, nella nuova comunità del Seminario
nella quale sono riuniti dal Vescovo, i giovani provenienti da associazioni e da
movimenti ecclesiali imparino « il rispetto delle altre vie spirituali e lo
spirito di dialogo e di cooperazione », si riferiscano con coerenza e
cordialità alle indicazioni formative del Vescovo e agli educatori del
Seminario, affidandosi con schietta fiducia alla loro guida e alle loro
valutazioni.413 Questo atteggiamento, infatti, prepara e in qualche modo
anticipa la genuina scelta presbiterale di servizio all'intero Popolo di Dio,
nella comunione fraterna del presbiterio e in obbedienza al Vescovo.
La partecipazione del seminarista e del presbitero diocesano a particolari
spiritualità o aggregazioni ecclesiali è certamente, in se stessa,
un fattore benefico di crescita e di fraternità sacerdotale. Ma questa
partecipazione non deve ostacolare, bensì aiutare l'esercizio del
ministero e la vita spirituale che sono propri del sacerdote diocesano, il quale
« resta sempre il pastore dell'insieme. Non solo è il "permanente",
disponibile a tutti, ma presiede all'incontro di tutti in particolare è
a capo delle parrocchie affinché tutti trovino l'accoglienza che
sono in diritto di attendere nella comunità e nell'Eucaristia che li
riunisce, qualunque sia la loro sensibilità religiosa e il loro impegno
pastorale ».414
69. Non si può dimenticare, infine, che lo stesso candidato al
sacerdozio deve dirsi protagonista necessario e insostituibile della sua
formazione: ogni formazione, anche quella sacerdotale, è ultimamente
un'autoformazione. Nessuno, infatti, può sostituirci nella libertà
responsabile che abbiamo come singole persone.
Certamente anche il futuro sacerdote, lui per primo, deve crescere nella
consapevolezza che il protagonista per antonomasia della sua formazione è
lo Spirito Santo che, con il dono del cuore nuovo, configura e assimila a Gesù
Cristo buon Pastore: in tal senso il candidato affermerà nella forma più
radicale la sua libertà nell'accogliere l'azione formativa dello Spirito.
Ma accogliere questa azione significa anche, da parte del candidato al
sacerdozio, accogliere le mediazioni umane di cui lo Spirito si serve. Per
questo l'azione dei vari educatori risulta veramente e pienamente efficace solo
se il futuro sacerdote offre ad essa la sua personale convinta e cordiale
collaborazione.
CAPITOLO VI
TI RICORDO DI RAVVIVARE IL DONO DI DIO CHE E' IN TE La formazione
permanente dei sacerdoti
70. « Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te ».415
Le parole dell'Apostolo al vescovo Timoteo si possono legittimamente
applicare a quella formazione permanente alla quale sono chiamati tutti i
sacerdoti in forza del « dono di Dio » che hanno ricevuto con
l'ordinazione sacra. Esse ci introducono a cogliere la verità intera e
l'originalità inconfondibile della formazione permanente dei presbiteri.
In questo siamo aiutati anche da un altro testo di Paolo, che allo stesso
Timoteo scrive: « Non trascurare il dono spirituale che è in te e
che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con l'imposizione
delle mani da parte del collegio dei presbiteri. Abbi premura di queste cose,
dedicati ad esse interamente perché tutti vedano il tuo progresso. Vigila
su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo
salverai te stesso e coloro che ti ascoltano ».416
L'Apostolo chiede a Timoteo di « ravvivare », ossia di riaccendere
come si fa per il fuoco sotto la cenere, il dono divino, nel senso di
accoglierlo e di viverlo senza mai perdere o dimenticare quella « novità
permanente » che è propria di ogni dono di Dio, di Colui che fa
nuove tutte le cose,417 e dunque di viverlo nella sua intramontabile freschezza
e bellezza originaria.
Ma quel « ravvivare » non è solo l'esito di un compito
affidato alla responsabilità personale di Timoteo, non è solo il
risultato di un impegno della sua memoria e della sua volontà. È
l'effetto di un dinamismo di grazia intrinseco al dono di Dio: è Dio
stesso, dunque, a ravvivare il suo stesso dono, meglio, a sprigionare tutta la
straordinaria ricchezza di grazia e di responsabilità che in esso è
racchiusa.
Con l'effusione sacramentale dello Spirito Santo che consacra e manda, il
presbitero viene configurato a Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa e
viene mandato a compiere il ministero pastorale. In tal modo, il sacerdote è
segnato per sempre e in modo indelebile nel suo essere come ministro di Gesù
e della Chiesa ed è inserito in una condizione permanente e irreversibile
di vita ed è incaricato di un ministero pastorale che, radicato
nell'essere, coinvolge tutta la sua esistenza, ed è esso pure permanente.
Il sacramento dell'Ordine conferisce al sacerdote la grazia sacramentale, che lo
rende partecipe non solo del « potere » e del « ministero »
salvifici di Gesù, ma anche del suo « amore » pastorale; nello
stesso tempo assicura al sacerdote tutte quelle grazie attuali che gli verranno
date ogniqualvolta saranno necessarie e utili per il degno e perfetto compimento
del ministero ricevuto.
La formazione permanente trova così il suo fondamento proprio e la
sua motivazione originale nel dinamismo del sacramento dell'Ordine.
Certo non mancano ragioni anche semplicemente umane che sollecitano
il sacerdote a realizzare una formazione permanente. Questa è un'esigenza
della sua progressiva realizzazione: ogni vita è un cammino incessante
verso la maturità, e questa passa attraverso la continua formazione. È
esigenza, inoltre, del ministero sacerdotale, sia pure colto nella sua natura
generica e comune alle altre professioni, e quindi come servizio rivolto agli
altri: ora non c'è professione o impegno o lavoro che non esiga un
continuo aggiornamento, se vuole essere attuale ed efficace. L'esigenza di «
tenere il passo » con il cammino della storia è un'altra ragione
umana che giustifica la formazione permanente.
Ma queste ed altre ragioni vengono assunte e specificate dalle ragioni
teologiche ora ricordate e che si possono ulteriormente approfondire.
Il sacramento dell'Ordine, per la natura di « segno », che
è propria di tutti i sacramenti, può considerarsi, come realmente è,
Parola di Dio: è Parola di Dio che chiama e manda, è
l'espressione più forte della vocazione e della missione del sacerdote.
Mediante il sacramento dell'Ordine Dio chiama coram Ecclesia il candidato «
al » sacerdozio. Il « vieni e seguimi » di Gesù trova
la sua proclamazione piena e definitiva nella celebrazione del sacramento della
sua Chiesa: si manifesta e si comunica attraverso la voce della Chiesa, che
risuona sulle labbra del Vescovo che prega e impone le mani. E il sacerdote dà
risposta, nella fede, alla chiamata di Gesù: « vengo e ti seguo ».
Da questo momento ha inizio quella risposta che, come scelta fondamentale, deve
riesprimersi e riaffermarsi lungo gli anni del sacerdozio in numerosissime altre
risposte, tutte radicate e vivificate dal « sì » dell'Ordine
sacro.
In questo senso si può parlare di una vocazione « nel »
sacerdozio. In realtà Dio continua a chiamare e a mandare, rivelando
il suo disegno salvifico nello sviluppo storico della vita del sacerdote e nelle
vicende della Chiesa e della società. E proprio in questa prospettiva
emerge il significato della formazione permanente: essa è necessaria in
ordine a discernere e a seguire questa continua chiamata o volontà di
Dio. Così l'apostolo Pietro è chiamato a seguire Gesù anche
dopo che il Risorto gli ha affidato il suo gregge: « Gli rispose Gesù:
"Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando
eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma
quando sarai vecchio tenderai le mani, e un altro ti cingerà la veste e
ti porterà dove tu non vuoi". Questo gli disse per indicare con
quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi"
».418 C'è, dunque, un « seguimi » che accompagna la vita e
la missione dell'apostolo. È un « seguimi » che attesta
l'appello e l'esigenza della fedeltà sino alla morte,419 un «
seguimi » che può significare una sequela Christi con il
dono totale di sé nel martirio.420
I Padri sinodali hanno espresso la ragione che giustifica la necessità
della formazione permanente e che nello stesso tempo ne rivela la natura
profonda, qualificandola come « fedeltà » al ministero
sacerdotale e come « processo di continua conversione ».421
È lo Spirito Santo, effuso con il sacramento, che sostiene il presbitero
in questa fedeltà e che lo accompagna e lo stimola in questo cammino di
incessante conversione. Il dono dello Spirito non dispensa, ma sollecita la
libertà del sacerdote, perché cooperi responsabilmente e assuma la
formazione permanente come compito che gli è affidato. In tal modo la
formazione permanente è espressione ed esigenza della fedeltà del
sacerdote al suo ministero, anzi al suo stesso essere. È dunque amore a
Gesù Cristo e coerenza con se stessi. Ma è anche atto di amore
verso il Popolo di Dio, al cui servizio il sacerdote è posto. Anzi,
atto di vera e propria giustizia: egli è debitore verso il Popolo
di Dio, essendo chiamato a riconoscerne e a promuoverne il « diritto »,
quello fondamentale, di essere destinatario della Parola di Dio, dei Sacramenti
e del servizio della Carità, che sono il contenuto originale e
irrinunciabile del ministero pastorale del sacerdote. La formazione permanente è
necessaria perché il sacerdote sia in grado di rispondere, nel modo
dovuto, a tale diritto del Popolo di Dio.
Anima e forma della formazione permanente del sacerdote è la
carità pastorale: lo Spirito Santo, che infonde la carità
pastorale, introduce e accompagna il sacerdote a conoscere sempre più
profondamente il mistero di Cristo che è insondabile nella sua ricchezza
422 e, di riflesso, a conoscere il mistero del sacerdozio cristiano. La stessa
carità pastorale spinge il sacerdote a conoscere sempre più le
attese, i bisogni, i problemi, le sensibilità dei destinatari del suo
ministero: destinatari colti nelle loro concrete situazioni personali,
familiari, sociali.
A tutto questo tende la formazione permanente intesa come cosciente e libera
proposta al dinamismo della carità pastorale e dello Spirito Santo, che
ne è la sorgente prima e l'alimento continuo. In questo senso la
formazione permanente è un'esigenza intrinseca al dono e al ministero
sacramentale ricevuto e si rivela necessaria in ogni tempo. Oggi però
risulta essere particolarmente urgente, non solo per il rapido mutarsi delle
condizioni sociali e culturali degli uomini e dei popoli entro cui si svolge il
ministero presbiterale, ma anche per quella « nuova evangelizzazione »
che costituisce il compito essenziale e indilazionabile della Chiesa alla fine
del secondo millennio.
71. La formazione permanente dei sacerdoti, sia diocesani sia religiosi, è
la continuazione naturale e assolutamente necessaria di quel processo di
strutturazione della personalità presbiterale che si è iniziato e
sviluppato in Seminario o nella Casa religiosa con il cammino formativo in vista
dell'Ordinazione.
È di particolare importanza avvertire e rispettare l'intrinseco legame
che esiste tra la formazione precedente l'ordinazione e quella successiva. Se,
infatti, ci fosse una discontinuità o perfino una difformità tra
queste due fasi formative, deriverebbero immediatamente gravi conseguenze
sull'attività pastorale e sulla comunione fraterna tra i presbiteri, in
particolare tra quelli di differente età. La formazione permanente non è
una ripetizione di quella acquisita in Seminario, semplicemente riveduta o
ampliata con nuovi suggerimenti applicativi. Essa si sviluppa con contenuti e
soprattutto attraverso metodi relativamente nuovi, come un fatto vitale unitario
che, nel suo progresso affondando le radici nella formazione
seminaristica richiede adattamenti, aggiornamenti e modifiche, senza però
subire rotture o soluzioni di continuità.
E viceversa, fin dal Seminario Maggiore occorre preparare la futura
formazione permanente, e aprire ad essa l'animo e il desiderio dei futuri
presbiteri, dimostrandone la necessità, i vantaggi e lo spirito, e
assicurando le condizioni del suo realizzarsi.
Proprio perché la formazione permanente è una continuazione di
quella del Seminario, il suo fine non può essere un puro atteggiamento
per così dire professionale, ottenuto con l'apprendimento di alcune
tecniche pastorali nuove. Deve essere piuttosto il mantenere vivo un generale e
integrale processo di continua maturazione, mediante l'approfondimento sia di
ciascuna delle dimensioni della formazione umana, spirituale,
intellettuale e pastorale , sia del loro intimo e vivo collegamento
specifico, a partire dalla carità pastorale e in riferimento ad essa.
72. Un primo approfondimento riguarda la dimensione umana della
formazione sacerdotale. Nel contatto quotidiano con gli uomini, nella
condivisione della loro vita di ogni giorno, il sacerdote deve crescere e
approfondire quella sensibilità umana che gli permette di comprendere i
bisogni ed accogliere le richieste, di intuire le domande inespresse, di
spartire le speranze e le attese, le gioie e la fatiche del vivere comune; di
essere capace di incontrare tutti e di dialogare con tutti. Soprattutto
conoscendo e condividendo, cioè facendo propria, l'esperienza umana del
dolore nella molteplicità del suo manifestarsi, dall'indigenza alla
malattia, dall'emarginazione all'ignoranza, alla solitudine, alle povertà
materiali e morali, il sacerdote arricchisce la propria umanità e la
rende più autentica e trasparente in un crescente e appassionato amore
all'uomo.
Nel portare a maturità la sua formazione umana, il sacerdote riceve
un particolare aiuto dalla grazia di Gesù Cristo: la carità del
buon Pastore, infatti, si è espressa non solo con il dono della salvezza
agli uomini, ma anche con la condivisione della loro vita, della quale il Verbo,
che si è fatto « carne »,423 ha voluto conoscere la gioia e la
sofferenza, sperimentare la fatica, spartire le emozioni, consolare la pena.
Vivendo da uomo fra gli uomini e con gli uomini, Gesù Cristo offre la più
assoluta, genuina e perfetta espressione di umanità: lo vediamo far festa
alle nozze di Cana, frequentare una famiglia di amici, commuoversi per la folla
affamata che lo segue, restituire figli malati o morti ai genitori, piangere la
perdita di Lazzaro...
Del sacerdote, maturato sempre più nella sua sensibilità
umana, il Popolo di Dio deve poter dire qualcosa di analogo a quanto di Gesù
dice la Lettera agli Ebrei: « Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia
compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni
cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato ».424
La formazione del presbitero nella sua dimensione spirituale è
un'esigenza della vita nuova ed evangelica alla quale egli è chiamato in
modo specifico dallo Spirito Santo effuso nel sacramento dell'Ordine. Lo
Spirito, consacrando il sacerdote e configurandolo a Gesù Cristo Capo e
Pastore, crea un legame che, situato nell'essere stesso del sacerdote, chiede di
essere assimilato e vissuto in maniera personale, cioè cosciente e
libera, mediante una comunione di vita e di amore sempre più ricca e una
condivisione sempre più ampia e radicale dei sentimenti e degli
atteggiamenti di Gesù Cristo. In questo legame tra il Signore Gesù
e il sacerdote, legame ontologico e psicologico, sacramentale e morale, sta il
fondamento e nello stesso tempo la forza per quella « vita secondo lo
Spirito » e per quel « radicalismo evangelico » al quale è
chiamato ogni sacerdote e che viene favorito dalla formazione permanente nel suo
aspetto spirituale. Questa formazione risulta necessaria anche in ordine al
ministero sacerdotale, alla sua autenticità e fecondità
spirituale. « Eserciti la cura d'anime? », si chiedeva san Carlo
Borromeo. E così rispondeva nel discorso rivolto ai sacerdoti: « Non
trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto
che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo
delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso. Comprendete,
fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone
ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le
nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò.425 Se
amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la
Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di
che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e
"tutto si faccia tra voi nella carità".426 Così potremo
superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno.
Del resto ciò è richiesto dal compito affidatoci. Se così
faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri ».427
In particolare la vita di preghiera dev'essere continuamente «
riformata » nel sacerdote. L'esperienza, infatti, insegna che nell'orazione
non si vive di rendita: ogni giorno occorre, non solo riconquistare la fedeltà
esteriore ai momenti di preghiera, soprattutto a quelli destinati alla
celebrazione della « Liturgia delle Ore » e a quelli lasciati alla
scelta personale e non sostenuti da scadenze e orari del servizio liturgico, ma
anche e specialmente rieducare la continua ricerca di un vero incontro personale
con Gesù, di un fiducioso colloquio con il Padre, di una profonda
esperienza dello Spirito.
Quanto l'apostolo Paolo dice di tutti i credenti, che devono giungere «
a formare l'uomo maturo, al livello di statura che attua la pienezza del Cristo
»,428 può essere applicato in modo specifico ai sacerdoti chiamati
alla perfezione della carità e quindi alla santità, anche perché
il loro stesso ministero pastorale li vuole modelli viventi per tutti i fedeli.
Anche la dimensione intellettuale della formazione chiede di essere
continuata e approfondita durante tutta la vita del sacerdote, in particolare
mediante lo studio e l'aggiornamento culturale serio ed impegnato. Partecipe
della missione profetica di Gesù e inserito nel mistero della Chiesa
Maestra di verità, il sacerdote è chiamato a rivelare in Gesù
Cristo agli uomini il volto di Dio, e con ciò il vero volto dell'uomo.429
Ma questo esige che il sacerdote stesso ricerchi tale volto e lo contempli con
venerazione e amore:430 solo così lo può far conoscere agli altri.
In particolare la continuazione dello studio teologico risulta anche necessaria
perché il sacerdote possa adempiere con fedeltà il ministero della
Parola, annunciandola senza confusioni e ambiguità, distinguendola dalle
semplici opinioni umane, anche se rinomate e diffuse. Così potrà
porsi veramente al servizio del Popolo di Dio, aiutandolo a rendere ragione, a
quanti lo chiedono, della speranza cristiana.431 Inoltre, « il sacerdote,
nell'applicarsi con coscienza e costanza allo studio teologico, è in
grado di assimilare in forma sicura e personale la genuina ricchezza ecclesiale.
Può quindi compiere la missione, che lo impegna nel rispondere alle
difficoltà circa l'autentica dottrina cattolica, e superare
l'inclinazione, propria e altrui, al dissenso e all'atteggiamento negativo
riguardo al Magistero e alla Tradizione ».432
L'aspetto pastorale della formazione permanente è bene
espresso dalle parole dell'apostolo Pietro: « Ciascuno viva secondo la
grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di
una multiforme grazia di Dio ».433 Per vivere ogni giorno secondo la grazia
ricevuta occorre che il sacerdote sia sempre più aperto ad accogliere la
carità pastorale di Gesù Cristo, donatagli dal suo Spirito con il
sacramento ricevuto. Come tutta l'attività del Signore è stata il
frutto e il segno della carità pastorale, così deve essere anche
per l'operosità ministeriale del sacerdote. La carità pastorale è
un dono e, insieme, un compito, una grazia e una responsabilità alla
quale occorre essere fedeli: occorre cioè accoglierla e viverne il
dinamismo sino alle esigenze più radicali. Questa stessa carità
pastorale, come si è detto, spinge e stimola il sacerdote a conoscere
sempre meglio la condizione reale degli uomini ai quali è mandato, a
discernere nelle circostanze storiche nelle quali è inserito gli appelli
dello Spirito, a ricercare i metodi più adatti e le forme più
utili per esercitare oggi il suo ministero. Così la carità
pastorale anima e sostiene gli sforzi umani del sacerdote per un'operosità
pastorale che sia attuale, credibile ed efficace. Ma ciò esige una
permanente formazione pastorale.
Il cammino verso la maturità non richiede solo che il sacerdote
continui ad approfondire le diverse dimensioni della sua formazione, ma anche e
soprattutto che sappia integrare sempre più armonicamente tra loro queste
stesse dimensioni, raggiungendone progressivamente l'unità interiore:
ciò sarà reso possibile dalla carità pastorale. Questa,
infatti, non solo coordina e unifica i diversi aspetti, ma li specifica
connotandoli come aspetti della formazione del sacerdote in quanto tale, ossia
del sacerdote come trasparenza, immagine viva, ministro di Gesù buon
Pastore.
La formazione permanente aiuta il sacerdote a superare la tentazione di
ricondurre il suo ministero ad un attivismo fine a se stesso, ad una impersonale
prestazione di cose, sia pure spirituali o sacre, ad una funzione impiegatizia
al servizio dell'organizzazione ecclesiastica. Solo la formazione permanente
aiuta il prete a custodire con vigile amore il « mistero » che
porta in sé per il bene della Chiesa e dell'umanità.
73. Le diverse e complementari dimensioni della formanzione permanente ci
aiutano a coglierne il significato profondo: essa tende ad aiutare il prete ad
essere e a fare il prete nello spirito e secondo lo stile di Gesù
buon Pastore.
La verità è da farsi! Così ci ammonisce san Giacomo: «
Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori,
illudendo voi stessi ».434 I sacerdoti sono chiamati a « fare la verità
» del loro essere, ossia a vivere « nella carità » 435 la
loro identità e il loro ministero nella Chiesa e per la Chiesa. Sono
chiamati a prendere coscienza sempre più viva del dono di Dio, a farne
continua memoria. È questo l'invito di Paolo a Timoteo: « Custodisci
il buon deposito con l'aiuto dello Spirito Santo che abita in noi ».436
Nel contesto ecclesiologico più volte ricordato si può
considerare il significato profondo della formazione permanente del sacerdote in
ordine alla sua presenza e azione nella Chiesa mysterium, communio et
missio.
Entro la Chiesa « mistero » il sacerdote è chiamato,
mediante la formazione permanente, a conservare e sviluppare nella fede la
coscienza della verità intera e sorprendente del suo essere: egli è
ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio.437 Paolo chiede
espressamente ai cristiani che lo considerino secondo questa identità; ma
lui stesso, per primo, vive nella consapevolezza del dono sublime ricevuto dal
Signore. Così dev'essere di ogni sacerdote, se vuole rimanere nella verità
del suo essere. Ma ciò è possibile solo nella fede, solo con lo
sguardo e con gli occhi di Cristo.
In questo senso si può dire che la formazione permanente tende a far
sì che il prete sia un credente e lo diventi sempre più: che
si veda sempre nella sua verità, con gli occhi di Cristo. Egli deve
custodire questa verità con amore grato e gioioso. Deve rinnovare la sua
fede quando esercita il ministero sacerdotale: sentirsi ministro di Gesù
Cristo, sacramento dell'amore di Dio per l'uomo, ogniqualvolta è tramite
e strumento vivo del conferimento della grazia di Dio agli uomini. Deve
riconoscere questa stessa verità nei confratelli: è il principio
della stima e dell'amore verso gli altri sacerdoti.
74. La formazione permanente aiuta il sacerdote, entro la Chiesa «
comunione », a maturare la coscienza che il suo ministero è
ultimamente ordinato a riunire la famiglia di Dio come fraternità
animata dalla carità e a condurla al Padre per mezzo di Cristo nello
Spirito Santo.438
Il sacerdote deve crescere nella consapevolezza della profonda comunione
che lo lega al Popolo di Dio: non è soltanto « davanti »
alla Chiesa, ma anzitutto « nella » Chiesa. È fratello tra
fratelli. Con il Battesimo, insignito della dignità e della libertà
dei figli di Dio nel Figlio unigenito, il sacerdote è membro dello stesso
e unico Corpo di Cristo.439 La coscienza di questa comunione sfocia nel bisogno
di suscitare e sviluppare la corresponsabilità nella comune e
unica missione di salvezza, con la pronta e cordiale valorizzazione di tutti i
carismi e i compiti che lo Spirito offre ai credenti per l'edificazione della
Chiesa. È soprattutto nel compimento del ministero pastorale, per sua
natura ordinato al bene del Popolo di Dio, che il sacerdote deve vivere e
testimoniare la sua profonda comunione con tutti, come scriveva Paolo VI: «
Bisogna farsi fratelli degli uomini nell'atto stesso che vogliamo essere loro
pastori, padri e maestri. Il clima del dialogo è l'amicizia. Anzi il
servizio ».440
In modo più specifico il sacerdote è chiamato a maturare la
coscienza dell'essere membro della Chiesa particolare nella quale è
incardinato, ossia inserito con un legame insieme giuridico, spirituale e
pastorale. Una simile coscienza suppone e sviluppa l'amore particolare alla
propria Chiesa. Questa, in realtà, è il termine vivo e permanente
della carità pastorale che deve accompagnare la vita del prete e che lo
conduce a condividere di questa stessa Chiesa particolare la storia o esperienza
di vita nelle sue ricchezze e fragilità, nelle sue difficoltà e
speranze, a lavorare in essa per la sua crescita. Sentirsi, dunque, insieme
arricchiti dalla Chiesa particolare e impegnati attivamente alla sua
edificazione, prolungando, ciascun sacerdote e con gli altri, quell'operosità
pastorale che ha contraddistinto i confratelli che li hanno preceduti.
Un'esigenza insopprimibile della carità pastorale verso la propria Chiesa
particolare e il suo domani ministeriale è la sollecitudine che il
sacerdote deve avere di trovare, per così dire, qualcuno che lo
sostituisca nel sacerdozio.
Il sacerdote deve maturare nella coscienza della comunione che sussiste
tra le diverse Chiese particolari, una comunione radicata nel loro stesso
essere di Chiese che vivono in loco la Chiesa unica e universale di Cristo. Una
simile coscienza di comunione interecclesiale favorirà lo «
scambio dei doni », a cominciare dai doni vivi e personali, quali sono
gli stessi sacerdoti. Di qui la disponibilità, anzi l'impegno generoso
per il realizzarsi di una equa distribuzione del clero.441 Tra queste Chiese
particolari sono da ricordarsi quelle che « prive di libertà, non
possono avere vocazioni proprie », come pure le « Chiese recentemente
uscite dalla persecuzione e quelle povere alle quali sono stati dati già
per lungo tempo e da parte di molti degli aiuti con animo grande e fraterno, e
tuttora vengono dati ».442
All'interno della comunione ecclesiale, il sacerdote è chiamato in
particolare a crescere, nella sua formazione permanente, nel e con
il proprio presbiterio unito al Vescovo. Il presbiterio nella sua verità
piena è un mysterium: infatti è una realtà
soprannaturale perché si radica nel sacramento dell'Ordine. Questo è
la sua fonte, la sua origine. È il « luogo » della sua nascita
e della sua crescita. Infatti, « i presbiteri mediante il sacramento
dell'Ordine sono collegati con un vincolo personale e indissolubile con Cristo
unico sacerdote. L'Ordine viene conferito ad essi come singoli, ma sono inseriti
nella comunione del presbiterio congiunto con il Vescovo 443 ».444
Questa origine sacramentale si riflette e si prolunga nell'ambito
dell'esercizio del ministero presbiterale: dal mysterium al ministerium.
« L'unità dei presbiteri con il Vescovo e tra di loro non si
aggiunge dall'esterno alla natura propria del loro servizio, ma ne esprime
l'essenza in quanto è la cura di Cristo sacerdote nei riguardi del Popolo
adunato dall'unità della Santissima Trinità ».445 Questa unità
presbiterale, vissuta nello spirito della carità pastorale, rende i
sacerdoti testimoni di Gesù Cristo, che ha pregato il Padre « perché
tutti siano una cosa sola ».446
La fisionomia del presbiterio è, dunque, quella di una vera
famiglia, di una fraternità, i cui legami non sono dalla
carne e dal sangue, ma sono dalla grazia dell'Ordine: una grazia che assume ed
eleva i rapporti umani, psicologici, affettivi, amicali e spirituali tra i
sacerdoti; una grazia che si espande, penetra e si rivela e si concretizza nelle
più varie forme di aiuto reciproco, non solo quelle spirituali ma anche
quelle materiali. La fraternità presbiterale non esclude nessuno, ma può
e deve avere le sue preferenze: sono quelle evangeliche, riservate a chi ha più
grande bisogno di aiuto o di incoraggiamento. Tale fraternità « ha
una cura speciale per i giovani presbiteri, tiene un cordiale e fraterno dialogo
con quelli di media e maggior età e con quelli che per ragioni diverse
sperimentano difficoltà; anche i sacerdoti che hanno abbandonato questa
forma di vita o che non la seguono, non solo non li abbandona ma li segue ancor
più con fraterna sollecitudine ».447
Dell'unico presbiterio fanno parte, a titolo diverso, anche i presbiteri
religiosi residenti e operanti in una Chiesa particolare. La loro presenza
costituisce un arricchimento per tutti i sacerdoti e i vari carismi particolari
da essi vissuti, mentre sono un richiamo perché i presbiteri crescano
nella comprensione del sacerdozio stesso, contribuiscono a stimolare e ad
accompagnare la formazione permanente dei sacerdoti. Il dono della vita
religiosa, nella compagine diocesana, quando è accompagnato da sincera
stima e da giusto rispetto delle particolarità di ogni istituto e di ogni
tradizione spirituale, allarga l'orizzonte della testimonianza cristiana e
contribuisce in vario modo ad arricchire la spiritualità sacerdotale,
soprattutto in riferimento al corretto rapporto e al reciproco influsso tra i
valori della Chiesa particolare e quelli dell'universalità del Popolo di
Dio. Da parte loro, i religiosi saranno attenti a garantire uno spirito di vera
comunione ecclesiale, una partecipazione cordiale al cammino della Diocesi e
alle scelte pastorali del Vescovo, mettendo volentieri a disposizione il proprio
carisma per l'edificazione di tutti nella carità.448
Infine, nel contesto della Chiesa comunione e del presbiterio si può
meglio affrontare il problema della solitudine del sacerdote, sulla
quale si sono fermati i Padri sinodali. Si dà una solitudine che fa parte
dell'esperienza di tutti e che è qualcosa di assolutamente normale. Ma si
dà anche una solitudine che nasce da difficoltà varie e che a sua
volta provoca ulteriori difficoltà. In questo senso, « l'attiva
partecipazione al presbiterio diocesano, i contatti regolari con il Vescovo e
con gli altri sacerdoti, la mutua collaborazione, la vita comune o fraterna tra
sacerdoti, come anche l'amicizia e la cordialità con i fedeli laici che
sono attivi nelle parrocchie, sono mezzi molto utili per superare gli effetti
negativi della solitudine che alcune volte il sacerdote può sperimentare ».449
La solitudine non crea però solo difficoltà, offre anche
opportunità positive per la vita del sacerdote: « Accettata in
spirito di offerta e ricercata nell'intimità con Gesù Cristo
Signore, la solitudine può essere un'opportunità per l'orazione e
lo studio, come pure un aiuto per la santificazione e la crescita umana ».450
Senza dire che una certa forma di solitudine è elemento necessario
per la formazione permanente. Gesù sapeva ritirarsi, spesso, da solo a
pregare.451 La capacità di reggere una buona solitudine è
condizione indispensabile alla cura della vita interiore. Si tratta di una
solitudine abitata dalla presenza del Signore, che ci mette in contatto, nella
luce dello Spirito, con il Padre. In questo senso, la cura del silenzio e la
ricerca di spazi e tempi di « deserto » sono necessari alla formazione
permanente sia in campo intellettuale, sia in campo spirituale e pastorale. In
questo senso ancora, si può affermare che non è capace di vera e
fraterna comunione chi non sa vivere bene la propria solitudine.
75. La formazione permanente è destinata a far crescere nel
sacerdote la coscienza della sua partecipazione alla missione salvifica della
Chiesa. Nella Chiesa « missione » la formazione permanente del
sacerdote entra non solo come necessaria condizione, ma anche come mezzo
indispensabile per rimettere costantemente a fuoco il senso della
missione e per garantirne una realizzazione fedele e generosa. Con tale
formazione il sacerdote è aiutato ad avvertire tutta la gravità,
ma nello stesso tempo la splendida grazia, da un lato, di un'obbligazione che
non lo può lasciare tranquillo come Paolo deve poter dire: «
Per me evangelizzare non è un titolo di gloria, ma un dovere. Guai a me
se non predicassi il Vangelo! » 452 e, dall'altro lato, di una
richiesta, esplicita o implicita, che prepotente viene dagli uomini, che Dio
instancabilmente chiama alla salvezza.
Solo un'adeguata formazione permanente riesce a sostenere il sacerdote in ciò
che è essenziale e decisivo per il suo ministero, ossia la fedeltà,
come scrive l'apostolo Paolo: « Ora, quanto si richiede negli
amministratori (dei misteri di Dio) è che ognuno risulti fedele ».453
Il sacerdote dev'essere fedele, nonostante le più diverse difficoltà
incontrate, anche nelle condizioni più disagiate o di comprensibile
stanchezza, con tutte le energie di cui dispone, e sino alla fine della vita. La
testimonianza di Paolo dev'essere di esempio e di stimolo per ogni sacerdote: «
Da parte nostra scrive ai cristiani di Corinto non diamo motivo di
scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il nostro ministero; ma in
ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle
tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle
prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza,
sapienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; con parole di
verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a
sinistra; nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo
ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi;
moribondi, ed ecco viviamo; puniti ma non messi a morte; afflitti, ma sempre
lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece
possediamo tutto ».454
76. La formazione permanente, proprio perché « permanente »,
deve accompagnare i sacerdoti sempre, quindi in ogni periodo e
condizione della loro vita, come pure ad ogni livello di responsabilità
ecclesiale: evidentemente con quelle possibilità e caratteristiche che si
collegano al variare dell'età, della condizione di vita e dei compiti
affidati.
La formazione permanente è dovere, anzitutto, per i giovani
sacerdoti: deve avere quella frequenza e quella sistematicità di
incontri che, mentre prolungano la serietà e la solidità della
formazione ricevuta in seminario, introducono progressivamente i giovani a
comprendere e a vivere la singolare ricchezza del « dono » di Dio
il sacerdozio e ad esprimere le loro potenzialità e attitudini
ministeriali, anche mediante un inserimento sempre più convinto e
responsabile nel presbiterio, e quindi nella comunione e nella corresponsabilità
con tutti i confratelli.
Se si può comprendere un certo senso di « sazietà »
che può prendere il giovane prete appena uscito dal seminario di fronte a
nuovi momenti di studio e di incontro, si deve respingere come assolutamente
falsa e pericolosa l'idea che la formazione presbiterale si concluda con il
terminare della presenza in seminario.
Partecipando agli incontri della formazione permanente i giovani sacerdoti
potranno offrirsi un reciproco aiuto con lo scambio di esperienze e di
riflessioni sulla traduzione concreta di quell'ideale presbiterale e
ministeriale che hanno assimilato negli anni del seminario. Nello stesso tempo
la loro attiva partecipazione agli incontri formativi del presbiterio potrà
essere di esempio e di stimolo agli altri sacerdoti che sono più avanti
negli anni, testimoniando così il proprio amore all'intero presbiterio e
la propria passione per la Chiesa particolare bisognosa di sacerdoti ben
formati.
Per accompagnare i sacerdoti giovani in questa prima delicata fase della
loro vita e del loro ministero, è quanto mai opportuno, se non
addirittura necessario oggi, creare un'apposita struttura di sostegno, con
guide e maestri appropriati, nella quale essi possano trovare, in modo organico
e continuativo, gli aiuti necessari ad iniziare bene il loro servizio
sacerdotale. In occasione di incontri periodici, sufficientemente lunghi e
frequenti, possibilmente condotti in un ambiente comunitario, in modo
residenziale, saranno loro garantiti momenti preziosi di riposo, di preghiera,
di riflessione e di scambio fraterno. Sarà così per loro più
facile dare, fin dall'inizio, un'impostazione evangelicamente equilibrata alla
loro vita presbiterale. E se le singole Chiese particolari non potessero offrire
questo servizio ai propri giovani sacerdoti, sarà opportuno che si
uniscano tra loro le Chiese vicine e insieme investano risorse ed elaborino
programmi adatti.
77. La formazione permanente costituisce un dovere anche per i
presbiteri di mezza età. In realtà, sono molteplici i rischi
che possono correre, proprio in ragione dell'età, come ad esempio un
attivismo esagerato e una certa routine nell'esercizio del ministero.
Così il sacerdote è tentato di presumere di sé, come se la
propria personale esperienza, ormai collaudata, non dovesse più
confrontarsi con nulla e con nessuno. Non di rado, il sacerdote adulto soffre di
una specie di stanchezza interiore pericolosa, segno di una delusione rassegnata
di fronte alle difficoltà e agli insuccessi. La risposta a questa
situazione è data dalla formazione permanente, da una continua ed
equilibrata revisione di sé e del proprio agire, dalla ricerca costante
di motivazioni e di strumenti per la propria missione: così il sacerdote
manterrà lo spirito vigile e pronto alle perenni e pure sempre nuove
istanze di salvezza che ciascuno pone al prete, « uomo di Dio ».
La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri che
per l'età avanzata sono indicati come anziani e che in alcune
Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve riservare
loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a Cristo e alla
Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione. Per questi
presbiteri la formazione permanente non comporterà tanto impegni di
studio, di aggiornamento e di dibattito culturale, quanto la conferma serena e
rassicurante del ruolo che ancora sono chiamati a svolgere nel presbiterio: non
solo per il proseguimento, sia pure in forme diverse, del ministero pastorale,
ma anche per la possibilità che essi hanno, grazie alla loro esperienza
di vita e di apostolato, di diventare loro stessi validi maestri e formatori di
altri sacerdoti.
Anche i sacerdoti, che per le fatiche o le malattie si trovano in una condizione
di debilitazione fisica o di stanchezza morale, possono essere aiutati da
una formazione permanente che li stimoli a proseguire in modo sereno e forte il
loro servizio alla Chiesa, a non isolarsi né dalla comunità né
dal presbiterio, a ridurre l'attività esterna per dedicarsi a quegli atti
di relazione pastorale e di personale spiritualità capaci di sostenere le
motivazioni e la gioia del loro sacerdozio. La formazione permanente li aiuterà,
in particolare, a mantenere viva quella convinzione che essi stessi hanno
inculcato nei fedeli, la convinzione cioè di continuare ad essere membri
attivi nell'edificazione della Chiesa anche e specialmente in forza della loro
unione a Gesù Cristo sofferente e a tanti altri fratelli e sorelle che
nella Chiesa prendono parte alla Passione del Signore, rivivendo l'esperienza
spirituale di Paolo che diceva: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto
per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a
favore del suo Corpo che è la Chiesa ».455
78. Le condizioni in cui spesso e in più parti si svolge attualmente
il ministero dei presbiteri non rendono facile un impegno serio di formazione:
il moltiplicarsi dei compiti e dei servizi, la complessità della vita
umana in genere e di quella delle comunità cristiane in particolare,
l'attivismo e l'affanno tipico di tante aree della nostra società privano
spesso i sacerdoti del tempo e delle energie indispensabili a « vigilare su
se stessi ».456
Questo deve far crescere in tutti la responsabilità, cosicché
le difficoltà siano superate, anzi diventino una sfida per elaborare e
realizzare una formazione permanente che risponda in modo adeguato alla
grandezza del dono di Dio e alla gravità delle richieste ed esigenze del
nostro tempo.
I responsabili della formazione permanente dei sacerdoti sono da ricercare
nella Chiesa « comunione ». In tal senso, è l'intera Chiesa
particolare che, sotto la guida del Vescovo, viene investita della
responsabilità di stimolare e di curare in vari modi la formazione
permanente dei sacerdoti. Questi non sono per se stessi, ma per il Popolo di
Dio: per questo, la formazione permanente, mentre assicura la maturità
umana, spirituale, intellettuale e pastorale dei sacerdoti, si risolve in un
bene di cui è destinatario lo stesso Popolo di Dio. Del resto, lo stesso
esercizio del ministero pastorale conduce ad un continuo e fecondo scambio
reciproco tra la vita di fede dei presbiteri e quella dei fedeli. Proprio la
condivisione di vita tra il presbitero e la comunità, se
sapientemente condotta e utilizzata, costituisce un fondamentale contributo
alla formazione permanente, peraltro non riconducibile a qualche episodio o
iniziativa isolata, ma estesa e attraversante tutto il ministero e la vita del
presbitero.
Infatti, l'esperienza cristiana delle persone semplici e umili, gli slanci
spirituali delle persone innamorate di Dio, le applicazioni coraggiose della
fede alla vita da parte dei cristiani impegnati nelle varie responsabilità
sociali e civili, vengono accolti dal presbitero che, mentre li illumina con il
suo servizio sacerdotale, ne ricava un prezioso alimento spirituale. Anche i
dubbi, le crisi e i ritardi di fronte alle più svariate condizioni
personali e sociali, le tentazioni di rifiuto o di disperazione nel momento del
dolore, della malattia, della morte: insomma, tutte le circostanze difficili che
gli uomini incontrano sul cammino della fede, vengono fraternamente vissute e
sinceramente sofferte nel cuore del presbitero che, nel cercare le risposte per
gli altri, è continuamente stimolato a trovarle innanzitutto per sé.
Così l'intero Popolo di Dio, in tutti i suoi membri, può e
deve offrire un prezioso aiuto alla formazione permanente dei suoi sacerdoti. In
questo senso deve lasciare ai sacerdoti spazi di tempo per lo studio e per la
preghiera, chiedere loro ciò per cui sono stati mandati da Cristo e non
altro, offrire collaborazione nei vari ambiti della missione pastorale,
specialmente in quelli attinenti la promozione umana e il servizio della carità,
assicurare rapporti cordiali e fraterni con loro, agevolare nei sacerdoti la
coscienza di non essere « padroni della fede » ma « collaboratori
della gioia » di tutti i fedeli.457
La responsabilità formativa della Chiesa particolare nei riguardi dei
sacerdoti si concretizza e si specifica in rapporto ai diversi membri che la
compongono, a cominciare dal sacerdote stesso.
79. In un certo senso, è proprio lui, il singolo sacerdote, il
primo responsabile nella Chiesa della formazione permanente: in realtà
su ciascun sacerdote incombe il dovere, radicato nel sacramento dell'Ordine, di
essere fedele al dono di Dio e al dinamismo di conversione quotidiana che viene
dal dono stesso. I regolamenti o le norme dell'autorità ecclesiastica al
riguardo, come pure lo stesso esempio degli altri sacerdoti, non bastano a
rendere appetibile la formazione permanente, se il singolo non è
personalmente convinto della sua necessità e non è determinato a
valorizzarne le occasioni, i tempi, le forme. La formazione permanente mantiene
la « giovinezza » dello spirito, che nessuno può imporre
dall'esterno, ma che ciascuno deve ritrovare continuamente dentro se stesso.
Solo chi conserva sempre vivo il desiderio di imparare e di crescere possiede
questa « giovinezza ».
Fondamentale è la responsabilità del Vescovo, e con
lui del presbiterio. Quella del Vescovo si fonda sul fatto che i
presbiteri ricevono attraverso di lui il loro sacerdozio e condividono con lui
la sollecitudine pastorale verso il Popolo di Dio. Egli è responsabile di
quella formazione permanente che è destinata a far sì che tutti i
suoi presbiteri siano generosamente fedeli al dono e al ministero ricevuto, così
come il Popolo di Dio li vuole e ha « diritto » di averli. Questa
responsabilità conduce il Vescovo, in comunione con il presbiterio, a
delineare un progetto e a stabilire una programmazione capaci di configurare la
formazione permanente non come qualcosa di episodico, ma come una proposta
sistematica di contenuti, che si snoda per tappe e si riveste di modalità
precise. Il Vescovo vivrà la sua responsabilità, non soltanto
assicurando al suo presbiterio luoghi e momenti di formazione permanente, ma
rendendosi presente personalmente e partecipandovi in modo convinto e cordiale.
Spesso sarà opportuno, o anche necessario, che i Vescovi di più
diocesi confinanti o di una regione ecclesiastica si accordino tra loro ed
uniscano le loro forze per poter offrire iniziative più qualificate e
veramente stimolanti per la formazione permanente, come sono i corsi di
aggiornamento biblico, teologico e pastorale, le settimane residenziali, i cicli
di conferenze, i momenti di riflessione e di verifica sul cammino pastorale del
presbiterio e della comunità ecclesiale.
Il Vescovo assolverà la sua responsabilità sollecitando anche
l'apporto che può venire dalle facoltà e dagli istituti teologici
e pastorali, dai seminari, dagli organismi o federazioni che riuniscono persone
sacerdoti, religiosi e fedeli laici impegnate nella formazione
presbiterale.
Nell'ambito della Chiesa particolare un posto significativo è
riservato alle famiglie: ad esse, infatti, nella loro dimensione di «
chiese domestiche », fa riferimento concreto la vita delle comunità
ecclesiali animate e guidate dai sacerdoti. In particolare è da rilevarsi
il ruolo della famiglia d'origine. Questa, in unione e in comunione di intenti,
può offrire alla missione del figlio un proprio specifico importante
contributo. Portando a compimento il piano provvidenziale che l'ha voluta culla
del germe vocazionale, indispensabile aiuto per la sua crescita e il suo
sviluppo, la famiglia del sacerdote, nel più assoluto rispetto di questo
figlio che ha scelto di donarsi a Dio e al prossimo, deve rimanere sempre come
fedele, incoraggiante testimone della sua missione, affiancandola e
condividendola con dedizione e rispetto.
80. Se ogni momento può essere un « tempo favorevole » 458
nel quale lo Spirito Santo conduce il sacerdote ad una diretta crescita nella
preghiera, nello studio e nella coscienza delle proprie responsabilità
pastorali, ci sono però momenti « privilegiati », anche se più
comuni e prestabiliti.
Sono qui da ricordarsi, anzitutto, gli incontri del Vescovo con il suo
presbiterio, siano essi liturgici (in particolare la concelebrazione della
Messa Crismale del Giovedì Santo), siano essi pastorali e culturali, in
ordine cioè al confronto sull'attività pastorale o allo studio su
determinati problemi teologici.
Ci sono poi gli incontri di spiritualità sacerdotale, come
gli esercizi spirituali, le giornate di ritiro e di spiritualità, ecc.
Sono un'occasione per una crescita spirituale e pastorale, per una preghiera più
prolungata e calma, per un ritorno alle radici dell'essere prete, per ritrovare
freschezza di motivazioni per la fedeltà e lo slancio pastorale.
Importanti sono anche gli incontri di studio e di riflessione comune:
impediscono l'impoverimento culturale e l'arroccamento su posizioni di
comodo anche in campo pastorale, frutto di pigrizia mentale; assicurano una
sintesi più matura tra i diversi elementi della vita spirituale,
culturale e apostolica; aprono la mente e il cuore alle nuove sfide della storia
e ai nuovi appelli che lo Spirito rivolge alla Chiesa.
81. Molteplici sono gli aiuti e i mezzi di cui ci si può servire
perché la formazione permanente diventi sempre più una preziosa
esperienza vitale per i sacerdoti. Tra questi ricordiamo le diverse forme di
vita comune tra i sacerdoti, sempre presenti, anche se in modalità e
intensità differenti, nella storia della Chiesa: « Oggi non si può
non raccomandarle, soprattutto tra coloro che vivono o sono impegnati
pastoralmente nello stesso luogo. Oltre che a giovare alla vita e all'azione
apostolica, questa vita comune del clero offre a tutti, compresbiteri e laici,
un esempio luminoso di carità e di unità ».459
Altro aiuto può essere dato dalle associazioni sacerdotali, in
particolare dagli istituti secolari sacerdotali, che presentano come nota
specifica la diocesanità, in forza della quale i sacerdoti si uniscono più
strettamente al Vescovo e costituiscono « uno stato di consacrazione nel
quale i sacerdoti mediante voti o altri legami sacri sono consacrati ad
incarnare nella vita i consigli evangelici ».460 Tutte le forme di «
fraternità sacerdotale » approvate dalla Chiesa sono utili non solo
per la vita spirituale, ma anche per la vita apostolica e pastorale.
Anche la pratica della direzione spirituale contribuisce non poco a
favorire la formazione permanente dei sacerdoti. È un mezzo classico, che
nulla ha perso di preziosità non solo per assicurare la formazione
spirituale, ma anche per promuovere e sostenere una continua fedeltà e
generosità nell'esercizio del ministero sacerdotale. Come scriveva il
futuro Paolo VI, « la direzione spirituale ha una funzione bellissima e si
può dire indispensabile per l'educazione morale e spirituale della
gioventù, che voglia interpretare e seguire con assoluta lealtà la
vocazione, qualunque essa sia, della propria vita; e conserva sempre importanza
benefica per ogni età della vita, quando al lume e alla carità
d'un consiglio pio e prudente si chieda la verifica della propria rettitudine ed
il conforto al compimento generoso dei propri doveri. È mezzo pedagogico
molto delicato, ma di grandissimo valore; è arte pedagogica e psicologica
di grave responsabilità in chi la esercita; è esercizio spirituale
di umiltà e di fiducia in chi la riceve ».461
CONCLUSIONE
82. « Vi darò pastori secondo il mio cuore ».462
Ancora oggi, questa promessa di Dio è viva e operante nella Chiesa:
essa si sente, in ogni tempo, fortunata destinataria di queste parole
profetiche; vede il loro realizzarsi quotidiano in tante parti della terra,
meglio, in tanti cuori umani, soprattutto di giovani. E desidera, di fronte alle
gravi e urgenti necessità proprie e del mondo, che sulle soglie del terzo
millennio questa divina promessa si compia in un modo nuovo, più ampio,
intenso, efficace: quasi una straordinaria effusione dello Spirito della
Pentecoste.
La promessa del Signore suscita nel cuore della Chiesa la preghiera,
l'implorazione fiduciosa e ardente nell'amore del Padre che, come ha mandato Gesù
il buon Pastore, gli apostoli, i loro successori, una schiera senza numero di
presbiteri, così continui a manifestare agli uomini d'oggi la sua fedeltà
e la sua bontà.
E la Chiesa è pronta a rispondere a questa grazia. Sente che il dono
di Dio esige una risposta corale e generosa: tutto il Popolo di Dio deve
instancabilmente pregare e lavorare per le vocazioni sacerdotali; i candidati al
sacerdozio devono prepararsi con grande serietà ad accogliere e a vivere
il dono di Dio, consapevoli che la Chiesa e il mondo hanno assoluto bisogno di
loro; devono innamorarsi di Cristo buon Pastore, modellare sul suo il loro
cuore, essere pronti ad uscire per le strade del mondo come sua immagine per
proclamare a tutti Cristo Via, Verità e Vita.
Un appello particolare rivolgo alle famiglie: che i genitori, e specialmente
le mamme, siano generosi nel donare al Signore, che li chiama al sacerdozio, i
loro figli, e collaborino con gioia al loro itinerario vocazionale, consapevoli
che in questo modo rendono più grande e profonda la loro fecondità
cristiana ed ecclesiale e che possono sperimentare, in un certo senso, la
beatitudine della Vergine Madre Maria: « Benedetta tu fra le donne, e
benedetto il frutto del tuo grembo ».463
E ai giovani d'oggi dico: siate più docili alla voce dello Spirito,
lasciate risuonare nel profondo del cuore le grandi attese della Chiesa e
dell'umanità, non temete di aprire il vostro spirito alla chiamata di
Cristo Signore, sentite su di voi lo sguardo d'amore di Gesù e rispondete
con entusiasmo alla proposta di una sequela radicale.
La Chiesa risponde alla grazia mediante l'impegno che i sacerdoti assumono
per realizzare quella formazione permanente che è richiesta dalla dignità
e dalla responsabilità loro conferite dal sacramento dell'Ordine. Tutti i
sacerdoti sono chiamati ad avvertire la singolare urgenza della loro formazione
nell'ora presente: la nuova evangelizzazione ha bisogno di nuovi
evangelizzatori, e questi sono i sacerdoti che si impegnano a vivere il loro
sacerdozio come cammino specifico verso la santità.
La promessa di Dio è di assicurare alla Chiesa non pastori qualunque,
ma pastori « secondo il suo cuore ». Il « cuore » di Dio si è
rivelato a noi pienamente nel cuore di Cristo buon Pastore. E il cuore di Cristo
continua oggi ad avere compassione delle folle e a donare loro il pane della
verità e il pane dell'amore e della vita,464 e chiede di palpitare
in altri cuori quelli dei sacer- doti : « Voi stessi date loro
da mangiare ».465 La gente ha bisogno di uscire dall'anonimato e dalla
paura, ha bisogno di essere conosciuta e chiamata per nome, di camminare sicura
sui sentieri della vita, di essere ritrovata se perduta, di essere amata, di
ricevere la salvezza come supremo dono dell'amore di Dio: proprio questo fa Gesù,
il buon Pastore; Lui e i presbiteri con lui.
Ed ora, al termine di questa Esortazione, volgo lo sguardo alla moltitudine
di aspiranti al sacerdozio, di seminaristi e di sacerdoti che, in tutte le parti
del mondo, nelle condizioni anche più difficili e qualche volta
drammatiche, e sempre nella gioiosa fatica della fedeltà al Signore e
dell'instancabile servizio al suo gregge, offrono quotidianamente la propria
vita per la crescita della fede, della speranza e della carità nei cuori
e nella storia degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Voi, carissimi sacerdoti, lo fate perché il Signore stesso, con la
forza del suo Spirito, vi ha chiamati a ripresentare nei vasi di creta della
vostra semplice vita il tesoro inestimabile del suo amore di Pastore buono.
In comunione con i Padri sinodali e a nome di tutti i Vescovi del mondo e
dell'intera comunità ecclesiale esprimo tutta la riconoscenza che la
vostra fedeltà e il vostro servizio si meritano.466
E mentre auguro a tutti voi la grazia di rinnovare ogni giorno il dono di
Dio ricevuto con l'imposizione delle mani,467 di sentire il conforto della
profonda amicizia che vi lega a Gesù e vi unisce tra voi, di sperimentare
la gioia della crescita del gregge di Dio verso un amore sempre più
grande a Lui e a ogni uomo, di coltivare la rasserenante persuasione che colui
che ha iniziato in voi questa opera buona la porterà a compimento fino al
giorno di Cristo Gesù,468 con tutti e con ciascuno di voi mi rivolgo in
preghiera a Maria, madre ed educatrice del nostro sacerdozio.
Ogni aspetto della formazione sacerdotale può essere riferito a Maria
come alla persona umana che più di ogni altra ha corrisposto alla
vocazione di Dio, che si è fatta serva e discepola della Parola sino a
concepire nel suo cuore e nella sua carne il Verbo fatto uomo per donarlo
all'umanità, che è stata chiamata all'educazione dell'unico ed
eterno sacerdote fattosi docile e sottomesso alla sua autorità materna.
Con il suo esempio e la sua intercessione, la Vergine Santissima continua a
vigilare sullo sviluppo delle vocazioni e della vita sacerdotale nella Chiesa.
Per questo noi sacerdoti siamo chiamati a crescere in una solida e tenera
devozione alla Vergine Maria, testimoniandola con l'imitazione delle sue virtù
e con la preghiera frequente.
Madre di Gesù Cristo e Madre dei sacerdoti, ricevi questo titolo
che noi tributiamo a te per celebrare la tua maternità e
contemplare presso di te il Sacerdozio del tuo Figlio e dei tuoi figli, Santa
Genitrice di Dio.
Madre di Cristo, al Messia Sacerdote hai dato il corpo di carne per
l'unzione del Santo Spirito a salvezza dei poveri e contriti di cuore, custodisci
nel tuo cuore e nella Chiesa i sacerdoti, Madre del Salvatore.
Madre della fede, hai accompagnato al tempio il Figlio dell'uomo, compimento
delle promesse date ai Padri, consegna al Padre per la sua gloria i
sacerdoti del Figlio tuo, Arca dell'Alleanza.
Madre della Chiesa, tra i discepoli nel Cenacolo pregavi lo Spirito per
il Popolo nuovo ed i suoi Pastori, ottieni all'ordine dei presbiteri la
pienezza dei doni, Regina degli Apostoli.
Madre di Gesù Cristo, eri con Lui agli inizi della sua vita e
della sua missione, lo hai cercato Maestro tra la folla, lo hai
assistito innalzato da terra, consumato per il sacrificio unico eterno, e
avevi Giovanni vicino, tuo figlio, accogli fin dall'inizio i chiamati, proteggi
la loro crescita, accompagna nella vita e nel ministero i tuoi figli, Madre
dei sacerdoti.
Amen!
Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 marzo, solennità
dell'Annunciazione del Signore, dell'anno 1992, decimoquarto del mio
Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II
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