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SACRA CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA

ORIENTAMENTI EDUCATIVI
PER LA FORMAZIONE
AL CELIBATO SACERDOTALE

ROMA 1974

 

PRESENTAZIONE

Il Santo Padre, mentre si è proposto con l'enciclica «Sacerdotalis caelibatus» di «illustrare nuovamente e in una maniera più consona agli uomini del nostro tempo le ragioni profonde del sacro celibato» (n. 16), si è parimenti preoccupato di fare in modo che quanti avrebbero scelto la vita sacerdotale fossero convenientemente ad esso educati; pertanto ha voluto che venissero «emanate al più presto istruzioni apposite», nelle quali il tema fosse trattato «con la necessaria ampiezza, con il concorso di persone esperte, per fornire a coloro i quali hanno nella Chiesa il gravissimo compito di preparare i futuri sacerdoti un competente e opportuno ausilio» (n. 61).

Il presente documento si propone di rispondere a questa volontà del Santo Padre.

Il ritardo con cui esso viene pubblicato si spiega innanzi tutto con la preoccupazione che si è avuta di interpellare - seguendo le direttive stesse dell'enciclica - numerosi esperti e, inoltre, proprio a motivo della difficoltà dell'argomento, che ha richiesto successive redazioni del testo, resesi necessarie allo scopo di tenere nel debito conto tutte le utili osservazioni trasmesseci; detto ritardo, infine, si spiega con la preoccupazione di sottoporre il progetto del testo al giudizio delle conferenze episcopali e di rivederlo sulla base dei loro suggerimenti.

L'attualità e l'opportunità del documento - che, dato il suo carattere specifico, non entra in questioni teoriche sul celibato, - nulla hanno perduto della loro urgenza.

Lo spirito di questi «Orientamenti» è sufficientemente sottolineato dal testo stesso, dal titolo e dall'introduzione. L'educazione al celibato è evidentemente motivata e regolata prima di tutto dall'amore del Cristo, che è alla base di un tale impegno: senza un profondo amore al Cristo il celibato sacerdotale perde tutto il suo significato.

Nondimeno, il senso e l'esercizio del celibato sono condizionati da elementi umani, che è indispensabile mettere in evidenza, e che pertanto sarebbe grave, oggi più che mai, non tenerne conto.

La Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica, la quale, per ragioni di competenza, ha curato la preparazione del presente documento, è lieta di offrirlo ai vescovi e a tutti i responsabili della formazione dei candidati al sacerdozio, nella speranza che questo suo contributo al loro difficile lavoro - in un settore tanto delicato e fondamentale - sarà favorevolmente accolto, responsabilmente meditato e, con la grazia di Dio, utilmente messo in pratica per il bene della Chiesa.

Roma, dal Palazzo della Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica, Giovedì Santo, 11 aprile 1974.

G. M. Card. GARRONE, Prefetto

+ G. SCHRÖFFER, Segretario


 

PREMESSA

1. Natura e ragione d'essere di questi orientamenti

Il presente sussidio non offre «norme», ma «orientamenti» generali sull'educazione al celibato sacerdotale; orientamenti che, nella loro essenza, hanno valore per tutte le condizioni sociali, ma che hanno bisogno dell'arte pedagogica per essere posti in atto nei singoli casi. Esso risponde ad una chiara indicazione dell'enciclica «Sacerdotalis caelibatus», la quale ha auspicato l'emanazione di apposite istruzioni al fine di aiutare opportunamente coloro che nella Chiesa hanno il grave compito di preparare i futuri sacerdoti a vivere il celibato sacerdotale.[1]

Il documento si inserisce nella vita attuale della Chiesa e ha di mira la formazione al sacro celibato, come dono dello Spirito, liberamente accolto; in nessun modo intende offuscare il valore di condizioni di vita e di impostazioni educative in uso nelle Chiese orientali.

Il celibato sacro è un «prezioso dono» che Dio fa con liberalità ai suoi chiamati; nondimeno è dovere di questi porre le condizioni umane più favorevoli perché il dono possa fruttificare.[2] Perciò sarà compito degli educatori promuovere negli alunni l'apprezzamento del dono del celibato, la disposizione ad accoglierlo, il riconoscimento della sua presenza e la sua affermazione nella vita del candidato.

2. Oggetto specifico di questi orientamenti

L'educazione della sessualità - qualunque sia lo stato, matrimoniale o celibatario, cui il soggetto aspira - è un problema difficile e delicato, soprattutto nel contesto socio-culturale odierno.

Tale problema acquista poi una specifica rilevanza nella formazione integrale dei candidati alla vita di consacrazione a Dio.

Come fa rilevare il Sinodo dei Vescovi del 1971, «nel mondo d'oggi, il celibato è da ogni parte minacciato da particolari difficoltà, che, peraltro, i sacerdoti già più volte hanno sperimentato nel corso dei secoli».[3] In realtà, «bisogna riconoscere che il celibato, come dono di Dio, non può essere osservato se il candidato non è convenientemente preparato ad esso».[4]

La formazione al celibato consacrato rappresenta un impegno ineludibile per gli educatori, sia della comunità familiare e parrocchiale sia della comunità del seminario, perché su di loro ricade, in grande misura, la responsabilità formativa dei candidati alla vita ecclesiastica.

Il problema della formazione al celibato viene qui considerato principalmente sotto l'aspetto umano alla luce delle scienze dell'educazione; non va però mai dimenticato che tale problema non può essere risolto semplicemente sul piano naturale. Sia pure con le migliori disposizioni da parte dei candidati e la massima cura da parte degli educatori, è fuori discussione che resta fondamentale e insostituibile l'apporto della grazia - memori delle categoriche affermazioni bibliche al riguardo (Sal 126; Mc 4, 26‑29; 10, 27; Lc 1, 37; Gv 115, 5; I Cor 3, 6; Gal 5, 22‑23; Fil 4, 13) - e resta parimenti insostituibile la fedele osservanza di «quelle norme ascetiche che sono garantite dall'esperienza della Chiesa e che nelle circostanze odierne non sono meno necessarie».[5]

I giovani dovranno convincersi di non poter percorrere la loro difficile via senza un'ascesi particolare, superiore a quella richiesta a tutti gli altri fedeli, propria degli aspiranti al sacerdozio.[6]

Fin dagli anni del seminario imparino ad applicarsi, innanzi tutto, a coltivare con tutto l'amore che la grazia ad essi ispira la loro intimità con il Cristo, esplorandone l'inesauribile e beatificante mistero; acquistino un senso sempre più profondo del mistero della Chiesa, al di fuori del quale il loro stato di vita rischierebbe di apparire ad essi inconsistente e incongruo.[7]

3. Motivi di un continuo aggiornamento

Il problema è sempre esistito, ma ha acquistato un particolare rilievo e una più sentita urgenza ai nostri giorni per una molteplicità di fattori e motivi, tra i quali vanno soprattutto segnalati i seguenti:

‑ Il celibato sacerdotale è vissuto in modalità diverse secondo l'evolversi della storia. Esso deve essere una testimonianza salvifica offerta agli uomini secondo le loro attuali esigenze spirituali.

‑ Le scienze dell'uomo - in particolare la pedagogia, la psicologia e la sociologia - sono in continuo approfondimento e vanno alla ricerca di nuove metodologie, sia teoriche sia pratiche.[8]

‑ Lo stesso seminarista palesa un'innovata sensibilità psichica: tende sempre più a rifiutare i vincoli convenzionali per inserirsi nell'umano come gli altri, rivendicando il massimo alla scelta e all'impegno liberi, nell'apertura interiore agli ideali evangelici.

In rispondenza a tutto questo, l'opera educativa sarà attenta a ricercare un continuo personale aggiornamento e a leggere i segni dei tempi nella comunità umana e cristiana d'oggi.

Il necessario periodico aggiornamento s'impone per tutte le istituzioni umane, le quali proclamino valori perenni e non siano espressione di pura verità relativa. I valori sacerdotali, proprio perché perenni e imperituri, devono essere accolti nel contesto di una Chiesa peregrinante verso il Signore risorto; richiedono di essere espressi entro forme adatte al tempo presente. Pertanto, l'educatore aiuterà i giovani ad amare i medesimi valori sacerdotali, ma nelle modalità proprie del nostro tempo.

4. Adattamento alle condizioni delle chiese locali

L'educazione al celibato conoscerà certo adattamenti non solo in rapporto alle civiltà od epoche, ma anche in rapporto alle condizioni delle chiese locali. Il diverso ambiente ecclesiale sospinge a vivere in prospettiva psicologica e antropologica del tutto propria e a testimoniare il vangelo in modo corrispondente. L'educazione seminaristica dovrà quindi riflettere e ricercare, in modo responsabile, gli indirizzi educativi maggiormente adatti al proprio ambiente locale, secondo le norme date dalle conferenze episcopali, poiché, analogamente al sacerdozio, anche il celibato sacerdotale è una consacrazione a Dio per il popolo, in servizio del quale il sacerdote è inviato.[9]

Questi orientamenti, offerti per il tempo attuale, non intendono esautorare le responsabilità educative delle chiese locali; anzi, amano ricordare che a queste comunità ecclesiali spetta indagare sulle proprie esigenze spirituali, sul conveniente stile di vita ecclesiastico, sugli opportuni compiti di educazione e di testimonianza del seminario locale. Ogni singolo presbiterio deve scoprire il disegno di Dio attraverso la meditazione della parola del Signore, applicata alle proprie situazioni concrete.[10]

5. Adattamento alle condizioni dei singoli individui

Il presente sussidio offre i suoi suggerimenti educativi in parti distinte, che si snodano in un discorso successivo. L'educatore vorrà accoglierli in una globale visione d'insieme; vorrà poi tener presente che, nonostante le grandi differenze bio-psicologiche e socioculturali esistenti nei singoli candidati alla vita sacerdotale, resta pur sempre vero che il problema della sessualità si presenta sostanzialmente identico per tutti, indipendentemente dalle specifiche condizioni di vita.

Questo carattere universale del problema suggerisce orientamenti generali di soluzione, ma impegna, nello stesso tempo, a ricercare i metodi di applicazione adatti alle esigenze dei singoli; a risolvere le difficoltà di orientamento e di selezione quando sono in atto profonde differenze individuali di tipo normale e, soprattutto, in presenza di autentiche atipie o di vere deviazioni della personalità.

Questi orientamenti sono rivolti all'educazione delle persone normali, quali debbono essere i candidati alla vita sacerdotale. In condizioni più o meno devianti, saranno necessari interventi specializzati e soluzioni adeguate; ma, in questi casi, è doveroso indicare chiaramente ai candidati che lo stato ecclesiastico non è per loro.
 

PARTE PRIMA

IL CELIBATO NELLA ODIERNA VITA SACERDOTALE

6. Condizioni di vita autenticamente cristiana

Matrimonio e celibato sono due stati di vita autenticamente cristiana. Ambedue sono modi di realizzazione specifica della vocazione cristiana.[11]

Il celibato per il regno dei cieli (Mt 19, 12) è un dono fatto da Gesù Cristo alla sua Chiesa. Non è un carisma che appartenga essenzialmente ed esclusivamente al sacerdozio; non è quindi una vocazione necessaria e unica del sacerdote. Esso può essere vissuto, nella Chiesa, da gruppi di persone che sono chiamate, in forme diverse, all'esperienza delle virtù evangeliche.

Il celibato costituisce, perciò, un segno che va inquadrato nel posto che gli compete tra gli altri valori evangelici. In quanto è scelto e vissuto per il regno dei cieli, esso è strettamente legato alle altre virtù evangeliche della povertà e dell'obbedienza; infatti, tali virtù, prese nel loro insieme, sono tra loro collegate e complementari, ed esprimono un'esistenza totalmente inserita nel vangelo.

 

I. IL CELIBATO NELLA VITA DELLA CHIESA

7. Significato del sacramento dell'ordine

I sacramenti del battesimo e dell'ordine fanno partecipare, attraverso il mistero pasquale del Signore, al sacerdozio del Cristo.

L'ordine sacro è una partecipazione alla funzione «capitale» del Cristo sacerdote; conferisce il sacerdozio ministeriale, che differisce essenzialmente - e non solo di grado - dal sacerdozio comune conferito dal battesimo;[12] costituisce i sacerdoti «ministri», cioè rappresentanti di Gesù Cristo, come capo della Chiesa, e partecipi dell'autorità con la quale egli stesso fa crescere, santifica e governa il suo corpo mistico.[13]

I presbiteri, «in virtù dell'unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura al Cristo sacerdote».[14] Essi, come il Cristo e nella sua carità, sono inviati per la salvezza del popolo di Dio; sono chiamati ad indirizzare gli uomini, mediante la comunità ecclesiale, fondata sulla parola di Dio e l'eucaristia, verso una sempre più estesa e profonda vita nello spirito del Cristo, così da testimoniare sempre più la sua resurrezione.

8. Il sacerdozio e le virtù evangeliche

Le virtù evangeliche si iscrivono, contemporaneamente, sia come imperativi sia come grazie nella consacrazione sacerdotale. Il candidato al sacerdozio, consacrandosi al Cristo sacerdote, ne assume gli impegni evangelici, prolungando la sua stessa missione e testimoniandolo con una vita evangelica.

Il sacerdozio ministeriale richiede quella forma particolare di amore che è la carità pastorale, con la quale il sacerdote tende a donare tutta la sua vita per la salvezza degli altri, e la esige proprio in quanto la dona. Le virtù evangeliche sono precisamente al servizio di questa carità pastorale.

Se è vero che ogni cristiano è consacrato a Dio nel Cristo ed è al servizio dei fratelli, non è meno vero che la consacrazione a Dio nel sacerdozio esige una partecipazione più generosa e più completa, che trova appunto nell'esercizio delle virtù evangeliche la risposta più adeguata all'ideale di perfezione sacerdotale.

9. Natura specifica del celibato

Il celibato ha un evidente valore positivo come totale disponibilità all'esercizio del ministero sacerdotale e come mezzo di consacrazione a Dio con cuore indiviso; ha un valore di segno e di testimonianza dell'amore quasi paradossale per il regno dei cieli.

A proposito del fondamento del celibato, nel documento conclusivo del Sinodo citato si legge che «il celibato dei sacerdoti concorda pienamente con la chiamata alla sequela apostolica del Cristo e anche con la risposta incondizionata del chiamato, il quale assume il servizio pastorale».[15] Viene parimenti fatto rilevare che, «se il celibato, poi, è vissuto in spirito evangelico, nell'orazione e nella vigilanza, con povertà, in letizia, nel disprezzo degli onori e in amore fraterno, esso è un segno che non può restare a lungo nascosto, ma proclama efficacemente il Cristo agli uomini anche della nostra età».[16]

Il celibato trascende le vie comuni e implica un impegno totale della persona. Esso non si conserva se non mediante la collaborazione con la grazia di Dio; più che come una legge ecclesiastica, il celibato va inteso come una «qualificazione», alla quale viene conferito il valore di un'offerta pubblica davanti alla Chiesa.

Il celibato quindi è un'offerta, un'oblazione, un vero e proprio sacrificio di carattere pubblico oltre che personale; non è una semplice rinunzia ad un sacramento - qual è il matrimonio - per il regno dei cieli. «Il candidato deve concepire questa forma di vita non come imposta dal di fuori, ma piuttosto come la manifestazione della sua libera donazione, che viene accettata e ratificata dalla Chiesa per mezzo del vescovo».[17]

10. Il celibato nella prospettiva apostolica

Nessuno dubita che Gesù Cristo ha posto davanti agli occhi di tutti i discepoli le massime esigenze per la sua sequela. In questo contesto ha richiesto ancora più profonde disposizioni da coloro che ha chiamato al compito apostolico. Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni lasciarono tutto per seguire il Cristo (Mc 1, 16-20), il quale esaltò il celibato abbracciato per il regno dei cieli (Mt 19,12). Paolo Apostolo visse questo radicalismo evangelico e lo considerò come dono divino, che consente di meglio dedicarsi, con cuore indiviso, al Signore.

In tale modo, nei ministri della Chiesa con il celibato si rafforza la disponibilità nell'opera del vangelo, si aumenta la loro capacità di testimonianza e si custodisce la libertà per contestare ogni oppressione. Nel celibato si ha una mirabile partecipazione a quella kénosis che fu la via del Cristo nel suo mistero pasquale.

Innestato nella vita sacerdotale, il celibato, pur non essendo necessario in modo assoluto né all'esistenza né all'esercizio del sacerdozio, tuttavia gli è così confacente da illuminarne la natura e favorirne l'azione. Esso realizza in modo eminente le dimensioni di consacrazione a Dio, di configurazione al Cristo, di dedizione alla Chiesa, che sono caratteristiche proprie del sacerdozio; esprime l'ideale che il carattere sacerdotale tende a promuovere.

11. Il celibato nella prospettiva escatologica

Il celibato tende ad illuminare e a potenziare la stessa carità del sacerdote: perfeziona e, in certo modo, anticipa la futura vita caritativa risorta nel Cristo, cui il sacerdozio orienta.[18]

Con il celibato abbracciato e vissuto per il regno dei cieli, il sacerdote risponde all'appello della configurazione al Cristo e anticipa il mondo futuro, già presente per mezzo della fede e della carità. Tale consacrazione costituisce così un segno della speranza escatologica, un segno profetico della realtà futura, quando tutti gli uomini, unificati nel Cristo dal suo Spirito, non vivranno che per la lode del Padre.

Ogni cristiano peraltro ha il dovere di testimoniare nel mondo la carità del Cristo, e tutta la vita cristiana - dal martirio alla vita religiosa, dal sacerdozio alla vita coniugale - appare permeata del carattere escatologico.

Non è, propriamente parlando, il celibato che conferisce il senso escatologico al sacerdozio. Questo già lo possiede per se stesso, come lo possiedono, per se stessi e in modo complementare, tutti gli altri stati o vocazioni di vita cristiana. Tuttavia, il celibato sacerdotale è armonizzato con il senso escatologico del sacerdozio e, sotto certi aspetti, lo potenzia ulteriormente e in modo singolare;[19] gli offre la possibilità di immedesimarsi più pienamente con la perfetta carità del Cristo risorto.[20]

 

2. IL CELIBATO SACERDOTALE NELLA VITA ODIERNA

12. Problematica del celibato sacerdotale

C'è chi si chiede, oggi, se non si potrebbe rimanere buon sacerdote anche senza vivere nello stato celibe. Certamente il celibato sacerdotale, introducendo una scelta del tutto particolare nella vita sia umana sia cristiana, implica il sacrificio di qualche bene. È senz'altro possibile pensare che lo stato matrimoniale, in certe situazioni, possa in qualche modo maggiormente facilitare l'accesso alla vocazione sacerdotale e, persino, presso qualche sacerdote favorire un equilibrio umano affettivo più profondo; però ciò non toglie che il celibato, in se stesso, sia più appropriato alla missione sacerdotale e che la conseguente rinunzia possa tradursi in carità redentiva.

Non esiste stato o vocazione che non comporti la rinunzia a certi valori, non solamente in quanto vissuti da creature umane, ma anche perché in esse deve potersi effondere la grazia del mistero pasquale del Signore.

La convenienza della connessione del celibato con l'ufficio sacerdotale o della loro limitata disgiunzione non costituisce una semplice scelta disciplinare: è decisione pastorale di governo ecclesiastico, la quale non può basarsi in forma esclusiva né sulla sola luce della fede né sulla mera indagine sociologica, ma deve risultare dalla fusione armonica dei due elementi.[21] Sono codeterminanti l'approfondimento dei valori sacerdotali, comunicati da una fede viva, e la riflessione attenta sull'esperienza sacerdotale.

13. Motivazioni del celibato

Nell'esigere il celibato, la Chiesa ha motivazioni profonde, che si fondano sull'imitazione del Cristo, sulla funzione di rappresentatività del Cristo capo della comunità e sulla disponibilità di servizio come mezzo indispensabile per edificare continuamente la Chiesa.[22] Essa non è mossa da ragioni di «purezza rituale» o dal concetto che solo per mezzo del celibato si possa giungere alla santificazione.

Tra le motivazioni storicamente addotte per giustificare il celibato sacerdotale vi possono essere anche quelle che si rivelano caduche con il passare del tempo; ma ciò non deve condurre a rinnegare la convenienza tra celibato e sacerdozio, perché questa è un'esperienza viva della Chiesa collegata non tanto con questa o con quell'altra motivazione, quanto piuttosto con la realtà fondamentale del cristianesimo, che è la persona di Gesù Cristo, il quale fu, nello stesso tempo, vergine e sacerdote.[23]

Nel senso proposto dalla Chiesa, il celibato non è un elemento esterno, impersonale, ma è parte integrante della vita e del ministero sacerdotale. Originariamente esso è sempre un dono conferito dall'alto; un dono, però, che deve pervadere la vocazione sacerdotale, divenendone una componente quanto mai importante e qualificante.

14. Natura del rapporto celibato-sacerdozio

La convenienza tra celibato e sacerdozio appare sempre maggiore a mano a mano che si mette in luce l'aspetto cristologico, ecclesiologico ed escatologico del celibato. Per questo il Concilio Vaticano II parla di «multimodam convenientiam», con riferimento alla consacrazione e alla missione del sacerdote nell'ambito del mistero del Cristo e della Chiesa.[24] Il Sinodo summenzionato riafferma la legge vigente del celibato «in ragione dell'intima e molteplice convenienza tra l'ufficio pastorale e la vita celibe».[25]

Il sacerdote è rappresentante della persona del Cristo, deputato dalla sua ordinazione non solo al compito di edificare il popolo di Dio, mediante il ministero della parola e l'eucaristia, ma anche a manifestare in un modo unico e sacramentale l'amore fraterno, servendo così ugualmente la causa dell'edificazione del regno.

L'invito fatto da Gesù agli Apostoli di lasciare tutto, oltre che mirare ad una maggiore disponibilità per l'avvento del regno, comprendeva anche la prospettiva di entrare nella comunione apostolica, ove si possono realizzare profonde e benefiche relazioni interpersonali.

Il celibato sacerdotale è una comunione con il celibato del Cristo. La novità del sacerdozio cristiano partecipa intimamente della novità del Cristo,[26] perché una visione di fede presiede a tutto lo svolgimento delle ragioni che militano a favore del sacro celibato nel suo significato cristologico, ecclesiologico ed escatologico.[27]

Il sacerdote, partecipando realmente dell'unico sacerdozio del Redentore, ha in lui anche «il modello diretto e il supremo ideale» che, appunto in quanto supremo, è logicamente aperto a tutti gli eroismi e alle più ardue conquiste.[28] Di qui l'ansia di voler riprodurre, nell'esercizio del sacerdozio, lo stesso stato e la stessa sorte del Signore, per una configurazione a lui più perfetta possibile.[29]

15. Difficoltà odierne al celibato sacerdotale

Sembra che il celibato sacerdotale non sia favorito dall'ambiente sociologico odierno.[30] Le idee sono in radicale processo di revisione e la società non opera certo in favore della stabilità della vocazione, ma piuttosto in senso contrario. Tutto questo fa sì che il celibato sia particolarmente esposto alla crisi. Esso sembra, oggi, secondo alcuni, parzialmente ostacolare la missione sacerdotale nel porsi al servizio degli umili e dei poveri. Il sacerdote desidera essere inserito nella vicenda umana senza privilegi, esenzioni o limitazioni; amerebbe partecipare alle fondamentali esperienze dell'uomo (lavoro, insicurezza, abitazione, amore, cultura, divertimento ecc.); soprattutto sente il forte richiamo dell'amore umano.

Il celibato sacerdotale, oltre ad essere, oggi, non facilmente comprensibile da molti, riesce particolarmente difficile quando è vissuto da persona che si crede lesa nella sua autonomia e misconosciuta nelle sue rivendicazioni. In tale situazione, il soggetto cerca istintivamente, per compensazione, di rivalersi richiedendo un supplemento di affetto, anche se vietato.

La ricerca di compensazioni affettive può essere favorita anche dal semplice fatto che le donne ‑ con le quali il sacerdote ha rapporti in forza del suo ministero ‑ sono portate a confidarsi con lui, anche perché il suo stato celibe suscita fiducia; esse talvolta ricercano, presso di lui, un appoggio maschile. Inoltre, nel diffuso ambiente promiscuo, la situazione è resa più difficile per i pericoli ai quali particolarmente nella società d'oggi è esposta la castità dei candidati.[31]

16. Presupposti dell'educazione al celibato

Il celibato, considerato nella sua prospettiva concreta d'oggi, pone in evidenza la necessità di consentire una maturità affettiva umana e, insieme, di far vivere la continenza come espressione della carità apostolica.[32] Una continenza non interiormente dominata dalla carità apostolica non è per nulla evangelica, nè d'altronde potrebbe essere praticata dalla persona consacrata, la quale ha scelto il celibato per vivere e comunicare la carità ecclesiale in modo più intenso e originale.

La persona celibe, matura affettivamente e spiritualmente, non si sente sotto la costrizione della legge canonica esteriore, nè giudica le precauzioni necessarie come prescrizione imposta dall'esterno.

La castità celibataria non è tanto un tributo che si paga al Signore, quanto piuttosto un dono che si riceve dalla sua misericordia. La persona che entra in questo stato di vita deve essere consapevole che non si assume solo un peso, ma riceve soprattutto una grazia liberatrice.

Lo scopo della formazione seminaristica è di preparare un uomo maturo, responsabile, un sacerdote perfetto e fedele. Però le condizioni odierne del mondo non facilitano una tale maturazione e perfezione; questa situazione socio-ambientale negativa impone pertanto un accrescimento di responsabilità personale nei candidati al sacerdozio; infatti, il compito di attuare pienamente la loro vocazione ricade, in fondo, su di essi stessi.


 

PARTE SECONDA

METE DELL' EDUCAZIONE SEMINARISTICA

 

17. Triplice componente dell'educazione seminaristica

Un'illuminata pedagogia del celibato sacerdotale terrà presenti le mete alle quali l'educazione seminaristica deve condurre; in corrispondenza a ciò si delineeranno le istanze e le caratteristiche dell'educazione al celibato sacerdotale; sarà quindi possibile passare all'indicazione di pertinenti orientamenti educativi.

L'educazione seminaristica ha il compito di formare pastori di anime, sull'esempio di Nostro Signore Gesù Cristo, maestro, sacerdote e pastore.[33] Questo traguardo educativo presuppone e implica che negli alunni venga simultaneamente promossa la formazione dell'uomo, del cristiano e del sacerdote.[34] Perciò le mete educative programmatiche dei candidati al sacerdozio sono tre e rispondono all'esigenza di preparare personalità integralmente umane, cristiane e sacerdotali.

Gli impegni educativi devono pertanto sempre rispettare, pienamente ed equilibratamente, i rapporti tra questi tre livelli di formazione, senza preponderanza di uno a scapito degli altri, e senza dissociare il livello cristiano da quello umano, né il livello sacerdotale da quello cristiano.

In questa triplice componente formativa umana-cristiana-sacerdotale è doveroso rilevare l'essenziale distinzione, che deve essere armonizzata nell'unità, come pure è necessario rilevarne la complementarietà e l'interazione. Infatti, se la formazione umana è condizione e postulato per il vivere cristiano, la grazia è la forza dinamica per realizzare questa pienezza umana.

 

I. FORMAZIONE ALLA MATURITÀ UMANA

18. Il concetto di maturità umana

Il problema specifico del celibato sacerdotale va inserito in quello fondamentale della maturità affettiva del candidato, anzi in quello più vasto ed essenziale della maturità psichica e morale o, più semplicemente, della maturità umana, come espressione della personalità matura, caratterizzata dall'armonia tra tutti i suoi elementi e dall'integrazione delle sue tendenze e dei suoi valori.

Come viene fatto rilevare dagli psicologi odierni, la maturità non è una qualità singola; ha molti aspetti, ognuno dei quali può essere variamente sviluppato e deve essere quindi preso in particolare considerazione, quando si tratta di determinare i criteri mediante i quali la si vuole valutare. La maturità appare, dunque, come una condizione globale che si qualifica per un tipico modo di essere, per uno stile che sfugge in parte a misure obiettive, ma che si impone in modo caratteristico.

La maturità è realtà complessa e non è facile circoscriverla compiutamente. Si conviene, tuttavia, di giudicare maturo, in generale, l'uomo che ha realizzato la sua vocazione di uomo: in altre parole, l'uomo che ha acquistato la pronta capacità abituale d'agire liberamente; che ha integrato le sue sviluppate virtualità umane con abiti virtuosi; che ha acquisito un facile ed abituale autocontrollo emotivo, con l'integrazione delle forze emotive che devono essere al servizio dell'impostazione razionale; che predilige il vivere comunitariamente, perché aperto al dono di sé agli altri; che si impegna in un servizio professionale con stabilità e serenità; che mostra di comportarsi secondo l'autonomia della coscienza personale; che possiede la libertà di esplorare, investigare ed elaborare un'esperienza, di trasformare cioè gli avvenimenti, perché diventino fruttuosi per l'avvenire; l'uomo riuscito, che ha portato al grado di sviluppo dovuto tutte le sue potenzialità e virtualità specificamente umane.

19. La maturità umana nell'educazione

L'educazione dell'uomo mira a far sì che il soggetto «cresca» nelle varie dimensioni primarie (educazione fisica, intellettuale, morale, sociale, religiosa) e derivate (educazione artistica, vocazionale, nel senso di educazione professionale e in quello di educazione ad un certo ruolo sociale), ma in modo che tutto il complesso dell'opera educativa sia coordinato verso l'insieme unitario della personalità bio-psico-sociale del singolo soggetto, nella sua propria e specifica individualità.

Ciò che fa essere un uomo veramente «educato» è il volere liberamente, consapevolmente e responsabilmente il bene, con tutta la propria personalità psicologica e spirituale. Questa maturità umana è presentata dal Concilio come il fine dell'educazione; ad essa hanno diritto inalienabile di essere formati tutti gli uomini.[35] A maggior ragione devono esservi formati gli alunni dei seminari, perché Dio chiama l'uomo reale, e se non c'è l'uomo non c'e il chiamato.[36]

La formazione consentirà quindi al candidato di svilupparsi umanamente, affinché l'orientazione religiosa non sostituisca l'uomo, ma lo penetri e lo purifichi lentamente.

20. La maturità affettiva dell'uomo

La maturità deve essere raggiunta in tutti i suoi aspetti, compreso, naturalmente, e soprattutto, quello affettivo. Il ruolo dell'affettività, infatti, viene considerato come elemento fondamentale nella costruzione della personalità, perché concorre in modo particolare alla sua integrazione nell'esplicare la relazione affettiva e sessuale verso l'altro, nel realizzarsi responsabilmente in un lavoro o in una professione, nel coltivare rapporti sociali amichevoli. Proprio perché l'affettività viene considerata come dimensione fondamentale della persona, la maturità affettiva si può ritenere come requisito indispensabile per l'optimum di funzionamento della personalità.

Considerata come aspetto della vita psichica, l'affettività viene variamente intesa: come insieme di reazioni interne ed esterne all'esigenza di soddisfazione, come capacità di provare sentimenti ed emozioni, come capacità di amare o come possibilità di realizzare rapporti interpersonali.

Una personalità bene integrata sa far prevalere la natura razionale sulla natura impulsiva; al contrario, quanto meno integrata è una persona, tanto maggiore è la forza impulsiva che prevale sulla forza razionale. Perciò un'educazione che voglia favorire nell'educando lo sviluppo integrativo della personalità deve fargli acquistare innanzi tutto la capacità di equilibrio emozionale.

Intimamente connesso con il fattore emozionale è il problema dell'adattamento, che consiste nell'affrontare serenamente i propri problemi, nel prendere responsabilità per essi, nell'elaborare soluzioni di difficoltà incontrate; il disadattamento, invece, porta con sé la predominanza di emotività negativa, di fattori d'ostilità, di dipendenza, di inadeguatezza sociale e, nello stesso tempo, la predominanza di problemi non risolti.

21. La maturità sessuale dell'uomo

In riferimento all'affettività, acquista particolare risalto la «dimensione sessuale». Anche se questa viene diversamente intesa, non si può negare lo stretto legame tra affettività e sessualità e la loro interdipendenza nell'integrazione della personalità. Perché si possa parlare di persona matura, l'istinto sessuale deve superare due tipiche forme di immaturità: il narcisismo e l'omosessualità, e raggiungere l'eterosessualità. Questo è un primo stadio dello sviluppo sessuale, ma è necessario anche un secondo stadio: l'amore deve divenire un dono, non la ricerca di se stessi.

La conseguenza di un tale sviluppo è una condotta sessuale a livello propriamente «umano», per cui il soggetto si comprende e si accoglie in modo distinto ed elevato e acquista un alto concetto di sè.

Si deve considerare la sessualità come un fattore determinante della maturazione della personalità. La maturità sessuale rappresenta una tappa necessaria per raggiungere un livello psicologicamente adulto. Di qui la necessità di una giusta impostazione della sessualità nel quadro totale della personalità in formazione.

Una sessualità matura, con le caratteristiche cui abbiamo accennato, non potrà essere raggiunta senza conflitto, senza rinunzie o difficoltà. Il soggetto, proteso verso la maturazione, dovrà sempre lottare, perché ad ogni momento ha una scelta da effettuare: precisamente, tra la soddisfazione di certe tendenze spesso contrastanti tra loro.

22. Il problema della sessualità integrata

Il problema più difficile è quello di valutare adeguatamente la «sessualità integrata». Si tratta di considerare la sessualità come uno dei valori umani e non come qualcosa di negativo e di frustrante per lo sviluppo della persona. Il valore intrinseco della sessualità dovrà essere percepito e accettato nel suo giusto posto nella scala dei valori, un posto importante come «valore di espressione» e come «fattore integrativo».

La sessualità matura comporta non solo l'accettazione del valore sessuale integrato nell'insieme dei valori, ma anche la potenzialità «oblativa», cioè la capacita di donazione, di amore altruistico. Quando questa capacità si realizza in misura adeguata, la persona diviene idonea a stabilire contatti spontanei, a dominarsi emozionalmente e ad impegnarsi seriamente.

L'aspetto oblativo della sessualità comporta il sentimento di essere «l'uno per l'altro». Perciò l'oblatività non è disgiunta dalla recettività: la sessualità immette in una vita di relazione, quindi esige la capacità tanto di dare quanto di ricevere e la disposizione ad accogliere l'amore che viene offerto, in un atteggiamento di totale rispondenza.

23. L'autocontrollo perfettivo dell'uomo

Perché una persona possa utilizzare pienamente le sue attitudini deve divenire capace di autocontrollo. Ciò che va messo sotto controllo è il continuo cambiamento che si verifica in ogni persona e che prende forma di desideri, impulsi, pensieri e abitudini. In questo senso, autocontrollo significa autodisciplina, cioè l'ordinare l'attività mentale e la condotta in modo che procuri gioia, felicità e benessere al soggetto.

La struttura dinamica della personalità è caratterizzata da conflitti e tensioni interne. La personalità raggiunge la sua maturazione attraverso la graduale e progressiva composizione di forze contrastanti. Fra gli ideali di una persona e le sue tendenze vi è conflitto; ed è proprio lì che l'autocontrollo è necessario, se si vuole assicurare la stabilità, l'adattamento e la riuscita.

L'autocontrollo non significa stasi o fissità incolore nel comportamento personale e sociale. Si nota nello psichismo umano un impulso ad un certo superamento di sé una forza che tende a sorpassare, mediante un intervento cosciente e uno sforzo personale, il puro sviluppo spontaneo o il processo biologico della crescita. L'uomo non solo cresce e si sviluppa, ma, in quanto cosciente e libero, progredisce. Tale forza interiore, generatrice di progresso, non è altro che l'attuazione delle potenzialità sempre nuove nell'uomo.

Il processo integrativo della personalità si realizza per il ripetuto consenso a soddisfare certe tendenze e per la non soddisfazione di altre. In altri termini, si attua una canalizzazione delle tendenze e delle potenzialità attive dell'individuo. Nel dinamismo stesso dell'uomo è implicito un «esercizio ascetico» di carattere eminentemente positivo.

 

2. FORMAZIONE ALLA MATURITÀ CRISTIANA

24. La dimensione cristiana nell'educazione

L'educazione cristiana ‑ alla quale il cristiano, figlio di Dio per il battesimo, ha diritto ‑ deve tendere ad aiutare la persona a maturare se stessa non solo in senso umano, ma principalmente in senso cristiano. La maturità cristiana si realizza con la graduale crescita nella fede, nell'adorazione di Dio quale Padre, specie mediante la partecipazione alla vita liturgica; con la crescita nella perfezione nel Cristo, concorrendo all'incremento del suo corpo mistico.

Il cristiano, anche se già vivente nel Cristo, non si sente mai sufficientemente trasformato nel suo spirito: deve perfezionare ulteriormente la creazione‑redenzione in se stesso, negli altri uomini e nella realtà terrestre. Tuttavia, si suole affermare che è possibile verificare la presenza di una maturità cristiana.

L'educazione seminaristica deve portare a maturità la personalità cristiana del candidato.[37] La pedagogia nei seminari va pertanto impostata anzitutto nella prospettiva dell'unità, cioè di quello che è comune, e quindi nella prospettiva della differenziazione.[38] Secondo questa indicazione, l'educazione nei seminari non dovrà essere quasi avulsa e separata dalla comune educazione del cristiano; non vi sono, infatti, due forme di educazione, ma un'unica e fondamentale: quella del cristiano, sulla quale avviene la differenziazione tra la distinta vocazione del laico e quella del sacerdote.

25. La maturità come esigenza di vita cristiana

La maturità umana, prima che esigenza dello stato sacerdotale, è elementare esigenza della vita cristiana. La storia dei sacerdoti mancati è spesso la storia di uomini mancati: storia di personalità non unificate, non integrate, nelle quali invano si cercherebbe l'uomo maturo ed equilibrato.

Il cristianesimo deve essere percepito secondo la sua dimensione trascendente, ma anche secondo la dimensione di promozione umana, specialmente oggi quando si è particolarmente sensibili per tutto quello che realizza lo sviluppo della perfezione umana.

La maturità psico-affettiva è da considerarsi come la meta degli sforzi personali e sociali per lo sviluppo integrale dell'uomo, come la premessa per un rigoglioso sviluppo soprannaturale: per il conseguimento, cioè, di quella maturità di vita cristiana alla quale san Paolo esortava gli Efesini, affinché raggiungessero la dimensione dell'«uomo maturo, a livello di statura che attua la pienezza del Cristo » (Ef 4, 13).

L'invito a sviluppare una piena personalità umana, benché sempre presente nei documenti del magistero, di recente è divenuto particolarmente accorato e insistente, in accordo con le conquiste delle scienze umane.[39]

26. La maturità affettiva del cristiano

La maturazione affettiva trae grande ausilio dall'educazione cristiana. Infatti, in rapporto ai condizionamenti dell'affettività, sono da considerarsi non solo i fattori naturali, ma anche le ripercussioni affettive del fatto di essere inseriti mediante il battesimo nella vita di Gesù Cristo, di essere sotto la mozione dei doni dello Spirito e di vivere nell'ascolto della parola del Signore.

Il cristiano vive nella Chiesa, che è essenzialmente una fraternità e una carità, «una comunione di vita, di carità e di verità»;[40] quindi, essendo inserito nell'aperta socialità della Chiesa, vi trova le più grandi aperture dell'amore nell'incontro con Dio e con i fratelli.

Vivendo in unione con Dio e con il prossimo, il cristiano troverà una pace e una sicurezza che persistono nonostante i possibili turbamenti provenienti dalle difficoltà delle passioni. Infatti, la vita cristiana non distrugge le reazioni spontanee della natura di fronte al pericolo, né le deviazioni psichiche acquisite nell'infanzia o derivanti da un'educazione religiosa errata o male integrata.

A questo proposito, va notato come la pedagogia cristiana possa aiutare grandemente il soggetto nell'accettazione positiva della propria realtà intima, con il suo complesso di elementi, di potenzialità, di lacune e di impossibilità. L'accettazione di se stessi è un presupposto essenziale al processo di maturazione personale a tutti i livelli; quando, invece, non si opera positivamente tale accettazione, si hanno fenomeni di regressione, che sfociano spesso in comportamenti anormali a significato compensativo.

27. La maturità sessuale del cristiano

La pedagogia cristiana ha una sua visione e valutazione della sessualità, conforme alla rivelazione divina. Considera la sessualità come opera di Dio, come una realtà che non si esaurisce nel corpo, ma investe l'essere umano nella sua totalità; una realtà che ha un ruolo determinante nella maturazione dell'uomo, dalla personalità fisica alla personalità morale, e quindi nello sviluppo della somiglianza con Dio; una realtà che si attua in un incontro personale. Proprio per questo mutuo incontro di persona a persona, il rapporto sessuale umano si differenzia fondamentalmente dal rapporto animale.

Per la pedagogia cristiana, l'amore è capacità di aprirsi al prossimo in aiuto amorevole, è superamento di ogni forma di interesse egoistico, è dedizione all'altro per il bene dell'altro, è inserimento attivo nella vita comunitaria. La pedagogia sa pure che questo autentico amore, vocazione dell'uomo, può essere vissuto sia nel matrimonio sia nella verginità.

Il completamento sessuale nel matrimonio non è necessario alla formazione affettiva della personalità, né il matrimonio realizza di per se stesso lo sviluppo armonico della personalità affettiva. D'altra parte, l'uomo è capace di sublimare la sua sessualità e di completare la sua personalità in un rapporto di scambi affettivi non sessuali.

La virtù che regola l'esercizio della sessualità è la castità, virtù naturale, ma che nel cristiano assurge a virtù soprannaturale. La castità cristiana è santificante nella misura in cui partecipa dell'ordine soprannaturale. Il dinamismo teologale, dando un fine nuovo e superiore alla virtù della castità, la cambia di natura:[41] è un dono di Dio in forza del quale la volontà diviene capace non tanto di reprimere i desideri sessuali, quanto piuttosto di integrare l'impulso sessuale nell'armonia dell'intera personalità cristiana.

28. L'autocontrollo perfettivo del cristiano

Il controllo dominativo della passione sensuale è richiesto per un'esigenza di vita spirituale nel Cristo (1 Cor 1, 23). Soffrire con Gesù significa mortificare le proprie passioni al fine di uniformarsi misticamente a lui crocifisso. Appare impossibile assecondare contemporaneamente la concupiscenza e la vita dello Spirito (Rm 8, 13; 1 Cor 6, 9; Ef 5, 5).

Il mistero pasquale, che nel battesimo sta alla radice della vita cristiana, esprime nel modo più vero e vivificante il dinamismo fondamentale dell'esistenza cristiana, appunto perché sa unire, in maniera armonica e feconda, le esigenze essenziali della persona umana e cristiana: affermazione di sé, nel dono di sé a Dio e al prossimo.

Nell'attuale ordine di salvezza, solo il mistero pasquale offre il fondamento teologico e anche psicologico per un'ascesi che appare l'unica capace di avvicinarci all'originale armonia dell'uomo. Il piano di vita, che ci viene rivelato dal mistero pasquale, congiunge la «rinunzia» a certe forme di comportamento e l'autentica «offerta» di sé in un'unità inseparabile, come teologicamente risulta inseparabile la morte dalla resurrezione del Cristo.

Spinti dall'amore che si fa sempre più grande e non si affievolisce nello slancio, si vive lo sforzo ascetico anche senza sospettarne l'esistenza; si fanno rinunzie senza accorgersi della rinunzia, perché un ideale più alto attrae e affascina.

 

3. FORMAZIONE ALLA MATURITÀ SACERDOTALE

29. Formazione in prospettiva pastorale

Il tratto fondamentale della personalità sacerdotale, secondo il Concilio Vaticano II, è quello di pastore d'anime, formato sul modello del Cristo maestro, sacerdote e pastore.[42] Il sacerdote, in quanto pastore, deve possedere la capacità di promuovere e dirigere la comunità cristiana; egli rende un servizio all'edificazione della Chiesa.

L'educazione seminaristica ha lo scopo precipuo di preparare dei veri pastori.[43] Per formazione pastorale si intende non soltanto un aspetto o un settore educativo tra gli altri, ma anche la caratteristica propria della preparazione dei sacerdoti: caratteristica che deve investire e penetrare tutti gli aspetti della formazione dei candidati.

La personalità del sacerdote-pastore quindi è il vertice al quale l'educazione seminaristica deve convergere con piena armonia.[44] Ciò significa che tutti gli elementi costituenti la struttura e la funzione del seminario devono essere pensati e calibrati in vista della loro efficienza pratica, per il conseguimento dello scopo indicato, e che gli educatori devono proporsi, come meta qualificante della loro azione specializzata, la formazione pastorale dei seminaristi.

30. Maturità umano-cristiana del sacerdote

La vocazione sacerdotale richiede la maturità umana e cristiana, affinché la risposta alla chiamata divina sia fondata sulla fede e, insieme, sia in grado di percepire il senso della vocazione e delle sue esigenze.

La maturità specificamente sacerdotale va ricercata in ciò per cui il sacerdote si differenzia dal cristiano comune, cioè nella sua relazione unica al corpo del Cristo, presente nell'eucaristia, come principio e fonte della comunità ecclesiale salvifica, e nella sua missione di salvezza. Il sacerdote è «uomo di Dio assunto tra gli uomini»; la sua spiritualità oscilla tra questi due poli: Dio e gli uomini. La relazione tra i due termini non è di alternativa - o Dio o gli uomini - ma di unione: Dio e gli uomini. Per essere più strettamente unito agli uomini, il sacerdote deve vivere più profondamente unito a Dio.

Durante il suo tirocinio formativo, il seminarista deve passare dall'immaturità preadolescenziale alla maturità adulta; dalla vita cristiana comune alla maturità cristiana, ossia alla profondità e alla densità del vivere di fede, speranza e carità nel Cristo; infine deve passare alla maturità sacerdotale, cioè alla partecipazione più intima della missione profetica, santificatrice e pastorale del Cristo sacerdote. La maturità sacerdotale include e potenzia la maturità umano-cristiana, ma insieme la trascende; esige di irradiarsi in tutto l'io umano-cristiano e quindi nella stessa vita affettiva, sessuale e operativa.

31. La maturità affettiva del sacerdote

La scelta del celibato sacerdotale non ostacola, anzi presuppone il normale evolversi dell'affettività: l'uomo celibe è chiamato ad esprimere una particolare manifestazione della capacità di amare. Adulto nell'amore umano e divino, il sacerdote sa responsabilmente decidere in rapporto al modo di vivere la sua affettività, e per tutta la vita.

Il celibato scelto «per il regno dei cieli» - come è precisamente quello sacerdotale - è uno stato di amore. Esso è possibile soltanto a colui che l'ha integrato nella sua vita spirituale. Si tratta di una scelta esclusiva, perenne e totale dell'unico e sommo amore del Cristo, allo scopo di realizzare una partecipazione più intima della sua sorte, in una logica luminosa ed eroica di amore unico e illimitato al Cristo Signore e alla sua Chiesa.[45]

In forza del suo celibato, il sacerdote può essere più compiutamente l'uomo di Dio, colui che si è lasciato interamente conquistare dal Cristo e per lui soltanto vive. L'amore verginale lo invita a possedere in modo più totale Dio e, quindi, ad irradiarlo, a donarlo in tutta la sua interezza.

L'amore del sacerdote per il prossimo deve essere caratterizzato da una finalità pastorale; occorre che si esteriorizzi mediante la cordialità, indispensabile per rendere gli uomini suscettibili di accettare il sostegno spirituale che il sacerdote offre loro.

Il sacerdote è capace di vere e profonde amicizie, particolarmente utili alla sua espansione affettiva, quando queste sono attuate nella fraternità sacerdotale.[46]

32. La maturità sessuale del sacerdote

Se il celibato come scelta personale in favore di un bene più importante, anche puramente naturale, è in grado di promuovere la piena maturazione e integrazione della personalità umana, ciò si può dire a più forte ragione del celibato scelto per il regno dei cieli, come chiaramente si può vedere nella vita di tanti santi e di fedeli, i quali, vivendo una vita celibe, si consacrano totalmente a Dio e agli uomini, promovendo il progresso umano e cristiano .[47]

Il modo esclusivo con cui un candidato sceglie il celibato sacerdotale e si lega più intimamente a Dio determina anche i suoi doveri e una particolare dedizione nella carità a Dio nel Cristo. Chi ha scelto la verginità, in forza del suo essere votato esclusivamente alla partecipazione del sacerdozio del Cristo, ha come direttiva lo sviluppo nell'amore di Dio e del prossimo. Se non progredisce nell'amore, non risponde alla sua vocazione.

Le virtualità che la paternità naturale accende nel cuore dell'uomo hanno qualche cosa di grande e di sublime: spirito altruistico, assunzione di pesanti responsabilità, capacità di amore e di dedizione superiore ad ogni sacrificio, esperienza concreta e quotidiana delle difficoltà della vita, assillo per l'avvenire ecc.: tutto questo è altrettanto vero della paternità spirituale.

Per questo il celibato non è di tutti: esso richiede una chiamata speciale del Signore e non cessa di essere, per tutta la vita, un rischio e un pericolo, qualora venissero ad estinguersi il palpito di paternità pastorale universale e l'esclusiva dedizione al Cristo.

33. L'autocontrollo perfettivo del sacerdote

L'autocontrollo perfettivo, che implica uno sforzo costante per la realizzazione di valori superiori, è necessario non solo per giungere alla maturità affettiva, ma anche per perseverarvi, impedendo le possibili regressioni, una volta raggiunta l'affettività adulta; esso è una componente insostituibile della castità umano-cristiana e sacerdotale, la quale deve saper sempre moderare le sollecitazioni rinascenti in modo nuovo e imprevisto.[48]

Nella prospettiva cristiana di un continuo autocontrollo perfettivo, il celibato sacerdotale si delinea quale offerta al Signore durante l'intera esistenza. La consacrazione della continenza non si esaurisce nel gesto isolato dell'ordinazione sacerdotale, ma si rinnova nella continua necessaria vigilanza di fronte a simpatie, amori sensibili e affetti passionali.

Al pari dell'amore umano, la pienezza di amore che il celibato porta con sé richiede il quotidiano rinnovarsi nella lieta rinunzia di se stessi. Solo così possono essere superate le difficoltà, che nascono con il passare del tempo e da una certa monotonia nella propria vita, come pure le resistenze della natura.

Al sacerdote sarà sempre di stimolo il pensiero che il sacrificio personale richiesto dal suo celibato ha una funzione ecclesiale; tale sacrificio, infatti, sottolinea la dimensione spirituale di ogni amore degno di questo nome e merita alle famiglie cristiane la grazia di una vera unione.[49]


 

PARTE TERZA

ORIENTAMENTI PER LA FORMAZIONE SEMINARISTICA

34. Difficoltà dell'azione formativa

L'educazione alla castità tocca così direttamente la sensibilità e il sentimento dei giovani e mette in moto tanti processi psichici, particolarmente vividi e non ancora ben coordinati - data l'età della formazione - da far temere le più impensate reazioni. Così, per esempio, cercare di prevenire una deviazione, quando ancora non esiste, potrebbe indurre a provocarla; oppure, esagerare l'importanza di lievi deviazioni evolutive potrebbe avere la conseguenza di comprometterne la scomparsa e di favorire complicazioni di tipo ossessivo.

D'altra parte, si tratta di educare un istinto che più di ogni altro può andare soggetto a deviazione, perché si complica per la presenza di dati psichici. La difficoltà nasce dalla sua grande differenziazione nell'ambito dello stesso sesso. Se è difficile l'educazione sessuale nella sua normale evoluzione e preparazione al matrimonio, è facilmente comprensibile come sia più difficile l'educazione al celibato sacerdotale.

Nessuno può pretendere una soluzione adeguata e definitiva per una problematica che è sempre aperta e difficilmente riconducibile a parametri fissi, in quanto dipende dal divenire psico-fisico di tutta l'umana esistenza, dagli ambienti con le loro sollecitazioni e i loro condizionamenti sociologici, da occasioni sovente imprevedibili, come pure da aiuti soprannaturali non facilmente riscontrabili con certezza e legati alla liberalità divina.

 

1. CRITERI D'AZIONE DELL'EDUCATORE

35. Coscienza della complessità del problema

L'educatore deve essere cosciente che dal suo modo di conoscere il problema della formazione alla castità, dal suo modo di interpretarlo, di trattarlo e di risolverlo dipende molto la vita psichica, morale e religiosa del futuro uomo e del futuro sacerdote. Perciò, sui problemi sessuali e affettivi dell'età evolutiva l'educatore dovrà intervenire con il più fine tatto.

E' necessario che egli sia cosciente di tutta la complessità fisiologica, psicologica, pedagogica, morale e ascetica del problema. L'ideale del celibato sacerdotale è quello di una castità apprezzata, amata, custodita, solidamente posseduta e lungamente provata: una castità che non solo resiste all'urto di sempre crescenti pericoli, ma che è fiamma di consacrazione e di apostolato.

Perciò l'educazione alla castità sia luminosa: fondata sulla chiarezza e non su reticenze o su insincerità; sia positiva: orientata soprattutto a far maturare la sessualità come un modo retto e gioioso di amare, e non solo ad evitarne le trasgressioni. Essa dovrà essere, allo stesso tempo, completa, organica e personalizzata, cioè adattata ai singoli individui nel loro concreto e differenziato sviluppo personale.[50]

I candidati alla vita sacerdotale potranno superare le difficoltà, che sono proprie del celibato, se si promuoveranno le condizioni adatte, cioè l'equilibrio umano mediante un ordinato inserimento nella compagine delle relazioni umane; l'incremento della vita interiore mediante l'orazione; l'abnegazione e la carità ardente verso Dio e il prossimo, e gli altri sussidi della vita spirituale; la fraterna familiarità con gli altri sacerdoti e con il vescovo, adattando meglio a tale scopo le strutture pastorali e confidando altresì nell'aiuto della comunità ecclesiale .[51]

36. Situazioni normali e patologiche

In via generale, il trattamento dei problemi sessuali dovrà essere basato su criteri di semplicità, di naturalezza e di positività. L'attenzione andrà diretta alle condizioni generali della personalità e non soltanto agli atti particolari e fenomenici. In questo, come in altri campi, i metodi repressivi hanno piuttosto l'effetto di rinforzare che di attenuare la cattiva abitudine o la deviazione sessuale.

L'educatore tenga presente che la via buona per educare sessualmente i giovani è quella di rivolgersi ai loro sentimenti più nobili, di far loro intendere che, per diventare maturi, bisogna formarsi un carattere forte, una personalità bene integrata e bisogna sapersi autocontrollare. E' opportuno far leva anche sul sentimento di fierezza, mostrando che certe deviazioni sessuali sono segno di mancato sviluppo della personalità e sono un residuo di infantilismo; situazioni queste che non sono consentite a chi vuole vivere in coerenza con i propri ideali e con la propria dignità umana.

L'educatore non può restare indifferente di fronte alle deviazioni sessuali dell'età evolutiva, ma bisogna che intervenga in modo positivo nella soluzione del problema, evitando di considerarlo come un fatto isolato. Dovrà aiutare la personalità tutta intera ad arrivare ad un livello superiore di integrazione, utilizzando a questo scopo le indicazioni che la natura stessa gli fornisce.

Sono numerose, oggi, le persone nelle quali si riscontrano vere nevrosi sessuali che, se hanno il loro fondamento in una predisposizione costituzionale, trovano nondimeno lo stimolo che le rende tormentose nelle condizioni della vita moderna. È l'ambiente, infatti, che fornisce abbondante materiale per la loro elaborazione fantastica. Il problema appare particolarmente rilevante nel periodo della pubertà. L'esperienza prova che una direzione illuminata può facilitare notevolmente il superamento della crisi e garantire in modo più sicuro l'espansione integrale della personalità giovanile.

37. Guida umana e spirituale dello sviluppo

Il giovane che si apre alla vita non può essere abbandonato a se stesso: ha bisogno di direzione, di fermezza nel giudizio, di forte volontà. La difficoltà del problema è qui: in questa personalità ancora incerta e, allo stesso tempo, resistente, di cui la coscienza morale porta ancora i tratti.

Il consigliere deve essere più che rispettoso e discreto, poiché ogni intervento che non rispondesse ad un bisogno intimo sarebbe rigettato come un'intrusione, come una violazione dell'intimità personale; deve essere come l'amico che sta accanto, per confortare nelle ore difficili, per consigliare nei dubbi e nelle incertezze, per sostenere nei momenti di pericolo morale, senza mai far pesare né la parola né la presenza.

Il giovane vuole conoscere i problemi della vita sessuale, perché essa è considerata parte fondamentale della sua vita. Le proibizioni inopportune, più che trattenere, spingono l'individuo al fatto proibito. Si tratta di condurre il soggetto a riguardare le questioni sessuali come questioni serie; a rispettare la persona e il suo valore incomparabile, in se stesso e negli altri.

Nel trattamento delle difficoltà o delle deviazioni sessuali sarà bene che l'educatore prenda queste precauzioni: innanzi tutto non intimorire il soggetto, per non fomentare in lui l'ansietà; cercare di evitare imposizioni, per non mettere il giovane in condizioni artificiali o anormali; evitare sempre di fare dell'ironia su ciò che il soggetto ha confidato, per non indurlo a ripiegarsi e rinchiudersi in se stesso; non drammatizzare la situazione, per non diminuire la forza di ripresa del soggetto.

38. Valutazione dell'autenticità della vocazione

Un orientamento educativo di notevole importanza, in rapporto a tutto il problema dell'educazione al celibato, è quello di aiutare il giovane a prendere coscienza delle proprie inclinazioni e delle proprie capacità a superare eventuali difficoltà connesse con lo stato celibatario. E qualora si renda conto di non avere le qualità necessarie, bisogna agire in modo che sappia fare la propria scelta vocazionale con coscienza, con impegno e con coraggio.[52]

Gli errori di discernimento delle vocazioni non sono rari, e troppe inettitudini psichiche, più o meno patologiche, si rendono manifeste soltanto dopo l'ordinazione sacerdotale. Il discernerle in tempo permetterà di evitare tanti drammi.

La selezione dei candidati è una cosa difficile e delicata ad un tempo; richiede un vero impegno di preparazione e realizzazione da parte di tutti gli educatori.[53] Essa va fatta secondo i criteri di un'adeguata indagine diagnostica, quale la scienza psicologica oggi permette di realizzare, e deve tener conto, insieme al fattore soprannaturale, dei molteplici condizionamenti umani.

Si può ritenere che gli educatori ben preparati siano in grado di verificare l'autenticità delle vocazioni, negli individui normali, con i comuni criteri selettivi. In casi particolari, o comunque ogni qualvolta sembrerà conveniente ai responsabili dell'educazione seminaristica, per meglio aiutare i singoli candidati a verificare la propria vocazione, sarà opportuno - e a volte anche necessario - ricorrere a rimedi specifici: l'esame psicologico del candidato prima che entri nel corso teologico; la consulenza specializzata, anche di carattere psicoterapeutico; l'interruzione degli studi ecclesiastici per fare esperienze di lavoro professionale.

39. L'educazione sessuale problema di educatori

L'educazione sessuale ha lo scopo di prendere in considerazione la sessualità umana nella misura che le compete, per stare alla pari con le altre componenti educative, nel quadro di un'educazione integrale dell'uomo. Di fronte ad una forma di sessualità misconosciuta o ignorata, bisogna guardarsi dall'errore opposto che tende a sopravvalutarla, facendone la dimensione unica o la più importante nella dinamica della personalità.

L'opera educativa deve accompagnarsi a tutto l'arco della curva evolutiva, adeguandosi all'età, al soggetto, al sesso e all'ambiente mediante «una positiva e prudente educazione sessuale».[54]

Tra le aree educative, quella dell'educazione sessuale sembra oggi la più problematica, non solo per le incertezze e le difficoltà dei suoi metodi, ma anche per l'interferenza della personalità e del passato emozionale dell'educatore. Si tratta di valutare debitamente gli aspetti dinamici della sessualità, che agiscono spesso a livello inconscio, senza per questo voler ridurre tutta la vita intima dell'educatore ad un giuoco di pulsioni irrazionali.

La preparazione degli educatori, in questo che è uno dei settori più difficili dell'educazione umana, è condizione indispensabile affinché siano garantiti risultati positivi alla sua azione. Essa presuppone la conoscenza dello sviluppo giovanile, l'esistenza di particolari rapporti nel gruppo familiare, un linguaggio aderente ad un particolare costume sociale e l'adesione a precisi valori.

Soprattutto occorre che coloro i quali devono occuparsi dell'educazione sessuale dei giovani siano persone sessualmente mature, dotate di autentico equilibrio sessuale. Più ancora della conoscenza del metodo e del contenuto, vale il tipo di personalità che l'educatore rappresenta, la prospettiva secondo la quale l'educazione sessuale è vissuta prima ancora che impartita, lo stile di vita che l'educatore incarna. Le conoscenze, i consigli e la sollecitudine dell'educatore sono importanti, ma conta molto di più il suo comportamento.

 

2. ORIENTAMENTI PER L'EDUCAZIONE SESSUALE

40. L'educazione sessuale come processo formativo

L'educatore tenga presente che l'educazione sessuale non può prescindere da una formazione morale integrale; deve essere educazione attiva, individuale, protetta e favorita da un ambiente formativo, basata sulla piena e reciproca confidenza tra educatore ed educando.

Dal punto di vista della responsabilità dell'educatore, è un errore tanto quello di ignorare la sessualità quanto quello di volerla isolare dal contesto educativo. La sessualità umana è un dato di fatto di cui è necessario prendere coscienza e valutarlo in rapporto alle esigenze globali del soggetto; ed è questo l'unico modo per poterla integrare nell'ambito della personalità totale. L'educazione della sessualità richiede di essere realizzata in modo permanente e in relazione costante a tutta la personalità.

L'educazione sessuale deve integrarsi nell'educazione completa del candidato, poiché la realizzazione di quest'opera d'arte, che è la vita casta, suppone un lavoro corrispondente in tutto l'insieme della persona. Il problema della purezza non si risolve facendo della purezza un'idea fissa ed esclusiva, ma considerandola e vivendola entro più alte e più ampie ragioni di giustizia e di carità, assolutamente necessarie per dare un significato e un valore alla vita: entro un quadro, dunque, di un'umanità integrale.

41. La personalizzazione nell'educazione sessuale

L'educatore procuri di portare i candidati a «scoprire» la scelta fondamentale della loro vita, guidandoli e aiutandoli a sentirla come un bene, il loro bene, e quindi a volerla tradurre nei loro atti, e infine a praticarla con tale perseveranza da renderne facilitata l'attuazione e da caratterizzare con essa tutta l'esistenza.

Per attivare potentemente la sfera affettivo-volitiva della personalità dei seminaristi, l'educatore dovrà prospettare loro più il bene che il male, più la virtù che il vizio; dovrà presentare loro idee-forza e valori che possano soccorrerli in ogni evenienza. Anche fuori delle prospettive etico-religiose, conviene insegnare ai giovani che il sesso costituisce una riserva delle qualità virili del corpo, dello spirito e del cuore.

Perché l'educazione sessuale raggiunga i suoi fini essenzialmente morali, e quindi strettamente legati alla personalità, occorre che sia impartita ai singoli e che aiuti ciascuno a risolvere i suoi problemi. Per svolgere con frutto un'educazione personalizzata, bisogna saper cogliere nel segno i bisogni e le risorse di ciascun soggetto; occorre saper dosare, a seconda delle capacità e delle necessità dei singoli, i mezzi naturali e soprannaturali.

42. Il fattore ambientale nell'educazione sessuale

Il rapporto personale dell'educatore con l'alunno e la direzione personalizzata non bastano per educare: occorre organizzare sapientemente l'ambiente di vita. Ciò esige che, da una parte, si eliminino, nei limiti del possibile, i fattori che agiscono in modo deleterio sull'animo del giovane;[55] e, dall'altra parte, si educhino gli alunni a reagire alle cattive influenze che potrebbero venire dall'ambiente.

Questo deve essere ricco di vita, di attività, di serenità, di elevatezza morale e di sana amicizia: deve essere tale da facilitare il trasferimento delle energie affettive e degli interessi dell'adolescente o del giovane su oggetti buoni, per distoglierli dalla concentrazione su oggetti pericolosi.

Un importante elemento costitutivo dell'ambiente è la mentalità collettiva degli alunni. L'educatore non potrà mai creare un clima ideale per la purezza se non cercherà di formare un'elevata mentalità collettiva degli alunni sul mutuo rispetto e se non educherà in essi il culto per la virtù.

La permanenza nel seminario è necessariamente temporanea; i seminaristi pertanto vanno preparati a vivere con fedeltà e soddisfazione l'esistenza che svolgeranno fuori del seminario, «in un mondo che tende ad esiliare l'uomo da se stesso e a comprometterne, insieme con la sua unità spirituale, l'unione con Dio».[56]

43. Il dialogo nell'educazione sessuale

I giovani sentono il bisogno di un amico al quale potersi confidare e nel quale poter credere. Senza l'aiuto di una guida amica e saggia, si moltiplicheranno e complicheranno gli stati di angoscia, gli scoraggiamenti e le cadute. A sua volta, l'educatore-amico non potrà fare da guida se non conoscerà intimamente l'educando; ciò comporta che l'educando si confidi candidamente. Ma questo reciproco incontro di confidenza è possibile soltanto se l'educatore è capace di mettere tutta la propria persona in ascolto, attendendo con fiducia l'ora della buona volontà e della grazia.

Rispettando la libertà che si deve lasciare nel campo della direzione spirituale, l'educatore dovrà convincere ed esortare i giovani ad avere una guida spirituale alla quale si affidino con tutta sincerità e confidenza, ma soprattutto dovrà attendere a perfezionare se stesso in modo da meritarsi e conquistarsi la loro stima e confidenza.

Quando l'educatore avrà creato un'atmosfera di reciproca confidenza, potrà svolgere un'opera di illuminazione personale, discreta e progressiva, la quale pure è un'importante parte dell'educazione alla castità e, se fatta come conviene, gioverà anche a consolidare la fiducia e l'affetto dell'educando verso l'educatore.

44. Educazione sessuale personale e progressiva

L'educazione sessuale, intesa non solo come illuminazione intellettiva, ma anche come educazione morale, è necessaria e doverosa, sia perché mediante tale educazione si prospetta la soluzione del problema, sia perché chi ne è sprovvisto è per ciò stesso indifeso, tanto in presenza di deviazioni personali quanto dinanzi a iniziazioni nocive, che sono da prevenire.[57]

Il compito dell'educatore non è soltanto quello di insegnare, ma soprattutto quello di favorire delle prese di coscienza. Si tratta di portare i giovani ad una capacità di decisione libera e retta, perché questa, di fatto, è atta a governare il dinamismo della sensibilità.

Pertanto l'educazione sessuale deve rispondere ai requisiti di gradualità secondo l'età, di positività dell'intervento, di aderenza al carattere dei singoli individui e di correlazione con lo stato di vita. Il primo e naturale ambiente per questa educazione è la famiglia e in essa i genitori, i quali, però, non sempre sono preparati a svolgere tale compito. Di qui la necessità che gli educatori suppliscano alle deficienze educative della famiglia.[58]

45. Il problema del pudore nell'educazione sessuale

Il pudore è un elemento essenziale della sensibilità nelle sue svariate manifestazioni. Esso è una resistenza incosciente a tutto ciò che rivelerebbe in noi il nostro fondo di istintività. Quando diventa cosciente, esso mira ad escludere circostanze e a frenare fantasie, e comportamenti che deturpino la dignità spirituale dell'io; è un mezzo efficace per far fiorire l'amore autentico nella vita sessuale e per conservare questa entro una casta armonia della persona.

Il pudore è intimamente legato alla vita morale superiore; è espressione della coscienza nel campo sessuale, la quale è una reazione interna a tutte le deviazioni dell'ordine naturale. Come tale, il senso del pudore è protezione della personalità e, quindi, è un valore della più alta importanza pedagogica. Non si può educare alla castità senza sviluppare il senso del pudore.

D'altra parte, va tenuto presente che un'educazione troppo angusta, in questo campo, moltiplicherebbe le difficoltà e aggraverebbe l'inquietudine e il disagio dei giovani. È bene abituarli ad una certa liberazione da timori e verecondie ingiustificate, così da non estendere il campo delle tentazioni a detrimento di una vita serena e normale.

L'educazione del pudore sia indiretta e positiva. A tale scopo, si utilizzi la tendenza imitativa dei soggetti, presentando loro modelli concreti e affascinanti di virtù; si educhi il senso estetico, ispirando il gusto del bello presente nella natura, nell'arte e nella vita morale; e si aiutino gli alunni ad instaurare in se stessi un sistema di valori spirituali, da realizzare in uno slancio disinteressato di fede e di dedizione.

46. Il problema dell'amore nell'educazione sessuale

La maturazione sessuale deve andare di pari passo con la maturazione affettiva. L'educazione della castità è, in gran parte, educazione del cuore e problema di amore.

L'amore umano non è perfetto fin dall'inizio: si sviluppa e si perfeziona attraverso un lungo processo di evoluzione e di purificazione. Da sensibile, egoistico, edonistico, come è nel bambino, deve arrivare ad essere, nell'adulto, spirituale, altruistico, amante del sacrificio, ad immagine dell'amore di Dio verso l'uomo. Bisogna quindi aiutare il seminarista a salire secondo questa traiettoria, senza ritardi o arresti, senza peraltro pretendere di bruciare le tappe.

C'è da segnalare particolarmente l'esigenza di favorire lo sviluppo delle grandi riserve affettive dei giovani con il richiamo insistente verso ideali di verità, di bellezza, di giustizia, di bontà, di purezza, di generosità, di oblatività, di eroismo, e di rendere possibili amicizie genuine ed elevanti.

I giovani vengano richiamati non tanto su eventuali elementi poco limpidi presenti nelle loro amicizie, quanto piuttosto sul dovere di far sì che esse siano un riflesso della carità, sia verso l'amico sia verso gli altri. L'effervescenza sentimentale giovanile ha bisogno di essere chiarificata, purificata e ordinata; occorre mostrarne la fondatezza nella ragione e nella fede, cosicché il giovane ne prenda coscienza distinta, ami con rettitudine e tenda ad attuare i fini naturali e soprannaturali dell'amore.[59]

 

3. ORIENTAMENTI PER L'EDUCAZIONE AL CELIBATO

47. Verità e autenticità del celibato

Il celibato è un valore, una grazia, un carisma, che va presentato nella sua giusta luce, perché sia stimato, scelto e vissuto per quello che è. Si rende, quindi, necessaria una serena presentazione di esso, sciogliendo contemporaneamente i pregiudizi e le obiezioni che gli si muovono contro; questo è un primo compito dell'educatore.

L'educazione seminaristica deve aiutare a discernere il senso della sessualità in ordine al matrimonio: per consacrarsi nel celibato, si presuppone la conoscenza di ciò che è l'impegno nell'amore della coppia coniugale. Tuttavia, l'educazione seminaristica si propone soprattutto di guidare a scoprire quello che è il senso della sessualità e il suo esercizio autentico nel celibato consacrato a Dio nel Cristo.[60] Non si tratta quindi di sopprimere, ma di capire e di sublimare l'amore e la sessualità: e qui, più che la semplice istruzione, occorre tutta una pedagogia che formi ad amare con amore di carità.

Il celibato sacerdotale è più che semplice castità, e non si identifica con il fatto di non essere sposati o con la continenza sessuale; è rinunzia ad una triplice tendenza naturale: la funzione genitale, l'amore coniugale, la paternità umana; rinunzia sì, ma «per amore del regno dei cieli». Per essere autentico e testimoniare veramente i valori religiosi, esso non deve mai essere una negazione o una fuga, ma una sublimazione della sessualità.

48. Dinamismo interiore nella vita di celibato

Le «motivazioni» del celibato assumono una dimensione particolare per ciascun soggetto. D'altra parte, nella vita del celibe consacrato si svolge un'evoluzione, mediante un tirocinio di relazioni verso Dio e verso gli altri. È qui che si pone il vero problema, più che nel valore delle motivazioni iniziali.

Non si deve dimenticare l'importanza dell'atteggiamento psicologico del seminarista di fronte alla vita celibataria.[61] L'ideale dell'equilibrio umano, nel celibato come nel matrimonio, non si realizza completamente una volta per sempre.[62]

Non va inoltre considerata come contraddittoria l'inclinazione del giovane al matrimonio o alla famiglia, così che possa rendergli dolorosa la rinunzia. La sofferenza può essere sentita per tutta la vita e, tuttavia, non costituisce pregiudizio allo stato verginale, se l'esclusività della dedizione a Dio è vissuta con pieno assenso. Il celibato è un appello da parte di Dio, che può costare propriamente il sacrificio di una forte propensione al matrimonio.

49. In un contesto di relazioni e di solitudine

Il celibato volontario ha senso in un contesto di «relazione»: è vissuto in seno ad una comunità fraterna che suppone lo scambio e che permette di raggiungere gli altri al di là del bisogno che se ne può avere: tirocinio della «non-possessività». Segno di un celibato bene assunto è la capacità di creare e di mantenere relazioni interpersonali valide; è la presenza degli amici nella loro assenza, il rifiuto di imporsi loro, la prova di non aver troppo bisogno di essi. Perciò il celibato è anche accettazione di «solitudine».[63]

C'è una solitudine costitutiva, misteriosa, che fa parte della nostra condizione umana. È sempre in una situazione di solitudine che si scoprono meglio la propria identità e le proprie possibilità e si maturano le grandi scelte della vita. La solitudine del celibato sacerdotale è carica di questi valori.

Il sacerdote è destinato a condurre gli uomini verso Dio attraverso il Cristo; e conseguirà questo effetto quando la bontà e l'amore di Dio irradieranno attraverso la sua persona. In coerenza con il suo stato, egli deve saper mettere in secondo ordine gli interessi personali e subordinare la soddisfazione delle proprie tendenze all'amore del prossimo, al quale si è dedicato con il suo sacerdozio.

50. Condizioni dell'educazione al celibato

Tenendo conto del principio, già enunziato, secondo cui l'educazione sessuale va integrata nell'educazione totale della persona, e volendo educare al celibato, è indispensabile indurre i seminaristi a coltivare sempre più le virtù naturali e soprannaturali.[64] Si mostri loro l'organicità e il collegamento delle virtù nella carità, che è forma di tutto l'agire virtuoso; si convincano della necessità di donarsi costantemente e totalmente alla perfezione della carità, «vincolo della perfezione» (Col 3, 14).

Man mano che i seminaristi crescono nelle convinzioni e nel senso di responsabilità per la scelta vocazionale, devono essere stimolati ad amare attivamente l'ideale e a voler vivere la castità perfetta senza indulgenti concessioni o compromessi, coscienti che, anche da un punto di vista umano, essi non sono inferiori agli altri.

Ogni candidato deve conoscere se stesso, le proprie condizioni fisiche, psichiche, morali, religiose, affettive, e valutare appieno la sua capacità di rispondere alla divina chiamata con una decisione ponderata, matura e responsabile.[65] Deve avere la piena e libera volontà di offrirsi totalmente e di continuo al Cristo, sommo ed eterno sacerdote, e alla sua Chiesa.[66] Deve potere e volere osservare i comandamenti di Dio e la disciplina della Chiesa.[67]

51. Educazione al vero amore nel celibato

L'integrazione della rinunzia al matrimonio non solo esclude l'ignoranza della sessualità, ma esige che i giovani siano educati a prenderne coscienza, a valutarla in tutto il suo peso nei rapporti con gli altri valori dell'intera persona. Tutto ciò implica un'educazione del cuore, degli affetti, dei sentimenti e dell'apertura agli altri, in una parola, di un progressivo e controllato sviluppo della propria sessualità e affettività.

Non basta vivere materialmente il celibato, bisogna amarlo sacerdotalmente. Sarebbe una grave controindicazione per la vocazione ecclesiastica se un giovane fosse egoista, chiuso all'affetto, preoccupato esclusivamente di sé e dei propri comodi. Ma è anche vero che un giovane dotato di un temperamento eccessivamente affettivo, facile alle simpatie e agli attaccamenti morbosi, non è molto adatto per la vita celibataria.

Il celibato è vocazione ad una forma di amore; va vissuto in clima di amicizia, che deve essere prima di tutto amicizia con Dio nel Cristo.[68] Il sacerdote deve vivere di quell'amore di carità che si attinge in Dio come a più alta sorgente e si esercita ad imitazione del Cristo, allargandosi a tutti e dilatando quel senso di responsabilità che è indice di personalità matura.

52. Rapporto tra religiosità e castità

Nel fare la loro scelta di vita e per essere ad essa fedeli - giacché va rinnovata di giorno in giorno ‑ i seminaristi siano guidati a fondarsi sui motivi più validi; e si persuadano a voler vivere una castità autentica, se non vogliono languire nella mediocrità, senza le gioie umane e senza quelle divine.

Dato il profondo rapporto esistente tra religiosità e castità, e per il significato specificamente sacro e cristiano del celibato, è indispensabile che la formazione religiosa dei seminaristi si perfezioni sempre più e raggiunga le profondità dell'anima;[69] che essi siano messi a contatto con le sorgenti di un'autentica vita spirituale, che sola dà all'osservanza della sacra verginità saldissimo fondamento.[70]

Il celibato, offerto per la vita intera, dà modo di sacrificare nuove situazioni al Signore, di arricchirsi di rinnovate dimensioni ecclesiali, di verificare la generosità sincera della prima offerta; e, inoltre, di uniformarsi lentamente e progressivamente a Gesù Cristo nel profondo del proprio io, di perpetuare un costante abbandono fiducioso nell'assistenza dello Spirito del Signore e di simbolizzare e testimoniare, presso il popolo di Dio, il «sacerdozio eterno» di Gesù Cristo.

 

4. EDUCAZIONE ALL'ASCESI SACERDOTALE

53. Esigenza di realizzazione del processo ascetico

La formazione al sacerdozio, e particolarmente al celibato sacerdotale, richiede un'ascesi, non generica, ma «particolare, superiore a quella richiesta a tutti gli altri fedeli e propria degli aspiranti al sacerdozio. Un'ascesi severa, ma non soffocante, che sia meditato e assiduo esercizio di quelle virtù che fanno di un uomo un sacerdote».[71] La vita sacerdotale esige, inoltre, un'ascetica «interiore ed esteriore veramente virile »,[72] perché si possa mantenere la piena fedeltà agli impegni assunti[73] e avere garanzia di felice successo.[74]

La conquista della santità cristiana esige un'ascesi di abnegazione che, contemporaneamente, è ascesi di liberazione. L'abnegazione, secondo l'insegnamento del Concilio Vaticano II, è esercizio di potere regale ed è necessaria per attuare il dominio della carità.[75] Carità e abnegazione sono complementari tra loro: l'abnegazione libera l'uomo, facendo spazio alla carità, e la carità promuove l'abnegazione.

Il candidato alla vita sacerdotale è prevenuto dalla grazia vocazionale che gli fa il prezioso dono della vita casta;[76] prendendone coscienza egli sarà stimolato ad accogliere tale dono con tanta gratitudine e a corrispondervi liberamente e generosamente.[77] L'ascesi è la risposta decisa che il candidato vuole dare con tutta la sua vita.

54. Caratteristica dell'ascesi sacerdotale

Questa mortificazione vivificatrice, necessaria ad ogni vita umana e cristiana, a maggior ragione si addice alla vita sacerdotale. Infatti, l'attività sacerdotale del Cristo non viene intesa nel suo pieno senso biblico se non teniamo innanzi tutto presente che il Cristo è «sacerdote e vittima», e che egli sacrifica se stesso sull'altare della croce per il bene dell'umanità, anticipando e poi rinnovando in modo incruento sugli altari questa donazione di sé.

Essendo questo il punto capitale della missione sacerdotale del Redentore, non si può diversamente pensare nei riguardi della vita di coloro che sono chiamati a partecipare di tale missione e che, agendo nella persona del Redentore, continuano la sua opera. È chiaro, dunque, che la santità sacerdotale, e perciò stesso la spiritualità dei sacerdoti, deve essere interamente centrata nel fatto che anche essi devono essere sacerdoti e vittime, unitamente al Cristo, sommo sacerdote e vittima immacolata.

Questa verità, mentre mette in luce la necessità di una forte ascesi, mirante ad evitare tutto ciò che potrebbe ostacolare il ministero sacerdotale, costituisce ancora più positivamente un invito a seguire la via della croce, portando sempre la mortificazione del Cristo nel nostro corpo, affinché la vita di Gesù sia manifestata in noi (2 Cor 4, 10). E' un invito positivo ad accettare a fondo le implicazioni della consacrazione sacerdotale.[78]

Si spiega così la connessione ‑ messa bene in risalto dal Concilio ‑ esistente tra la funzione principale dei sacerdoti e il loro dovere di imitare ciò che trattano.[79]

Questa accentuazione dell'ascesi propria del sacerdozio celibatario non ignora che anche il matrimonio è uno stato sacrificale, che implica mortificazione di sé.

55. Impegno ascetico nella vita seminaristica

Tenendo presente l'attuale clima di generale rifiuto della mortificazione, si insista perché i seminaristi si convincano che l'impegno ascetico è indispensabile per conseguire la maturità umana, cristiana e sacerdotale; e si dimostri loro come esso sia condizione indispensabile per crescere nella partecipazione al mistero pasquale del Cristo.

La fedeltà alle scelte compiute è la virtù di una persona giunta alla piena maturità spirituale ed è la forma più alta della libertà. Ma a tale maturità e libertà non si giunge se non attraverso un diuturno esercizio di autocontrollo e di autodonazione, portato avanti lungo gli anni della formazione, e che deve essere continuamente mantenuto. «In tale modo, l'aspirante al sacerdozio acquisterà, con l'aiuto della grazia divina, una personalità equilibrata, forte e matura, sintesi di elementi nativi e acquisiti, armonia di tutte le sue facoltà nella luce della fede e dell'intima unione con il Cristo, che lo ha scelto per sé e per il ministero della salvezza del mondo».[80]

56. La scelta fondamentale sul piano della fede

Non senza ragione il magistero ecclesiale insiste sulla funzione profetica di coloro che si sono impegnati a seguire da vicino Gesù Cristo, perché profeta non è solo colui che annunzia l'avvenire, ma anche colui che testimonia la realtà e la prossimità di Dio.[81]

Lo slancio di affetto verso l'Invisibile non può appoggiarsi che sullo sguardo soprannaturale, su una conoscenza che supera quella dei sensi. Il celibato sacerdotale e religioso è un'offerta fatta al Signore; esso supera ogni calcolo umano di fecondità e di efficacia; si rivela come sacrificio e non accetta di ricevere la sua giustificazione che dalla fede.

In questo tendere a Dio c'è un'ascesi profonda; tanto più profonda in quanto il soggetto, come ogni essere umano, deve scoprire e assumere il limite che lo segna nel profondo del proprio io. Niente è possibile senza l'accettazione generosa di questo limite. È come la lotta di Giacobbe con l'Angelo (cfr. Gn 32, 24‑32). La lotta riguarda soprattutto le delusioni che colpiscono l'uomo nei suoi entusiasmi più profondi e nelle sue speranze più care.

 

5. IL PROBLEMA DELL'INTEGRAZIONE AFFETTIVA

57. Problema delicato e fortemente dibattuto

Il seminarista, come ogni altro giovane, avverte l'esigenza dell'integrazione affettiva; sente cioè la necessità di un atteggiamento equilibrato e sereno verso la sessualità in genere e in modo particolare verso l'altro sesso. Si tratta di raggiungere un giusto equilibrio, il dominio di sé o, come spesso si dice, lo stato di maturità, in cui l'affettività viene integrata nella persona del giovane in maniera tale che consente un comportamento normale e adeguato alle varie situazioni della vita.

E' chiaro che detta maturazione può attuarsi in modo perfetto soltanto mediante contatti con altre persone; essi consistono in relazioni di amicizia, in colloqui e, in genere, nella comunione di lavoro, di ricreazione e di altri interessi. Tali contatti rivestono naturalmente grande importanza nella vita del giovane. Egli, infatti, avverte molto vivamente i propri limiti; vede che non basta a se stesso, essendo portato a ricevere e a dare. Questa è un'esperienza umana fondamentale, che può essere la base di una ricca esperienza spirituale.

Ma è difficile vivere in senso maturativo le relazioni, specialmente quando si tratta di persone di diverso sesso. Ciò richiede la capacità e l'impegno di saper vedere le ambiguità che esse assumono, e come si organizzano i desideri e i vari meccanismi affettivi; è necessario anche un prudente «discernimento degli spiriti», sensibile alle mozioni della grazia e della natura.

Riguardo al problema delle relazioni con l'altro sesso si è registrato in questi ultimi anni un notevole cambiamento. Mentre fino a qualche tempo fa prevaleva, a tale riguardo, un atteggiamento di riserva e di cautela, fino a giungere, in certi casi estremi, ad un esagerato isolamento del seminarista, oggi invece si sta facendo strada un grande ottimismo, un atteggiamento di fiducia, a volte eccessiva, che non sembra accontentarsi dei contatti comuni e ordinari della vita, ma auspica la convenienza di frequenti relazioni con le donne, unicamente a motivo di una più facile maturazione affettiva del giovane.

58. Richiamo alla teologia della castità

I seminaristi siano guidati a scoprire la teologia della castità, mostrando i rapporti che corrono tra la pratica di questa virtù e tutte le grandi verità del cristianesimo. Si mostri la fecondità apostolica della verginità consacrata, facendo notare che ogni esperienza di bene o di male va a modificare in senso positivo o negativo il nostro essere, la nostra personalità e, conseguentemente, anche la nostra azione apostolica.

La religione valorizza la purezza come virtù, mentre indica i mezzi atti a conservarla e a difenderla con gelosa cura, con riservatezza, con disciplina interiore delle fantasie e dei desideri e con disciplina esteriore dei sensi.

L'azione educativa, in questo campo, non è completa se non istruisce gli alunni sulla natura delle tentazioni, sulle loro fonti e cause, sulle varie forme di tentazione, sui rimedi e sulla strategia spirituale da usare contro di esse.

59. Per una soluzione positiva del problema

Come in tutte le relazioni umane, così anche nelle relazioni del seminarista con l'altro sesso, la giusta linea da seguire è quella della verità e sincerità, insistendo sull'autenticità del comportamento, che esclude, per sua natura, tutto ciò che sa di fittizio e di artificioso. È evidente che sono fuori di questa linea tutte le relazioni provocate e ricercate soltanto per un vantaggio personale unilaterale, quasi per «strumentalizzare» la persona del prossimo ai propri fini.

Escluse quindi per il futuro sacerdote relazioni di questo genere, rimangono i contatti ordinari e normali che si presentano in varie occasioni della vita. Si tratta di relazioni impostate secondo le regole di un sano comportamento umano, improntate alla delicatezza, al rispetto e soprattutto alla carità che si deve ad ogni persona.

Le relazioni collocate a questo livello offrono al seminarista sufficienti occasioni per il suo sviluppo: per conoscere meglio se stesso, per affinare il proprio carattere, sperimentandone i punti forti e deboli, le varie qualità da potenziare o da correggere. È necessario che, in tali relazioni, il seminarista arrivi alla padronanza di se stesso, che sappia sospenderle o rinunziarvi senza sentirsi inquieto. Ciò suppone una sana ascesi: una vigile mortificazione e un costante autocontrollo.

Tenendo presente questa necessità di autocontrollo, i seminaristi vanno esortati ad un prudente discernimento degli affetti: «Imparino a discernere questo amore, manifestato con apertura, davanti al Signore, ai direttori spirituali e ai superiori; evitino, al contrario, le relazioni particolari, specialmente quelle esclusive e prolungate con le persone dell'altro sesso, ma soprattutto si sforzino di praticare e di impetrare da Dio un amore aperto a tutti e perciò veramente casto».[82]

L'importanza che si dà, in questo campo, alla direzione spirituale suppone naturalmente anche le dovute capacità del direttore spirituale. È evidente che egli non potrà risolvere secondo un unico schema i vari problemi che si presentano, ma dovrà considerarli caso per caso, tenendo conto delle differenze tra i singoli, e aiutando ciascuno personalmente a superare le eventuali crisi che possono turbare o far deviare dalla propria vocazione.

60. Formazione in vista della vita pastorale

Il problema delle relazioni con l'altro sesso tocca il seminarista non solo nella sfera della sua vita personale, ma anche nella prospettiva della sua futura attività pastorale. Ed è proprio in considerazione dell'impegno pastorale di domani che si insiste perché «particolare attenzione sia data pure alla preparazione degli alunni circa i retti e sani rapporti con le donne, perché, bene istruiti sul loro specifico carattere e sulla loro psicologia a seconda del diverso stato di vita e le diverse età, nell'adempiere il ministero pastorale possano offrire loro una cura spirituale più efficace e si possano comportare con quella sobrietà e prudenza che conviene ai ministri del Cristo ».[83]

Come è stato accennato sopra, le giuste e sane relazioni con la donna non si improvvisano, ma si attuano attraverso una lenta e delicata educazione. È quindi compito dei seminari preparare gli alunni a contatti personali con la donna: aiutarli cioè non soltanto ad acquisire l'autodominio sulle proprie reazioni affettive alla sua presenza, ma anche a fare loro conoscere ciò che essa rappresenta nell'ordine dello spirito. Una tale preparazione è necessaria al seminarista anche per approfondire il suo senso umano e il tatto delicato, che devono qualificare ogni relazione pastorale.

61. Una parola sulle relazioni di amicizia

In considerazione della situazione odierna, è necessario dire anche una parola circa la possibilità di un'amicizia tra il seminarista (o il sacerdote) e la donna. Questo problema richiede, infatti, una perspicace attenzione e un equilibrio non comune.

Non vi è dubbio che le relazioni normali nell'ambito dell'ordinaria vita quotidiana possono, in certe condizioni, contribuire alla maturazione umana e spirituale del seminarista; bisogna però mettere in guardia contro amicizie particolari che si dimostrino pericolose e incompatibili con la vocazione sacerdotale, in quanto impediscono la libertà del cuore e l'universalità dell'amore. La natura della missione cui il seminarista si sta preparando esige in lui un'apertura di spirito verso tutti: un amore universale, «sincero, umano, fraterno, personale e immolato, sull'esempio del Cristo verso tutti e verso ciascuno, specialmente verso i poveri, gli afflitti e i loro eguali ».[84]

Ciò suppone implicitamente che i superiori e i direttori spirituali sappiano dare un efficace aiuto ai giovani affidati alle loro cure. Va tenuto presente che è molto difficile conoscere, fin da principio, il carattere delle relazioni, giudicando forse spirituale ciò che non lo è; e poi, anche nell'ipotesi di una grande rettitudine di intenzione, bisogna tener conto della forza idealizzante di relazioni affettive, la quale induce a sottovalutare e a misconoscere i reali pericoli che dette relazioni comportano. L'amore sensibile, infatti, di sua natura ambivalente, facilmente piega verso la concupiscenza, con l'effetto di compromettere quel pieno sviluppo della persona, che dovrebbe invece favorire. Così, mentre i vantaggi spirituali che qualcuno volesse ripromettersi da un'amicizia di questo genere sono molto ipotetici e incerti, i pericoli e le difficoltà che ne derivano sono invece spesso grandi e reali.

In questo campo, un giusto realismo porterà a tener presente che la natura facilmente inganna, facendo credere necessari certi rapporti e colorando con motivazioni soprannaturali ciò che è solo inclinazione della natura .[85]

 

6. DIFFICOLTÀ DEL PROCESSO DI FORMAZIONE

62. Compiti dell'azione educativa nell'adolescenza

L'educatore dovrà conoscere la personalità dell'educando nel suo crescere attraverso le varie fasi dell'età evolutiva. Per ciò che riguarda, in particolare, l'adolescenza, va rilevato che essa si caratterizza per il processo di maturazione fisiologica, per l'emergere del desiderio sessuale e per il prevalere dell'attività fantastica circa i dati della vita sessuale.

L'adolescente ha bisogno di essere aiutato a formarsi una sana idea della funzione della sessualità; a prendere coscienza della sua posizione nell'ordine dei valori; ad apprendere il retto modo di agire nel caso di tentazioni impure e di fronte alle situazioni implicanti elementi sessuali; a dominare i suoi istinti, non nel terrore, ma nella serenità, che solo la conoscenza della verità può apportare.

L'educazione deve tenere presente tutto questo e deve sviluppare in socialità il potenziale affettivo dell'adolescente, aiutandolo ad oggettivare la sua spinta sessuale verso un'oblatività totale. È compito particolarmente arduo quello di integrare chiaramente questa spinta. Nessuna meraviglia, quindi, se si verifica nell'adolescente un ripiegamento su di sé, unito alla sensazione di essere drammaticamente incompreso dall'ambiente che lo circonda. Si può ben capire che in questo stato la spinta sessuale porti talvolta l'adolescente a centrare su di sé la sua carica erotica, rendendo sempre più difficile la sua integrazione.

63. Il fenomeno dell'autoerotismo nell'adolescenza

Una delle cause responsabili del fenomeno masturbatorio è lo squilibrio sessuale; altre cause sono soprattutto occasionali e secondarie, anche se ne facilitano la comparsa o contribuiscono ad alimentarla. L'azione pedagogica dovrà essere orientata più su queste cause che sulla repressione diretta del fenomeno; solo così si potrà favorire efficacemente l'evoluzione dell'istinto del ragazzo, cioè quella crescita interiore che lo porterà ad una disciplina progressiva del suo mondo istintuale, che queste cause contribuiscono più o meno ad ostacolare.

Non bisogna ricorrere alla paura, alle minacce od alle intimidazioni di carattere fisico o spirituale, se non si vogliono favorire stati ossessivi che compromettono l'equilibrio sessuale e fissano il soggetto su se stesso, anziché aprirlo agli altri. In questo, come in altri casi, il superamento si ottiene nella misura in cui si riesce a prendere coscienza della vera causa del disturbo. Ed è in questa direttiva che si orienterà particolarmente l'azione educativa.

L'autoerotismo rimane un ostacolo verso l'ordine di vita cui conduce l'impegno formativo. L'educatore non può rimanere indifferente dinanzi alla chiusura di orizzonti da esso causata. Tuttavia, egli dovrà sdrammatizzare il fatto masturbatorio e non diminuire la sua stima e benevolenza verso il soggetto. Venendo a contatto con l'amore oblativo soprannaturale dell'educatore, il giovane percepirà di essere accolto nella comunione caritativa e si sentirà strappato dal chiuso del proprio io.

Per le singole difficoltà non è bene offrire sempre una soluzione, che il soggetto dovrebbe solo accettare, ma è molto più efficace - agli effetti di una vera crescita interiore - aiutare e stimolare il soggetto a trovare da se stesso la soluzione. In tal modo egli non solo risolve un singolo problema, ma apprende l'arte di risolvere i problemi che eventualmente gli si presenteranno.

64. La formazione seminaristica nell'adolescenza

Fermo restando che l'educazione seminaristica deve promuovere armonicamente la formazione naturale, cristiana e sacerdotale degli alunni, l'aspetto più difficile di tale educazione durante l'adolescenza è quello di saper dosare, nella giusta proporzione, la formazione cristiana e la formazione sacerdotale. Quest'ultima va iniziata con opportuna gradualità e va portata avanti, nel periodo adolescenziale, con molta saggezza.

Per la maggior parte dei candidati i motivi della vocazione sono, all'inizio, assai vaghi. Essi vogliono mettersi al servizio degli uomini, della Chiesa e del Cristo, ma non hanno spesso idee ben precise né sulla Chiesa né sul Cristo. Il loro atteggiamento è piuttosto una disponibilità a carattere umanitario, polarizzata da un riferimento poco specifico a Dio, al Cristo, alla Chiesa. Infatti, per molti adolescenti la visione della vita è ancora globale. L'atteggiamento umanitario e il riferimento religioso sono pertanto poco distinti.

Questa è la ragione per cui molti adolescenti inclinano inizialmente verso l'impegno sacerdotale; ma quando gli interessi umani si designano nella loro specificità, essi abbandonano l'idea della vocazione e lasciano il seminario, se il tenore religioso del loro atteggiamento non si arricchisce. Bisogna quindi fare scoprire opportunamente il senso di una vita consacrata a Dio e non imporre fin dall'inizio uno stato di vita già sacerdotale.

65. Compiti dell'azione educativa nella giovinezza

Nella giovinezza, l'amore tende ad esprimersi in manifestazioni di sessualità ben differenziata, in una fusione del fattore sessuale fisiologico con quello psico-affettivo. Nonostante le apparenze e l'attuale promiscuità, molti giovani non conoscono la vera psicologia femminile. La donna li affascina, ma è un mistero per loro, e li sconcerta. Essi facilmente possono cedere alle contraffazioni dell'amore, mentre dovrebbero scoprire che castità e amore sono un'unica virtù, essenzialmente attiva, feconda e generosa.

L'educatore terrà conto particolarmente del fatto che la giovinezza è l'epoca della scelta decisiva e definitiva della vita: i giovani devono essere posti di fronte a tutte le proprie possibilità per poter liberamente scegliere. È il momento in cui è necessario guidarli a conoscere la vera teologia del matrimonio e del celibato consacrato;[86] è il momento in cui devono essere definitivamente dissipati i pregiudizi e le «false teorie che sostengono essere la continenza perfetta impossibile o nociva al perfezionamento dell'uomo ».[87]

66. Il problema della perseveranza nella vocazione

Un grave problema, oggi, non è soltanto quello dell’insensibilità dei giovani alla vocazione sacerdotale, ma anche quello della loro perseveranza e adesione completa alle esigenze che tale vocazione comporta. Tra le molte cause della non perseveranza, vi sono certamente quelle oggettive, dipendenti dalle condizioni ambientali e culturali in cui i giovani vivono. Ma indubbiamente vi è anche una causa soggettiva di notevole importanza, sulla quale conviene richiamare l'attenzione degli educatori: si tratta di un'indebita svalutazione dello stato di consacrazione a Dio nella vita sacerdotale.

I giovani d'oggi non sono meno generosi di quelli di ieri, ma hanno particolarmente bisogno di essere guidati sulla via dell'impegno, provocati all'eroismo: hanno bisogno di grandi ideali. È un grave errore ridurre la vocazione sacerdotale a dimensioni di vita ordinaria, senza sacrificio, senza impegno. I giovani non potranno rispondere generosamente se non si fa leva sulle qualità proprie dell'animo giovanile: il gusto del difficile, il bisogno della dedizione, la gioia del sacrificio.

Essi devono giungere a sentire profondamente «con quanta gratitudine debba essere abbracciato questo stato, non soltanto in quanto comandato dalla legge ecclesiastica, ma come prezioso dono di Dio da impetrarsi umilmente e al quale essi, stimolati e aiutati dalla grazia dello Spirito Santo, devono affrettarsi a corrispondere liberamente e generosamente ».[88]

67. Difficoltà particolari nell'età adulta

È segno di realismo psicologico pensare che il sacerdote, come ogni altro uomo, andrà soggetto alle comuni crisi dello sviluppo umano e alle particolari difficoltà della sua condizione: crisi e difficoltà affettive, sessuali, di relazione con l'autorità, di inserzione nella Chiesa e nel mondo e di ordine spirituale. Perciò i candidati alla vita sacerdotale dovranno essere preparati ad affrontare tali crisi con spirito di sacrificio e coraggiosa coerenza.

Nell'esistenza di un uomo, il passare al di là di quello che si suole chiamare «il mezzo del cammin di nostra vita» è un dato molto importante. Le soluzioni fondamentali sono già state prese, risolvendo, tra i venti e i trent'anni, i problemi cruciali della vita: vocazione, professione, orientamento di vita. Le possibilità di tornare indietro sono minime.

A questa età, è venuta meno la giovinezza con le sue prospettive e prerogative: entusiasmi, speranze, sogni di santità e di grandi opere in seno alla Chiesa. Subentra una vita più consapevole, più calma e più equilibrata, ma anche più vulnerabile. Si possono già avere avuti riconoscimenti, posti di responsabilità, successi; oppure ci si può sentire umanamente e apostolicamente dei falliti. Ci si può trovare anche in una posizione di oscurità rassegnata.

Questa constatazione può portare alcuni soggetti ad una vita tormentata, interiormente inquieta; ad una «crisi di vuoto», cioè di insoddisfazione e di frustrazione per gli ideali non realizzati. In tali circostanze, l'esigenza di un'amicizia umana si farà sentire più fortemente.

68. Ragioni di crisi nella vita sacerdotale

Dal punto di vista della situazione familiare, il sacerdote si trova solo: non ha più, solitamente, la famiglia nella quale era inserito da giovane, e non ha una famiglia propria. La situazione di apostolato segna una diminuzione del fervore che aveva sostenuto il sacerdote nella giovinezza; egli ha l'impressione che le generazioni nuove lo mettano in disparte. Quindi a quarant'anni lo attende, per lo più, una solitudine interiore ed esteriore. Allora egli può sentire più vivamente il peso e la portata di ciò cui ha rinunziato con il celibato.

Si aggiunga spesso una certa monotonia nel ministero sempre uguale, molte volte difficile, forse unita ad un senso di sfiducia anche verso l'ambiente e la gerarchia ecclesiastica: sfiducia perché le cose vanno sempre allo stesso modo, senza speranza di cambiarle.

Nascono così i penosi ripiegamenti, le irritazioni e i malumori; c'e il pericolo di riscoprire e sopravvalutare le realtà sensibili, da cui il soggetto si è separato per consacrarsi a Dio. Non mancherà la crisi spirituale, che talora prende la via dell'abitudine al ministero e agli esercizi di pietà; altre volte prende la via dello scetticismo sui progressi spirituali e fa ritenere inutili gli sforzi.

69. Criteri per prevenire e risolvere le crisi

Per chi venisse a trovarsi in queste situazioni, la prima norma da seguire è di aver pazienza con se stesso, accettarsi senza irritarsi contro l'insorgere di determinate difficoltà. Queste fanno parte della natura, e la vocazione non sopprime la natura. L'impazienza di fronte a tali difficoltà, l'incapacità di capirle, è una delle cause che portano all'abbandono o alla noia della vocazione.

Ma l'accettazione paziente e serena di ciò che gli anni portano con sé non basterà e non sarà forse neppure possibile, senza tener vivo il senso della fede in un'umile e operosa unione con Dio, ripetendo spesso il detto dell'apostolo Paolo: « Scio cui credidi et certus sum» (2 Tim 1, 12). Questa unione umile e operosa, fatta di consapevolezza di sé, di fiducia, di abbandono e di preghiera, otterrà la freschezza di vita spirituale, che tiene giovani nonostante il passare degli anni. L'unione con Dio e una visione di fede portano anche a valutare in modo giusto e oggettivo le difficoltà sopra ricordate; se non tolgono le difficoltà, ne attenuano la pesantezza e sono capaci di trasformare in dono il vuoto della solitudine.

Se poi la crisi fosse approfondita in modo tale che il sacerdote chiedesse di sospendere l'impegno ecclesiastico per riflettere e, insieme, sperimentare una momentanea vita laicale, si preferisca introdurre il sacerdote in ambiente comunitario, in cui venga favorito sia da un amore umano e caritativo sia da una ripresa della visione di fede in un esercizio ascetico e pastorale.

 

PARTE QUARTA

FUNZIONE EDUCATIVA DEL SEMINARIO

70. Condizioni della formazione seminaristica

La castità, ben lungi dall'essere una virtù isolata nella struttura della personalità spirituale del sacerdote, costituisce l'espressione culminante di una vita sana nella fede, equilibrata e solidamente costruita su un'ardente carità.

Per questo, niente nella vita e nel clima del seminario dovrà essere indifferente all'edificazione di tale virtù. Anzi proprio il tenore di questo clima sarà la condizione principale e il fattore fondamentale di detta formazione. Non è pertanto superfluo, ma è anzi necessario, richiamare i tratti essenziali della vita del seminario nel loro diretto o indiretto rapporto con la formazione alla castità.

Ogni seminario deve essere tale da «alimentare negli alunni la gioia della propria vocazione»,[89] mostrando il celibato vissuto per il regno di Dio come una grazia eminentemente favorevole in vista dell'annunzio gioioso del Cristo risorto.

Si potrà riuscire in questo, comunicando ai seminaristi il gusto della carità ecclesiale e apostolica, la quale è simultaneamente amore del Cristo, comunione amichevole con i superiori e i compagni, spirito evangelico e volontà di collaborazione. Questo programma non tanto si deve insegnare, quanto piuttosto testimoniare nella vita concreta del seminario.

Qui esprimiamo alcuni suggerimenti, che possono aiutare a creare nel seminario un'atmosfera altamente educativa, quale risultante di una sapiente impostazione di rapporti interpersonali, di una vita spirituale intensa e di un'ardente carità ecclesiale, come anche di un conveniente contatto con il mondo esterno e di un adeguato uso degli strumenti di comunicazione sociale.

 

1. ATMOSFERA EDUCATIVA DEL SEMINARIO

71. Il seminario come comunità fraterna

Il clima in cui si svolgono le relazioni umane nel seminario è un fattore importante per la formazione pastorale. Prima di portare fuori del seminario le ricchezze di cui esso dispone, occorre aver dato, all'ambiente stesso nel quale si vive, il carattere e lo stile di servizio scambievole, dove ciascuno concorre a creare le condizioni di sviluppo di tutti gli altri.

Questo clima educativo è caratterizzato da alcuni orientamenti. Anzitutto è auspicabile che nella comunità seminaristica ognuno ricerchi liberamente la sua vocazione, non sentendosi automaticamente destinato al sacerdozio per il fatto di avere iniziato l'esperienza seminaristica.[90] Va tenuto conto di una pluralità di disposizioni, in cui i seminaristi possono trovarsi in rapporto alla vocazione, e anche della mutevolezza degli atteggiamenti giovanili. Gli educatori rispettino tutti e ciascun alunno; non stabiliscano graduatorie di merito; non insinuino l'idea che chi cambia strada è un traditore; tengano vivo in tutti il diritto-dovere personale dell'approfondimento continuo della vocazione e della libera decisione.

Un altro orientamento, da cui dipende la riuscita della comunità giovanile del seminario, è dato dai rapporti interpersonali che devono essere caratterizzati da familiare confidenza e da fraterna amicizia.[91] Va ricordato che la confidenza non si impone con l'autorità, ma si suscita e si ottiene meritandosela; e che circa la fraterna amicizia ci sono fattori che la favoriscono e altri che la possono distruggere. Il seminario sia una scuola di amicizia; fomenti la fraternità a livello anche puramente umano; abbia fiducia in essa e non la turbi con insinuazioni ingiuste e di gusto deteriore. Una vera educazione al celibato deve potersi radicare profondamente nella fraternità.[92]

Una vita di comunità fraterna, armonica, operosa, ricca di calore umano e soprannaturale, diffonde tra i suoi membri un senso di distensione, di equilibrio e di soddisfazione, per cui gli stessi sono come vaccinati dal cercare compensazioni affettive al di fuori di essa; e rende più difficile il sorgere di rimpianti per la rinunzia fatta con la scelta del celibato.

72. Il seminario come comunità educativa

In ultima analisi, maturità significa aderenza e amore alla realtà: di se stessi, degli altri, di Dio. Perciò lo strumento formativo più importante deve essere un clima impregnato di verità, cioè di chiarezza, di lealtà, di affetto, di rispetto e di dialogo, affinché la scoperta della propria vocazione sia una conquista progressiva e il risultato di una scelta matura, più che l'effetto di un condizionamento esterno. L'atmosfera della vita seminaristica contribuirà alla maturazione dei candidati nella misura in cui sarà calda di veri incontri umani, capace di stimolare all'iniziativa e alla responsabilità personale e di portare gradualmente ad un’obbedienza degna dei figli di Dio, cioè convinta e ragionevole.

È quanto mai conveniente inoltre che lo svolgimento della vita del seminario si realizzi in uno stretto rapporto di collaborazione tra educatori e alunni, nel quale siano valorizzate le personalità, le capacità e le competenze dei singoli. I rapporti di solidarietà e di socialità vengano assunti sia come programma sia come metodo dall'intero seminario. «I superiori e i professori ( ... ) sotto la guida del rettore siano in strettissima unità di spirito e di azione, e tra loro e con gli alunni formino una famiglia tale da tradurre in pratica la preghiera dei Signore: "Che siano una cosa sola" (Gv 17, 11) e da alimentare negli alunni la gioia della propria vocazione».[93]

73. La dinamica di gruppo nella formazione seminaristica

Per promuovere una formazione personale, bisogna porre gli alunni in un ambiente favorevole allo sviluppo di tutte le loro qualità e possibilità. A questo fine una certa divisione in gruppi, che tuttavia rispetti l'unità del seminario, è consigliata in determinate situazioni.[94] In tal modo possono più facilmente essere riannodati ed esercitati i rapporti di solidarietà, realizzando l'esperienza di un'opportuna divisione di compiti, secondo le risorse di ciascuno al servizio del bene comune: vengono così delineati gli orientamenti propri di ognuno verso l'avvenire.

I gruppi possono essere organizzati in corrispondenza alle reali necessità di ciascuna diocesi, e quindi ai futuri campi di ministero, acquistando in tal modo una funzionalità dinamica e pastorale: intorno ad essi potrebbero animarsi diversi circoli di interessi umani e apostolici, facilmente convertibili in fattori di attività formativa, atti a creare vincoli di amicizia e di lavoro. Tutto ciò darebbe ricchezza e vitalità alla formazione.

La vita comunitaria del seminario quindi, mentre educa alla vita di fede, prepara ad entrare nel presbiterio diocesano, ad integrarvisi progressivamente, non solo di diritto, ma anche di intelligenza, di cuore e di animo. Ciò richiede che il seminario sia esso stesso una comunità, che avvia allo spirito e al lavoro comuni di un corpo pastorale unico e diverso; che sia sufficientemente integrato nella vita diocesana e favorisca l'effettiva partecipazione della diocesi alla formazione dei futuri sacerdoti.

74. Funzione della disciplina e del regolamento

Il clima di libertà, il rispetto della persona, la valorizzazione dell'iniziativa del singolo, non devono essere interpretati come una liberazione da ogni specie di disciplina. Il seminarista, che sceglie il suo stato liberamente, deve anche liberamente accettarne i condizionamenti e rispettarli. La disciplina fa parte della struttura spirituale sia del seminarista sia del sacerdote, durante tutta la vita: «Tale disciplina (...) non deve essere sopportata solo come un'imposizione dall'esterno, ma, per così dire, interiorizzata, inserita nel complesso della vita spirituale come una componente indispensabile ».[95] Il che non significa che la stessa sia puramente interiore, essendo anche «personale e comunitaria»,[96] esteriore.[97]

Ma se la disciplina proposta dal regolamento rimane importante, il centro dell'educazione è offerto dal rapporto educativo, umano e cristiano, tra educatore e seminarista. Simile prospettiva non implica l'abbandono dell'educando a se stesso, non esonera l'educatore dall'essere presente, anzi lo richiede in un modo molto più intimo. Infatti, l'educatore non può farsi sostituire dalla disciplina ferrea, dalla regola minuziosa, dalla sorveglianza rigida; egli deve guidare e potenziare l'educando attraverso il rapporto amichevole, mediante il colloquio confidenziale, badando alle situazioni che l'alunno vive.[98]

È necessario adattare i principi generali a ciascun caso in particolare. Non c'è un'educazione valida per tutti: a volte il superiore responsabile, per la conoscenza personale che ha del suddito, può lasciare che questi vada avanti anche accettando un certo rischio, poiché un'intima certezza gli dice che il giovane finirà per capire ciò che giova e ciò che non giova, meglio che non attraverso rigide imposizioni; altre volte, invece, interverrà con decisione per salvare chi presume di sé e si espone senza motivo a pericolo grave.

 

2. IL SEMINARIO ESPRESSIONE DI VITA SPIRITUALE

75. La vita di orazione come fattore educativo

La scelta del celibato deve essere animata da magnanimità, dalla consapevolezza che è importante dedicare interamente la propria vita ad un grande amore, il quale abbraccia insieme Dio, il Cristo e le anime; dalla consapevolezza che, se il celibato è un prezioso dono del Signore, da impetrarsi con umiltà,[99] è anche un dono dell'uomo a Dio. Questa generosità aprirà il cuore del seminarista in un modo sempre più crescente alla preghiera, all'adorazione e alla contemplazione di Colui che è il termine della propria donazione e sarà fonte di continua gioia e giovinezza.[100]

Il seminario introdurrà quindi gli alunni alla pratica abituale e spontanea dell'incontro e del colloquio con Dio nel Cristo. E questo nei molteplici modi della preghiera, dell'azione liturgica, della parola meditata, dello studio sulla persona del Cristo come centro di ogni riflessione di fede e di teologia.

Una vita centrata in Dio mediante l'orazione è un imperativo categorico della vita di consacrazione. Il seminarista e il sacerdote dovranno avere pertanto in alto grado quel dono di pietà, che è in sostanza un grande amore per il Signore, e rimarranno sempre i testimoni privilegiati della bellezza e della gioia del rapporto immediato con il Dio della rivelazione.

Il celibe per vocazione, che abbandona la preghiera, che rompe cioè i rapporti interpersonali con Dio, sta sull'orlo della rovina del suo celibato. Questa relazione fondamentale con il Signore, alimentata alle sorgenti della preghiera stessa della Chiesa e divenuta profondamente personale per mezzo di esercizi appropriati, è di capitale importanza, perché un sacerdote possa essere a suo agio nelle relazioni di direzione spirituale. Senza una relazione con Dio, ricca di sana vita spirituale, il sacerdote non può essere capace di aiutare efficacemente i fedeli.

76. Criteri d'aggiornamento delle forme di pietà

Nell'aggiornamento delle forme di pietà occorre mirare a scoprire, al di là delle pratiche, ciò che ne è stata la ragion d'essere, adattando i mezzi alle esigenze psicologiche e pastorali d'oggi. Si favorisca la spontaneità capace di aprirsi all'amore amichevole con il Cristo nell'incontro intimo con il Padre.[101] La pietà, maggiormente orientata verso il mistero della salvezza, sia concretamente inserita nella vita, di cui non deve costituire solo un momento, ma essere l'anima che la vivifica integralmente.

Pur dando il giusto posto alla preghiera spontanea, va tenuto presente che è un'illusione e un errore fondamentale di psicologia e di ascetica credere che l'orazione, fatta nel momento della personale inclinazione, sia per ciò stesso più fruttuosa e che, viceversa, quella richiesta dalla regola comune non solo sia meno fruttuosa, ma produca anche la disaffezione dalla stessa. Va certo coltivata la preghiera spontanea, ma soprattutto va suggerito il modo di renderla personale, interiore.

Bisogna che la pedagogia religiosa faccia vivere le pratiche di pietà come ricerca di vita evangelica, nella quale sinceramente si pone il colloquio con il Padre, per mezzo del Cristo, nello Spirito Santo.[102]

77. Formazione liturgica dei seminaristi

I seminaristi vanno formati a partecipare e vivere intensamente la vita liturgica e sacramentale, e non semplicemente ad assistere alle sacre funzioni. Se un giovane non si trovasse nella disposizione di cercare e seguire il Cristo, la liturgia gli apparirebbe forse una fastidiosa esteriorità. Al contrario, gli esercizi di pietà e gli atti liturgici vanno programmati e proposti in modo che siano convenienti ai giovani, e questi li compiano con animo lieto e volonteroso,[103] perché educati al senso liturgico come ad un modo comunitario di vivere in Dio.

Il ministero del sacerdote, prima ancora di essere opera dell'uomo, è opera del Cristo in persona; perciò il sacerdote deve compierlo secondo lo spirito di lui, sommo sacerdote e pastore eterno. Da ciò si comprende quale profondità debba regnare nell'intimità tra il Cristo e il sacerdote. Ora tutta l'opera educativa nel seminario tende a fare acquistare questa perfezione: vivere interiormente la vita del Signore e prepararsi ad esercitare il ministero sacerdotale nel suo spirito.[104]

78. La meditazione della parola di Dio

Ponendosi in presenza di Dio nel Cristo, il seminarista ami meditare la parola rivelata, cercando di applicarla alle situazioni del giorno, sia da solo sia in gruppo.[105] Si abitui a considerare tutta la vita cristiana (costumi, istituzioni, persone e dottrina) alla luce del vangelo, nella consapevolezza che è la parola di Dio che giudica e converte la Chiesa. E a questo principio ispirerà tutta l'attività personale e apostolica.

La comunione con il Redentore non consiste solo in una comunione con il suo pensiero, ma soprattutto in una comunione con la sua vita di carità, di cui il mistero pasquale è come l'atto centrale, l'espressione più autentica e più forte (Rm 6, 2-11). Dopo il battesimo, il cristiano e tanto più il sacerdote non possono rimanere semplici spettatori di questo mistero, ma devono parteciparvi configurandosi a Colui che è morto per i peccati e risuscitato per la gloria del Padre, diventando così sua manifestazione nel mondo (Fil 3, 8-11; 2 Cor 4, 10; 3, 18).

Questa partecipazione battesimale e presbiterale si realizza solo con il concorso dello Spirito Santo, poiché il mistero pasquale non diviene nostro che per opera di Colui che ne è l'artefice, cioè lo Spirito Santo. Questa spiritualità deve guidare dal di dentro la vita di coloro che sono chiamati al sacerdozio ministeriale.

79. Formazione mediante lo studio teologico

Al seminarista d'oggi è particolarmente necessaria una «sintesi vitale di fede», personalmente scoperta e capace di illuminare la sua vita concreta; una fede la quale non si limiti ad aderire a determinati contenuti, ma sia esercizio cristiano di scelta e di fiducia nel Cristo e nella sua Chiesa. Una grave crisi affettiva sacerdotale presuppone sempre un indebolimento o un offuscamento della fede.

Lo studio della teologia è chiamato a favorire lo spirito di fede nei seminaristi. Si curi perciò un’introduzione al mistero del Cristo[106] e alla storia della salvezza, che, mentre giova alla formazione spirituale del seminarista, deve presentargli una visione unitaria e organica degli studi sacerdotali.

La scuola quindi deve cercare di offrire al giovane, mediante un'esposizione sistematica, un sapere organico teologico e, insieme, una iniziazione alla ricerca (biblico-patristica, storica, sociologica), così da far acquistare un senso personale critico di valutazione del pensiero moderno. Il tutto serva sempre a coltivare una fede profonda, aperta alle necessità dell'oggi, e sempre alimentata dall'amore del Cristo operante nella sua Chiesa.[107]

Questi appelli, riguardanti il clima spirituale del seminario, non possono essere considerati come estranei al problema della formazione alla castità. Se il seminario non riesce a realizzare un tale clima e se il futuro sacerdote non ne risulta come impregnato, la castità, privata della sua linfa, non ha veramente alcuna prospettiva di sopravvivenza.

 

3. IL SEMINARIO ESPRESSIONE DI CARITÀ ECCLESIALE

80. Il rapporto tra superiori e seminaristi

Il seminarista ha bisogno di essere immerso in un ambiente di carità apostolica. È compito del seminario fargli sperimentare come la sostanza del vivere sacerdotalmente nel celibato e cristianamente nello spirito del Cristo si riduca ad un unico denominatore: praticare e testimoniare la carità ecclesiale nel Signore. La carità vissuta, dono dello Spirito Santo, consente di educare, convertire e santificare sé e gli altri.[108]

I superiori del seminario devono svelarsi al seminarista non tanto come coloro che danno ordini, direttive, ammonimenti e punizioni, quanto piuttosto come coloro che suscitano unione caritativa nei sudditi, testimoniandola soprattutto con la condotta personale. Nella misura in cui si hanno responsabilità direttive, si è tenuti anche ad essere principio più profondo di unità caritativa.[109]

Il seminarista, qualora abbia gustato la carità del Signore attraverso il volto sacerdotale del suo educatore, saprà esprimerla domani nel presbiterio in unione con il vescovo e comunicarla ai propri fedeli.[110] Per la stessa carità, sperimentata in seminario e nella diocesi, il sacerdote vivrà serenamente la sua vita celibataria, senza nostalgia della vita nello stato laicale.[111]

81. Formazione alla carità apostolica

La formazione spirituale da impartirsi ai seminaristi deve essere orientata al fine pastorale e concepita in funzione della futura vita sacerdotale. I sacerdoti sono dei qualificati costruttori della comunità ecclesiale: per tale ministero non solo è stata loro conferita una potestà spirituale (2 Cor 10, 8; 13, 10), ma essi stessi sono tenuti ad «avere con tutti dei rapporti improntati alla più delicata bontà, seguendo l'esempio del Signore ».[112]

La vita comunitaria del seminario, animata da sincera carità cristiana, irradiante una grande virtù apostolica, dovrà essere come una preparazione, quasi un preludio, a questa comunione fraterna nel lavoro apostolico.[113] Per questa ragione gli alunni si sentiranno legati alla diocesi, interessandosi dei suoi problemi pastorali, acquistando così una spiritualità diocesana, radicata cioè nel futuro campo di lavoro.[114]

L'unione a Dio nella preghiera, l'amore del silenzio e delle cose spirituali non impediscono, ma richiedono un interesse apostolico per le vicende della società umana e per i segni dei tempi, che costituiscono un appello alla carità pastorale del futuro sacerdote, al suo servizio sincero e disinteressato.[115]

Il seminarista colga il rapporto che c'è tra il suo celibato volontario e la carità apostolica. Infatti, il celibato volontario è una testimonianza d'amore, «una risposta d'amore all'amore» del Cristo, in cui la capacità di donazione, che è soltanto della creatura umana, riceve dalla grazia una nuova incomparabile forza.[116]

La perfetta castità è vissuta dal sacerdote «non per disprezzo del dono della vita, ma per amore superiore alla vita nuova sgorgante dal mistero pasquale».[117] Il sacrificio dell'affetto umano è, in tal caso, compiuto per il Signore e quindi per la Chiesa, anzi per tutta l'umanità, alla quale il sacerdote sacrifica altri vincoli e pur legittimi affetti.[118]

82. Progressiva assimilazione al Cristo

L'esempio del supremo pastore mette in evidenza quanto ha di sovrumano la missione redentrice nella quale i sacerdoti devono entrare. La radice primordiale della condizione pastorale e del suo esercizio non può essere che una consacrazione vivente e totale al Cristo, dato dal Padre al mondo.[119]

Il sacramento che costituisce pastori fa, di un battezzato, un «eletto dal Cristo» per la salvezza dei fratelli, un «impegnato» di Gesù Cristo nell'amore fraterno (Fil 3, 12; Gal 1, 10; 5, 13). Una vita di totale sottomissione alle esigenze dell'amore del Signore dispone all'azione della grazia, e il vivere sempre meno per sé e sempre più per lui la fa fruttificare (2 Cor 5, 14‑15).

I pastori devono essere continuamente formati ad una disponibilità e ad un'energia di donazione, che, per sua natura, è totalitaria; devono sapere che il «sì» detto al vescovo, che impone le mani, è l'assenso all'impegno permanente e virtualmente totale dell'Amore salvatore. Nella preghiera sacerdotale di Gesù è impossibile dissociare il «per loro» dall' «io consacro me stesso». Così deve essere anche nella formazione dei sacerdoti: non si dissocerà la consacrazione a Dio dal servizio dei fratelli, ma anzi si fonderà totalmente questo in quella.

 

4.ESIGENZE E MODALITÀ DEL CONTATTO CON IL MONDO

83. Nuovi compiti della formazione seminaristica

I seminari hanno sempre cercato di preservare gli alunni dall'influsso mondano, favorendo un clima di raccoglimento adatto alla loro vita interiore. Accanto a questa preoccupazione - in ogni tempo valida e doverosa - si sente anche la necessità di porre il seminarista in contatto con il mondo nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali vive la famiglia umana. Infatti, tra le esigenze fondamentali della formazione seminaristica vi è questa: che non si può, né si deve, pretendere di mantenere delle separazioni che sono diventate chimeriche.

Non si può fare astrazione dalla situazione delicata, qualche volta critica, della fede nel mondo attuale. I giovani non possono ignorare la realtà del mondo in cui sono chiamati ad operare, e non devono ignorarlo, perché la presentazione della fede non può non tener conto delle condizioni degli uomini ai quali si rivolgeranno. Perciò la formazione dei futuri sacerdoti dovrà comportare una lucidità, una franchezza, un coraggio e certe caratteristiche che non richiedeva nel passato.[120]

Il seminarista dovrà essere aiutato a superare i possibili rischi, le deviazioni e gli equivoci mediante una formazione positiva, teologicamente fondata, circa le scelte che egli si prepara a fare definitivamente con la sacra ordinazione. Ciò che lo spinge a prendere la decisione fondamentale di abbracciare il sacerdozio sarà non il timore o l'ignoranza del mondo o il disconoscimento delle realtà, ma una serena visione di ciò che è la sua persona inserita nel mondo e delle sue relazioni con gli altri.

84. Funzione delle relazioni interpersonali

L'isolamento totale nel seminario impedisce al seminarista di assimilare il senso dei problemi della propria generazione; tende a creare convenzionalità di rapporti vicendevoli secondo prefissate norme di comportamento; priva il candidato della possibilità di maturare responsabilmente la sua vocazione, raffrontandosi con l'ambiente esterno; non facilita una conoscenza concreta della vita e degli uomini, tra i quali il seminarista svolgerà il suo apostolato;[121] non gli consente di comprendere le tentazioni degli uomini, così che da sacerdote non sentirà interesse per i problemi degli altri; espone i giovani al pericolo di formarsi uno spirito di ceto privilegiato.

Il rapporto umano non è unicamente uno strumento di apostolato; esso è un valore a sé stante sotto l'aspetto teologico. Il cristiano, immagine di Dio nel Cristo, è chiamato ad essere nel mondo espressione dell'amore del Cristo per gli uomini; nell'amore per gli altri, infatti, egli si realizza nel Cristo come nuova creatura. Lo stesso stato sacerdotale esprime la missione a vivere caritativamente in contatto amichevole, in intimità serena, in affetto fraterno e in comunione familiare.

Proprio per la necessità che l'educazione si compia a contatto con gli uomini d'oggi, il magistero ecclesiale ha invitato a formare i seminaristi alla socialità; ha raccomandato la loro formazione alle virtù umane sociali, quali l'amicizia, la lealtà, la fedeltà alla parola data, la capacità di donarsi agli altri con generosità e costanza.[122]

85. Relazioni dei seminaristi con la famiglia

In ordine ai candidati alla vita sacerdotale, la famiglia ha un ruolo importante e offre occasioni decisive: ad esempio, la possibilità di scoprire concretamente il senso, il valore e i sacrifici dell'amore umano; la fondamentale esperienza e stimolazione di un rapporto affettivo; la possibilità di conoscere particolari aspetti della psicologia femminile.

Per l'educazione del candidato è particolarmente importante, oggi, il tempo che egli trascorre in famiglia, non solo durante le vacanze estive, ma anche durante l'anno scolastico. È il tempo di facili e svariati incontri sociali, in cui egli svolge attività di svago o di lavoro e di apostolato; in cui sperimenta la validità e l'opportunità dei consigli ricevuti in seminario. Questa funzione educativa, qualora venga debitamente esercitata, ha anche l'effetto di potenziare la responsabilità e la vita spirituale dei familiari e dei sacerdoti della parrocchia.

La famiglia dovrebbe essere il «giardino» in cui le vocazioni sorgono e crescono, «come il primo seminario», e dovrebbe essere la migliore collaboratrice del seminario.[123] Tuttavia, vanno tenute presenti molte e gravi carenze educative delle famiglie d'oggi, per cui tante volte è proprio la famiglia a distruggere quanto il seminario tenta di edificare.

Per poter fare affidamento sulla famiglia, come fattore integrativo e sostenitore della formazione e della perseveranza del futuro sacerdote, occorre svolgere un'adeguata pastorale familiare. Uno degli obiettivi principali della pastorale delle vocazioni ecclesiastiche consiste precisamente nel suscitare la collaborazione delle famiglie, in particolare nel creare nei genitori la coscienza dell'apporto che essi sono in grado e in dovere di dare per favorire il sorgere e il crescere delle vocazioni sacre.

Il compito dei genitori in rapporto alla vocazione ecclesiastica dei figli è molteplice, perché essi sono chiamati a preparare, coltivare e difendere le vocazioni, che Dio suscita nella loro famiglia. Devono quindi arricchire se stessi e la loro famiglia di importanti valori spirituali, morali e pedagogici, quali una religiosità convinta e profonda, una condotta morale esemplarmente cristiana, una coscienza apostolica ed ecclesiale, una buona preparazione pedagogica e un’esatta concezione della vocazione.

86. Relazioni con la comunità parrocchiale

Nella comunità ecclesiale il cristiano vive la sua esperienza di fede e coglie l'invito a collaborarvi per estendere i benefici della salvezza. Una comunità di vita in cui i vari ruoli, sia dei sacerdoti sia dei laici, siano correttamente vissuti, e in cui la presenza del Signore sia al centro di ogni attività, aiuterà ciascuno a prendere coscienza della dimensione ecclesiale della propria vocazione.

Anche la comunità parrocchiale, quindi, è chiamata a dare una valida collaborazione allo sbocciare delle vocazioni sacerdotali, alla loro perseveranza e al loro graduale inserimento nell'azione apostolica con tutte le forze vive della comunità stessa.[124]

Detto scopo sarà conseguito efficacemente a queste condizioni: se la parrocchia formerà una vera comunità, caratterizzata da fede viva, debitamente orientata verso la realizzazione del regno di Dio; se i sacerdoti della parrocchia influiranno sull'animo dei giovani con l'esempio di una vita santa e con l'impegno dell'azione pastorale; se i fedeli si interesseranno del problema vocazionale, pregheranno per le vocazioni, per la santificazione dei sacerdoti e porteranno un efficace contributo alle esigenze pastorali della comunità ecclesiale.

87. Contatto umano e sacerdotale con il mondo

Il seminario dovrà essere una comunità aperta alla vita d'oggi, cioè dovrà mantenere contatti e collegamenti in varie direzioni: con la famiglia degli alunni, con il mondo giovanile, con la vita ecclesiale, sia locale sia universale, e con i problemi dell'umanità.[125]

Dicendo che il seminario non è una istituzione «chiusa», ma «aperta», si intende parlare di un'apertura non in modo acritico, ma in modo riflesso. Ciò significa anzitutto che gli alunni siano formati in maniera da diventare capaci di un genuino contatto umano e sacerdotale con gli uomini, capaci di un'apertura di spirito verso i loro problemi e capaci di dialogo.[126]

Il sacerdote è chiamato ad operare nel mondo, capirlo, accoglierlo, ma insieme a svolgervi una missione che lo distingue da esso. Non può essere in tutto «come loro». Vivendo nel mondo in modo responsabile, il sacerdote vi si sente solidale e, allo stesso tempo, solitario. La sua opera si apre simultaneamente sulla comunità umana e sulla comunione dei santi: vive fra gli uomini, ma mantenendosi al cospetto di Dio.[127]

Il seminarista deve essere educato a vivere nell'ambiente profano con spirito sacerdotale e formato in modo da saper assumere comportamenti propri, vivendo fra gli altri ed esprimendovi risposte personali suggerite dall'io interiore spirituale. Il processo educativo del seminario tenderà quindi a sviluppare la capacità di autonomia spirituale di fronte alle pressioni ambientali.

88. Educazione alla presenza apostolica nel mondo

Gli alunni dal tempo del seminario impareranno a mettersi in contatto con gli uomini con sguardo apostolico. A tale fine, il Concilio Vaticano II ha auspicato che i seminaristi vengano introdotti nell'apostolato, non tanto per integrare le forze operanti parrocchiali, quanto soprattutto per creare in essi una mentalità pastorale all'incontro con gli altri, per suscitarvi il gusto della carità apostolica come anima del proprio dovere e per incrementarvi l'assillo di ricercare un metodo apostolico adatto alle necessità nuove.[128]

Perché si possano conseguire tali obiettivi di formazione, è necessario che le parrocchie scelte per le esercitazioni pastorali siano veramente capaci di suscitare nel seminarista lo spirito missionario, la carità apostolica e una tecnica aggiornata attraverso una revisione critica.[129] La stessa vita celibataria deve essere collegata con la personale missione apostolica.

Per conseguire uno scopo così alto, qual è la formazione pastorale del sacerdote, occorrono educatori qualificati, animatori che assistano gli alunni e siano responsabili della riflessione e dell'impegno pastorale. Nessuna regola e nessuna apertura è concepibile, se i seminari non dispongono di uomini che abbiano il senso e il dono dei veri educatori.[130]

89. Funzione degli strumenti di comunicazione sociale

Gli strumenti di comunicazione sociale hanno un ruolo importante nella formazione dell'uomo d'oggi, e anche del sacerdote, non essendo evidentemente estranei al problema della formazione alla castità perfetta: essi, infatti, sono oggi assai largamente impiegati anche al servizio della sessualità. Il problema quindi tocca l'aspetto personale del sacerdote che userà, volente o nolente, di questi strumenti e sarà soggetto al loro influsso; tocca anche l'aspetto pastorale del sacerdote il quale, come pastore, sa che detti strumenti contribuiscono ad informare, a formare e maturare in senso sociale i suoi fedeli, e che egli deve essere in grado di aiutarli sia a trarre profitto da queste nuove risorse sia a guardarsi da ciò che il loro influsso potrebbe avere di nocivo.[131]

Non soltanto per la propria formazione, ma anche per una vera preparazione all'apostolato conviene che gli aspiranti al sacerdozio siano iniziati all'uso degli strumenti di comunicazione sociale; e, in generale, siano esercitati nell'arte di comunicare a voce e in iscritto il pensiero agli uomini del nostro tempo in modo adatto alla mentalità moderna.

Evidentemente si tratta di un problema di enorme ampiezza e gravità, se si tiene conto della reale situazione della stampa attuale e della diffusione e incisività della radio e della televisione. L'ambiente esterno e quello interno di una comunità seminaristica sono strettamente dipendenti dall'uso di questi strumenti, i quali largamente influiscono sulla formazione o sulla deformazione dei candidati al sacerdozio.

Il problema pedagogico degli strumenti di comunicazione sociale non può quindi ridursi soltanto ad una regolamentazione disciplinare nell'uso dei medesimi: è soprattutto un problema di educazione positiva, di riflessione sul fenomeno sociale nel quale siamo immersi; problema di preparazione e di cultura di maestri capaci di curare questo aspetto della formazione. Si tratta non solo di limitare i danni di uno strumento, che può essere pericoloso, ma di educare uomini adatti a vivere responsabilmente nella concretezza della realtà quotidiana.


 

CONCLUSIONE

90. La formazione, sintesi di natura e di grazia

Si nutre fiducia che gli orientamenti fin qui suggeriti saranno di aiuto agli educatori. Essi sono stati ispirati da una serena valutazione dei dati della natura e della grazia, che concorrono alla formazione seminaristica e sacerdotale. Gli educatori, consapevoli della grandezza e responsabilità della loro missione, mirino sempre a promuovere in armonica unità le risorse della natura e della grazia.

L'educazione al celibato sacerdotale, per riuscire efficace, deve tendere a favorire lo sviluppo e il perfezionamento della persona, presa nel suo insieme più concreto e originale. Bisogna, quindi, conoscere e interpretare la realtà del soggetto così com'è e adattare l'azione educativa alle condizioni concrete del singolo: condizioni che devono essere considerate nel quadro di tutta la storia personale, tanto sotto l'aspetto individuale quanto sotto l'aspetto sociale.

Le condizioni umane che favoriscono la vita spirituale si riassumono nel concetto di maturità. Ora, sforzarsi di maturare la propria personalità, aiutare gli altri a maturare la loro, significa collaborare con l'azione divina della grazia per costruire l'edificio spirituale dell'uomo, e quindi del sacerdote.

Se è vero che la vita spirituale dipende essenzialmente, nel suo mistero, dalla grazia, e perciò stesso trascende in quanto tale lo psichismo umano, è pur vero che quest'ultimo ne condiziona l'efficienza. Perciò è di grande importanza che la personalità dei singoli divenga più riccamente umana per servire, nel modo migliore possibile, da strumento e da segno all'appello dello Spirito.

L'azione educativa si propone precisamente di favorire le condizioni umane degli individui, di orientarle e perfezionarle quando occorra, in modo da rendere più propizia l'azione della grazia. E tanto maggiore sarà l'efficienza dell'azione educativa quanto più si terranno presenti le condizioni, sia normali sia patologiche, proprie di una personalità in formazione. Solo allora si potranno realizzare quelle condizioni che rendono la personalità umana valido strumento dell'opera divina della grazia.


 

SOMMARIO

Presentazione
Premessa.
1. Natura e ragione d'essere di questi orientamenti
2. Oggetto specifico di questi orientamenti
3. Motivi di un continuo aggiornamento
4. Adattamento alle condizioni delle chiese locali
5. Adattamento alle condizioni dei singoli individui

 

PARTE PRIMA

IL CELIBATO NELLA ODIERNA VITA SACERDOTALE

6. Condizioni di vita autenticamente cristiana

1. IL CELIBATO NELLA VITA DELLA CHIESA

7. Significato del sacramento dell'ordine
8. Il sacerdozio e le virtù evangeliche
9. Natura specifica del celibato
10. Il celibato nella prospettiva apostolica
11. Il celibato nella prospettiva escatologica

2. IL CELIBATO SACERDOTALE NELLA VITA ODIERNA

12. Problematica del celibato sacerdotale
13. Motivazioni del celibato
14. Natura del rapporto celibato-sacerdozio
15. Difficoltà odierne al celibato sacerdotale
16. Presupposti dell'educazione al celibato

 

PARTE SECONDA

METE DELL'EDUCAZIONE SEMINARISTICA

 17. Triplice componente dell'educazione seminaristica

1. FORMAZIONE ALLA MATURITÀ UMANA

18. Il concetto di maturità umana
19. La maturità umana nell'educazione
20. La maturità affettiva dell'uomo
21. La maturità sessuale dell'uomo
22. Il problema della sessualità integrata
23. L'autocontrollo perfettivo dell'uomo

2. FORMAZIONE ALLA MATURITÀ CRISTIANA

24. La dimensione cristiana nell'educazione
25. La maturità come esigenza di vita cristiana
26. La maturità affettiva del cristiano
27. La maturità sessuale del cristiano
28. L'autocontrollo perfettivo del cristiano

3. FORMAZIONE ALLA MATURITÀ SACERDOTALE

29. Formazione in prospettiva pastorale
30. Maturità umano-cristiana del sacerdote
31. La maturità affettiva del sacerdote
32. La maturità sessuale del sacerdote
33. L'autocontrollo perfettivo del sacerdote

 

PARTE TERZA

ORIENTAMENTI PER LA FORMAZIONE SEMINARISTICA

34. Difficoltà dell'azione formativa

1. CRITERI D'AZIONE DELL'EDUCATORE

35. Coscienza della complessità del problema
36. Situazioni normali e patologiche
37. Guida umana e spirituale dello sviluppo
38. Valutazione dell'autenticità della vocazione
39. L'educazione sessuale problema di educatori

2. ORIENTAMENTI PER L'EDUCAZIONE SESSUALE

40. L'educazione sessuale come processo formativo
41. La personalizzazione nell'educazione sessuale
42. Il fattore ambientale nell'educazione sessuale
43. Il dialogo nell'educazione sessuale
44. Educazione sessuale personale e progressiva
45. Il problema del pudore nell'educazione sessuale
46. Il problema dell'amore nell'educazione sessuale

3. ORIENTAMENTI PER L'EDUCAZIONE AL CELIBATO

47. Verità e autenticità del celibato
48. Dinamismo interiore nella vita di celibato
49. In un contesto di relazioni e di solitudine
50. Condizioni dell'educazione al celibato
51. Educazione al vero amore nel celibato
52. Rapporto tra religiosità e castità

4. EDUCAZIONE ALL'ASCESI SACERDOTALE

53. Esigenza di realizzazione del processo ascetico
4. Caratteristica dell'ascesi sacerdotale
55. Impegno ascetico nella vita seminaristica
56. La scelta fondamentale sul piano della fede

5. IL PROBLEMA DELL'INTEGRAZIONE AFFETTIVA

57. Problema delicato e fortemente dibattuto
58. Richiamo alla teologia della castità
59. Per una soluzione positiva del problema
60. Formazione in vista della vita pastorale
61. Una parola sulle relazioni di amicizia

6. DIFFICOLTÀ DEL PROCESSO DI FORMAZIONE

62. Compiti dell'azione educativa nell'adolescenza
63. Il fenomeno dell'autoerotismo nell'adolescenza
64. La formazione seminaristica nell'adolescenza
65. Compiti dell'azione educativa nella giovinezza
66. Il problema della perseveranza nella vocazione
67. Difficoltà articolari nell'età adulta
68. Ragioni di crisi nella vita sacerdotale
69. Criteri per prevenire e risolvere le crisi

 

PARTE QUARTA

FUNZIONE EDUCATIVA DEL SEMINARIO

70. Condizioni della formazione seminaristica

1. ATMOSFERA EDUCATIVA DEL SEMINARIO

71. Il seminario come comunità fraterna
72. Seminario come comunità educativa
73. La dinamica di gruppo nella formazione seminaristica
74. Funzione della disciplina e del regolamento

2. IL SEMINARIO ESPRESSIONE DI VITA SPIRITUALE

75. La vita di orazione come fattore educativo
76. Criteri d'aggiornamento delle forme di pietà
77. Formazione liturgica dei seminaristi
78. La meditazione della parola di Dio
79. Formazione mediante lo studio teologico

3. IL SEMINARIO ESPRESSIONE DI CARITÀ ECCLESIALE

80. Il rapporto tra superiori e seminaristi
81. Formazione alla carità apostolica
82. Progressiva assimilazione al Cristo

4. ESIGENZE E MODALITÀ DEL CONTATTO CON IL MONDO

83. Nuovi compiti della formazione seminaristica
84. Funzione delle relazioni interpersonali
85. Relazioni dei seminaristi con la famiglia
86. Relazioni con la comunità parrocchiale
87. Contatto umano e sacerdotale con il mondo
88. Educazione alla presenza apostolica nel mondo
89. Funzione degli strumenti di comunicazione sociale

 

CONCLUSIONE

90. La formazione, sintesi di natura e di grazia

  
 
[1]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, 24 giugno 1967: A.A.S., 59 (1967), p.682, n. 61.
[2]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n. 10; Decr. Presbyterorum ordinis, n. 16; Decr. Perfectae caritatis, n. 12; Paolo VI. Esort. Ap. Evangelica testificatio, 29 giugno 1971: A.A.S., 63 (1971), p.505, n. 15; Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, pars a., I, n. 4, d.: A.A.S., 63 (1971), p.917.
[3]  Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, cit., p.917.
[4]  Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, cit., p.917.
[5]  CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n. 16.
[6]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.684 seg., n.70.
[7]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.687, n.75.
[8]  Cfr. CONC. VAT. II, Cost. past. Gaudium et spes, n. I; CONC. VAT. II, Dichiaraz. Gravissimum educationis, n. 1; PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.681, n. 61.
[9]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.1.
[10]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.16.
[11]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.665, n. 20.
[12]  Cfr. CONC. VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n.10.
[13]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.2.
[14]  CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.2; cfr. CONC. VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n.28; PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.664, n.19 segg.
[15]  Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, cit., p.915.
[16]  Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, cit., p.915.
[17]  Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, cit., p.917.
[18]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.10; Decr. Presbyterorum ordinis, n.16
[19] Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.16; PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.663, n. 17.
[20]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.10; PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.670 seg., nn. 33-34.
[21]  Cfr. CONC. VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n.29; Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit, p.674, n.42.
[22]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.16; Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, cit., p.915.
[23]  Cfr. CONC. VAT. II, Costit. dogm. Lumen gentium, nn.43, 46.
[24]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.16.
[25]  Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, cit., p.916.
[26]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.664, n. 19.
[27]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., pp.663-671, nn.17-34.
[28]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.664, n.19; p.666 seg., n.24.
[29]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.665, n.21.
[30]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.657, n.1.
[31]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.10.
[32]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, nn.10-11.
[33]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.4; Cost. dogm. Lumen gentium, n.28.
[34]  PAOLO VI, nella Lett. Ap. Summi Dei Verbum, 4 nov. 1963: A.A.S., 55 (1963) pp. 984 segg., richiamava l'attenzione sulla «necessaria simultaneità della formazione umana, cristiana, sacerdotale», e affermava che «la formazione dell'uomo deve andare di pari passo con quella del cristiano e del futuro sacerdote».
[35]  Cfr. CONC. VAT. II, Dichiaraz. Gravissimum educationis, n.1
[36]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.11.
[37]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, nn.3, 8, 11; S. C. PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, Roma 1970, nn.48-58.
[38]  Cfr. CONC. VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, capp.II-III-IV.
[39]  Cfr. CONC. VAT. II, Dichiaraz. Gravissimum educationis, nn.1-2; Decr. Optatam totius, nn.10-11; Decr. Apostolicam actuositatem, n.29; Decr. Perfectae caritatis, n.12; PAOLO VI, Lett. Encicl. Populorum progressio, 26 marzo 1967: A.A.S., 59 (1967), p.265, n.16; S. C. PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.51.
[40]  CONC. VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n.9.
[41]  Cfr. Summa theologica, I-II, q. 63, a. 4.
[42]  Cfr. CONC. VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n.28; Decr. Presbyterorum ordinis, nn.4-9.
[43]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.4.
[44]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, nn.8-2o; S.C. PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., nn.44-49.
[45]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.666 seg., nn.24-25.
[46]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, nn.8, 14; PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., pp.688-689, nn.79-81.
[47]  Cfr. Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, cit., p.915.
[48]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.16; PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., pp.686-688, nn.73, 77.
[49]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.679, n.57.
[50]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit, n.48.
[51]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Perfectae caritatis, n.12; Doc. SYN. EP., 30 nov. 1971, De sacerdotio ministeriali, cit., p.917.
[52]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.6; S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., nn.39-41.
[53]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.683, n.64; CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.6.
[54]  CONC. VAT. II, Dichiaraz. Gravissimum educationis, n.1.
[55]  Cfr. Pio XII, Lett. Encicl. Sacra virginitas, 25 marzo 1954: A.A.S., 46 (1954), pp.183-186.
[56]  PAOLO VI, Esort. Ap. Evangelica testificatio, 29 giugno 1971: A.A.S., 63 (1971), p.515, n.33
[57]  Cfr. CONC. VAT. II, Dichiaraz. Gravissimun educationis, n.1; Pio XII, Allocuz. Magis quam, all'ordine Carmelitano, 23 sett. 1951: Discorsi e radiomessaggi, XIII, p.256; Lett. Encicl. Sacra virginitas, cit., pp.183-186.
[58]  Cfr. CONC. VAT. II, Dichiaraz. Gravissimum educationis, nn.3, 8; Cost. past. Gaudium et spes, n.49.
[59]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.10; Pio XII, Esort. Ap. Menti Nostrae, 23 sett. 1950: A.A.S., 42 (1950), p.687.
[60]  Cfr. CONC. VAT II, Decr. Optatam totius, n.10; S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.48.
[61]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis, caelibatus, cit., p.682; n.63; S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, n.48.
[62]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.686, n.73.
[63]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.68o, nn.58-59; CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.3.
[64]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.11; S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., nn.48, 51, 54.
[65]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.684, n.67
[66]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.684, n.69; p.686, n.72.
[67]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.684, n.70.
[68]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., pp.664-670, nn.19-34
[69]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.18.
[70]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.687, n.75.
[71]  PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.684, n.70.
[72]  PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.688, n.78
[73]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.691, n.86.
[74]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.692, n.90.
[75]  Cfr. CONC. VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n.36.
[76]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.10.
[77]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.10.
[78]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.684, n.70; p.688, n.78; CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.16.
[79]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, nn.13, 14; PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.688, n.78.
[80]  PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.684 seg., n.70.
[81]  Cfr. CONC. VAT. II, Cost. dogm. Lumen gentium, n.44.
[82]  S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.48.
[83]  S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.95.
[84]  S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.48.
[85]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.688, n.77.
[86]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.10.
[87]  CONC. VAT. II, Decr. Perfectae caritatis, n.12.
[88]  CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.10.
[89]  CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.5.
[90]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.13.
[91]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., nn.13,14,46,48.
[92]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Perfectae caritatis, n.12.
[93]  CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.5
[94]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.7; S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.23
[95]  PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.683, n.66.
[96]  PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.683, n.66.
[97]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.688, n.78.
[98]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.684, n.68; CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.11.
[99]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.10.
[100]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.54.
[101]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, nn.4, 16; Decr. Presbyterorum ordinis, n.13.
[102]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.8; Decr. Presbyterorum ordinis, n.18.
[103]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.14.
[104]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., nn.44-45.
[105]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.8.
[106]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.14; S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.62.
[107]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, nn.16-17; S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., nn.76-80.
[108]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.11; Decr. Perfectae caritatis, n.12.
[109]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.11; Decr. Perfectae caritatis, n.24.
[110]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.8.
[111]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Perfectae caritatis, n.12; cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., pp.688-689, nn.79-80.
[112]  CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.6.
[113]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.46.
[114]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.47.
[115]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.47.
[116]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.666, n.24.
[117]  PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., p.661, n.13.
[118]  Cfr. PAOLO VI, Lett. Encicl. Sacerdotalis caelibatus, cit., pp.661, 667, 668, 669, nn.13-20; 26-30.
[119]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.14.
[120]  Cfr. S C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit, n.69.
[121]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, nn.3, 19.
[122]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.11; S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., nn.51, 69.
[123]  Cfr. Pio XI, Lett. Encicl. Ad catholici sacerdotii, 20 dic. 1935: A.A.S., 28 (1936), p.5 segg.; CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.2.
[124]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, n.2; S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.11; CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.11; Decr. Ad gentes divinitus, n.19.
[125]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., n.12.
[126]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit, nn.12, 20, 47, 51, 58, 69, 95.
[127]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Presbyterorum ordinis, n.17.
[128]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, nn.12, 19.
[129]  Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Optatam totius, nn.19-21.
[130]  Cfr. S.C.PER L'EDUC. CATT., Ratio fundamentalis, cit., nn.30-31.
[131] Cfr. CONC. VAT. II, Decr. Inter mirifica, passim; PONT. COMM. PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI, Istruz. past. Communio et progressio, 23 maggio 1971: A.A.S., 63 (1971), p.593 segg., passim.

  

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