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PAOLO VI
SUMMI DEI VERBUM
LETTERA APOSTOLICA
LA FORMAZIONE DEI SEMINARISTI
Epistola apostolica ai Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi del mondo
cattolico nel quarto centenario dell'Istituzione dei Seminari, decretata dal
Concilio di Trento
VENERABILI FRATELLI SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
Gesù Cristo modello del seminarista e del sacerdote
Il Verbo di Dio, luce che illumina ogni uomo che viene al mondo (Gv
1,9), come volle farsi uomo per la nostra salute e abitare fra noi per mostrarci
la gloria, che come unigenito ha dal Padre, pieno di grazia e di
verità (Gv 1,14), così si degnò di vivere nascosto per trent'anni
nell'umile casetta di Nazaret allo scopo di preparare degnamente la sua missione
apostolica nella preghiera e nel lavoro, e dare a noi l'esempio di ogni virtù.
Infatti, sotto lo sguardo amoroso del suo padre putativo Giuseppe e della sua
santissima madre Maria, il fanciullo Gesù cresceva in sapienza, età e grazia
davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,52). Orbene, se l'imitazione
del Verbo incarnato è obbligatoria per tutti i cristiani, essa s'impone
particolarmente a coloro che sono da lui chiamati a divenire suoi rappresentanti
dinanzi agli uomini, non meno con la santità dei costumi che con la predicazione
della dottrina evangelica e l'amministrazione dei Sacramenti.
Precedenti storici della istituzione dei Seminari
Ben consapevole di questo sacro dovere che hanno i ministri di Gesù Cristo di
rifulgere al cospetto degli uomini come maestri di virtù, prima con l'esempio e
poi con le parole, così da essere veramente sale della terra ... e ... luce
del mondo (Mt 5,13-14), l'autorità della Chiesa fin dai primi secoli
ha mostrato particolari cure per l'istruzione e l'educazione della gioventù
destinata al sacerdozio. Di ciò abbiamo l'autorevole testimonianza di san Leone
Magno, che scrive: A ragione le venerabili deliberazioni dei santi padri,
trattando della scelta dei sacerdoti, ritennero idonei all'amministrazione delle
cose sacre coloro che, dopo aver esercitato per molto tempo tutti i vari gradi
degli uffici, avessero dato buona prova di sé, affinché fosse data a ciascuno
testimonianza con gli atti della loro vita (Epist. 12: PL 54,
650-651). Concili generali e particolari vennero in seguito a fissare le
ininterrotte tradizioni, precisando via via una legislazione e una prassi che
saranno per i tempi avvenire norme sante per tutta la Chiesa. Basterebbe citare
al riguardo le nette prescrizioni dei Concili Lateranensi III e IV (MANSI,
Amplissima Conc. Collect., XXII, 227, 999, 1013).
Motivi della istituzione dei Seminari
Ma purtroppo, per la malizia del mondo che si andava estendendo sempre più anche
al ceto ecclesiastico e per lo spirito pagano che andava rinascendo nelle
scuole, dove era educata la gioventù, le precedenti norme dettate dalla Chiesa
per la preparazione dei futuri sacerdoti apparvero inadeguate. Perciò nei secoli
XV e XVI furono avvertite maggiormente sia la necessità di una riforma generale
dei costumi nella Chiesa di Cristo, sia la necessità di preservare i giovani
leviti dai pericoli che li minacciavano, assicurando loro una conveniente
formazione in luoghi adatti, sotto la guida di sapienti educatori e maestri.
Istituzione dei seminari da parte del Concilio di Trento
A tale urgente e fondamentale bisogno della Chiesa cercarono di provvedere a
Roma, nel secolo XV, i Cardinali Domenico Capranica e Stefano Nardini con la
fondazione di collegi che da loro presero il nome; nel secolo seguente sant'Ignazio
di Loyola, fondando a Roma i due celebri collegi Romano e Germanico, l'uno per
gli insegnanti e l'altro per gli alunni. In quello stesso tempo, il cardinale
Reginaldo Pole, arcivescovo di Canterbury, dopo aver esortato i Vescovi di
Cambrai e di Tournay a imitare l'esempio di sant'Ignazio, preparò per
l'Inghilterra il suo famoso decreto sui seminari che, approvato dal sinodo di
Londra del 1556 e pubblicato il 10 febbraio dello stesso anno, servì di modello
alla legge emanata pochi anni dopo dal Concilio di Trento per la Chiesa
universale, mediante il capitolo 18 del decreto Sulla riforma, approvato
il 15 luglio 1563 (Cf ROCABERTI, Bibliotheca maxima Pontificia, XVIII, p.
362; L, von PASTOR, Storia dei Papi, Roma 1944, vol. VI, p. 569 e vol.
VII, p. 329). Quest'anno, perciò, ricorre il IV centenario di quell'importantissimo
decreto. Tale ricorrenza è ancor più meritevole di essere degnamente ricordata
in quanto essa coincide con la celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II,
nel quale la Chiesa, come ha a cuore di promuovere con provvidi decreti il
rinnovamento dei costumi del popolo cristiano, così non mancherà di dedicare le
sue particolari attenzioni a un settore di sommo interesse vitale per tutto il
corpo mistico di Gesù Cristo, qual è costituito dai giovani che attendono nei
seminari alla preparazione al sacerdozio.
Importanza del seminario nella storia della Chiesa e della società
Non è Nostra intenzione rievocare il corso dei lavori che precedettero
l'approvazione del canone riguardante l'istituzione dei Seminari, né di
soffermarci sulle singole prescrizioni in esso contenute. Crediamo, invece, più
consentaneo ai fini di una fruttuosa celebrazione del IV centenario di tale
decreto, di porre in più vivo risalto i benefici spirituali che ne provennero
alla Chiesa e alla società civile, per poi richiamare l'attenzione su taluni
aspetti della formazione ascetica, intellettuale e pastorale del giovane
seminarista o sacerdote, che meritano oggi una più approfondita considerazione.
Che l'istituzione dei Seminari fosse destinata ad arrecare un grande beneficio
spirituale alle singole diocesi della santa Chiesa fu ben previsto dagli stessi
Padri del Concilio di Trento, i quali votarono all'unanimità il canone relativo,
nella XXIII sessione. A tal proposito il cardinale Sforza Pallavicino scrive:
Soprattutto fu comprovata l'istituzione dei Seminari; arrivando molti a dire
che, ove altro bene non si fosse tratto dal presente Concilio, questo solo
ricompensava tutte le fatiche e tutti i disturbi, come quell'unico strumento il
quale si conosceva per efficace a riparare la scaduta disciplina: essendo regola
certa, che in ogni repubblica tali abbiamo i cittadini, quali li alleviamo (Cf
P. SFORZA PALLAVICINO, Istoria del Concilio di Trento, ed. di A. M.
ZACCARIA, Tom. IV, Roma 1833, p. 344). Un altro segno, poi, della grande
fiducia riposta dalla sacra gerarchia nei Seminari per il rinnovamento della
Chiesa e l'elevazione della vita dei sacerdoti fu offerto dallo zelo intrepido
col quale, non appena chiuso il Concilio, si cercò di attuare le prescrizioni
del provvido decreto, in mezzo a difficoltà di ogni genere. Fu lo stesso sommo
pontefice Pio IV che diede tra i primi l'esempio, aprendo il suo seminario il 1°
febbraio 1565; lo aveva preceduto il suo nipote san Carlo Borromeo, a Milano,
nel 1564; e, in forma più modesta, i Vescovi di Rieti, Larino, Camerino e
Montepulciano. Seguì poco dopo l'erezione di altri Seminari da parte di Vescovi
solleciti della restaurazione delle proprie diocesi, mentre una eletta schiera
di uomini zelanti del bene della Chiesa veniva in loro aiuto. Tra questi ci
piace ricordare, per la Francia, il card. Pietro de Bérulle, Adriano Bourdoise,
san Vincenzo de' Paoli con i suoi preti della Missione, san Giovanni Eudes, l'Olier
con la Compagnia di San Sulpizio. In Italia, fu merito soprattutto di san
Gregorio Barbarigo, sulla fine del sec. XVII, l'aver prodigato cure indefesse
per il riordinamento dei Seminari di Bergamo e di Padova secondo le norme
fissate dal Concilio di Trento e l'esempio di san Carlo, tenute altresì presenti
le esigenze spirituali e culturali dei suoi tempi. L'esempio dato da questo
zelantissimo pastore agli altri Vescovi delle diocesi d'Italia conserva ancora
oggi tutto il suo valore, per aver egli saputo unire la fedeltà alle norme
tradizionali con sapienti iniziative, tra cui è da ricordare lo studio delle
lingue orientali, per una migliore conoscenza dei Padri e degli scrittori
ecclesiastici dell'oriente cristiano, in vista di un riavvicinamento religioso
tra la Chiesa cattolica e le comunità cristiane da lei separate. Di questo
insigne merito del grande Vescovo di Padova volle fare speciale menzione il
nostro predecessore Giovanni XXIII, di ven. mem., nell'omelia da lui tenuta in
occasione dell'iscrizione del Barbarigo nel catalogo dei santi (Cf AAS 62
(1960), pp. 458-459).
Al buon seme gettato dal Concilio di Trento nel campo fertile della Chiesa,
mediante il menzionato decreto, si deve altresì la fioritura di Seminari o
Collegi con finalità speciali, come quello di «Propaganda Fide» a Roma, delle
Missioni Estere a Parigi, e i Collegi per le varie nazioni sorti a Roma, in
Spagna, in Fiandra, così che l'intero complesso dei provvidenziali cenacoli di
formazione ecclesiastica, oggi esistenti nella Chiesa, ben può rassomigliarsi
all'albero della parabola evangelica, che, nato da un minuscolo seme, crebbe e
si estese in proporzioni stupende, tanto da ospitare tra i suoi rami
innumerevoli uccelli del cielo (Cf Mt 13,31-32). Dobbiamo pertanto
essere immensamente grati al Signore, se l'istituzione dei Seminari, decisa dai
Padri del Concilio di Trento, lungi dall'affievolirsi nei secoli seguenti,
travagliati in molte nazioni da ideologie e prassi di vita avverse alla dottrina
e alla missione salvifica della Chiesa, andò sempre più sviluppandosi, così da
superare ben presto i confini dell'Europa e accompagnare i progressi del
cattolicesimo nelle Americhe e negli stessi paesi di missione. Da parte sua la
Santa Sede si dette premura di impartire per i Seminari norme più rispondenti ai
bisogni spirituali e culturali del clero, secondo le circostanze dei tempi e dei
luoghi. In questo campo, che è senza dubbio uno tra i più delicati che lo
Spirito Santo, ispiratore di tutte le sagge disposizioni conciliari (Cf At
15,28), ha affidato in primo luogo al Supremo Pastore della Chiesa, è per noi un
dovere il ricordare le singolari benemerenze dei Nostri venerati Predecessori,
tra i quali rifulgono i nomi di Gregorio XIII, Sisto V, Clemente VIII, Urbano
VIII, Innocenzo XI, Innocenzo XIII, Benedetto XIII, Benedetto XIV, Clemente XIII,
Pio VI, Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII, san Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio
XII, Giovanni XXIII.
Non deve, quindi, recar meraviglia se i Seminari, fatti oggetto di sollecite
cure da parte della Sede Apostolica e di tanti zelanti Pastori sparsi per il
mondo cattolico, abbiano prosperato a decoro e vantaggio non soltanto della
Chiesa, ma della stessa società civile. È questa la pagina gloriosa, nella
storia dei Seminari, che il Nostro Predecessore Pio IX volle ricordare nella
Lettera Apostolica Cum Romani Pontifices del 28 giugno 1853, con la quale
istituiva il Seminario Pio. In essa, infatti, egli richiamava l'attenzione dei
governi e di tutte le persone amanti del vero bene dell'umana società su
quanto la retta e accurata formazione del clero sia utile per salvaguardare
l'incolumità e prosperità dell'augusta religione e della società umana, come
pure per difendere la vera e sana dottrina (Cf PII IX P.M. Acta, vol.
I, 1846-1854, p. 473).
Importanza attuale dei Seminari
Questo medesimo benefico nesso, che vincola il progresso sia religioso che
morale e culturale dei popoli al numero sufficiente di buoni e dotti ministri
del Signore, è stato nuovamente ricordato da Pio XI con queste memorande parole:
Infatti questa realtà è strettamente legata alla dignità, all'efficienza e
alla vita stessa della Chiesa; ma al tempo stesso è di somma importanza anche
per la salvezza dell'umanità: poiché gli immensi benefici ottenuti al mondo dal
Redentore Gesù Cristo vengono comunicati agli uomini soltanto mediante i
ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio (Lett. Apost. Officiorum
omnium: AAS 14 (1922), p. 449). Ben volentieri, perciò, facciamo nostra,
sull'esempio del Nostro Predecessore Pio XII, la sapientissima sentenza
pronunziata da Leone XIII, di imm. mem., a proposito dei Seminari: La sorte
della Chiesa è strettamente legata allo stato dei Seminari (Lett.
Paternae providaeque: Acta Leonis, 1899, p. 194; cf Pio XII, Lettera
all'Episcopato polacco, Per hos postremos annos: AAS 37 (1945), p. 207).
Orbene, mentre da una parte invitiamo tutti i nostri Fratelli nell'Episcopato, i
sacerdoti e i fedeli a rendere all'onnipotente Iddio, largitore di ogni bene,
debite azioni di grazie per i grandi benefici di cui è stata sorgente la
provvida istituzione dei Seminari, prendiamo occasione dalla presente
celebrazione centenaria per rivolgere a tutti una paterna esortazione. Vogliamo,
cioè, dire a tutti i membri della Chiesa cattolica che si sentano solidali
nell'opera di assistenza dei Seminari, di qualunque genere essa sia.
Indubbiamente sono i supremi Pastori delle diocesi, i rettori e direttori
spirituali dei Seminari, i docenti delle varie discipline a sentirsi per primi
impegnati nell'opera multiforme di conveniente sostentamento, di istruzione e di
educazione degli aspiranti al sacerdozio. Ma la loro azione è resa impossibile o
molto più ardua e meno efficace, se non è preceduta e affiancata dalla
cooperazione fervida e incessante dei parroci, dei sacerdoti, dei Religiosi e
dei laici che si dedicano all'insegnamento della gioventù, e in modo particolare
da quella dei genitori cristiani.
Necessità e dovere di creare l'ambiente favorevole al sorgere delle vocazioni
sacerdotali
In realtà, come non vedere che la vocazione sacerdotale, dal suo sorgere fino al
suo pieno sviluppo, pur essendo principalmente un dono di Dio, esige però la
generosa collaborazione di molti, sia del clero che del laicato? Infatti, mentre
la civiltà moderna ha diffuso in mezzo al popolo cristiano la stima e la
cupidigia dei beni di questo mondo, ha raffreddato in molti animi
l'apprezzamento dei beni soprannaturali ed eterni. Come allora potranno
spuntare numerose ed autentiche vocazioni sacerdotali in ambienti familiari e
scolastici, nei quali si esaltano quasi unicamente i valori e i benefici
inerenti alle professioni terrene? Quanto pochi, purtroppo, sono i cristiani che
riflettono seriamente sul monito del Salvatore divino: Che giova infatti
all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? (Mc
8,36) e come è difficile, in mezzo alle infinite distrazioni e seduzioni del
mondo, far propria la sentenza dell'Apostolo: Noi non fissiamo lo sguardo
sulle cose visibili, sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne (Cf
2 Cor 4,18). E non è forse aprendo la mente e il cuore alla visione e alla
speranza di celesti ricompense, che il Signore invitò i poveri pescatori di
Galilea a cooperare alla sua divina missione? Vedendo egli, infatti, i due
fratelli, Simone e Andrea, ch'erano pescatori, disse loro: Seguitemi, vi farò
pescatori di uomini (Mt 4,19). E a Pietro, che a nome anche degli
altri discepoli gli chiedeva qual sorte fosse loro riservata, dopo che avevano
abbandonato tutto per suo amore, Gesù diede la solenne assicurazione: In
verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il
Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su
dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele (Mt 19,28).
Pertanto, affinché nei cuori dei fanciulli e dei giovani germoglino e si
sviluppino la stima e il santo entusiasmo per la vita sacerdotale, è necessario
creare l'ambiente spirituale adatto, sia nella famiglia che nella scuola. In
altre parole, benché pochi cristiani siano chiamati al sacerdozio e allo stato
religioso, tutti però sono obbligati a vivere e giudicare secondo lo spirito di
fede soprannaturale (Cf Eb 10,38), e quindi a mostrare la più alta stima
e venerazione verso le persone che consacrano interamente la loro vita alla
propria santificazione, agli interessi spirituali dell'umanità e alla maggior
gloria di Dio. Solo così si diffonderà in mezzo al popolo cristiano il modo di
sentire di Cristo e sarà facilitata la fioritura delle vocazioni sacerdotali (Cf
1 Cor 2,16).
Natura della vocazione. Sua prima sorgente: Dio. Dovere della preghiera
Il primo dovere, però, che incombe a tutti i cristiani, in ordine alle vocazioni
sacerdotali, è quello della preghiera, secondo il precetto del Signore: La
messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe
che mandi operai nella sua messe! (Mt 9,37-38) In queste parole del
Redentore divino è chiaramente indicato che la prima sorgente della vocazione
sacerdotale è la misericordiosa e liberissima volontà di Dio stesso. Ecco perché
egli diceva ai suoi Apostoli: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e
vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga
(Gv 15,16). E san Paolo, pur esaltando il sacerdozio di Gesù Cristo su
quello dell'antica alleanza, faceva osservare che ogni legittimo sacerdote,
essendo di sua natura un mediatore tra Dio e gli uomini, dipende principalmente
dal beneplacito divino, affermando: Ogni sommo sacerdote, preso fra gli
uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano
Dio... Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da
Dio, come Aronne (Eb 5,1-4). Quanto, perciò, più eccellente e più
gratuita è la vocazione a partecipare al sacerdozio di Gesù Cristo, di cui lo
stesso Apostolo scrive: Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di
sommo sacerdote;... e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti
coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla
maniera di Melchisedek (Eb 5,5-9). Perciò a ragione scrive san
Giovanni Crisostomo, nel suo aureo trattato Sul sacerdozio: Il sacerdozio
infatti si svolge sulla terra, ma appartiene agli ordini celesti: e giustamente
di diritto. Infatti questo ufficio non è stato ordinato da un uomo, o da un
angelo, o da un arcangelo, o da qualsivoglia altra potestà creata, ma dal
Paraclito stesso: è stato lui ad ispirare quegli uomini a rivolgere i loro
pensieri al ministero degli angeli, pur restando uomini (De Sacerdotio,
lib. III, n. 4: PG 48, 642).
Ma a proposito della vocazione divina al sacerdozio, alla quale non si ha alcun
diritto, giova avvertire che essa non riguarda soltanto le facoltà spirituali
dell'eletto, cioè la sua intelligenza e la sua libera volontà, ma si estende
altresì alle sue facoltà sensitive e al corpo stesso, affinché tutta la persona
sia resa idonea al valido e degno adempimento degli ardui compiti del sacro
ministero, che spesso esige rinunzie e sacrifici, e talvolta l'immolazione
stessa della propria vita, sull'esempio del Buon Pastore, Cristo Gesù. Non è
pertanto da pensare che Dio chiami al sacerdozio fanciulli o giovanetti, i quali
o per difetto di sufficienti doti di mente e di cuore, o per evidenti tare
psicopatiche, o per gravi difetti organici, non fossero poi in grado di
soddisfare debitamente ai loro diversi uffici e di osservare gli oneri congiunti
allo stato ecclesiastico. Al contrario, è confortante ritenere con l'Angelico
Dottore che si avveri per ogni eletto al sacerdozio quanto l'Apostolo aveva
asserito dei primi predicatori del vangelo. Scrive, infatti, san Tommaso: Dio
prepara e dispone coloro che egli sceglie per qualche missione, in modo tale che
siano trovati idonei per il compito al quale sono scelti, secondo l'affermazione
di 2 Cor 3,6: Ci ha resi ministri adatti di una nuova alleanza (Summa
Theol., III, q. 27, a. 4 c.).
Necessità e obbligo della tempestiva cultura
Oltre però a creare l'ambiente adatto alle vocazioni ecclesiastiche e a
propiziare la grazia del Signore su nuove schiere di leviti, i genitori e i
pastori di anime, o quanti hanno uffici di responsabilità verso i fanciulli e i
giovani dovranno, nella misura delle loro possibilità, darsi premura di avviarli
al Seminario o a qualche Istituto Religioso non appena dessero chiari segni di
aspirazione e di idoneità al sacerdozio. Solo in tal modo essi saranno
salvaguardati dalla corruttela del mondo e potranno coltivare il germe della
divina chiamata nel luogo più adatto. È allora che ha inizio il compito proprio
dei superiori, del direttore spirituale e dei docenti, quello cioè di discernere
più accuratamente i segni dell'elezione da parte di Cristo nei suoi futuri
ministri e di aiutare i medesimi a prepararsi degnamente all'eccelsa missione.
Questa complessa opera di educazione fisica, religiosa, morale e intellettuale
da impartirsi nel Seminario, è ben indicata dal canone del decreto Tridentino
nelle parole: Ravvivare ed educare religiosamente e formare nelle discipline
ecclesiastiche (MANSI, Amplissima Coac. Colleet., 23, 147).
Vocazione sacerdotale e retta intenzione
Ma ecco un quesito di somma importanza: Qual è il segno più caratteristico,
indispensabile della vocazione sacerdotale, sul quale perciò dovrà posarsi di
preferenza lo sguardo di quanti attendono in Seminario all'istruzione e alla
formazione dei giovani alunni, e soprattutto del direttore di spirito? Esso è
indubbiamente la retta intenzione, la volontà cioè chiara e decisa di
consacrarsi interamente al servizio del Signore, come si può rilevare dal
decreto conciliare che prescrive non doversi ammettere nel Seminario se non i
giovanetti il cui temperamento e la cui volontà diano la speranza che si
dedichino per sempre ai ministeri ecclesiastici (Conc. Oecumen. Decr.;
Centro di Documentazione, Istituto per le Scienze Religiose, Herder, 1962, p.
726, 38-39). Perciò, parlando di questa retta intenzione, il Nostro Predecessore
Pio XI, nella sua celebrata enciclica Ad catholici sacerdotii, non esitò
ad affermare: Come appare evidente, è da ritenere davvero chiamato da Dio al
ministero sacerdotale colui che desidera entrare in questa sacra istituzione con
la sola nobile intenzione di donarsi al servizio divino e alla salvezza delle
anime, e nello stesso tempo abbia conseguito o si impegni a coltivare una solida
pietà e una provetta castità di vita e, come abbiamo detto, una conveniente
istruzione dottrinale (Lett. Enc. Ad catholici sacerdotii: AAS 28
(1936), p. 40).
Certezza morale della vocazione sacerdotale e chiamata del Vescovo
Però, se per l'accettazione in Seminario è sufficiente che i giovanetti rivelino
almeno un primo germe di retta intenzione e di indole idonea al ministero sacro
e agli obblighi che ne conseguono, per l'ammissione agli Ordini, e specialmente
al Presbiterato, i candidati devono mostrare al Vescovo o al Superiore Regolare
una maturità tale di santi propositi e di progresso nella pietà, nello studio e
nella disciplina, da infondere in essi la certezza morale che davanti a loro sta
l'eletto del Signore (Cf 1 Sam 16,6). Ed invero, quale tremenda
responsabilità è quella dell'Ordinario, cui spetta il dovere di pronunziare il
giudizio definitivo sui segni della vocazione divina nell'ordinando e cui è
riservato il diritto di chiamarlo al sacerdozio, rendendo così autentica e
operante davanti alla Chiesa una chiamata divina ch'è andata lentamente
maturando! In questo senso ben poteva il Catechismo del Concilio di Trento
asserire: Si dice che sono chiamati da Dio coloro che sono chiamati dai
legittimi ministri della Chiesa (Catech. Conc. Trid., p. III, de
Ordine, 3). Anche oggi, dinanzi alle deplorabili defezioni di alcuni
ministri del santuario, che una maggiore severità nella scelta e nella
formazione avrebbe potuto prevenire, i Pastori delle diocesi terranno utilmente
presente il severo monito rivolto da san Paolo a Timoteo: Non aver fretta di
imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui (1
Tm 5,22).
Altri elementi necessari alla maturità della vocazione
Dopo questo breve richiamo all'elemento indispensabile della vocazione
sacerdotale, ch'è la volontà chiara, decisa, costante di abbracciare lo stato
sacerdotale, principalmente mirando alla gloria di Dio, alla salvezza dell'anima
propria e dei propri fratelli, anzi, di tutti i redenti dal Sangue preziosissimo
del Salvatore divino, non sarà fuor di luogo un accenno agli altri elementi che
concorrono alla perfetta preparazione del futuro ministro dell'altare. Di questo
problema importantissimo per la vita della Chiesa, si sono occupati più volte i
Nostri Predecessori e sono a tutti ben noti i documenti più recenti da essi
emanati, come l'Enciclica Ad catholici sacerdotii (AAS 28 (1936), pp.
5-53) di Pio XI, l'esortazione Menti nostrae (AAS 42 (1950), pp. 657-702)
di Pio XII, l'Enciclica Sacerdotii nostri primordia di Giovanni XXIII (AAS
51 (1959), pp. 545-579). È poi all'esame del Concilio Ecumenico Vaticano II uno
schema di costituzione De sacrorum alumnis formandis, la cui
approvazione, completando per i nostri tempi le provvide disposizioni del
decreto Tridentino e dei vari documenti della Sede Apostolica, che ad esso
seguirono, sarà destinata a suscitare un notevole balzo in avanti anche
nell'opera di reclutamento delle vocazioni ecclesiastiche e in quella, ancor più
importante e impegnativa, della loro congrua formazione sia ascetica e
liturgica, che intellettuale e pastorale. Nell'attesa fiduciosa delle
sapienti deliberazioni conciliari anche a riguardo dei Seminari, crediamo essere
dovere impellente del Nostro supremo ufficio pastorale, quello di invitare
quanti attendono all'educazione dei giovani aspiranti al sacerdozio, a ben
considerare taluni pericoli che minacciano la efficacia della pedagogia in uso
nei Seminari e gli elementi che in tale formazione occorre coltivare con
maggiore diligenza.
Pericoli e deviazioni
Quanto ai pericoli che, quali erbe malefiche, oggi più che nel passato, tendono
a invadere il campo aperto ad ogni semente, ch'è l'animo dell'adolescente,
segnaliamo lo spirito di critica verso tutto e verso tutti, che insidia la sua
intelligenza. Nella volontà, poi, anche dei più piccoli, dobbiamo lamentare
l'insofferenza di ogni vincolo morale, provenga esso dalla legge naturale o
dalla autorità ecclesiastica o civile, e quindi l'aspirazione ad una libertà di
azione senza freni. Indebolite in tal modo le facoltà superiori nelle loro
spirituali ascensioni verso le vette del vero e del bene, non fa meraviglia che
le potenze sensitive, sia interne che esterne, sfuggano il doveroso controllo
della retta ragione e della buona volontà, essendosi queste facoltà sottratte
per prime al continuo ed efficace influsso della grazia e delle virtù
soprannaturali. Ecco allora che la condotta dell'adolescente appare proclive a
modi di parlare e di agire che discordano dalle norme di umiltà, di obbedienza,
di modestia, di castità convenienti alla dignità di un essere ragionevole e
soprattutto di un cristiano, il cui stesso organismo corporeo è divenuto per la
grazia membro di Gesù Cristo e tempio dello Spirito Santo. Come non avvertire in
simili manifestazioni di una psicologia giovanile superficiale o persino
disordinata, i sintomi di una futura personalità che accamperà molti diritti e
ammetterà pochi doveri, e quindi un pericolo molto grave per il sorgere e lo
sviluppo di convinte e generose vocazioni sacerdotali? Occorre pertanto opporsi
vigorosamente a tutto ciò che minaccia seriamente la sana educazione della
gioventù, specialmente quando si tratta di quella chiamata da Cristo alla
continuazione della sua opera di redenzione.
Rimedi: virtù naturali e soprannaturali da coltivare
Ma con quali mezzi si dovranno ottenere queste mete? È dovere anzitutto dei
genitori e degli insegnanti impegnarsi a coltivare nei loro figli o alunni, e
specialmente in coloro che manifestano un'indole più docile, più generosa e
incline all'ideale del sacerdozio, lo spirito di preghiera, di umiltà, di
ubbidienza, di dedizione e di sacrificio. Sarà perciò dovere dei superiori e
degli insegnanti del Seminario, non soltanto di conservare e sviluppare nei
giovanetti, che vi sono stati ammessi, le doti sopra accennate, ma di curare
altresì che col progredire degli anni compaiano e si affermino nell'animo del
candidato ai sacri ordini altre qualità, da ritenersi come essenziali ad una
solida e completa formazione morale. Tra queste riteniamo di più fondamentale
importanza lo spirito di riflessione e di retta intenzione nell'agire; la libera
e personale scelta del bene, anzi del meglio; la padronanza della propria
volontà e dei sensi di fronte alle suggestioni dell'amor proprio, del cattivo
esempio altrui, delle suggestioni al male provenienti sia dalla natura recante
le conseguenze del peccato originale, sia dal mondo e dallo spirito del male,
che ancor oggi circuisce con particolare accanimento i prediletti del Signore,
desideroso della loro rovina. Nei riguardi poi del prossimo, colui che
aspira ad essere con Cristo e per Cristo testimone dinanzi al mondo della verità
che fa liberi e salva (Cf Gv 18,37; 8,32), dovrà essere educato al culto
della verità sia nelle parole che nelle azioni, e quindi alla sincerità, alla
lealtà, alla coerenza, alla fedeltà, secondo l'esortazione di san Paolo al suo
diletto Timoteo: Richiama alla memoria queste cose, scongiurandoli davanti a Dio
di evitare le vane discussioni, che non giovano a nulla, se non alla perdizione
di chi le ascolta. Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di
approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso
dispensatore della parola della verità (2 Tm 2,14-15).
Necessaria simultaneità della formazione umana, cristiana, sacerdotale
Ma in quest'opera di purificazione, o di preservazione dell'animo
dell'adolescente dai pericolosi germogli del peccato e del vizio, e di
seminagione e di coltura delle piante salutari, si dovrà fare il debito
affidamento sulle buone qualità insite nell'umana natura, affinché tutto
l'edificio spirituale poggi anche sulle solide basi delle virtù naturali.
Torna in proposito quanto mai opportuna la sapiente affermazione dell'Aquinate:
Siccome la grazia non prescinde dalla natura, ma la perfeziona, occorre che
la naturale inclinazione dell'intelletto si metta a servizio della fede, come
anche la naturale inclinazione della volontà si conformi alla carità (Summa
Theol., I, q. 1, a. 8 c.). Tuttavia le buone qualità e virtù naturali
non devono essere sopravvalutate, quasi che il successo vero e duraturo del
ministero sacerdotale dipendesse in misura prevalente da umane risorse; come
parimenti è da tener ben presente che non è possibile educare perfettamente
l'animo della gioventù alle stesse virtù naturali della prudenza, della
giustizia, della fortezza, della temperanza, dell'umiltà, della mansuetudine e
delle altre virtù che sono ad esse connesse, facendo ricorso ai soli principi
della retta ragione e ai metodi delle umane discipline, quali sono la psicologia
sperimentale e la pedagogia. È infatti dottrina cattolica che senza la
grazia sanante del Salvatore nostro non si è in grado di compiere tutti i
comandamenti della stessa legge naturale e quindi di acquistare perfette e
solide virtù (Cf Summa Theol., I-II, q. 109, a. 4 c). Da questo
inconcusso principio scaturisce una conseguenza di grande valore pratico, cioè:
la formazione dell'uomo deve andare di pari passo con quella del cristiano e del
futuro sacerdote, affinché le energie naturali siano purificate e coadiuvate
dalla preghiera, dalla grazia dei sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia
frequentemente ricevuti e dall'influsso delle virtù soprannaturali, e queste
trovino nelle virtù naturali un presidio ed insieme un aiuto nel loro
funzionamento. Ma non basta! Occorre altresì, come ammonisce l'Apostolo, che
le energie naturali, sia intellettuali che volitive, siano docili alle direttive
della fede e all'impulso della carità, affinché tutte le nostre azioni, compiute
nel nome del Signor Nostro Gesù Cristo, siano meritorie del premio eterno (Cf
Col 3,17; 1 Cor 13,1-3).
Educazione allo spirito di sacrificio e alla imitazione di Gesù Cristo
Evidentemente quanto abbiamo asserito è da tenersi ben presente da coloro che
sono chiamati ad essere con il Salvatore divino vittime di amore e di ubbidienza
per la salvezza degli uomini; e a vivere nella castità verginale ed in un
esemplare distacco, sia interiore che esteriore, dalle vane ricchezze di questo
mondo, affinché il loro ministero sia più degno e più ricco di frutti salutari.
Per questo motivo si esigerà da loro un giorno non solo che tutte le loro buone
qualità siano poste a servizio del sacro ministero, ma che siano pronti a
sacrificare anche non pochi legittimi desideri della natura e a sopportare
travagli e persecuzioni pur di compiere fedelmente e generosamente l'ufficio del
Buon Pastore. Ogni fedele ministro di Gesù Cristo deve poter ripetere con san
Paolo: Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono
fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il
vangelo, per diventarne partecipe con loro (1 Cor 9,22-23). Questa
è stata altresì la condotta di tanti Vescovi e sacerdoti, che la Chiesa propone
in esempio a tutto il ceto ecclesiastico, elevandoli alla gloria degli altari.
Luce del modo
Tale è, nei suoi tratti essenziali, l'altissimo compito di formazione
disciplinare e spirituale, affidato al rettore e al direttore spirituale del
Seminario sotto la suprema direzione del Vescovo. Esso, però, deve essere
integrato dalla collaborazione dei docenti delle varie discipline, per quanto
riguarda il debito sviluppo di tutte le facoltà conoscitive dell'alunno
candidato al sacerdozio. Frutto allora dell'intelligente e armonica
collaborazione tra educatori e professori sarà la formazione completa del
giovane, la sua personalità, non semplicemente umana e cristiana, ma soprattutto
sacerdotale, ch'è tutta pervasa dalla luce della divina rivelazione, da cui
dipende principalmente che l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per
ogni opera buona (2 Tm 3,17). È, infatti, da tener presente qιanto
afferma il Crisostomo: L'animo del sacerdote bisogna che risplenda come una
luce che illumina tutto il mondo (De Sacerdotio, lib. VI, n. 4: PG
48, 681).
Studi
Del patrimonio culturale del giovane sacerdote devono far parte, indubbiamente,
una discreta conoscenza delle lingue, e particolarmente della lingua latina
specialmente per i sacerdoti di rito latino; inoltre il possesso delle
principali cognizioni storiche, scientifiche, matematiche, geografiche e
artistiche che ai tempi nostri sono proprie delle persone colte, secondo le
rispettive nazioni. Ma la ricchezza precipua della mente di un sacerdote deve
essere costituita dalla sapienza umana e cristiana, ch'è frutto di una solida
formazione filosofica e teologica secondo il metodo, la dottrina e i principi di
san Tommaso, in perfetta adesione agli insegnamenti della rivelazione divina e
del magistero della Chiesa. Di questa formazione teologica fanno parte altresì
essenziale o complementare varie discipline, quali la esegesi biblica secondo le
regole dell'ermeneutica cattolica, il diritto canonico, la storia ecclesiastica,
la liturgia, l'archeologia, la patrologia, la storia dei dogmi, la teologia
ascetica e mistica, l'agiografia, la sacra eloquenza, ecc.
Partecipazione alla vita diocesana
Avvicinandosi poi l'ammissione agli Ordini maggiori, e nei primi anni dopo
ricevuto il presbiterato, si dovrà iniziare l'alunno ai problemi della teologia
pastorale e agevolargli una partecipazione sempre più ampia e responsabile alla
vita diocesana, cioè al culto liturgico, alla istruzione catechistica, alla
assistenza della gioventù di azione cattolica, alle opere di apostolato a favore
delle missioni, in modo che gradualmente, ed insieme tempestivamente, il futuro
pastore di anime conosca il campo della propria attività e vi si prepari
adeguatamente. A questo scopo gli sarà inoltre di grande aiuto una buona
conoscenza del canto Gregoriano e della musica sacra. Egli allora imparerà a
dare ai suoi studi una maggiore unità ed un più efficace orientamento pastorale,
ben persuaso che tutto in lui deve avere come ultimo scopo l'avvento del Regno
di Cristo e di Dio, secondo il saggio avvertimento di san Paolo: Tutto è
vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio (1 Cor 3,22-23). Sì,
mentre oggi si vanno misconoscendo sempre più i diritti di Dio nei vari campi
dell'attività umana, è necessario che il sacerdote rifulga nel mondo come
altro Cristo e uomo di Dio (1 Tm 6,11).
Santità esimia
Santità e scienza dovranno, dunque, essere le prerogative di chi è chiamato a
divenire ambasciatore del Verbo di Dio, Redentore del mondo. Santità esimia, in
primo luogo, superiore cioè a quella dei fedeli laici e dei semplici religiosi,
poiché, come osserva giustamente il Dottore Angelico: Se il religioso non ha
l'ordine, ciò dimostra che la preminenza dell'ordine eccelle, quanto a dignità.
Perché con il sacro ordine uno viene deputato a ministeri degnissimi, con i
quali si serve a Cristo stesso nel sacramento dell'altare (Summa Theol.,
II-II, q. 184, a. 8 c.). Perciò una ferventissima devozione all'Eucaristia dovrà
risplendere nella vita di colui che aspira a divenirne il consacratore e il
dispensatore; e, con la devozione al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo, anche
quelle, che tanto bene con essa si armonizzano, cioè al Nome di Gesù e al suo
sacratissimo Cuore.
Elogi ed esortazioni, preghiera e carità fraterna
A coronamento di queste nostre esortazioni, desideriamo rivolgere una parola di
paterno compiacimento a quanti lavorano con zelo e non lievi sacrifici
nell'opera di reclutamento e di educazione delle vocazioni sacerdotali, sia del
clero secolare che di quello regolare; uno speciale elogio vada a coloro che
svolgono simili compiti nelle regioni, dove vi è maggiore scarsità di clero o
dove è più arduo e spesso pericoloso il procurare alla Chiesa nuovi ministri del
santuario. Vada altresì il nostro plauso a coloro che, in ossequio alle
direttive e agli incitamenti della Sacra Congregazione dei Seminari e delle
Università degli Studi, con pubblicazioni e congressi cercano di perfezionare i
metodi di formazione dei seminaristi, in conformità con le particolari esigenze
dei tempi e dei luoghi, e col progresso delle discipline pedagogiche, ma sempre
nel dovuto rispetto dello scopo e dello spirito propri della vita sacerdotale
per il maggior bene della Chiesa. A voi, infine, dilettissimi figli, che
raccolti in preghiera assidua e carità fraterna entro le sacre mura del
Seminario, come lo erano gli Apostoli nel Cenacolo, vi preparate, sotto lo
sguardo materno della Regina degli Apostoli, a ricevere il sovrumano potere di
consacrare il Corpo e il Sangue del Signore e di rimettere i peccati, ed insieme
una più larga effusione della grazia dello Spirito Santo che vi abiliti a
compiere degnamente il ministero della riconciliazione (2 Cor
5,18) diciamo con san Paolo: Ciascuno rimanga nella condizione in cui era
quando, fu chiamato (1 Cor 7,29). Docilità e fedeltà alla chiamata di
Dio sono, infatti, indispensabili per chiunque voglia cooperare più intimamente
con Gesù Cristo alla salvezza delle anime ed assicurarsi una più fulgida corona
di gloria nella eternità. Apprezzate il dono mirabile che il Signore vi ha
fatto, fin dai vostri giovani anni, servitelo nella gioia e nell'esultanza
(Cf Sal 99,2). Infine, mentre vi esortiamo, o Venerabili Fratelli, a
tradurre in pratica nelle vostre diocesi questi ammonimenti, che unicamente
l'amore della Chiesa Ci ha dettati, manifestiamo a voi, ai fedeli affidati alle
vostre cure e soprattutto ai seminaristi, la nostra viva benevolenza in pegno
della quale di gran cuore a tutti impartiamo la Benedizione Apostolica.
Roma, presso San Pietro, nella festa di san Carlo Borromeo, il 4 novembre 1963,
anno primo del Nostro Pontificato.
PAOLO PP. VI
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