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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
Egregi Rappresentanti Religiosi,
1. In quella pace che il mondo non può donare, saluto tutti voi qui riuniti in
Piazza San Pietro, al termine dell'Assemblea Interreligiosa tenutasi negli
scorsi giorni. Per tutti gli anni del mio pontificato, e in modo particolare
durante le mie Visite Pastorali nelle diverse parti del mondo, ho avuto la
grande gioia di incontrare innumerevoli cristiani e i membri di altre religioni.
Oggi quella gioia è rinnovata qui, presso la tomba dell'Apostolo Pietro, il cui
ministero nella Chiesa ho il compito di proseguire. Sono lieto di incontrare
tutti voi e rendo grazie a Dio Onnipotente che ispira il nostro desiderio per
una comprensione e un'amicizia reciproche.
Sono consapevole del fatto che molti stimati capi religiosi hanno compiuto
lunghi viaggi per essere presenti a questa cerimonia conclusiva dell'Assemblea
Interreligiosa. Sono grato a tutti coloro che si sono adoperati per promuovere
lo spirito che rende possibile questa Assemblea. Abbiamo appena ascoltato il
Messaggio che è il frutto delle vostre deliberazioni.
2. Ho sempre ritenuto che le guide religiose avessero un ruolo importante nell'alimentare
quella speranza di giustizia e pace senza la quale non vi sarà nessun futuro
degno dell'umanità. Mentre il mondo è giunto alla conclusione di un
millennio e all'inizio di uno nuovo, è bene guardare indietro con calma, in
modo da valutare attentamente la situazione attuale e procedere insieme nella
speranza verso il futuro.
Esaminando la situazione dell'umanità, è eccessivo parlare di una crisi di
civiltà? Osserviamo grandi progressi tecnologici, ma non sempre sono
accompagnati da grandi progressi spirituali e morali. Osserviamo inoltre un
crescente divario tra ricchi e poveri, a livello di persone e di nazioni. Molti
compiono grandi sacrifici per mostrare solidarietà con chi vive in povertà o
soffre per la fame o la malattia, tuttavia manca ancora la volontà collettiva
di superare le scandalose disuguaglianze e di creare nuove strutture che
permetteranno a tutti di partecipare in modo giusto alle risorse del mondo.
Poi vi sono i numerosi conflitti che scoppiano continuamente in tutto il mondo:
guerre tra nazioni, lotte armate all'interno delle nazioni, conflitti che
permangono come ferite in suppurazione e richiedono una cura che tarda a venire.
Inevitabilmente sono i più deboli a soffrire di più in questi conflitti,
specialmente quando sono scacciati dalle proprie case e costretti a fuggire.
3. Di certo non è così che dovrebbe vivere l'umanità. Non è quindi giusto
affermare che esiste una crisi di civiltà che può essere contrastata solo con una
nuova civiltà dell'amore, fondata sui valori universali della pace, della
solidarietà, della giustizia e della libertà (cfr
Tertio Millennio
adveniente, n. 52)? Qualcuno sostiene che la religione è parte del problema, ostacolando il cammino dell'umanità verso l'autentica pace e prosperità. Come uomini di fede, è nostro compito dimostrare che non è così.
Qualsiasi uso fatto della religione per sostenere la violenza è un suo abuso.
La religione non è, e non deve diventare, un pretesto per i conflitti,
soprattutto quando l'identità religiosa, culturale ed etnica coincidono. La
religione e la pace vanno di pari passo: dichiarare guerra in nome
della religione è un'evidente contraddizione (cfr
Ai Partecipanti
della Sesta Assemblea della Conferenza Mondiale su Religione e Pace, 3
novembre 1994, n. 2). I capi religiosi devono dimostrare chiaramente di essere
impegnati a promuovere la pace proprio a motivo della loro fede religiosa.
Il compito che dovremo affrontare sarà quello di promuovere una cultura del
dialogo. Da soli e tutti insieme, dobbiamo dimostrare che la fede religiosa
ispira la pace, incoraggia la solidarietà, promuove la giustizia e sostiene la
libertà.
Tuttavia l'insegnamento da solo, per quanto possa essere indispensabile, non
basta. Occorre tradurlo in azione. Il mio venerato predecessore Papa Paolo VI ha
osservato che ai giorni nostri le persone prestano più attenzione ai testimoni
che ai maestri, che ascoltano i maestri se questi sono anche testimoni (cfr
Evangelii
nuntiandi, n. 41). Basti pensare all'indimenticabile testimonianza di
persone come Mahatma Gandhi o Madre Teresa di Calcutta, tanto per menzionare
solo due dei personaggi che hanno avuto un grande impatto sul mondo.
4. Inoltre, la forza della testimonianza sta nel fatto che essa è condivisa. È
un segno di speranza che in molte parti del mondo siano state create delle
associazioni interreligiose al fine di promuovere la riflessione e l'azione
comune. In alcuni luoghi i capi religiosi hanno agito da mediatori tra le parti
in guerra. Altrove si fa fronte comune per proteggere i nascituri, per sostenere
i diritti delle donne e dei bambini, per difendere gli innocenti. Sono convinto
che l'accresciuto interesse per il dialogo tra le religioni sia uno dei segni di
speranza presenti nell'ultima parte di questo secolo (cfr Tertio Millennio
adveniente, n. 46). Occorre tuttavia andare oltre. Una maggiore stima
reciproca e una crescente fiducia devono portare a un'azione comune sempre più
efficace e coordinata a nome della famiglia umana. La nostra speranza non nasce solo dalle capacità del cuore e della mente umana, ma possiede una dimensione divina che è bene riconoscere. Quelli tra noi che sono cristiani credono che tale speranza sia un dono dello Spirito Santo, che ci chiama ad allargare i nostri orizzonti, a guardare oltre i bisogni nostri e delle nostre comunità particolari, all'unità dell'intera famiglia umana.
L'insegnamento e l'esempio di Gesù Cristo hanno donato ai cristiani un chiaro
senso della fratellanza universale di tutti i popoli. La consapevolezza che lo
Spirito di Dio opera dove vuole (cfr Gv 3, 8) ci impedisce di esprimere
giudizi affrettati e pericolosi, poiché suscita l'apprezzamento di ciò che è
nascosto nel cuore altrui. Ciò apre la via alla riconciliazione, all'armonia e
alla pace. Da questa consapevolezza spirituale scaturiscono compassione e
generosità, umiltà e modestia, coraggio e perseveranza. Sono queste le qualità
di cui l'umanità ha più che mai bisogno entrando nel nuovo millennio.
5. Mentre siamo qui riuniti, persone provenienti da numerose nazioni in
rappresentanza di molte religioni del mondo, come possiamo non ricordare
l'incontro di Assisi tenutosi tredici anni fa per la Giornata Mondiale di
Preghiera per la Pace? Da allora, lo "spirito di Assisi" è stato
mantenuto vivo attraverso varie iniziative nelle diverse parti del mondo. Ieri,
quelli di voi che hanno partecipano all'Assemblea Interreligiosa si sono recati
ad Assisi, proprio nell'anniversario di quel memorabile incontro del 1986. Siete
andati ad affermare ancora una volta lo spirito di tale incontro e a trarre
nuova ispirazione dalla figura del Poverello d'Assisi, l'umile e gioioso
san Francesco. Permettetemi di ripetere quanto ho già affermato alla fine di
quella giornata di digiuno e di preghiera: Speriamo che questo pellegrinaggio ad Assisi ci abbia insegnato di nuovo ad essere coscienti della comune origine e del comune destino dell'umanità. Cerchiamo di vedere in esso un'anticipazione di ciò che Dio vorrebbe che fosse lo sviluppo storico dell'umanità: un viaggio fraterno nel quale ci accompagniamo gli uni gli altri verso la meta trascendente che egli stabilisce per noi" (In conclusione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace, Assisi, 27 ottobre 1986, n. 5). L'incontro odierno in Piazza San Pietro è un ulteriore passo lungo quel cammino. Nelle molteplici lingue della preghiera, chiediamo allo Spirito di Dio di illuminarci, di guidarci e di darci forza, affinché come uomini e donne che traggono la loro ispirazione dalla fede religiosa, possiamo lavorare insieme per costruire il futuro dell'umanità nell'armonia, nella giustizia, nella pace e nell'amore.
© Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana
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