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RADIOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE
GIOVANNI XXIII
ALLA POPOLAZIONE DI MESSINA
IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO DEL 28 DICEMBRE 1908

Domenica, 28 dicembre 1958

 

Ai diletti figli della città di Messina
il Nostro saluto e la Nostra paterna Benedizione!

Quando, nel lontano 1906, accompagnando il Pastore della Nostra Diocesi Bergomense in pellegrinaggio verso la Terra Santa, sostammo nella vostra città per venerarvi la prodigiosa immagine della Madonna della Lettera, eravamo ben lontani dall'immaginare l'immensità di dolori che quella incantevole terra teneva nascosti nel suo seno per voi col terribile terremoto, che due anni dopo doveva colpirvi. E tanto meno potevamo pensare che sarebbe toccato a Noi, da questa Cattedra Apostolica, parlarvi a cinquant'anni di distanza da quell'immane disastro, in una data che, per i dolorosi ricordi che rievoca, vela con una nube di tristezza i gaudi santi di queste solennità natalizie.

Fa onore alla vostra sensibilità di cristiani, e alla vostra squisita umanità, il significato che voi avete voluto dare a questa celebrazione cinquantenaria: più che rievocazione storica di un episodio tragico che commosse il mondo, essa vuol essere anzitutto un omaggio di pietà alla memoria delle vittime, che formano l'aspetto più commovente di quella catastrofe.

Comprendiamo pienamente la commozione vostra in questo giorno, diletti Figli, Noi che nel Nostro animo ancora conserviamo vivo il ricordo dello schianto che sentimmo nel cuore, quando giunse la notizia di quel tragico mattino del 28 dicembre 1908, in cui la furia devastatrice del terremoto si abbatté spietata su voi e sulla città sorella della opposta sponda, seminando lutti e rovine. Quel solo disastro bastò ad accumulare più rovine di qualsiasi cataclisma, che la storia della vostra città dolorosamente ricordi. Ed allorché apparve la luce del giorno, uno spettacolo terrificante si presentò allo sguardo: quella che poche ore prima era una delle più belle città d'Italia, giaceva ormai irriconoscibile in un ammasso informe di macerie, come avvolta in un manto funereo che ricopriva una ecatombe di vittime, per le quali d'improvviso il letto si fece bara e tomba la casa. Un brivido di commozione percorse il mondo. L'Italia tutta pianse. Oh, come allora veramente poteva applicarsi per le due grandi città colpite, il grido del Profeta che la Liturgia ricordava in quel giorno: « Vox in Rama audita est, ploratus et ululatus multus; Rachel plorans filios suos, et noluit consolari quia non sunt » [1].

Considerando tanta catastrofe, all'uomo non resta che chi¬nare la fronte dinnanzi agli imperscrutabili disegni di Dio, e, pur non comprendendoli, ripetere : « Iustus es, Domine, et rectum iudicium tuum » [2]. Ma se la sventura che colpì la vostra città fu grande, grande pure fu lo spettacolo di abnegazione, di eroismo e di virtù, che il vostro dolore seppe suscitare nel mondo intero in quei giorni. Vogliamo riferirCi a quella grandiosa e meravigliosa opera di soccorso, che strinse come in un sol cuore genti le più diverse, ricchi e poveri, umili e potenti. O ammirabile sapienza di Dio, che anche a traverso le prove più dure sa attuare i piani della sua infinita misericordia a favore di noi, povere creature! Se la tragica sorte della vostra città ha saputo così affratellare gli uomini e suscitare tante energie di bene; se ha fatto rinascere in molti la fiducia nella generosità — e di essi il mondo ha bisogno più che materiale —, ciò sta a provare che non inutile fu la invano voi avete pagato il vostro tributo di dolore.

Fra i tanti, i cui nomi rimangono scritti a caratteri d'oro negli annali della vostra martoriata città, non possiamo fare a questo momento, di ricordare l'angelica figura del Nostro Predecessore S. Pio X, che più di ogni altro fece sentire a voi il conforto della carità cristiana, di quella vera carità che si offre e non ha misure, che sa toccare i cuori. Egli, che fanciullo conobbe gli stenti della povertà, che sempre e dovunque sentì profondamente le miserie del popolo e fece della carità la caratteristica precipua della sua vita, in quei giorni di terrore e di lutto non conobbe tregua o riposo nel tergere lacrime; fu il padre degli orfani, il consolatore dei derelitti, mentre la voce di mondo — come dice un'iscrizione — lo acclamava «Calabriae ac Siciliae adiutor et pater ».

Accanto alla mano paterna e benefica del rappresentante i Gesù, non mancò anche — voi ben lo sapete — la mano invisibile di una tenera madre; era la mano di Colei, che padri da secoli scelsero come Regina e Patrona, la della Lettera, che mille volte sorresse la città nelle ore tragiche ed alla quale nell'ora certamente più funesta della vostra storia, voi quasi istintivamente vi rivolgeste, quando tutto era crollato intorno, e, unico bene superstite, vi rimaneva il conforto della fede.

Voi avete un gran debito verso questa celeste Madre, Signora della vostra città.

É giusto pertanto che all'omaggio doveroso per le vittime oggi, o diletti figli, anche l'inno della riconoscenza. La gratitudine per il passato è pegno di fiducia per il futuro. « Dio esige da noi che lo ringraziamo dei benefici ricevuti » non perchè abbia bisogno dei nostri ringraziamenti, ma « affinché inducano a concederne anche dei maggiori » [3]. Vi è da sperare adunque che la Madre di Dio, accettando il vostro ringraziamento, non lascerà incompleta la sua opera, ma proseguirà ad accordarvi il suo materno patrocinio.

Bisogna però che la speranza vostra non sia presunzione; bisogna cioè che voi, accogliendo il consiglio che Ella dava alle nozze di Cana, facciate tutto ciò che Gesù vi dice [4], Ed Egli vi dice di fuggire il peccato, causa principale dei grandi castighi, di amare Dio al di sopra di tutte le cose, di riporre in Lui solo la vostra speranza e la vostra difesa contro le calamità, poichè « nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt qui aedificant eam; nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam » [5]. Vi dice inoltre che in quest'ora tremenda in cui lo spirito del male adopera ogni mezzo per distruggere il Regno di Dio, debbono essere impegnate tutte le energie per difenderlo, se volete evitare alla vostra città rovine immensamente più grandi di quelle materiali disseminate dal terremoto cinquant'anni or sono. Quanto più arduo sarebbe allora riedificare le anime, una volta che fossero staccate dalla Chiesa e rese schiave delle false ideologie del nostro tempo.

Sarà così, o diletti figli, che nella vostra città risorta a nuova vita, sacra alla Vergine e sacra ancora alla memoria delle innumerevoli vittime che oggi commemorate, potrà regnare e trionfare « tutto quello che è vero, tutto quello che è onesto, tutto quello che è giusto, tutto quello che è santo, tutto quello che rende amabile ... e il Signore della pace sarà don voi » [6].

Affinché questi Nostri voti trovino generosa rispondenza nelle vostre anime, a voi tutti, diletti figli, ed in particolare al vostro venerando Presule Monsignor Angelo Paino, e al suo confratello Monsignor Giovanni Ferro, arcivescovo di Reggio Calabria, impartiamo con affetto paterno la confortatrice Apostolica Benedizione.

 


[1] Cfr. Matth. 2, 18.

[2] Ps. 118, 137.

[3] S. Ioan.Crisost. Hom. 52 in Gen. P. G. 54, 460

[4] Cfr. Io, 2, 5

[5] Ps. 126, 1-2

[6] Phil. 4, 8-9

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