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NOBILISSIMA
GALLORUM GENS

LETTERA ENCICLICA 
DI SUA SANTITÀ
LEONE PP. XIII

 

Nei confronti della Chiesa cattolica la nobilissima nazione dei Francesi, in molte e splendide imprese di pace e di guerra, si segnalò con tanto singolare eccellenza di meriti, che ne durerà eterna la riconoscenza e immortale la gloria. Avendo essa tempestivamente, dietro l’esempio del Re Clodoveo, abbracciato la legge di Cristo, ne ottenne, quale testimonianza e insieme premio onorevolissimo della sua fede e della sua devozione, di essere chiamata la Figlia primogenita della Chiesa. Sino da quella età, Venerabili Fratelli, gli antenati vostri furono spesso considerati in grandi e salutari imprese come gli strumenti della stessa provvidenza divina: ma in peculiar modo rifulse la virtù loro nel proteggere in tutta la terra il cattolicesimo, nel propagare fra le genti barbare la fede cristiana, nel liberare e custodire i luoghi santi della Palestina, tanto che divenne proverbiale quell’antica espressione: "Le opere di Dio attraverso i Francesi". Per queste ragioni avvenne che, essendosi essi dedicati con tutto il cuore alla difesa del cattolicesimo, poterono in un certo qual modo avere parte nelle glorie della Chiesa, e fondare così in pubblico come in privato un bel numero di istituzioni, nelle quali si ammirano le più luminose prove di religione, di beneficenza, di magnanimità.

I Romani Pontefici Nostri Predecessori furono soliti elogiare nei modi più solenni tali virtù dei padri vostri, e per rendere testimonianza ai loro meriti con paterno affetto vollero spesso esaltare con somme lodi il nome dei Francesi. Amplissime senz’altro sono quelle che Innocenzo III e Gregorio IX, grandi luminari della Chiesa, tributarono ai vostri maggiori. Il primo di essi, in una lettera all’Arcivescovo di Reims, dice: "Noi amiamo il regno di Francia con tale singolarità di affetto, come quello che, più degli altri regni del mondo, si mostrò sempre ossequioso e devoto verso la Sede Apostolica e Noi". L’altro poi, in una lettera a San Lodovico IX, così parla del regno di Francia: "In esso, dove in nessun caso fu mai possibile sradicare la devozione a Dio e alla Chiesa, non venne mai meno in nessun tempo la libertà ecclesiastica, e non fu mai rimosso l’attaccamento alla fede cristiana: anzi, per la conservazione di tali valori, i re e i sudditi di detto regno non dubitarono di spargere il loro sangue, e di esporre a molti pericoli la vita".

Iddio poi, autore della natura, dal quale le nazioni ricevono in questo mondo il premio delle virtù e delle buone opere, concesse ai Francesi molte cose ad ampliamento della loro grandezza: le glorie militari, le arti della pace, la celebrità del nome, la potenza dell’impero. Se la Francia, talvolta, dimentica in qualche modo di se medesima e della missione da Dio affidatale, preferì assumere sentimenti ostili verso la Chiesa, nondimeno, per sommo beneficio di Dio non fuorviò in tutta la sua realtà né per lungo tempo.

Avesse potuto uscire incolume da quelle calamità, così funeste alla Religione e allo Stato, che i tempi più vicini a Noi hanno generato! Ma dopo che la mente umana, imbevuta del veleno di nuove opinioni, prese a respingere dovunque l’autorità della Chiesa imperversando con sterminata licenza, si giunse precipitosamente là dove l’impulso trascinava. Infatti, essendo il mortifero veleno delle dottrine penetrato anche nei costumi degli uomini, l’umana società, in gran parte, giunse passo passo a tal punto che sembra volere in tutto separarsi dagli insegnamenti cristiani. A diffondere una siffatta peste nelle Gallie non poco concorsero nel secolo scorso certi filosofi di una sapienza delirante, i quali si diedero a sradicare i fondamenti della verità cristiana, e adottarono tal metodo di filosofare che infiammava vieppiù un amore già acceso per una smodata libertà. Si aggiunse l’opera di coloro che un impotente odio delle cose divine tiene fra loro congiunti in società nefande, rendendoli ogni giorno più desiderosi di togliere di mezzo il cattolicesimo: se poi a ciò si provino con maggiori sforzi in Francia che altrove, nessuno meglio di Voi, Venerabili Fratelli, può giudicarlo.

Pertanto, l’affetto paterno che portiamo a tutte le genti, come Ci spinse altre volte, con lettere indirizzate si Vescovi, ad esortare al loro dovere, secondo le circostanze, specialmente i popoli dell’Irlanda, della Spagna e dell’Italia, così ora Ci consiglia di volgere la mente ed i pensieri alla Francia.

Infatti quei tentativi che abbiamo detto, non sono soltanto di nocumento alla Chiesa, ma tornano altresì a sommo danno della Repubblica, in quanto non può avvenire che uno Stato fiorisca di prosperità quando è stata eliminata la religione. Certamente, ove cessi negli uomini il timore di Dio, viene a mancare il massimo fondamento della giustizia, senza la quale anche i saggi del paganesimo negavano che possa ben governarsi una repubblica, dato che non avrà adeguato peso l’autorità dei Principi, né avranno sufficiente vigore le leggi. Presso ognuno avrà maggior valore l’utilità che l’onestà; vacillerà la saldezza del diritto qualora essa sia garantita soltanto dal timore delle pene; i governanti cadranno facilmente nel dispotismo e i sudditi per un nonnulla si getteranno a sedizioni e a tumulti.

Inoltre, poiché nella natura delle cose non esiste alcunché di buono che non derivi dalla bontà divina, ogni società umana che voglia allontanare Dio dai suoi statuti e dal suo governo, per ciò stesso rigetta gli aiuti della divina beneficenza, ed evidentemente merita che le venga negato il patrocinio celeste. Ne deriva che per quanto appaia mirabile di potenza e fiorente di ricchezze, tuttavia porta chiuso nelle stesse viscere della repubblica il germe della sua morte, né può avere speranza di lunga durata. Ciò va detto alle nazioni cristiane, non altrimenti che ai singoli uomini: è altrettanto vantaggioso il sottostare ai consigli di Dio, quanto è pericoloso il ribellarsene; a dette nazioni accade spesso che nei periodi in cui restano con più fedele cura devote a Dio ed alla Chiesa, quasi per naturale conseguenza s’innalzano ad ottimo stato; quando si fanno ribelli, precipitano. È in facoltà di ognuno osservare tali vicende negli annali di tutte le età, ed avremmo in abbondanza esempi domestici, né troppo da Noi lontani, se il tempo permettesse di annoverare quelli che vide il secolo passato, allorché la procace licenza di molti mise radicalmente a soqquadro l’inorridita Francia, travolgendo in una medesima rovina le cose religiose e le civili.

Per contro, è facile allontanare tali errori che portano con sé la sicura rovina di uno Stato, se nel costituire ed amministrare tanto la domestica quanto la civile società si osservano gl’insegnamenti della religione cattolica. Essi sono infatti efficacissimi per il mantenimento dell’ordine e per la salvezza della repubblica.

Innanzi tutto, per quanto concerne la società domestica, importa assaissimo che la prole nata da matrimonio cristiano venga tempestivamente istruita nei precetti della religione, e che quelle arti, con le quali la fanciullezza viene formata alla civiltà vadano associate con la preparazione religiosa. Il separare le une dall’altra è lo stesso che volere veramente che gli animi dei fanciulli rimangano neutrali nei doveri verso Dio; tale disciplina è fallace e dannosissima soprattutto nell’età infantile, perché ciò significa aprire direttamente la strada all’ateismo e chiuderla alla religione. I buoni genitori debbono assolutamente provvedere a che i propri figli, non appena sono in età di apprendere, si istruiscano nei precetti della religione, e che nelle scuole non vi sia alcuna cosa che offenda l’integrità della fede e dei costumi. Questa diligenza da usare nella formazione della prole è imposta dalla legge divina e dalla naturale, né i genitori possono per alcun pretesto credersi sciolti da tale legge.

In verità, la Chiesa, custode e vindice dell’integrità della fede conferitale dal suo divin Fondatore, deve chiamare tutti i popoli alla sapienza cristiana, ed insieme guardare attentamente di quali precetti e istituzioni venga informata la gioventù che cresce sotto la sua giurisdizione; in ogni tempo condannò apertamente le scuole che chiamano miste o neutre, raccomandando con ripetute istanze ai padri di famiglia che si prendessero a cuore diligentemente una questione di tanta importanza. Obbedendo alla Chiesa in tale materia si procurano grandi vantaggi e contemporaneamente si provvede nel miglior modo alla salute pubblica. Infatti, coloro che nella tenera età non vengono istruiti nella religione crescono senza alcuna cognizione delle cose più importanti: le sole che possono alimentare negli uomini l’amore delle virtù e metter freno agli appetiti contrari alla ragione. Di tal genere sono le nozioni intorno a Dio creatore, a Dio giudice e vindice, ai premi ed ai castighi da aspettare nell’altra vita, agli aiuti celesti apportati da Gesù Cristo al fine di potere diligentemente e santamente adempiere a quei compiti. Ove siano ignorate queste cose, ogni preparazione degli animi riuscirà malsana: i giovani non assuefatti al timore di Dio sapranno sopportare malamente qualsiasi disciplina dell’onesto vivere, e come coloro che non furono mai avvezzi a negar nulla alle proprie passioni, facilmente saranno sospinti a mettere sossopra gli Stati.

In secondo luogo sono sommamente salutari ed altrettanto veri gl’insegnamenti che riguardano la società civile e la reciprocità dei diritti e dei doveri tra la potestà religiosa e quella politica.

Infatti, siccome sono nel mondo due società principali, l’una civile, il cui fine prossimo è di procurare alla famiglia umana il bene temporale e terreno, l’altra religiosa, il cui compito è di condurre gli uomini a quella vera felicità celeste ed immortale per la quale siamo nati, così i poteri sono due. Entrambi dipendono dalla legge eterna e naturale, e ciascuno provvede e dispone da sé nelle cose che sono dell’ordine e del dominio proprio. Peraltro, ogni volta che accada di dover determinare alcune cose nelle quali, quantunque per diverse ragioni ed in modo diverso, conviene che intervengano insieme l’uno e l’altro potere, allora è necessaria e voluta dallo stesso pubblico bene la concordia di ambedue, mancando la quale ne deriva una condizione di cose sempre incerta e mutabile, per cui non è possibile una durevole tranquillità né della Chiesa né dello Stato. Pertanto, dunque, quando su qualche punto fra la potestà religiosa e la civile si è stabilito un accordo, allora senza dubbio se importa alla giustizia che l’accordo resti intatto, altrettanto importa allo Stato; conseguentemente, se l’una e l’altra parte si prestano scambievoli servizi, così ricevono a vicenda determinati vantaggi.

In Francia, sul principio di questo secolo, dopo che furono cessati quei grandi rivolgimenti politici e quei terrori che in precedenza l’avevano funestata, gli stessi moderatori della cosa pubblica compresero che non si poteva restaurare la nazione, oppressa da tante rovine, in maniera migliore che ristabilire la religione cattolica. Pio VII Nostro Predecessore, precorrendo con l’animo i futuri vantaggi, assecondò i voleri del Primo Console con la maggiore condiscendenza e arrendevolezza che gli furono consentite dal suo dovere.

Allora, essendosi convenuto sui principali punti, furono poste le basi e fu spianata la via sicura e più opportuna per rimettere in piedi e stabilire a poco a poco le cose della religione. Effettivamente, in quel tempo e negli anni che seguirono furono con saggio consiglio stabilite molte cose che apparivano richieste dal benessere e dal decoro della Chiesa. Se ne raccolsero quindi frutti preziosissimi e tali da essere tanto più stimati quanto più le cose sacre in Francia erano state in precedenza abbattute ed oppresse. Restituita alla religione la sua pubblica dignità, si videro chiaramente rivivere le cristiane istituzioni: ma oh!, quanti beni da questo fatto risultarono alla felicità dello Stato!

Infatti, la nazione, appena uscita da quei turbolentissimi flutti, mentre ricercava ansiosa i saldi fondamenti della quiete e dell’ordine pubblico, si accorse che quei fondamenti che andava cercando le venivano offerti dalla religione cattolica: dal che apparve manifesto che stringere quell’accordo fu opera di un uomo che sa ottimamente provvedere agli interessi del popolo. Pertanto, quand’anche mancassero altre ragioni, pure quel motivo stesso che spinse allora a trattare della pace, dovrebbe ora spingere a mantenerla. Infatti, essendo dappertutto gli animi accesi dal desiderio di cose nuove, in così incerta attesa dell’avvenire, il gettare fra l’una e l’altra potestà nuovi germi di discordia e, frapponendo ostacoli, impedire o ritardare la benefica influenza della Chiesa, sarebbe cosa imprudente e piena di pericoli.

Per la verità, in questo tempo non senza affanno ed angoscia Noi vediamo profilarsi pericoli di tal natura: alcune cose si sono già fatte o si fanno assolutamente non conformi al bene della Chiesa, dato che alcuni, con animo avverso, hanno preso a calunniare e a rendere odiose le istituzioni cattoliche, e a proclamarle nemiche della società. Né minor angustia e afflizione Ci danno i disegni di coloro i quali, puntando sulla separazione della Chiesa e dello Stato, vorrebbero, presto o tardi, rotto l’accordo solennemente e con tanto vantaggio concluso con la Sede Apostolica.

In siffatta condizione di cose Noi certamente non abbiamo tralasciato nulla che sembrasse essere richiesto dalle congiunture dei tempi. Dal Nostro Nunzio Apostolico, ogni volta in cui Ci parve necessario, facemmo fare esposti; e quelli che tengono il governo delle cose pubbliche, dichiararono di riceverli con animo disposto ad equità.

Noi stessi, quando fu promulgata la legge sullo scioglimento delle Congregazioni religiose, significammo i sentimenti dell’animo Nostro in una lettera indirizzata al diletto Nostro Figlio, l’Arcivescovo di Parigi Cardinale della Santa Chiesa Romana. Analogamente, con una lettera inviata nel mese di giugno dello scorso anno al Presidente della Repubblica, deplorammo tutte le altre cose che tornano a danno della salute delle anime, e che non lasciano salvi i diritti della Chiesa. Questo facemmo sia perché eravamo mossi dalla santità e dalla grandezza del Nostro apostolico ministero, sia perché vivamente desideriamo che in Francia venga conservata con gelosa cura ed inviolabilmente la religione ricevuta dai padri. Per questa via, con questa medesima costanza siamo deliberati a difendere sempre per l’avvenire gl’interessi cattolici della Francia.

In tale giusto e doveroso ufficio, abbiamo sempre avuto Voi tutti, Venerabili Fratelli, quali intrepidi cooperatori. Costretti a lamentare la sciagura deliberata contro gli ordini religiosi, avete nonpertanto adoperato quanto era in vostra facoltà, affinché non soccombessero senza difesa coloro i quali avevano ben meritato non meno della società che della Chiesa. In questo tempo, poi, per quanto le leggi lo consentono, le vostre maggiori cure ed i pensieri vostri sono stati rivolti ad apprestare alla gioventù la più larga e solida formazione. Circa i propositi che alcuni vanno macchinando contro la Chiesa, non avete omesso di mostrare quanto danno essi apporterebbero allo Stato medesimo. Né per questo motivo qualcuno potrà fondatamente accusarvi o di essere mossi da qualche rispetto umano, ovvero di essere contrari al governo costituito, perché quando si tratta dell’onore di Dio, quando è posta in pericolo la salute delle anime, è vostro dovere prendere il patrocinio e la difesa di tutte queste cose.

Continuate dunque con prudenza ed energia a compiere il ministero episcopale; ad insegnare i precetti della sapienza celeste, e a dimostrare al popolo quale via esso debba tenere in questa così grande perversità di tempi. Conviene che tutti abbiate una stessa mente ed uno stesso proposito, e quando l’interesse è comune, è necessario che tutti teniate un modo affine nell’operare. Procurate che nessun luogo resti privo di scuole, nelle quali gli alunni siano con ogni maggior diligenza istruiti nella conoscenza dei beni celesti e dei doveri verso Dio: imparino a conoscere intimamente la Chiesa e ad obbedirle fino a rendersi capaci e persuasi che per lei è da reputarsi tollerabile qualsivoglia fatica.

La Francia abbonda di esempi d’uomini preclarissimi, i quali per la fede cristiana si mostrarono pronti a sostenere qualsiasi duro travaglio, e perfino a perdere la vita. In quegli stessi sconvolgimenti che abbiamo ricordato, vi furono molti uomini d’invitta fede, per la virtù e per il sangue dei quali fu salvo l’onore della patria. E anche ai nostri giorni vediamo in Francia, pur in mezzo alle insidie ed ai pericoli, mantenersi abbastanza salda la virtù con l’aiuto di Dio. Il Clero attende al suo ufficio con costanza e con quella carità che è propria dei sacerdoti, sempre pronta e sollecita a giovare al prossimo. Nel laicato numerosi uomini fanno pubblicamente professione della fede cattolica con forte ed impavido petto; in molti modi e assai di frequente attestano con bella gara il loro ossequio alla Sede Apostolica; provvedono con ingenti spese e fatiche all’istruzione della gioventù; soccorrono alle necessità pubbliche con ammirabile liberalità e beneficenza.

Ora codesti beni, i quali sono presagio di liete speranze per la Francia, non solo si debbono conservare, ma addirittura aumentare con comune zelo e con la maggior diligenza e perseveranza. Conviene anzitutto avere cura che il Clero si arricchisca di un numero sempre maggiore di idonee persone. I sacerdoti abbiano come cosa sacra l’autorità dei loro Pastori; tengano per certo che l’ufficio sacerdotale, se non si esercita sotto il magistero dei Vescovi, non sarà mai né santo, né abbastanza utile, né decoroso.

È inoltre necessario che ragguardevoli uomini del laicato, ai quali sta a cuore questa comune madre di tutti, la Chiesa, e i discorsi e gli scritti dei quali possono essere di grande utilità per difendere i diritti della religione cattolica, si adoperino a difesa della religione. Per conseguire poi i frutti desiderati sono necessarie la concordia dei voleri e la conformità delle opere. Di certo i nemici non desiderano niente di più che i cattolici siano fra loro divisi: questi dunque pensino che soprattutto debbono rifuggire dalla discordia, memori di quella divina sentenza: "Ogni regno diviso in parti contrarie va in perdizione". Ché se, per mantenere la concordia, sia anche necessario che qualcuno rinunci al proprio giudizio e alla propria opinione, lo faccia di buon grado, per amore della comune utilità. Coloro che sono impegnati nello scrivere, si adoperino in ogni modo per conservare questa unione degli animi in tutte le cose; essi inoltre preferiscano il vantaggio comune al proprio; favoriscano le comuni iniziative; si rendano con volonteroso animo docili alla disciplina di coloro che "lo Spirito Santo ha costituiti Vescovi per pascere la Chiesa di Dio", ed abbiano riverenza per la loro autorità, né inizino mai alcunché senza il beneplacito degli stessi, i quali, allorché si combatte per la religione, vanno seguiti come condottieri.

Infine, ciò che la Chiesa ebbe sempre in costume di fare nei tempi calamitosi, così tutto il popolo, seguendo Voi, continui a pregare e a scongiurare Iddio affinché guardi propizio la Francia, e vinca lo sdegno con la misericordia. Nella presente sfrenatezza del parlare e dello scrivere, troppo spesso si recò oltraggio alla divina maestà, né mancano coloro che non solo rigettano ingratamente i benefici di Gesù Cristo Salvatore degli uomini, ma con empia ostentazione dichiarano in pubblico di non volere conoscere la potenza di Dio. Soprattutto conviene che i cattolici compensino questa perversità di pensare e di operare con un grande ardore di fede e di pietà, e attestino solennemente che nulla hanno di più sacro che la gloria di Dio, nulla di più caro che la religione degli avi. Particolarmente coloro che, uniti a Dio con più stretti legami, trascorrono la loro vita nella pace dei chiostri, s’accendano ora in più generosi spiriti di carità, e con umili suppliche, con volontarie penitenze, con l’offerta di se medesimi cerchino di placare la maestà divina. In questo modo avverrà, speriamo con la grazia del Signore, che gli erranti ritornino sul retto sentiero, e che il nome Francese riviva nella sua genuina grandezza.

In tutte queste cose che finora abbiamo dette, dovete riconoscere il bene grandissimo che Noi vogliamo a tutta la Francia. Né dubitiamo che questo medesimo attestato del Nostro particolarissimo affetto valga a confermare e ad accrescere quella salutare ed intima unione che fu sempre tra la Francia e l’Apostolica Sede, e dalla quale in ogni tempo né pochi né lievi beni derivarono a comune vantaggio.

Confortati in questo pensiero, a Voi, Venerabili Fratelli, ed ai vostri concittadini auguriamo la maggior copia delle grazie celesti, in auspicio delle quali ed in pegno della Nostra particolare benevolenza , a Voi ed a tutta la Francia impartiamo affettuosamente nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, l’8 febbraio 1884, anno sesto del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII

 

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