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PAOLO VI

ANGELUS DOMINI

Domenica, 3 ottobre 1971

 

Noi Vi dobbiamo ancora una volta parlare delle sofferenze altrui, confidando nella vostra comprensione e nella vostra generosità. Il Nostro ministero ci obbliga a diventare interpreti di bisogni immensi, che non lasciano tranquilla la coscienza a cui arriva la loro voce: è voce di lamento, gemito di implorazione.

È quella dei Profughi. Profughi e popolazione del Pakistan orientale; sono milioni di esseri umani in condizioni di estrema necessità. Disgrazie su disgrazie si sono rovesciate su quella poverissima gente. Le notizie non mancano, e ci danno cifre spaventose, e ci dicono la sproporzione sconfortante fra l’enormità dei malanni e la inadeguata misura dei soccorsi. Occorre svegliare il senso di umanità del mondo, per salvare la vita a innumerevoli esseri umani sull’orlo della morte. Le opere pubbliche e private, anche le nostre, sono all’opera; ma come possono impedire le conseguenze di calamità superiori ai loro mezzi? Non sembra esagerato attendere che il mondo si impietosisca, e mandi gli aiuti indispensabili: viveri, indumenti, medicine, denaro.

Vengono le vertigini al pensiero che anche altri paesi della terra, vicini e lontani, si trovano in analoghe condizioni, sebbene non così gravi come quelle segnalate.

Noi lanciamo questo grido doloroso sperando e pregando.

Noi proponiamo che domenica prossima, 10 ottobre, i figli della Chiesa cattolica ed anche i fratelli cristiani e i credenti di tutte le confessioni religiose si raccolgano in un unanime movimento di implorazione al Signore mediante la preghiera e il digiuno. Mediante la preghiera, poiché la pace e il ritorno delle famiglie ai loro luoghi di origine sono problemi che non possono essere convenientemente risolti dalle sole forze umane («se il Signore non edifica la casa, invano lavorano quelli che la costruiscono»); mediante il digiuno, poiché il digiuno piace al Signore e ci fa comprendere la fame altrui: un digiuno di solidarietà, che si esprime, secondo le possibilità, o nella rinuncia e insieme nella offerta di qualche bene, o solamente nella privazione di qualche cosa a cui si avrebbe diritto, per partecipare così, personalmente, alle sofferenze di quelle provate popolazioni. Nei campi dei profughi ci sono, dicono, ottocentomila bambini, esausti, ammalati, denutriti. È soprattutto per essi che noi lanciamo questo appello.

In tal modo, Noi pensiamo di essere gli interpreti di tante apprensioni di cui riceviamo l’eco incessante.

Che la Vergine Santissima, la quale ha conosciuto, anche Lei, con il suo Divin Figlio, la dolorosa condizione del profugo, apra il cuore di tutti gli uomini a tutti questi dolori. Alla Madonna affidiamo ora questa intenzione.

                                                                                   

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