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PAOLO VI

ANGELUS DOMINI

Domenica, 10 novembre 1974

 

Oggi ci è fatto invito a ringraziare Iddio dei tanti beni di cui gode la nostra vita, e di cui non sempre avvertiamo l’origine, che è la mano di Dio, provvida e paterna sempre, anche quando la fatica, la sofferenza, la penuria, l’avversità degli elementi e degli avvenimenti ce la nascondono.
Rispondiamo volentieri all’invito: «Deo Gratias!» siano rese grazie a Dio.
Questo è innanzi tutto un atto sapiente, perché ci obbliga alla riflessione sulla dignità e sulla fortuna della vita, la quale, studia, studia, scaturisce da un Pensiero originario e creativo di Dio. La vita è un dono che ha il suo principio nella bontà di Dio. E poi dobbiamo riconoscere che ogni cosa è suo dono «Tout est grate», è stato detto. È bello il mondo? ringraziamo Iddio. È feconda la natura? ringraziamo Iddio. Non è il lavoro, ci si può chiedere, non è la scienza, non è l’arte e la tecnica, che dominano le cose, meritevoli della nostra riconoscenza? Non è allora l’uomo il nostro benefattore? Sì, ma l’uomo, dobbiamo rispondere, non fa che scoprire leggi, forze e ricchezze della natura; egli non crea, studia ed impiega cose ed energie, che non sono state create da lui; l’opera sua, anche la più materiale, come la più intelligente, è, in fondo, una mediazione, un dialogo con Dio creatore, trascendente tutto il panorama delle cose esistenti, e immanente in ogni massima o minima espressione dell’essere col suo divino pensiero operante.

Il pensiero umano è capace di questo incontro, alla base e alla sommità delle cose e dei fatti: non è forse perciò l’atto maggiore del nostro spirito questo momento di suprema lucidità? così si saluta e si prega il Dio dell’universo: è vero, è grande questo momento.
E questo è perciò anche un atto doveroso, libero e stupendo, ma doveroso; non si può non pregare, almeno così. La preghiera è la celebrazione del cosmo e della provvidenza, che da esso si effonde.
Mistero e certezza, gioia di sapere e di avere, premio al lavoro e al pensiero, conforto al dolore ed anche alla morte, che, ben sappiamo, per noi non è la fine, tutto ci obbliga alla poesia e all’amore della riconoscenza.
E se una legge sovrana di provvidenza giace in fondo alle cose e attende d’essere esplorata e impiegata per la intera umanità, non ci faremo noi stessi «imitatori di Dio» (Cfr. Eph. 5, 1), con gioia e gratitudine, per dare ad ogni uomo sulla terra il pane di Dio?

                                    

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