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PAOLO VI

ANGELUS DOMINI

Domenica, 15 giugno 1975

Fra le esperienze positive che a nostra consolazione ci procura la celebrazione dell'Anno Santo vi è quella del popolo che prega. Si dirà che non è nuova; per fortuna, non è nuova, perché sappiamo bene quanti buoni fedeli conservano, anzi ravvivano la felice abitudine della preghiera cristiana: Dio li benedica; noi li incoraggiamo e ci sentiamo in comunione con loro. Ma la preghiera, che sgorga dalla pietà religiosa dell'Anno Santo, pare a noi che abbia un significato speciale ed un accento particolarmente commovente. Talvolta, dietro i vetri di queste nostre finestre, giungono a noi canti di devozione, che si effondono come ghirlande di umili voci sparse fra le colonne severe e solermi della Piazza, e che ci fanno pensare. Sono cori popolari di pellegrini, talvolta in piccoli gruppi, talvolta invece in schiere poderose, che trovano bello e naturale cantare la loro fede e la loro invocazione in questo foro monumentale, che svela subito il suo aspetto di santuario. Quale significato assumono queste semplici orazioni collettive e insieme profondamente personali, lanciate al mondo, innalzate al cielo, da questo punto privilegiato del globo, durame questa intenzionale espressione religiosa, che è l'Anno Santo?

Il significato della insopprimibile necessità della preghiera. La vita umana non può essere privata di questo misterioso, ma non vano dialogo con Dio. Il nostro spirito non può rimanere muto davanti a lui; non può rinunciare a celebrare la sua somma priorità, la sua ineffabile bontà. Non lo può, quando esso soffre, senz'altra speranza che non sia quella nella trascendente sua Provvidenza; e non lo può, quando gode illuso della propria sufficienza, la quale, proprio mentre esso dispiega le sue ricchezze, dovrebbe ricordare che tali ricchezze, anche conquistate dall'uomo, sono debiti da riconoscere davanti al Datore originario d'ogni bene. Cioè codeste preghiere acquistano il significato di una riaffermata filosofia del mondo e della vita, di una concezione familiare e grandiosa della nostra esistenza e del nostro destino, di un ordinamento universale che trova in Dio la sua profonda e sempre ottima ragion d'essere, È un canto di sapienza codesta preghiera, è un inno alla speranza, è un'interpretazione ottimista della fatica e della sofferenza umana, è un'armonia di cuori celebrata nel tumulto delle discordie sempre ricorrenti della storia. Pregare dunque! ecco: è dovere, è bisogno, è conforto, è speranza, è bellezza! Preghiamo!

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