 |
PAOLO VI
SACRIFICIUM LAUDIS
EPISTOLA APOSTOLICA
Sulla lingua latina da usare nell'Ufficio Liturgico corale da parte dei
religiosi tenuti all'obbligo del coro.
DILETTI FIGLI SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
Le vostre Famiglie religiose, votate al servizio di Dio, hanno sempre tenuto in
grande considerazione, per consuetudine mai interrotta, il Sacrificio di lode,
offerta delle labbra che rendono testimonianza al Signore, il canto dei salmi e
degli inni, con cui vengono santificati dalla pietà religiosa le ore, i giorni e
i tempi dell'anno, con al centro il Sacrificio Eucaristico come un sole
splendente che trae tutto a sé. Infatti giustamente si riteneva che nulla dovesse
essere anteposto ad una così santa pratica religiosa. Si comprende con facilità
quanta gloria da ciò sia derivata al Creatore di tutti e quale grande utilità
alla Chiesa. Con questa forma di preghiera, fissa e mantenuta perenne attraverso
i secoli, avete insegnato che il culto divino è di somma importanza nella umana
convivenza.
Dalle lettere di alcuni di voi e da parecchie missive giunteci da varie parti
siamo venuti a conoscenza che i cenobi o le province da voi dipendenti -
parliamo solo di quelle di rito Latino - hanno adottato differenti modi di
celebrare la divina Liturgia: alcuni sono molto attaccati alla lingua Latina,
altri nell'Ufficio corale vanno chiedendo l'uso delle lingue nazionali e
vogliono inoltre che il canto cosiddetto Gregoriano sia sostituito qua e là con
canti oggi in voga; altri addirittura reclamano l'abolizione della lingua latina
stessa.
Dobbiamo confessare che tali richieste Ci hanno non lievemente colpiti e non
poco rattristati; e vien da chiedersi da dove sia sorta e, perché si sia diffusa
questa mentalità e questa insofferenza in passato sconosciuta.
Certamente vi è noto, né potete dubitare, quanto Noi amiamo le: vostre Famiglie
religiose, quanto le stimiamo. Spesso Ci sono di ammirazione le testimonianze di
insigne pietà e i monumenti di raffinato ingegno che le nobilitano. Riteniamo
Nostra gioia se ci viene data qualche possibilità, purché sia lecito e
conveniente, di favorire, di assecondare le loro richieste, di creare una
situazione migliore.
Ma quanto abbiamo detto sopra avviene dopo che il Concilio Ecumenico Vaticano II
si è pronunciato in materia in modo meditato e solenne (Cf CONC. VAT. П, Cost.
sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 101 § 1) e dopo che sono
state emanate norme precise con successive Istruzioni; nella prima Istruzione,
per l'esatta applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia,
emanata il 26 settembre 1964, è stato stabilito quanto segue: «Nella recita del
divino Ufficio in coro, i chierici sono tenuti ad usare la lingua latina» (n.
85); e nell'altra, che tratta della lingua da usare nella celebrazione
dell'Ufficio e della Messa «conventuale», «di comunità» presso i Religiosi,
emanata il 23 novembre 1965, quella disposizione viene confermata e insieme si
tiene conto dell'utilità spirituale dei fedeli e delle particolari condizioni
che sussistono nei paesi di missione. Dunque, fino a quando non venga stabilito
legittimamente in maniera diversa, queste leggi restano in vigore e richiedono
obbedienza, nella quale si devono distinguere principalmente i religiosi, figli
carissimi della Chiesa.
Infatti qui non si tratta soltanto di conservare nell'Ufficio corale la lingua
latina - indubbiamente degna, non è cosa da poco, di essere custodita con cura,
essendo nella Chiesa Latina sorgente fecondissima di cristiana civiltà e
ricchissimo tesoro di pietà -, ma anche di custodire indenni la qualità, la
bellezza e l'originario vigore di tali preghiere e di tali canti: si tratta
infatti dell'Ufficio corale, espresso «con le voci della Chiesa che dolcemente
canta» (Cf S. AGOSTINO, Confessiones, 9, 6: PL 32, 769), e che i vostri
fondatori e maestri e Santi del Cielo, luminari delle vostre Famiglie religiose,
vi hanno tramandato. Non vanno sottovalutate le tradizioni degli antenati che
lungo i secoli costruivano la vostra gloria. Questa maniera di recitare
l'Ufficio divino in coro fu una delle principali ragioni della solidità e del
felice sviluppo delle vostre Famiglie. Suscita quindi meraviglia che, al sorgere
di un improvviso turbamento, ad alcuni sembri già di dover trascurare queste
motivazioni.
Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione
sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna
riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato
questa gloriosa eredità. Poiché vi è da temere che l'Ufficio corale venga
ridotto a una recitazione informe, della quale voi stessi sareste certamente i
primi a risentire la povertà e la monotonia. Sorge anche un altro interrogativo:
gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi
nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle
preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza? Preghiamo dunque tutti
gli interessati, di ponderare bene quello che vorrebbero abbandonare, e di non
lasciare inaridire la fonte alla quale hanno fino ad oggi abbondantemente
attinto. Senza dubbio la lingua latina crea qualche, e forse non lieve, 8
difficoltà ai novizi della vostra sacra milizia. Ma questa, come sapete, non è
da ritenere tale che non possa essere superata e vinta, soprattutto tra voi che,
più lontani dagli affanni e dallo strepito del mondo, potete più facilmente
dedicarvi allo studio. Del resto quelle preghiere permeate di antica grandezza e
nobile maestosità continuano ad attrarre a voi i giovani chiamati all'eredità
del Signore; in caso contrario, una volta eliminato il coro in questione, che
supera i confini delle Nazioni ed è dotato di mirabile forza spirituale, e la
melodia che scaturisce dal profondo dell'animo, do ve risiede la fede e arde la
carità, il canto gregoriano cioè, sarà come un cero spento che non illumina più,
non attrae più a sé gli occhi e le menti degli uomini.
Comunque, figli carissimi, le richieste di cui abbiamo parlato sopra riguardano
realtà tanto gravi che al momento non Ci è possibile accogliere, derogando alle
norme del Concilio e alle Istruzioni menzionate. Vi esortiamo quindi caldamente
a ponderare bene sotto ogni aspetto una questione tanto complessa. Per la
benevolenza di cui vi circondiamo e per la buona stima con cui vi accompagniamo,
non vogliamo permettere ciò che potrebbe essere causa di una caduta verso il
peggio, diventerebbe forse sorgente di non beve detrimento e certamente
porterebbe malessere e tristezza alla Chiesa tutta. PermetteteCi, anche contro
la vostra volontà, di difendere la vostra causa. La Chiesa che per ragioni di
indole pastorale, cioè per il bene del popolo che non sa il latino, ha
introdotto le lingue nazionali nella sacra Liturgia, vi dà mandato di custodire
la tradizionale dignità, la bellezza, la gravità dell'Ufficio corale sia nella
lingua come nel canto.
E così siate ossequienti con cuore sincero e docile a prescrizioni non suggerite
da amore esagerato delle antiche usanze, ma proposte dalla carità paterna che
abbiamo per voi e consigliate dallo zelo per il culto divino.
Infine impartiamo di cuore nel Signore a voi e ai vostri religiosi la
Benedizione Apostolica, propiziatrice dei doni celesti e testimone delle buone
disposizioni del Nostro animo.
Dato a Roma, presso S. Pietro, il 15 agosto l'anno 1966, festa dell'Assunzione
di Maria Vergine, quarto del Nostro Pontificato.
PAOLO PP. VI
|