 |
PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 7 aprile 1965
Le doverose attività del popolo di Dio
Diletti Figli e Figlie!
La vista della vostra moltitudine, che ogni settimana Ci offre il dono della
sua sempre nuova e fors’anche sempre crescente presenza, Ci ricorda il bel
capitolo secondo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, testé promulgata dal
Concilio Ecumenico, dove parla del Popolo di Dio.
A questo Ci richiama il fatto che voi siete molti, e più siete, e più gode il
Nostro animo, non solo per lo spettacolo, sempre gradito e sempre impressionante
d’un’assemblea numerosa e concorde, ma per l’immagine spirituale e reale che Ci
viene offerta della Chiesa, la quale altro fisicamente non è, se non una
moltitudine convocata e riunita nel nome di Cristo, una folla, una gente, una
società, a cui tutti possono appartenere, ed a cui tutti sono chiamati; dove
tutti e ciascuno hanno un loro posto distinto, un riconoscimento personalissimo,
una vocazione loro propria, una missione insostituibile, come ogni singola
tessera in un mosaico. La moltitudine non toglie il valore d’ogni singola
persona, che compone il Popolo di Dio; così che la moltitudine nella Chiesa non
affoga la singolarità, specifica e irriproducibile, del singolo fedele, ma la
assume e la onora e la esalta; e la rende idonea a ricevere i doni spirituali
della comunità, e a dare i propri alla comunità stessa, come c’insegnò il
Principe degli Apostoli, nella sua prima Lettera: «Unusquisque sicut accepit
gratiam in alterutrum administrantes; sicut, boni dispensatores multiformis
gratiae Dei; da buoni amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno
di voi ponga al servizio degli altri il dono ricevuto» (1 Petr. 4, 10).
Così la moltitudine, che con le sue difficoltà quantitative e materiali Ci
impedisce di avvicinare ciascuno di voi, è tuttavia per Noi grande letizia, Ci
obbliga alla riconoscenza e all’affezione, Ci ravviva nel cuore quella simpatia,
quella carità, che Gesù, come leggiamo nel Vangelo, ebbe per le folle che lo
seguivano, per il popolo. Voi Ci rinnovate l’esperienza sensibile del mistero
della Chiesa, Ci fate pensare all’intera umanità, che dalla Chiesa riceve o
attende salvezza, Ci rinnovate quella riflessione, amorosa e tormentosa, che Noi
dobbiamo avere del «mondo», sia che per mondo s’intenda l’intera famiglia umana,
sia che per mondo si alluda a coloro che resistono alla vocazione cristiana; e
Ci fate sperare.
Sì, sperare. È la grande consolazione che voi Ci portate in questi incontri,
tanto brevi, ma tanto pieni di significato e di valore spirituale. Sperare,
innanzi tutto, che voi, ciascuno di voi qui presenti, siate e sarete sempre
figli fedeli della santa Chiesa. Non vi basti quest’ora di presenza e di
devozione alla Tomba e alla Cattedra di San Pietro; tutta la vostra vita sia
animata da un sentimento, da un proposito di cosciente fedeltà a Cristo, vivente
ed operante nella sua Chiesa.
E la Nostra speranza cresce fino alla gioia, se Noi concediamo a Noi stessi
la visione fantastica di ciò e di chi voi, senza forse saperlo, rappresentate. E
non è fantasia vana, se ricordiamo che voi siete Popolo di Dio, e che dietro
ciascuno di voi è lecito ed è bello immaginare una schiera innumerevole di
cristiani rivestiti dalle vostre medesime sembianze umane. Piace a Noi, in
questo momento, ravvisare in ciascuno di voi il rappresentante simbolico della
sua categoria: vediamo dietro ogni fanciullo presente le file interminabili dei
fanciulli delle nostre famiglie cristiane e delle nostre scuole, tutta
l’infanzia innocente e lieta che porta ancora con sé la fragranza battesimale;
vediamo dietro ogni giovane le schiere degli adolescenti e dei giovani, che,
studiando, lavorando, pregando, entrano nella vita e, forti della santa Cresima
ricevuta, sono contenti e fieri di dirsi cristiani; vediamo a fianco delle
persone adulte la corona dei loro familiari, stretti nei rispettivi focolari
cristiani da ineffabili affetti, forti e sacri; vediamo le famiglie buone,
oneste, laboriose, religiose, che celebrano nella fedeltà e nel coraggio della
quotidiana fatica la legge divina dell’amore e della vita; vediamo nei sacerdoti
e nei religiosi presenti le loro chiese, le loro case, le loro opere, le loro
comunità, tutte rivolte al servizio di Dio e del prossimo, tutte illuminate
dalla luce-guida del Vangelo. E poi i sofferenti, e con loro appare al Nostro
sguardo l’esercito dei malati buoni e pii, che trasformano i loro dolori, e le
loro prove in prezzo redentore per sé, per la Chiesa, per il mondo. Vediamo
anche i soldati che assistono a questo raduno spirituale, e con loro tutti
quanti, militari o civili, compiono con dedizione e con nobiltà di sentimenti il
loro dovere a servizio della società nazionale. Vediamo cioè quelli che
chiamiamo «buoni», e sono per fortuna senza numero, gli onesti, i fedeli, i
cristiani, i cattolici, e fra questi i nostri laici militanti. Quale panorama
umano meraviglioso! Quale città di Dio, frammista alla città terrestre! Quale
giardino fiorito per virtù della rugiada misteriosa dello Spirito Santo; quale
Popolo di Dio!
Ebbene, siate benedetti voi, figli e figlie qui presenti, che di questa
visione di onestà, di bellezza morale, di santità Ci date memoria ed esperienza!
Siate benedetti voi, che raccogliete la parola di Cristo, della quale Noi siamo
messaggeri e custodi, che Ci comprendete, che Ci seguite, che insegnate nella
pratica della virtù ciò che Noi vi insegniamo nella dottrina della verità! Siate
benedetti voi, che appartenete alla «comunione dei santi» e per essa lottate e
soffrite, pregate e gioite. Siate benedetti voi, figli fedeli e forti della
santa Chiesa, che con la vostra coerenza, con la vostra adesione, con la vostra
testimonianza, col vostro apostolato medicate le ferite della Chiesa stessa,
consolate i suoi dolori, corroborate le sue speranze, irradiate la sua bellezza;
siate benedetti!
Popolo di Dio! con i vostri Pastori il Papa è con voi, e con voi cammina
verso la Patria eterna, ammirandovi, confortandovi, benedicendovi!
|