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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 14 luglio 1965

 

L'autorità della Chiesa è pastorale

Diletti Figli e Figlie!

Tema di queste brevi parole, che vogliono collegare l’udienza, subito finita, al filo di qualche pensiero meritevole di durare nella memoria e nella riflessione, è anche questa volta una delle impressioni più comuni, solite a sorgere nell’animo del visitatore, specialmente se questi è forestiero, o assiste per la prima volta all’incontro, che stiamo insieme godendo.

Quale impressione? L’impressione d’entrare in un ambiente estremamente disciplinato, assai esigente, dominato da un sistema complesso e intangibile d’autorità. Come quando un visitatore estraneo entra in un grande stabilimento moderno si sente meravigliato, intimidito, quasi sopraffatto dalle strutture e dal fervore ordinatissimo dell’attività, che lo circondano, così qui spesso il visitatore, pellegrino o turista che sia, avverte d’essere entrato in una specie di campo magnetico, attraversato da potenti correnti invisibili, che, senza togliergli la sua autonomia. personale, senza soffocare la sua libertà, anzi invitandola piuttosto e stimolandola a cosciente e spontaneo consenso, lo colloca in un ordine superiore, tutto pervaso da leggi ben chiare, alcune delle quali indiscutibili e inflessibili, quelle divine, e governato da autorità a cui è dovere obbedire.

Questa impressione d’autorità è resa più viva qui, al centro della Chiesa cattolica dove tutti i poteri gerarchici sono collegati, e dove il grado delle potestà ecclesiastiche è più alto. Donde possono sorgere due altre impressioni, fra loro contrarie: quella di contentezza e di sicurezza, propria di coloro che hanno la fortuna di essere e di apprezzare la comunione in cui vivono, d’appartenere cioè come membra vive ed organiche del Corpo mistico di Cristo, la Chiesa: qui meglio se ne avverte la compagine unitaria ed universale; qui si riconosce la sua funzionalità stabilita da Cristo, mediante la quale il fratello prescelto è reso strumento e canale dei doni divini per il fratello. L’altra impressione invece è di timore e di diffidenza, quasi che questo ordinamento gerarchico ed autoritario venga ad umiliare la personalità del gregario, e sia invenzione umana contraria all’eguaglianza fraterna, che deriva pur essa dalla dottrina del Vangelo.

Oggi poi tutti sanno come questo stato d’animo ostile al principio d’autorità sia molto diffuso, non solo nella società temporale, ma si manifesti in diversi settori della stessa vita cattolica. L’obbedienza, cioè il riconoscimento cordiale e pratico dell’autorità, è messa continuamente in questione, come contraria allo sviluppo della persona umana, come indegna di esseri liberi, maturi e adulti, come metodicamente sbagliata, quasi creasse spiriti deboli e passivi, e perpetuasse nei tempi moderni criteri sorpassati di rapporti sociali. Vi è chi pensa essere meritorio affrontare il rischio della disobbedienza liberatrice, ed essere giuoco lodevole mettere l’autorità di fronte al fatto compiuto. E non mancano persone di ingegno che, forse senza dirlo apertamente, si illudono che si possa essere eccellenti, o almeno sufficienti cattolici rivendicando per sé un’assoluta autonomia di pensiero e d’azione, sottraendosi a qualsiasi rapporto, non solo di subordinazione, ma altresì di rispetto e di colleganza con chi nella Chiesa riveste funzioni di responsabilità e di direzione.

Quanto vasto sarebbe oggi, purtroppo, il campo di simili rilievi! Ma non intendiamo ora dire parole amare e polemiche. Come non intendiamo fare l’apologia della autorità. Voi, del resto, ne conoscete bene i titoli evangelici, da cui essa deriva; e sapete come essa vuol essere servizio di carità e di salvezza, non altro.

Per limitarci all’analisi della impressione sopra accennata d’essere giunti nel regno dell’autorità, risponderemo sinteticamente ad alcune domande, che ci sembrano sgorgare da quella stessa impressione. Ecco: è esatta tale impressione? Sì, è esatta. Qui l’autorità della Chiesa ha l’espressione più piena e più autentica. Ma ricordate: è difficile farsi un concetto esatto dell’autorità, di quella ecclesiastica specialmente. L’esperienza e la storia ce ne offrono delle immagini non sempre fedeli, non sempre felici. Bisogna approfondire l’idea della autorità della Chiesa, purificarla da forme che non le sono essenziali (anche se in date circostanze le sono state legittime, come il potere temporale, ad esempio), e ricondurla al suo originario e cristiano criterio.

Ci sentiamo domandare: non è servizio l’autorità della Chiesa? Certamente; lo dicevamo poc’anzi; Gesù l’ha detto: «Chi è superiore, diventi servitore» (Luc. 22, 26). Ma anche qui occorre intendere bene il pensiero del Maestro. Quale servizio è domandato a chi riveste funzioni di guida e di direzione? Un servizio che deve sottostare a coloro che sono serviti e deve essere responsabile di fronte ad essi? No; un servizio a vantaggio dei fratelli, ma non a loro soggetto; un servizio a cui Cristo affidò non uno strumento servile, ma un segno di padronanza, le Chiavi, cioè le potestà del regno dei cieli; e servizio responsabile solo davanti a Dio: «Qui autem iudicat me Dominus est», dice di sé San Paolo: chi solo mi può giudicare è il Signore (1 Cor. 4, 4).

Ma allora qual è l’immagine, che rappresenta il Superiore-servitore, non puramente mediatore fra la pluralità dei pareri della comunità, non puramente amministratore dei suoi immediati interessi, non soltanto testimonio della Parola di Dio; né tanto meno capo dispotico e insensibile alla dignità, ai bisogni e alle capacità dei fedeli, sia considerati come singoli, che collettivamente? Voi la ricordate questa immagine, piena di autorità e di dignità e insieme piena di bontà e di spirito di sacrificio: è quella del Pastore, che Cristo a se stesso attribuì (Io. 10, 11), e in Pietro con triplice precetto, volle si realizzasse (Io. 21, 16 ss.). L’autorità nella Chiesa è pastorale.

E ancora voi Ci chiederete: ma dunque un’autorità, così qualificata e destinata a fare dell’umanità un gregge solo (Io. 10, 16), dovrà tutti livellare e tutto uniformare, secondo un solo tipo concreto di fedeltà religiosa? Vi risponderemo con una parola di San Gregorio Magno: «In una fide, nihil officit sanctae Ecclesiae consuetudo diversa»; quando la fede è unica, non nuoce alla Chiesa la diversità delle consuetudini! (Ep. lib. I, 43; P.L. 77, 497). L’unità nella Chiesa non è uniformità, se non di fede e di carità.

E basti ora così a tema di tanta ampiezza e gravità! Ma non senza che Noi, a Cui la Provvidenza ha voluto affidare la somma autorità nella Chiesa, non vi confidiamo fugacemente quanto siano pesanti queste chiavi, derivate dalle mani di Pietro alle Nostre deboli mani, quanto gravi a portare, quanto più gravi a manovrare!

Perciò, Figli e Figlie carissimi, abbiate compassione e comprensione di quanti fungono da Sacerdote, da Maestro o da Pastore nella Chiesa di Dio (cfr. Hebr. 13, 17); non vi pesi l’obbedienza e la collaborazione; vi rendano piuttosto fieri e lieti di giovare all’incremento del regno di Dio, e vi facciano partecipi dei suoi doni e dei suoi meriti; dei quali ora vuol essere pegno la Nostra Apostolica Benedizione.

                                     

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