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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 novembre 1965

 

Per la festa della dedicazione del Maggior Tempio

Diletti Figli e Figlie,

La vostra visita odierna a questa Basilica coincide con la vigilia della festa commemorativa della sua dedicazione, ossia della sua consacrazione. Voi sapete che l’uso di celebrare con solennità la consacrazione d’un tempio è fra i più antichi nella storia del culto cattolico; appena l’esistenza legale e con essa la libertà fu riconosciuta alla Chiesa da Costantino (questo Imperatore, oggi tanto avversato da quelli stessi che patrocinano la libertà religiosa, da lui inaugurata!), subito incominciò la costruzione di edifici pubblici per il culto sacro; e non più secondo il tipo del santuario pagano, il fanum, l’edicola in onore d’una divinità, e non atta a contenere una comunità orante che rimaneva al di fuori (ricordate Orazio: «odi pro-fanum vulgus et arceo . . .»), ma secondo il tipo cristiano, la domus ecclesiae, la casa per l’assemblea dei fedeli. Anche questa Basilica fu fra le prime a sorgere alla luce del sole, e sempre per merito di Costantino: «Augustus Constantinus fecit Basilicam beato Petra», si legge nel famoso Liber Pontificalis al tempo di Papa Silvestro; e l’intenzione prima fu quella d’onorare e di proteggere la tomba dell’Apostolo, la quale appunto era assegnata in questa località vaticana, umilissima in origine, e poi, nel secondo secolo, distinta da una piccola edicola funeraria, quella che gli archeologi identificano col «trofeo» menzionato dal presbitero Gaio, verso il trecento. Storia lunga e commovente quella della prima basilica, e tristemente finita quando il Bramante e Giulio II decisero di demolirla per costruire un nuovo monumentale edificio (che doveva essere ancora più grande dell’attuale Basilica, costruita poi da Michelangelo; cfr. Pastor, III, 732); storia perciò felicemente ripresa da questo incomparabile tempio, ancor oggi il maggiore della cristianità. Fu consacrato da Papa Urbano VIII, nel 1626; ed è appunto questo atto, che conferisce all’immensa mole il suo pieno carattere sacro, che domani con il rito della concelebrazione per la Sessione pubblica del Concilio ecumenico sarà commemorato.

Questo vi ricordiamo, Figli carissimi, affinché la visita a San Pietro non sia una semplice escursione turistica e artistica, rischiarata da qualche reminiscenza storica e da qualche sentimento di curiosità e di ammirazione per le dimensioni e per le singolarità dell'insigne monumento, ma sia un vero atto di culto, dal quale ognuno possa riportare la genuina impressione spirituale d’un tempio cattolico, impressione che qui, appunto per le dimensioni dell’edificio, per la sua storia, per la sua peculiare funzione, può diventare vivissima e caratteristica.

Moltissimi sono i pensieri che dovrebbero invadere uno spirito attento e credente quando visita una chiesa consacrata, questa specialmente. Quali pensieri? Fra i molti scegliamone tre. Il primo si riferisce alla materialità dell’edificio: ecco un’opera, quanto mai materiale, fabbricata per lo spirito. La materia qui, più che altrove, diventa linguaggio dello spirito; diventa sacramento, cioè segno sacro; per capirne il segreto significato bisogna pensare a questa finalità che la pervade e che le conferisce il suo più alto valore.

Il culto, ch’è appunto offerta delle umili cose della terra, alla gloria del Dio del cielo, domina tutta l’opera, che da profana così diventa sacra, da insignificante parlante, da materiale spirituale. Se questo sforzo di far parlare, di far cantare l’opera materiale è compiuto con bravura l’opera diventa artistica; perché l’arte propriamente consiste nel sollevare cose ed espressioni sensibili a significato spirituale. E qui, dove le forme materiali e sensibili sono così cospicue e poderose, lo sforzo per renderle parlanti con la voce arcana raggiunge un grado massimo, quasi enfatico, quasi estatico: il visitatore dirà se questo sforzo risponde o no ai suoi gusti e alle sue attitudini spirituali, ma non potrà negare che qui la potenza dell’arte vuole raggiungere un livello superiore, e ciò non per vanità profana ma per ardore religioso, per amore alla gloria di Cristo e di Dio. Questo dobbiamo pensare!

Il secondo pensiero, suggerito dall’ampiezza stessa di questa aula magnifica, ci ricorda che una chiesa-edificio è per la Chiesa-comunità. È per accogliere i fedeli e farne, almeno durame la preghiera, «un Cuor solo e un’anima sola». È la casa della carità per i fratelli. Un’intenzione ecumenica riempie l’atmosfera contenuta nelle pareti, rigorosamente definite e distintive, d’un tempio cattolico: vorremmo tutti presenti, tutti fedeli, tutti fratelli. Vorremmo una comunione totale. Ogni assenza qui ci fa soffrire. Tutti e ognuno qua sono spiritualmente invitati; per ciascuno v’è un ricordo, una preghiera, un filo di congiunzione nella carità. E il pensiero si approfondisce e si trasforma: la chiesa-edificio è immagine, è simbolo della Chiesa-comunità. Anzi la vera Chiesa è la comunità, è il Popolo, di Dio. Ascoltiamo San Pietro, proprio qui sulla sua tomba, che ancora ammonisce i cristiani: «. . . ipsi tamquam lapides vivi superaedificamini, domus spiritualis . . .» (1 Petr. 2, 5), voi pure come pietre vive siete edificati sopra (di lui, Cristo), come una casa spirituale. Se una chiesa è il luogo d’una presenza divina, questo «luogo» è l’assemblea dei fedeli, è l’anima d’ogni fedele. Voi siete tempio di Dio, dirà San Paolo (1 Cor. 3, 16). Riflettendo su queste parole, che qui acquistano un’eco interiore per chi le sappia ascoltare, la distrazione esteriore, il fascino della grandezza e della sontuosità, che sorprende il visitatore, cede al fascino interiore della vocazione spirituale alla quale ogni cristiano in grazia di Dio è chiamato, e lo incanta e lo inebria di commoventi sentimenti, proprii della pietà cattolica.

E viene allora un terzo pensiero: quello della presenza. In un tempio aleggia una Presenza, la presenza di Dio. È il mistero dell’antico Tempio di Gerusalemme, abitazione terrena del Dio del cielo e della terra, Mistero, che per noi si è svelato e reso ancor più profondo dalla presenza sacramentale di Cristo nell’Eucaristia; e da un’altra presenza, tacita questa, ma non senza precisa relazione con quella di Cristo e di Dio, la presenza della tomba del martire, o delle sue reliquie, la quale, nella nostra liturgia, è richiesta per la consacrazione d’una chiesa. Così che venerando colui ch’è morto per la fede, il martire, incontriamo l’autore della fede, Cristo Gesti (cfr. Hebr. 12, 2), e con lui il Padre celeste, al quale ogni nostro culto è rivolto (cfr. Congar, Le Mystère du Temple).

E così, lasciandovi a questi pensieri, affinché li abbiate a ricordare in relazione al nostro odierno incontro, tutti di cuore vi benediciamo.

                                                  

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