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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 15 dicembre 1965

 

Rinnovamento spirituale nella luce del Concilio

Questa è un’udienza insolita, un'Udienza straordinaria, fuori classe, di quelle che meriterebbero un protocollo speciale, non tanto di solennità esteriore, quanto di spirituale accoglienza. Meriterebbe grandi commenti; inviterebbe a grandi pensieri. Perché si tratta di Artisti; di Artisti del Teatro e del Cinema; di Operatori dello Spettacolo; e per ,di più di «anziani», di benemeriti cioè, di rinomati personaggi dello Spettacolo. Saremmo tentati di nominare le varie Associazioni componenti quella generale, che tutti vi conduce: e l’Associazione Nazionale degli Esercenti-Cinema, e l’Associazione Cattolica Esercenti Cinema (A.N.E.C. e A.C.E.C.), poi quella delle Attività teatrali (U.N.A.T.) e dell’esercizio teatrale (A.N.E.T.) e degli Enti sinfonici e lirici (A.N.E.L.S.) e degli Impresari lirici (A.N.A.D.I.L.), delle attività concertistiche (A.I.A.C.), dei circhi (E.N.C.) e degli Spettacoli viaggianti (A.N.E.S.V.), ecc. Tante sono codeste formazioni, che basta ricordarle per comprendere quale complesso di attività, di interessi, di influssi morali, sociali, artistici si concentri sotto le vostre magiche sigle. E poi: siete molti, moltissimi, - lo vediamo - come persone; e quali nomi! Se ne facciamo ora uno solo, quello di Emma Grammatica, è per onorare la memoria d’una Artista testé defunta, che voi tutti certo avete stimata e ammirata, e che Noi stessi - caso singolare, e per Noi commovente - abbiamo conosciuta personalmente sotto il velo della gentile bontà e della sincera pietà: onore e pace all’anima sua! E basti questo accenno singolare per farci pensare a quale gente voi siete: nomi celebri; ormai la pubblicità vi avvolge d’un nimbo di fama e di popolarità, che mette il vostro nome sulle labbra di quanti s’interessano agli spettacoli; e, si può dire, san tutti; è il popolo; voi siete personaggi pubblici e celebri; e tanto basta perché Noi Ci sentiamo onorati della visita che Ci fate, e perché Noi vi dobbiamo ringraziare d’averci, in codesta maniera, fatti partecipi della ricorrenza, che voi celebrate, quella del XX anniversario dell’Associazione, che tutti vi riunisce, l’A.G.I.S.; e partecipi altresì della circostanza, che dà splendore alla celebrazione, la premiazione cioè degli Anziani delle varie categorie delle persone impegnate nello spettacolo. Non solo Noi non disdegniamo l’invito, che così Ci fate, a partecipare alle vostre commemorazioni; ma, con questa Udienza, lo onoriamo della Nostra presenza e - per quanto breve e semplice - della Nostra parola. Non siamo né colleghi, né clienti; ma non siamo degli estranei - come pensosi osservatori del vostro mondo e di quanto da esso si irradia - alla realtà culturale, artistica, pedagogica, spirituale, che voi formate e rappresentate. Vi diremo anzi che siamo a codesta realtà assai attenti e interessati.

Abbiamo sempre presenti, sì, nell’animo le voci discordanti che dal nostro campo - il campo religioso e cristiano - si levano a giudicare lo spettacolo, sia per denunciarne la profanità ed il, pericolo (da Tertulliano a Bossuet e Pascal), sia per elogiarne la magia espressiva e, per certe forme, la sacralità; ma per Noi ora le questioni relative alle vostre professioni si concentrano nella valutazione artistico-pastorale, che i Nostri Predecessori hanno fatto propria a vostro riguardo; ed è una valutazione altamente positiva, piena di ammirazione e di fiducia, anche se sempre vigilante ed esigente, la quale attribuisce al vostro mondo altissimi riconoscimenti e superlative funzioni, non solo puramente estetiche e ricreative, ma umane, sociali cioè e spirituali d’innegabile importanza. Il Concilio stesso, voi lo sapete, ha mostrato la sua simpatia per ogni forma d’arte, e non solo sotto l’aspetto religioso e culturale, ma anche sotto l’aspetto del civile progresso (cfr. ad es. la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo moderno, n. 62).

Questo vi dica come Noi consideriamo prezioso questo incontro. Esso avviene sotto i segni dell’amicizia e della speranza. Avremmo nel cuore parole nuove e buone per voi; parole dense di significati reconditi, quelli che cercano di leggere in fondo allo spirito e in fondo alle cose, e che, mentre svelano le indefinite ricchezze della vostra versatilità espressiva e rappresentativa, ne fanno avvertire il potere di suggestione, il fascino propriamente artistico e di conseguenza la responsabilità ch’essa viene ad assumere verso gli spiriti, che tale fascino subiscono: voi siete il veicolo più potente di suggestione su gli uomini, sui vostri spettatori; voi siete il tramite incantevole di sentimenti, di passioni, di esperienze, di fantasie, e di idee, che travasate in quanti vi osservano; cosa stupenda, cosa tremenda; certamente voi vi pensate; ed è ciò che aggiunge un merito, una grandezza tutta particolare alla vostra arte, se davvero la sapete rendere corresponsabile della vita del vostro pubblico; non veleno, ma balsamo; non vertigine, ma visione.

Una parola Ci viene spontanea alle labbra; coraggio! date alla vostra arte le ali del genio, della bellezza, dell’energia spirituale; coraggio; ché il popolo a cui vi dirigete ha bisogno del vostro carisma artistico, e non solo per il suo sollievo ricreativo, ma per la sua coscienza di erede e di candidato d’un’incomparabile missione artistica nella storia dell’umana e cristiana civiltà.

Ed un’altra parimente Ci sale dal cuore, più umile questa e più confidenziale: Figli tutti, voi Anziani specialmente, siete stanchi? siete alle volte delusi, alle volte pensosi dello strano pluralismo a cui la vostra arte assoggetta il vostro spirito? non sentite a volte il desiderio di levare ogni maschera dal vostro volto e di sentirvi voi stessi? chi siete veramente? chi siamo? qual è finalmente la verità della vita? Signori! se mai questo bisogno d’intima e personale sincerità vi sorprende, se questo anelito di verità personale ed esistenziale vi assale, pensate che Cristo vi è vicino e che ha una parola d’ineffabile gioia anche per voi, proprio per voi! E Noi, con la Nostra Benedizione Apostolica, vi auguriamo di sentirla, quella parola!

* * *

Quale può essere il tema delle Nostre parole se non il Concilio, ancora il Concilio, che proprio una settimana fa abbiamo felicemente chiuso? Penserà forse qualcuno che s’è già parlato tanto del Concilio, da molti ed in molti sensi: non sarebbe tempo di farla finita e di cambiare tema?

Figli carissimi! comprendiamo benissimo lo stato d’animo di coloro che la pensano così; anzi diremo che è Nostro proposito rinunciare, durante queste Udienze di carattere familiare, ai commenti postumi del grande avvenimento: lasciamo i commenti ai competenti, ai critici, agli storici; e invece di volgere lo sguardo al passato, noi guardiamo al presente, ed un poco anche all’avvenire; ma non possiamo prescindere dal Concilio.

Perché? Per la semplice ragione che il Concilio, di natura sua, è un fatto che deve durare. Se davvero esso è stato un atto importante, storico e, sotto certi aspetti, decisivo per la vita della Chiesa, è chiaro che noi lo troveremo sui nostri passi ancora per lungo tempo; ed è bene che sia così. Il Concilio non è un evento effimero e passeggero, come tanti eventi sono nella cronaca della Chiesa e del mondo; è un evento che prolunga i suoi effetti ben oltre il periodo della sua effettiva celebrazione. Deve durare, deve farsi sentire, deve influire sulla vita della Chiesa, e cioè sulla nostra, se davvero noi vogliamo essere buoni e fedeli membri della Chiesa stessa.

Faremo ora due semplici osservazioni. La prima riguarda appunto l’atteggiamento che dobbiamo assumere rispetto al «Post-Concilio», come già si dice. Perché tra i vari atteggiamenti possibili dovremo scegliere quello buono. Dicevamo, innanzi tutto, non buono, non logico, non «ecclesiale», l’atteggiamento di coloro che pensano di ritornare, a Concilio finito, come prima; di rientrare nelle abitudini religiose e morali anteriori al Concilio, e forse non già per il valore di tali abitudini; molte, moltissime anzi, delle quali sono e saranno da conservare e da difendere, perché facenti parte o del «deposito della fede», inalienabile e irreformabile, o perché costituenti il patrimonio genuino e prezioso d’una tradizione cattolica, che sarebbe stolto e irriverente cambiare o dissipare; ma per la tranquillità, per la pigrizia; per il riposo, che quelle abitudini di prima sembrano concedere e garantire. Questo stato d’animo non sarebbe conforme allo spirito rinnovatore del Concilio e non sarebbe degno di figli fervorosi e intelligenti della Chiesa. Non quindi il nostro.

Vi è un altro atteggiamento opposto: il «conciliarismo», cioè quello che vorrebbe un Concilio permanente. E non parliamo ora delle sue maggiori e famose affermazioni storiche e giuridiche riguardanti la dottrina della somma potestà direttiva della Chiesa; a questo riguardo dobbiamo rallegrarci delle soluzioni costituzionali emanate dal Concilio Vaticano primo, circa la potestà pontificia, e dal Concilio Vaticano secondo, circa la potestà dei Vescovi congiuntamente a quella del Papa. Alludiamo piuttosto allo stato d’animo di coloro che vorrebbero «mettere in discussione» permanente verità e leggi ormai chiare e stabilite, continuare il processo dialettico del Concilio, attribuendosi competenza e autorità di introdurre criteri innovatori proprii, o sovvertitori, nell’analisi dei dogmi, degli statuti, dei riti, della spiritualità della Chiesa cattolica, per uniformare il suo pensiero e la sua vita allo spirito dei tempi. Sarà sempre lecito ed encomiabile che Pastori e Dottori non consentano al Popolo di Dio un’adesione puramente passiva alla dottrina e al costume della Chiesa, ma procurino piuttosto di animarla di convinzioni vive, di studi nuovi, di espressioni originali; ma tutto questo suppone una sicura fedeltà alla realtà religiosa e morale, ormai garantita dal magistero della Chiesa cattolica. Sarebbe smentita la sua natura e la sua missione, se così non fosse.

Il che vuol dire che l’atteggiamento buono, quello che i fedeli della Chiesa devono oggi assumere rispetto al Concilio, non è quello di «mettere in discussione», cioè di mettere in dubbio e sotto inchiesta le cose, che esso ci ha insegnate, ma quello di metterle in pratica; di studiarle, di capirle, e di applicarle nel contesto effettivo della vita cristiana. Se questo mancasse, a che cosa sarebbe servito il Concilio? Questo significa che il periodo Post-conciliare è importantissimo; e se il Concilio impegnava direttamente i Padri conciliari, cioè la Gerarchia avente autorità di magistero e di governo, il post-Concilio impegna tutti e ciascuno, Clero e Fedeli.

E qui faremo la Nostra seconda osservazione. Essa riguarda le «novità» del Concilio, gli effetti visibili cioè, che il Concilio intende produrre. A questo proposito bisogna ricordare che non tutti gli effetti conciliari sono visibili ed esteriori, e che perciò essi sono tali da tradursi in trasformazioni sensibili (come lo sono, ad esempio, i cambiamenti di alcuni riti liturgici). Il rinnovamento conciliare non si misura tanto dai cambiamenti di usi e di norme esteriori, quanto nel cambiamento di certe abitudini mentali, di certa inerzia interiore, di certa resistenza del cuore allo spirito veramente cristiano. Il cambiamento primo, e fra tutti il più importante, è quello che comunemente chiamiamo la «conversione» del cuore. Bisogna, come dice San Paolo, «rinnovarsi spiritualmente nella mentalità» (Eph, 4, 23); pensare in maniera nuova. Qui comincia la riforma, qui l’aggiornamento.

E cioè: dobbiamo entrare in una fase di docilità interiore alla voce di Dio, in una fase di buona volontà e di fervore, che l’amore a Cristo e alla sua Chiesa, un grande e nuovo amore, deve caratterizzare. Questo vi diciamo, accompagnando la parola e l’augurio con la Nostra Apostolica Benedizione.

                                              

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