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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 23 marzo 1966
Vocazione e responsabilità dei laici
Diletti Figli e Figlie!
Come la Madonna (della quale celebreremo la grande festa della Annunciazione
il giorno 25 di questo mese), come la Madonna ripensava in Cuor suo - «conferens
in corde suo» (Luc. 2, 19) - gli avvenimenti che avevano circondato
la nascita del Salvatore, così Noi, con umile intenzione d’imitare un po’ quella
sapiente e incomparabile interiorità, andiamo ripensando gli insegnamenti del
Concilio, avvenimento assai provvido e grande per la rinascita del cristianesimo
ai nostri giorni; e fra le cose che Ci sembrano degne di ricordo e di
comprensione da parte di tutti sono notevoli, a parer Nostro, quelle che si
riferiscono ai Laici, a quei fedeli cioè che non hanno ricevuto l’ordine sacro,
né si sono inseriti nello stato religioso. Sono la grande maggioranza del Popolo
di Dio; sono quei cristiani che vivono nel mondo, sono i «secolari», che
s’interessano principalmente delle cose temporali e che sono impegnati in
attività non propriamente sacre, ma profane.
Il Concilio, voi lo sapete, ha dedicato molta attenzione ai Laici, in modo e
in misura che dobbiamo notare come novità nella vita della Chiesa. Non è che il
Concilio abbia detto cose nuove e prima sconosciute. La novità, a questo
riguardo, consiste nel fatto d’aver trattato espressamente dei Laici, e d’aver
messo in evidenza le dottrine meravigliose che si riferiscono, nella Chiesa di
Dio, ai Laici: la loro dignità naturale e soprannaturale, il loro carattere
sacro, anzi il loro «sacerdozio», cioè la loro capacità ad esercitare un culto
spirituale, professando la fede, offrendo a Dio preghiere degne d’essere
ascoltate, maturando frutti di carità; e così via. Cioè la loro «personalità»
cristiana, con tanti diritti e doveri, è stata messa in una splendida luce, che
sarà bene conoscere ed ammirare. Ne abbiamo parlato altre volte, e altre, a Dio
piacendo, parleremo. Abbiamo, in modo speciale, ricordato come dal fatto stesso
che un essere umano è cristiano deriva per lui una vocazione alla perfezione cristiana, alla santità. Ma non è
tutto.
Un tratto, che potremmo quasi chiamare originale, del Concilio rispetto
ai Laici, tanto vi insiste, è un’altra loro vocazione: quella all’apostolato. È
cosa che pare strana, e, ad alcuni, non molto gradita, perché attribuisce ai
Laici troppe funzioni e troppi obblighi. Eppure il Concilio dedica niente meno
che uno dei suoi Decreti precisamente all’apostolato dei Laici; e ciò non tanto
per soli motivi storici e contingenti, derivati dalla necessità di promuovere la
causa della religione nel mondo moderno, che ne è così facilmente e largamente
distratto, quanto piuttosto per motivi intrinseci, per il fatto stesso cioè che
uno è cristiano. Dal carattere cristiano stesso risulta il dovere ed il diritto
di esercitare qualche apostolato. L’apostolato viene quasi a identificarsi con
la vitalità propria del cristiano. Già Pio XI, evolvendo il concetto di azione
cattolica, aveva enunciato questa esigenza, quasi un’equazione fra vita
cristiana e azione apostolica. Il Concilio è molto esplicito, tanto nella
Costituzione sulla Chiesa (cap. IV), quanto nel Decreto citato, dove leggiamo:
«La vocazione cristiana . . . è per sua natura anche vocazione all’apostolato»
(n. 2). E poi: «I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla
loro stessa unione con Cristo Capo. Infatti, inseriti nel Corpo mistico di
Cristo per mezzo del Battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per
mezzo della Cresima, essi sono deputati dal Signore stesso all’apostolato . . .
A tutti i cristiani quindi è imposto il nobile impegno - onus praeclarum
imponitur - di lavorare, affinché il divino messaggio della salvezza sia
conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra» (n. 3). E ancora:
«Per loro vocazione è proprio dei Laici cercare il regno di Dio trattando le
cose temporali e ordinandole secondo Dio. Essi vivono nel secolo, cioè implicati
in tutti i singoli doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della
vita familiare e sociale, di cui è come intessuta la loro esistenza. Ivi essi
sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno, a modo di fermento, alla
santificazione del mondo» (De Eccl. n. 31).
Quale tema di riflessione per tutti! Veramente una simile dottrina può
rinnovare la vita della Chiesa e, in certa misura, cambiare la faccia del mondo
nei suoi aspetti oscuri e negativi.
Ogni cristiano deve diventare attivo, interessato al bene altrui, sostenitore
della missione spirituale della Chiesa. Ogni coscienza deve animarsi di un senso
intimo di responsabilità, ascoltando la voce interiore della chiamata cristiana:
tocca a me, tocca anche a me fare qualche cosa per il regno di Dio. La mentalità
neghittosa del cristiano che non vuole fastidi, non vuole occuparsi del bene
altrui, non vuole apparire zelante, dovrebbe scomparire. L’egoismo spirituale,
il rispetto umano, lo studio di minimizzare i propri doveri verso la Chiesa e
verso l’apostolato sociale dovrebbero cedere il posto a un sempre vigile
desiderio del bene, ad un coraggioso e continuo tentativo di osare qualche gesto
d’utilità altrui, ad un’umile e volonterosa adesione alle forme già organizzate
per l’azione apostolica dei Laici. Quale mobilitazione spirituale! quale
trasformazione della comunità cattolica! quale somma di energie morali sarebbe
in tal modo regalata al mondo moderno!
Ciascuno vi pensi! Le forme dell’apostolato sono molte e varie.
Ciascuno domandi a se stesso: quale va bene per me?
E vi ottenga la Nostra Benedizione Apostolica la luce e la forza per bene
rispondere alla vocazione dell’ora, ormai sonata, dell’ora dei Laici.
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