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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 6 aprile 1966

 

Rendere operante il Mistero della Redenzione

Diletti Figli e Figlie!

Siamo nella Settimana Santa; quella che nella tradizione della Chiesa è stata chiamata «la Grande Settimana». Citeremo una bella pagina di S. Giovanni Crisostomo (verso la fine del quarto secolo): «Eccoci finalmente giunti alla fine della santa quaresima, . . . per grazia di Dio siamo arrivati a questa grande settimana . . . Perché la chiamiamo grande? Perché in essa si sono verificati per noi alcuni beni grandi e ineffabili. In essa infatti si è conclusa la lunga guerra, estinta la morte, cancellata la maledizione, soppressa la schiavitù del demonio e strappata a lui la sua preda; Dio s’è riconciliato con gli uomini, il cielo si è fatto penetrabile, gli uomini con gli angeli si sono uniti, le cose ch’erano distanti sono state congiunte, la siepe è stata tolta, rimossa la barriera, il Dio della pace ha reso pacifica ogni cosa, sia in cielo che in terra» (In Gen. Hom. 30, P. G. 29, 273-274). È cioè questa la Settimana in cui la Chiesa ravviva la memoria e rende operante il mistero della nostra redenzione, cioè della nostra elezione alla vita cristiana e della nostra salvezza.

Voi tutti, carissimi Figli e Figlie, troverete perciò naturale che Noi profittiamo di questo incontro per esortarvi ad attribuire a questa Settimana l’importanza che le è propria e a considerarla centrale e decisiva per il corso spirituale di tutta l’annata. Questa doverosa valutazione comporta un dovere, conferisce un diritto: quello di partecipare, in qualche forma e in qualche misura, alla celebrazione della Settimana Santa.

Partecipazione: ecco una delle più ripetute e delle più autorevoli affermazioni del Concilio ecumenico a riguardo del culto divino, della Liturgia; tanto che questa affermazione può dirsi uno dei principii caratteristici della dottrina e della riforma conciliare. Essa ricorre più volte nei termini più espliciti: «. . . i pastori d’anime (il Concilio rivolge prima che ad altri a loro la sua parola) devono vigilare attentamente che nell’azione liturgica non solo siano osservate le leggi che ne assicurano la valida e lecita celebrazione, ma che i fedeli vi prendano parte consapevolmente, attivamente e fruttuosamente» (Const. «Sacros. Concilium», n. 11). E poi la raccomandazione si rivolge ai fedeli: «È ardente desiderio della Madre Chiesa che tutti i fedeli siano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia e alla quale il popolo cristiano - stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo redento (1 Petr. 2, 9) - ha diritto e dovere in forza del battesimo». La Liturgia è «infatti la prima e indispensabile fonte, dalla quale i fedeli possano attingere il genuino spirito cristiano» (ib., n. 14).

Potremmo moltiplicare le citazioni. Il pensiero della Chiesa è chiaro: il popolo cristiano non deve semplicemente e passivamente assistere alle cerimonie del culto divino; deve capirne il senso e deve esservi associato in modo che la celebrazione sia piena, attiva e comunitaria (cfr. ibid. n. 21). Si può veramente dire, a questo riguardo, che l’aggiornamento del Concilio è stato un ritorno alle sorgenti sia storiche, che interiori della spiritualità cristiana (cfr. Jungmann, Tradition lit. et problèmes actuels de pastorale, p. 82).

Di qui, Figli carissimi, due osservazioni, che consegniamo oggi alla vostra riflessione. La prima riguarda le caratteristiche della partecipazione liturgica, tanto raccomandata dal Concilio: cosciente; ecco la prima caratteristica; e basterebbe questa per fare un’apologia umanistica della religione, che la Chiesa inculca ai suoi fedeli; la preghiera della Chiesa non è ermetica, non è sottratta all’intelligenza del popolo; essa piuttosto va incontro alla sua capacità e alla sua avidità di conoscere e di capire; essa fa propria la parola di Cristo: «Tutti saranno alunni di Dio, erunt omnes docibiles Dei» (Io. 6. 45); attiva e personale, ecco una seconda caratteristica della partecipazione liturgica; e terza, comunitaria. Ormai sappiamo queste cose. Diremo ancora con Gesù: «Se voi sapete queste cose, sarete beati se le metterete in pratica! Si haec scitis, beati eritis si feceritis ea»! (Io. 13, 17).

L’altra osservazione ci riporta alla Settimana Santa. Se v’è Liturgia, che dovrebbe trovarci tutti compresi, attenti, solleciti ed uniti per una partecipazione quanto mai piena, degna, pia e amorosa, questa è quella della Grande Settimana. Per una ragione chiara e profonda: il mistero pasquale, che trova nella Settimana Santa la sua più alta e commossa celebrazione, non è semplicemente un momento dell’anno liturgico; esso è la sorgente di tutte le altre celebrazioni dell’anno liturgico stesso, perché tutte si riferiscono al mistero della nostra redenzione, cioè al mistero pasquale (cfr. Jungmann, ibid. p. 341, ss.).

Perciò, Figli carissimi, non possiamo augurarvi la buona Pasqua senza esortarvi a partecipare debitamente alla celebrazione del mistero pasquale; e voglia il Signore che ciò sia anche in virtù della Nostra Benedizione Apostolica.

                                                         

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