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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 20 aprile 1966
La Fede e l'adesione al Signore
Diletti Figli e Figlie!
Vogliamo richiamare la vostra riflessione sopra una ben nota parola
dell’epistola prima di San Giovanni, che abbiamo letta nella santa Messa di
domenica scorsa, la domenica «in albis»; ed è quella, che in questo luogo ed in
questo tempo sembra acquistare particolare significato: «Questa è la vittoria
che vince il mondo: la nostra fede» (1 Io. 5, 4). La Chiesa rivolgeva
questa parola ai neofiti, a quelli che nella veglia pasquale avevano ricevuto il
battesimo, e che, deponendo dopo otto giorni la veste bianca loro imposta a
segno e a ricordo del rito sacramentale ricevuto, riprendevano l’abito consueto,
rientravano nella vita ordinaria, terminavano la catechesi da cui erano stati
iniziati alla professione cristiana; voleva la Chiesa loro ricordare che quei
battezzati non erano più quelli di prima; una grande novità s’era prodotta nelle
loro anime; essi portavano con sé la fiamma d’una nuova luce, che dà senso alla
vita, la fede; e che bisognava conservare accesa quella fiamma; essa li avrebbe
guidati nel cammino da percorrere, e li avrebbe così confortati e fortificati da
renderli vittoriosi sulle immancabili difficoltà che stavano per incontrare,
come cristiani nel mondo.
Questa esortazione dell’apostolo Giovanni: la vittoria sul mondo proviene
dalla fede, si ripete in diverse pagine del Nuovo Testamento; si vede che essa
costituiva un pensiero ricorrente nella predicazione apostolica. Gesù stesso vi
aveva dato origine, esigendo dai suoi, come condizione iniziale e indispensabile
della sua azione nelle loro vite, la fede: «Si potes credere - dirà una
volta Gesù -, omnia possibilia sunt credenti; se tu puoi credere, tutte
le cose sono possibili per chi crede» (Marc. 9, 23). La fede è l’adesione
al Signore, la quale rende possibile la dilatazione della sua potenza operante e
salvatrice nel credente. «Non si turbi il Cuor vostro: credete in Dio, ed in me
credete» dice ancora Gesù (Io. 14, 1). «Colui che crederà e sarà
battezzato, si salverà» (Marc. 16, 16); e così via. Gli Apostoli
ripeteranno questo fondamentale precetto della vita cristiana; S. Pietro, ad
esempio, scriverà: «. . . Resistite fortes in fide, resistete (al
demonio) forti nella fede» (1 Petr. 5, 8-9); e il capo II della lettera
agli Ebrei è una lunga e lirica esaltazione della fede come principio efficiente
nella vita di coloro che la professano.
Il che significa che l’esortazione della Chiesa inserita nella liturgia dei
neofiti vale per tutti, è permanente, vale per noi: dobbiamo così possedere,
così professare la nostra fede, da trarne energia umano-divina di vittoria nelle
traversie della vita, nelle tentazioni del mondo. Il che significa ancora che la
vita cristiana non è facile; essa incontra ostacoli e opposizioni, pericoli e
tentazioni; essa dev’essere vigilante e militante.
Figli carissimi! quale effetto producono in voi queste considerazioni? di
conforto o di timore? quale concetto avete voi circa l’efficacia della fede? è
una fonte di debolezza, o invece di fortezza? Queste alternative sono possibili;
anzi sono frequenti negli animi delle persone del nostro tempo. Spesso la fede
appare come un atto molto difficile; e anche quando esso è professato, esso è
debole, esitante, dubbioso; appare come un dovere grave e conturbante, piuttosto
che come un lume limpido e consolante. L’atto di fede è difficile per la
mentalità moderna, tanto abituata al dubbio sistematico e alla critica, e
persuasa di limitare la propria certezza entro i confini della propria
esperienza (mentre poi la massima parte di ciò che si sa, si fonda sulla fede -
umana - di ciò che altri, i maestri, gli scienziati, i competenti ci dicono di
credere).
Che cosa diremo? come convertire la debolezza della nostra fede in un atto di
fortezza interiore ed esteriore? La risposta si farebbe lunga e difficile, se
volessimo costruirla logicamente, come si dovrebbe. A Noi qui basterà ricordare
che anche la fede è una grazia. E qui, sulla tomba di San Pietro, primo maestro,
dopo Gesù, della fede, domanderemo questa grazia; e sarà grande fortuna, grande
gioia l’ottenerla. In secondo luogo ricorderemo che la fede non è un atto
puramente speculativo; è atto ragionevole, ma non frutto della sola ragione. Una
componente volontaria lo rende possibile e meritorio: bisogna voler credere,
quando, è ovvio, vediamo ch’è ragionevole, ch’è umano, ch’è bello il farlo. La
certezza diventa un dovere, ad un dato momento (Newman); e la fede che ne
risulta diventa un atto religioso; l’atto religioso fondamentale del
cristianesimo. «L’atto di fede, omaggio reso a Dio dall’intelligenza umana, è un
atto incontestabilmente religioso. Ma lo è a un titolo ancora più profondo:
l’atto di fede è un’attività teologale che rende partecipe l’uomo della vita
stessa di Dio, un’attività la quale non solo si orienta verso Dio, ma è
orientata da Dio» (AUBERT, in Prob. e Orient. II, 694).
Diremo dunque, come l’umile personaggio del Vangelo: «Credo, Domine,
adiuva incredulitatem meam; credo, Signore, Tu aiuta la mia incredulità!» (Marc.
9, 24). E cantando ora il Credo sul sepolcro dell’Apostolo, che ha avuto da
Cristo la missione di confermare nella fede i fratelli (Luc. 22, 32),
meglio comprenderemo il valore della fede nella vita cristiana; non più peso
essa ci sembrerà, ma energia e gaudio; non più temeremo di immergerci nella vita
profana del mondo, dove non saremo sperduti e naufraghi, ma testimoni sereni e
forti d’una luce vigiliare e notturna, la fede nel tempo presente, foriera della
luce piena del giorno eterno. Con la Nostra Apostolica Benedizione.
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