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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 11 maggio 1966
Gesù a Pietro: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore»
Diletti Figli e Figlie!
Sappiamo di parlare a migliaia di alunni dei Salesiani, qui presenti; di
figli di Don Bosco; e vorremmo che la loro visita al Papa lasciasse in loro una
memoria particolare. Non soltanto la memoria della scena, ch’è ora davanti ai
vostri occhi, la scena di questa basilica, piena di gente, intorno a questo
altare, sotto il quale si trova la tomba di S. Pietro, l’apostolo che si
chiamava Simone, figlio di Giovanni, e che Gesù volle appunto che invece si
chiamasse Pietro, per significare che lui doveva essere il fondamento, la
pietra, su cui Gesù voleva costruire un edificio; un edificio chiamato Chiesa.
Ecco: Noi vorremmo che nei Nostri visitatori odierni, in questi ragazzi
specialmente, questa udienza imprimesse la memoria della Chiesa.
Che cosa è la Chiesa? Come voi ve la figurate? Dicevamo: un edificio; difatti
il nome di Chiesa serve a indicare l’edificio sacro, dove si va a pregare; ma
serve anche a indicare la società, il popolo, la gente che va in Chiesa; indica
cioè la comunità di persone che credono in Cristo, e che formano tutte insieme
un gruppo, una moltitudine, unita, ordinata, concorde, buona, religiosa,
contenta e tutta animata da grandi pensieri e da grandi speranze; questa è la
Chiesa, come voi tutti ben sapete.
Ora Noi vi chiediamo: vi è un’immagine, oltre quella dell’edificio, che
rappresenta la Chiesa, proprio nel suo aspetto di moltitudine adunata intorno ad
un centro? Sì; è un’immagine che Gesù stesso ci lasciò; un’immagine che
sentirete spesso ripetere, quella del gregge riunito intorno al proprio pastore;
dal pastore guidato, conosciuto, difeso. Lo ha detto Lui stesso: «Io sono il
buon Pastore» (Io. 10, 14); cioè il Pastore vero, il Pastore unico, il
Pastore che solo sa guidare, il Pastore che si sacrifica per difendere e per
salvare il suo gregge. E il gregge che cosa significa? Significa l’umanità,
significa il mondo, significa noi, noi stessi. Questa immagine, a noi moderni,
dice meno di quanto dicesse agli antichi, più di noi abituati a mirare, la scena
campestre del pastore che conduce al pascolo il suo gregge. Era un’immagine cara
al linguaggio dei tempi passati; una volta i re erano chiamati pastori di popoli
(cfr. Omero). I profeti avevano annunciato il Messia come pastore d’Israele. Ma
è un’immagine tanto semplice e bella che anche a noi può servire a significare
la riunione di molti seguaci, tenuti insieme e condotti da un unico capo, da
un’unica guida: cioè gli uomini, i fedeli, che hanno in Gesù Cristo il principio
della loro unità e formano un corpo sociale intorno a Lui: questa è la Chiesa.
Ora state attenti. Gesù, che prima aveva dato a Simone il nome di Pietro,
alla fine del Vangelo, nella celebre e stupenda scena sulle rive del lago di
Tiberiade, dà allo stesso Pietro la funzione di Pastore; e tre volte gli dice:
Sii il pastore del mio gregge (Io. 21, 15-17); cioè Gesù affida a
Simone-Pietro il compito che Gesù aveva dichiarato suo proprio; lo nomina suo
successore, suo vicario, suo rappresentante. Se voi foste capaci di leggere le
grandi parole, scritte in mosaico, nella fascia d’oro sotto la grande cornice di
questa basilica, in latino e in greco, trovereste le sentenze di Gesù che
investe Pietro delle sue funzioni: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore»;
cioè vedreste richiamata con le espressioni stesse di Cristo la figura della
Chiesa, simboleggiata nel pastore e nel gregge.
Questa figura, questa similitudine, questo ricordo Noi vorremmo restasse
nelle vostre menti in seguito a questa Udienza, ch’è per voi un incontro
caratteristico con la santa Chiesa, alla quale voi tutti appartenete. Che cosa
ci insegna la figura del pastore e del gregge riferita alla Chiesa? C’insegna
due proprietà della Chiesa, le quali ci devono essere molto care, e che ci
aiutano a capire tante cose relative al mondo, alla storia, alla nostra vita:
l’unità e la cattolicità. La Chiesa è unica ed è universale: è una cosa
meravigliosa; se studierete, se viaggerete, capirete qualche cosa di questo
semplicissimo e sublime disegno di Dio per la salvezza dell’umanità.
C’insegna poi che questa unità universale, che Cristo ha fondato e che sta
realizzandosi nel tempo, è tenuta insieme da due forze principali: uno stesso
pensiero e una comune affezione; diciamo meglio: dalla fede, eguale per tutti, e
dall’amore - non dalla forza, non dall’interesse, non dalla pigrizia -,
dall’amore di Cristo per noi e dall’amore nostro per Cristo e per i nostri
simili, che chiamiamo fratelli. Questa è la Chiesa! Lo ricorderete? Cercherete
sempre d’esserle fedeli e affezionati? Sarete felici di essere cattolici?
Certamente; e con la Nostra Benedizione Apostolica.
Gli alunni della grande famiglia di San Giovanni Bosco
Dilettissimi giovani,
Vi dedichiamo un saluto di particolare affetto in questa mattinata, per voi
memorabile. E ve lo rivolgiamo di gran cuore, perché lo meritate a diversi
titoli: anzitutto, perché siete giovani, e dunque nella età più preziosa e
promettente, nel periodo in cui si gettano i fondamenti, che dovranno durare per
tutta la vita; ancora, perché siete alunni e alunne di Scuole Medie Superiori, e
dunque impegnati a prepararvi alla professione futura nello studio, nella
disciplina, nella serietà lieta e serena dei vostri anni migliori; infine,
perché appartenete alle Scuole degli ottimi Istituti Salesiani, diretti dai
continuatori di Don Bosco e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, e dunque
consapevoli della vostra cristiana vocazione, e del dovere a cui essa vi chiama,
di considerare la vita una missione, una risposta da dare, un talento da
spendere per il Signore e per il bene dei fratelli, secondo le consegne ricevute
nel Santo Battesimo.
Avete concluso stamane, attorno all’Altare del Sacrificio Eucaristico, le
celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della nascita di S. Giovanni
Bosco: e nella gratitudine, franca e fervorosa, che sale dai vostri cuori per
quanto di buono e di grande avete ricevuto nel nome di quel gigantesco Apostolo
della gioventù, avete rinnovato i vostri propositi di generosità verso Dio, di
amore alla Chiesa, di corrispondenza agli impegni della vita familiare e
sociale.
Ricordatelo, dunque, questo; giorno tanto significativo: dall’esempio di un
grande Santo dei tempi moderni vi viene ancor oggi l’invito a curare per prima
cosa gli interessi dell’anima, perché, come ha detto Gesù Cristo nel suo
Vangelo, «che vale all’uomo guadagnare anche tutto il mondo, se poi perde
l’anima?» (Matth. 16, 26). Dai vostri maestri vi vengono ogni giorno le
lezioni della vera sapienza. Dai vostri genitori ricevete l’insegnamento,
vissuto e tradotto in pratica, della coerenza cristiana.
Sappiate profittare di tutte codeste voci, che vi esortano a conquiste sempre
più alte; sappiate prepararvi ai vostri compiti futuri, adempiendo tutte le
speranze in voi riposte; sappiate essere domani professionisti capaci e
coscienziosi, cittadini leali e costruttivi; siate soprattutto cristiani
convinti, figli degni della Chiesa dei tempi nostri, che con la celebrazione del
Concilio Ecumenico ha tracciato per i laici nel mondo, uomini e donne, un
preciso programma di vita e di azione. L’ora non è dei pavidi, dei pigri, degli
assenti: ma è invece dei generosi, dei forti, dei puri, dei convinti; di chi
crede, spera e ama; di chi è pronto a pagare di persona per l’estensione del
Regno di Cristo, per l’avvento di tempi migliori.
Noi siamo certi che questa scelta decisiva è già stata da voi fatta, e che vi
manterrete ad essa fedeli per tutta la vita. A questo vi incoraggi l’Apostolica
Nostra Benedizione, che estendiamo ai vostri cari, e a tutti i vostri benemeriti
Educatori della grande Famiglia di Don Bosco.
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