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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 1° giugno 1966

 

Siamo veri figli adottivi di Dio

Diletti Figli e Figlie!

Voi forse sapete che Noi facciamo volentieri oggetto di questo piccolo colloquio dell'Udienza generale la Chiesa, ancora la Chiesa. Risuona al Nostro spirito la voce forte e soave del Concilio su questo tema; e a Noi sembra onorare voi, Nostri visitatori carissimi, facendo eco a qualche sillaba di quella voce, che parla appunto della Chiesa, parla di voi, perché voi siete la Chiesa!

Pensateci bene: voi siete la Chiesa, cioè voi appartenete alla Chiesa, alla santa Chiesa di Dio, alla grande assemblea convocata da Cristo, alla comunità vivente della sua parola e della sua grazia, al suo Corpo mistico. Bisogna che si chiarisca sempre più in noi la coscienza della appartenenza alla Chiesa: è una coscienza di dignità; perché nella Chiesa siamo veri figli adottivi di Dio e fratelli di Cristo e di Lui viventi nello Spirito Santo; è una coscienza di fortuna; quale maggiore fortuna ci poteva capitare che quella d’essere ammessi a questa società della salvezza? È una coscienza di dovere, di impegno (come ora si dice); basta dire che un appartenente alla Chiesa si chiama fedele, cioè aderente, coerente, permanente.

Dunque: se è cosa estremamente bella, estremamente importante appartenere alla Chiesa, sorge nell’animo una domanda urgente e spontanea: appartengo io davvero alla Chiesa? chi vi appartiene? come ci è conferita questa appartenenza?

La risposta, a prima vista, è facile; tutti la conoscono: è mediante il Battesimo che si entra nella santa Chiesa. I fedeli, dice il Concilio (Lumen Gentium 11) e prima di esso tutta la tradizione cristiana, sono incorporati nella Chiesa col Battesimo.

Qui dovremmo fare l’apologia di questo sacramento; ma limitiamoci ad augurare che il popolo cristiano accolga con favore, comprenda, apprezzi l’opera che la riforma liturgica sta facendo per rimettere in giusto rilievo, nella mente e nel costume dei fedeli, il sacramento del Battesimo: è cosa veramente di somma importanza per una vera concezione della vita cristiana.

Facciamo ora piuttosto una altra domanda: allora tutti quelli che sono battezzati, anche se separati dalla unità cattolica, sono nella Chiesa? nella Chiesa vera? nell’unica Chiesa? Sì. Questa è una delle grandi verità della tradizione cattolica; e il Concilio l’ha ripetutamente confermata (cfr. Lumen Gentium, 11, 15; Unitatis redin. 3; etc.). Essa si connette con l’articolo del Credo, che cantiamo nella Messa: «Confiteor unum baptisma in remissionem peccatorum»; e si connette con le grandi polemiche teologiche dei primi secoli, concluse specialmente con l’autorità di S. Agostino, che, in discussione con i Donatisti, afferma che «la Chiesa teneva la felicissima consuetudine di correggere negli stessi scismatici ed eretici ciò ch’è falso, ma non di ripetere ciò ch’è stato dato (da loro, cioè il Battesimo); di guarire ciò ch’è ferito, non di curare ciò ch’è sano» (De bapt. 2, 7; P. L. 43, 133). È ciò che insegna, per citare un documento recente del magistero ecclesiastico, l’Enciclica «Mystici Corporis» : «Col lavacro dell’acqua purificatrice quelli nati a questa vita mortale, rinascono dalla morte del peccato (originale) e sono fatti membra della Chiesa» (n. 18). Questa dottrina è la base del nostro ecumenismo, che ci fa considerare fratelli anche i cristiani da noi separati, tanto più se essi col Battesimo e con la fede in Cristo e nel mistero della Santissima Trinità conservano tanti altri tesori del comune patrimonio cristiano (Lumen Gentium, 15).

Ma basta il Battesimo e una certa fede per appartenere pienamente alla Chiesa? È da ricordare che questa pienezza, questa perfetta comunione è esigenza profonda e inestinguibile dell’ordine religioso stabilito da Cristo. Se è sommamente apprezzabile l’appartenenza almeno iniziale, o parziale alla Chiesa, è altrettanto desiderabile che tale appartenenza raggiunga la sua completa misura: la Chiesa è una ed unica; non vi sono parecchie Chiese, a sé stanti e a sé sufficienti (cfr. Denz. 1685); la legge sovrana dell’unità domina intimamente la società religiosa fondata dal Signore; non dimentichiamo mai le parole formidabili di San Paolo: «Siate solleciti nel conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace; un corpo solo, un solo spirito, come in unica speranza siete stati chiamati; uno è il Signore, una la fede, uno il Battesimo, uno Iddio e Padre di tutti» (Eph. 4, 5); a questa organica e perfetta unità e «al superamento degli ostacoli, che si oppongono alla piena comunione ecclesiastica, tende appunto il nostro movimento ecumenico» (Unit. red. 3).

Ma qui sorgono due altre grosse questioni: e i catecumeni, o meglio, tutti quelli che non conoscono il Vangelo e la Chiesa come si salveranno? Prima questione, enorme. E l’altra: e i peccatori, che non sono in grazia di Dio, appartengono, o no, alla Chiesa? Non risponderemo a domande, che reclamerebbero lunghe e meditate precisazioni. Diremo soltanto, alla prima, che alla Chiesa si può appartenere in realtà, ovvero «in voto» virtualmente, per desiderio (come i catecumeni), o anche per una orientazione onesta della vita, priva forse d’ogni esplicita conoscenza cristiana, ma disponibile per una loro morale rettitudine ad una misteriosa misericordia di Dio, che può associare all’umanità salvata da Cristo, e perciò alla Chiesa, anche le immense moltitudini di uomini «che siedono nell’ombra di morte» (Ps. 106, 10), ma che sono pur essi creati e amati dalla divina bontà (cfr. Lumen Gentium, 13).

Alla seconda diremo questa verità strana e meravigliosa insieme: che anche i peccatori possono appartenere alla Chiesa. È questa una dottrina avversata da coloro che pretendono che la Chiesa terrena è composta solo di santi (cfr. S. Ambrogio, De Paenitentia: «peccamus et seniores» II, 8, 74). Il peccato interrompe l’unione con Dio, ma se non interrompe l’adesione alla comunione di salvezza, ch’è la Chiesa, (come è il peccato rivolto espressamente contro l’appartenenza alla Chiesa: l’eresia, lo scisma, l’apostasia, o implicante la separazione dalla comunità, cioè la scomunica), può trovare in questa istituzione, fatta apposta per salvare gli uomini, la sua redenzione. Ricordate la parabola della rete: «Il regno dei cieli è simile ad una rete calata in mare e che ha preso ogni sorta di pesci» (Matth. 13, 47).

Ma pensate piuttosto, se volete riassumere e ricordare tutta questa importantissima dottrina dell’appartenenza alla Chiesa, ad un’altra duplice immagine, con cui Gesù raffigura la Chiesa stessa: quella dell’ovile e quella del gregge (cfr. Io. 10, 16); e abbiate sommamente cura d’essere dentro l’ovile di Cristo, e d’essere del numero fortunato del suo gregge.

È il voto che vogliamo convalidare con la Nostra Benedizione Apostolica.

                                                       

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