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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 14 dicembre 1966

 

Viva testimonianza a Cristo con la fede e la carità

Diletti Figli e Figlie!

L'atto di fede, che ciascuno di voi pronuncia nel cuore visitando la tomba di San Pietro, e qui, presente il Papa, di lui umile successore, recitando il «Credo» alla fine di questa udienza, assume un significato più esplicito e più impegnativo, dopo il Concilio. È bene che ne abbiate l’avvertenza.

COME INTENDERE IL «REGALE SACERDOTIUM» DEL POPOLO DI DIO

Il Concilio, come sapete, riconosce a tutti i Fedeli una dignità «sacerdotale» e una funzione «profetica» (cfr. Lumen Gentium, 10, 11, 12 ecc.); termini solenni, non nuovi, ma usati ora con una elevatezza di significato, che dev’essere meditata, con lo stupore e col gaudio appropriati al disegno di bontà e di grandezza instaurato da Dio nell’economia della salvezza; e significato che mostra un primo, grande dovere derivante dalla partecipazione a tali doni, a tali carismi, conferiti al Popolo di Dio: quello della testimonianza. Il dovere di testimoniare la propria fede è una delle prescrizioni e delle esortazioni, che il Concilio proclama e ripete con frequenza nei suoi documenti. Il cristiano, che si pone alla scuola del Concilio, deve sentirsi stimolato ad una nuova, più chiara, più intensa, più apostolica professione della propria fede. Lo spirito del Concilio, si direbbe, soffia nelle anime per riaccendere in esse una più viva fiamma di fede. La fede del cristiano deve non solo crescere, ma manifestarsi; deve studiarsi di diventare esemplare, comunicativa, documentata da quella espressione, che oggi giustamente chiamiamo testimonianza.

In che cosa consiste questa testimonianza? «Il Popolo di Dio, dice il Concilio, partecipa dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo d’una vita di fede e di carità» (ibid. 12). La vita, la vita veramente cristiana, è la prima e principale testimonianza che il cristiano, rinnovato dal Concilio, deve dare con maggiore coscienza e più decisa volontà.

È cosa ovvia; ma non è piccola cosa. Perché dare testimonianza a Cristo con la propria vita indica innanzi tutto un’adesione piena e ferma alla sua Parola e alla sua Chiesa; indica cioè una fede forte e nutrita, personale ed amata. Che cosa sarebbe una testimonianza priva di questa essenziale premessa? Occorre una coerenza con Cristo: la fede. E poi una seconda coerenza: con noi stessi: la pratica della fede. La testimonianza esige una coerenza fra pensiero e azione; fra la propria fede e le proprie opere. Questa è la testimonianza della propria condotta; cioè della maniera particolare con cui il cristiano dà stile, dà forma, dà legge al proprio modo di giudicare e di agire. Un cristiano si deve vedere che è tale, ancor prima che ascoltarlo, dal suo tenore di vita. Questo apostolato tranquillo e connaturato, l’apostolato dell’esempio, è a tutti accessibile, è per tutti doveroso, ed è oggi più che mai necessario. Bisogna predicare in silenzio con la semplicità e con lo splendore del proprio contegno.

PROFESSIONE COSTANTE DELLA FEDE PRINCIPIO DI VITA MORALE

Il Concilio è molto esigente a tale riguardo. Si può dire che tale esigenza forma il sustrato della Costituzione pastorale circa la Chiesa e il mondo moderno. Il fedele vive in mezzo alla società; egli deve, prima ancora di svolgere opera attiva di apostolato, irradiare d’intorno a sé il proprio segreto, la propria fede. La sua vita deve apparire concepita secondo la formula vera, la formula buona, onesta, felice, quella di Cristo. Chi pensasse di nascondere la propria personalità cristiana per riguardo all’ambiente profano, in cui vive, cederebbe al «rispetto umano» di antica memoria e meriterebbe il. rimprovero del Signore: «Chi mi avrà negato davanti agli uomini, anch’Io lo rinnegherò davanti al Padre mio, ch’è nei cieli» (Matth. 10, 33).

La fede reclama una professione. Anche sotto questo aspetto del suo rapporto con l’attività pratica di chi la possiede si vede come la fede non sia inerte e statica, ma principio di vita morale.

Si presenta a questo punto la famosa questione della fede e delle opere: non dice San Paolo che siamo salvati per grazia, mediante la fede, dono di Dio, e non dalle opere nostre? (cfr. Eph. 2, 8-9; Rom. 3, 24-25; ecc.). Il senso della dottrina capitale dell’Apostolo è ben chiaro; egli vuole insegnare che la nostra salvezza viene da Dio, a cui aderiamo mediante la fede; Dio Padre, per Gesù Cristo, nello Spirito Santo, è la prima causa della nostra giustificazione. Egli è giusto e giustificante (Rom. 3, 26); le opere, cioè le prescrizioni della legge mosaica, non valgono a salvarci; così non basterebbero le nostre virtù puramente umane a meritarci la salute eterna.

LA PIÙ CONVINCENTE APOLOGIA DEL CRISTIANESIMO

Ma ciò non significa che basti la fede senza le opere buone (cfr. Iac. 2, 20) per essere salvi; ché anzi il bene operare è richiesto sia come predisposizione alla luce della fede: «Chi opera secondo la verità si accosta alla luce», dice il Signore (Io. 3, 21); e sia come conseguenza ed esigenza della vita nuova, in noi generata dalla fede e dalla grazia. È ciò che ancora il Concilio, esaltando la vocazione alla santità per tutti i fedeli, santificati dal battesimo, ricorda con forte parola: «I seguaci di Cristo . . . devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare, vivendola, la santità che hanno ricevuta» nel battesimo della fede (Lumen Gentium, 40). Ed è così riconfermata la dottrina del Concilio Tridentino, che tante affermazioni ha dovuto fare su questo aspetto essenziale della vita cristiana, concludendo tuttavia anch’esso sul riconoscimento della prima causa della nostra salvezza in quel Dio «la cui bontà verso tutti gli uomini è così grande, da volere che siano considerati loro meriti i suoi stessi doni» (Denz. Schön, 1548; cfr. S. Th. X-IIæ, q. 113).

Del resto, è ovvio; il buon senso ha la sua teologia: un cristiano autentico dev’essere un galantuomo. L’impegno verso Dio reclama un impegno d’onestà ineccepibile. Nulla scredita maggiormente la religione quanto la sua dissociazione dalle virtù morali. Gesù stesso ha avuto parole d’implacabile severità per il fariseismo, la professione, cioè, ufficiale e meticolosa d’una religiosità esteriore e formale disgiunta dalle virtù basilari della moralità: «la giustizia, la misericordia e la fedeltà» (Matth. 23, 23).

Tutto questo dice a noi, Figli carissimi, che dobbiamo dare oggi, e proprio auspice il Concilio, coscienza ed energia maggiori alla rettitudine morale della nostra vita; un tono, un timbro cristiano corrispondente alla nostra fede; questa è la testimonianza che la Chiesa attende da noi, questa l’apologia di Cristo, forse la più convincente, che il .mondo oggi possa ascoltare. La Nostra Benedizione sia con voi.

                                                                      

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