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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 22 febbraio 1967
Nella festa della cattedra di San Pietro
Questa udienza generale trova oggi, 22 febbraio, la Basilica di
S. Pietro in festa per la celebrazione d’una sua particolare solennità: quella
della «Cattedra di San Pietro». Dubiterà qualcuno che si tratti d’una festa di
recente istituzione, dovuta allo sviluppo della dottrina circa il Pontificato
romano, nel secolo scorso. No, si tratta di un’antichissima festa, che risale al
terzo secolo (cf. Lexicon für Th. und K. 6, 66), e che si distingue dalla
festa per la memoria anniversaria del martirio dell’Apostolo (29 giugno). Già
nel quarto secolo la festa odierna è indicata come «Natale Petri de cathedra»
(cf. Radò, Ench. Lit, II, 1375). Fino a pochi anni fa il nostro
calendario registrava due feste della Cattedra di S. Pietro, una il 18 gennaio,
riferita alla sede di Roma, l’altra il 22 febbraio, riferita alla sede di
Antiochia; ma si è visto che questa geminazione non aveva fondamento né storico,
né liturgico.
A che cosa si riferisce questo culto? Il primo pensiero corre
alla Cattedra materiale, cioè alle reliquie del seggio sul quale l’Apostolo si
sarebbe seduto per presiedere all’assemblea dei Fedeli, perché sempre in tutte
le comunità cristiane il seggio episcopale era tenuto in grande onore. Si chiama
ancor oggi cattedrale la chiesa dove il Vescovo risiede e governa. Ma la
questione circa l’autenticità materiale di tali reliquie riguarda piuttosto
l’archeologia, che la liturgia; sappiamo che tale questione ha una lunga storia
di difficile ricostruzione, e che il grandioso e celebre monumento di bronzo,
eretto per ordine di Papa Urbano VIII, ad opera del Bernini, nell’abside di
questa Basilica, si chiama «l’altare della Cattedra», il quale, a prescindere
dai cimeli archeologici ivi contenuti, vuole onorare principalmente il loro
significato: vuole cioè riferirsi a ciò che dalla Cattedra è simboleggiato, la
potestà pastorale e magistrale di colui che occupò la Cattedra stessa,
considerata piuttosto nella sua origine costitutiva e nella sua tradizione
ecclesiastica, che non nella sua entità materiale (cf. Cabrol, in DACL,
III, 88: la festa «ricordava l’episcopato di S. Pietro a Roma, piuttosto che la
venerazione d’una Cattedra materiale dell’Apostolo»).
«Quello che conta e che commuove e la
glorificazione di questa "Cattedra", la quale, fra tanto susseguirsi e variare
di sistemi, di teorie, di ipotesi, che si contraddicono e cadono l’unta dopo
l’altra, è l’unica che, invitta, faccia certa, da duemila anni, la grande
famiglia dei cattolici; che anche su questa terra è dato agli uomini di
conoscere talune immutabili verità supreme: le vere e sole che appaghino
l’angoscioso spirito dell’uomo» (cf. Galassi Paluzzi, S. Pietro in Vat.,
II, 65).
Dunque: onoreremo nella Cattedra di San Pietro l’autorità che
Cristo conferì all’Apostolo, e che nella Cattedra trovo il suo simbolo, il suo
concetto popolare e la sua espressione ecclesiale. Come non ricordare che, fin
dalla metà del terzo secolo, il grande vescovo e martire africano, San Cipriano,
adopera questo termine per indicare la potestà della Chiesa Romana, in virtù
della Cattedra di Pietro, donde scaturisce, egli dice, l’unità della gerarchia?
(cf. Ep. 59, 16: Bayard, Correspondance, II, 184). E quanto alla
festa della Cattedra basti citare una delle frasi dei tre discorsi attribuiti a
S. Agostino e ad essa relativi: «L’istituzione della odierna solennità ha preso
il nome di Cattedra dai nostri predecessori per il fatto che si dice avere il
primo apostolo Pietro occupato la sua Cattedra episcopale. Giustamente dunque le
Chiese onorano l’origine di quella sede, che per il bene delle Chiese l’Apostolo
accettò» (Serm. 190, I; P.L. 39, 2100).
Noi faremo bene, Figli carissimi, a dare a questa festività la
venerazione, che le è propria, ripensando alla insostituibile e provvidenziale
funzione del magistero ecclesiastico, il quale ha nel magistero pontificio la
sua più autorevole espressione. Si sa, pur troppo, come oggi certe correnti di
pensiero, che ancora si dice cattolico, cerchino di attribuire una priorità
nella formulazione normativa delle verità di fede alla comunità dei fedeli sulla
funzione docente dell’Episcopato e del Pontificato romano, contrariamente agli
insegnamenti scritturali e alla dottrina della Chiesa, apertamente confermata
nel recente Concilio, e con grave pericolo per la genuina concezione della
Chiesa stessa, per la sua interiore sicurezza e per la sua missione
evangelizzatrice nel mondo.
Unico nostro maestro è Cristo, che più volte ha rivendicato a Sé
questo titolo (Matth. 23, 8; Io. 13, 14); da Lui solo viene a noi
la Parola rivelatrice del Padre (Matth. 11, 27); da Lui solo la verità
liberatrice (lo. 8, 32), che ci apre le vie della salvezza; da Lui solo lo
Spirito Paraclito (Io. 15: 26), che alimenta la fede e l’amore nella sua
Chiesa. Ma è pur Lui che ha voluto istituire uno strumento trasmittente e
garante dei suoi insegnamenti, investendo Pietro e gli Apostoli del mandato di
trasmettere con autorità e con sicurezza il suo pensiero e la sua volontà.
Onorando perciò il magistero gerarchico della Chiesa onoriamo Cristo Maestro e
riconosciamo quel mirabile equilibrio di funzioni da Lui stabilito, affinché la
sua Chiesa potesse perennemente godere della certezza della verità rivelata,
dell’unità della medesima fede, della coscienza della sua autentica vocazione,
dell’umiltà di sapersi sempre discepola del divino Maestro, della carità che la
compagina in un unico mistico corpo organizzato, e la abilita alla sicura
testimonianza del Vangelo.
Voglia il Signore conservare ed accrescere, per i bisogni del
nostro tempo, questo culto amoroso, fiducioso e filiale al magistero
ecclesiastico stabilito da Cristo; e sia a noi propizio l’Apostolo, che primo ne
ebbe il mandato, e che qui ancora, dalla sua Cattedra romana, per mano Nostra,
tutti vi benedica.
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